L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 ottobre 2015

Poste, aiuto aiuto, Renzi e il corrotto Pd regalano i risparmi degli italiani agli stranieri

Poste, pronto lo sbarco in Borsa ecco i voti delle banche d’affari


SARÀ LA MADRE DI TUTTE LE PRIVATIZZAZIONI DEGLI ANNI DUEMILA. LA PIÙ GRANDE DEL 2015 SIA IN EUROPA CHE IN ITALIA. GLI ANALISTI HANNO SCANDAGLIATO I PUNTI DI FORZA E QUELLI DI DEBOLEZZA E HANNO SCOPERTO CHE... Sara Bennewitz Vittoria Puledda S arà la madre di tutte le privatizzazioni degli anni Duemila. La più grande in Europa e in Italia del 2015. La più importante per il governo Renzi, che conta di proseguire con Enav e Ferrovie dello Stato nel prossimo futuro. La più significativa, anche per la riduzione del debito pubblico (l’incasso per lo Stato dovrebbe collocarsi da circa tre miliardi in su, dipenderà dalla valorizzazione finale della società). Per tutte queste ragioni, l’arrivo sul mercato di Poste italiane è particolarmente atteso e viene considerato, dallo Stato venditore ma non solo, una sorta di proxy dell’Italia. Per la stessa ragione è altrettanto importante che, alla fine, sia una buona operazione per tutti, anche per i risparmiatori che saranno chiamati a sottoscrivere i titoli. A loro è riservata una parte importante del collocamento: si parla del 30% dell’offerta globale, ma la percentuale esatta si conoscerà solo a ridosso dell’Ipo (e comunque la struttura classica delle offerte in genere prevede la possibilità di variare la ripartizione dell’offerta, a conclusione dell’Ipo). Come al solito in questi casi, sarà insomma questione di prezzo. Le banche che hanno avviato gli studi sulla società
(le stesse che prendono parte a vario titolo al collocamento in Borsa delle azioni) stanno facendo le loro valutazioni. In genere quando si fa una Ipo si offre uno sconto ai sottoscrittori: la misura dipenderà dalla quantità degli ordini e in parte anche dal momento di mercato, ma è difficile pensare che non ci sia per niente. La forza del marchio. La grande forza di Poste italiane è il marchio. Chiaro, riconoscibile da tutti, presente capillarmente in tutto il paese. Ma allo stesso tempo “difficile” da raccontare in modo unitario. Perché negli anni Poste significa sempre meno postini e sempre più servizi finanziari, assicurativi e sistemi di pagamento, e solo in fondo recapito di corrispondenza e di pacchi. Anime diverse, business variegati, attività con tassi di crescita e peculiarità proprie: quasi una sorta di “conglomerata”, difficile da valutare unitariamente, se non pensando al filo rosso che unisce le varie parti: la forza distributiva di una rete capillare, sempre più spesso accompagnata e integrata con una piattaforma digitale. I tassi di crescita. Certo, i tassi di crescita della “macchina” sono diversi. La parte della corrispondenza soffre (in tutta Europa, e in Italia ancora di più) e l’obiettivo per questo comparto è di contenerne il declino (la prima semestrale 2015 già evidenzia questa tendenza positiva); quella della consegna pacchi, invece, ha buone possibilità di espandersi, soprattutto nella parte legata all’e-commerce (e dunque al recapito dei pacchi). Gli analisti prevedono che il comparto (lettere e pacchi) arrivi al pareggio intorno al 2019. Bene invece i servizi finanziari. Che forniscono anche una buona redditività: il contratto quinquennale con Cdp per la distribuzione di Buoni postali e dintorni fornisce circa 1,6 miliardi di ricavi l’anno a Poste su uno stock medio di titoli per circa 330 miliardi. Un’altra gamba importante - sopratutto in prospettiva - è quella con Anima holding: il gruppo ha appena comprato il 10% della sgr ma soprattutto ha accordi commerciali importanti. Ancor più promettente dovrebbe essere la parte assicurativa, anche grazie allo sviluppo dei fondi pensione. La valutazione. La forchetta di prezzo cui verranno offerte le azioni di Poste verrà indicata a ridosso dell’avvio dell’Ipo. Nel frattempo le banche collocatrici hanno fatto le loro valutazioni, spesso utilizzando vari modelli di stima e poi facendo una media. Ebbene, la valutazione di Poste oscilla da un minimo di 7,8 miliardi (Ubs) a un massimo di 11,42 miliardi (Banca Imi). Nel dettaglio Goldman Sachs valuta le Poste tra 7,9 e 10,5 miliardi, Mediobanca tra 9,3 e 11,2 mi-liardi, Banca Imi tra 8,9 e 11,42 miliardi, Ubs tra 7,8 e 10,1 miliardi, mentre Kepler Chevreux parla di un range tra 7 e 13 miliardi ma non definisce una vera forchetta. Se invece si considera solo il metodo della “Somma delle parti”, i valori massimi in alcuni casi sono più alti (vedi tabella). Gli investitori internazionali hanno già incontrato in due riprese il management; secondo ambienti finanziari molti potenziali acquirenti si aspettano una valutazione complessiva intorno agli 8 miliardi, tenendo conto dello sconto generalmente applicato ad ogni matricola e alle valutazioni sui tassi di crescita previsti per l’Italia. I bond. Il gruppo tramite la controllata Poste Vita è esposto per 114 miliardi ai titoli di Stato italiani; un fattore positivo in tempi di quantitative easing (che ha fatto lievitare il valore dei Btp), ma che rischia di diventare un boomerang se lo spread dovesse di nuovo allargarsi. Per Ubs, Poste Vita ha circa l’80% delle sue riserve allocate su bond italiani, mentre la media delle altre grandi compagnie assicurative è di circa il 56%. Immobili. Il portafoglio immobiliare è iscritto a 1,7 miliardi: il gruppo occupa buona parte degli immobili che controlla e ha un valore medio per metro quadro di 500 euro, sottolinea Goldman Sachs. Anche se la maggior parte degli immobili sono strumentali, resta che questo asset ha un valore considerevole. Consegna pacchi. Una grossa opportunità arriva dall’incremento dell’e-commerce, solo che al momento, fanno notare gli esperti di Gs, queste attività sono poco efficienti e nel 2014 la controllata Sda ha generato una perdita operativa di 21 milioni (già in calo sul 2013 e destinata a ridursi con l’aumento dei ricavi conseguente all’incremento dello shopping online). Riduzione dell’organico. Gli analisti sono molto sensibili al taglio dei costi e vedono nella potenziale riduzione dell’organico un forte bacino di risparmi. Goldman Sachs sottolinea che il 47% (68 mila dipendenti) dell’attuale organico ha tra 51 e 60 anni, dunque nella prossima decade un numero importante di dipendenti raggiungerà la pensione. Goldman stima che il combinato disposto di pensionamenti e nuove assunzioni di giovani (con stipendi medi del 20% più bassi), permetterà alla società di risparmiare in media mezzo miliardo di euro di stipendi. Morgan Stanley stima che l’organico di Poste nei prossimi 5 anni scenderà di 20 mila unità. “Rischio politico”. Kepler fa notare che le Poste in passato hanno subìto l’influenza della politica. E fanno due esempi: l’investimento per 75 milioni in Alitalia a fine 2013 e, nel 2011, l’acquisizione della Banca del Mezzogiorno (139 milioni di costo, cui si aggiungono 230 milioni di aumento di capitale nel 2014, a fronte di utili cumulati dell’istituto pari a 56 milioni). Dividendo. Mediobanca stima che il 65% degli utili possa essere distribuito come dividendo. Kepler è la più aggressima quanto a cedole, e stima un pay out del 75% pari a 450 milioni per il 2015 e addirittura 2,8 miliardi tra il 2015 e il 2019; lo studio ricorda inoltre che la società ha ben 1,1 miliardi di riserve distribuibili a cui attingere. Goldman Sachs fa invece notare che le attività assicurative potrebbero limitare la capacità di distribuire troppi utili. Per questo Gs, Credit Suisse e Morgan Stanely stimano che Poste possa distribuire come dividendo solo la metà degli utili (ovvero circa 250 milioni nel 2015, in linea con il dividendo 2014), e quindi meno delle rivali società postali estere, che invece arrivano a distribuire fino al 70%. Il contratto di programma. Il contratto di programma 2015-2019, che regola il servizio universale di Poste e la sua remunerazione, è stato firmato tra società e Mef ma il testo, inviato a Bruxelles, non ha ancora ricevuto l’ok. A sinistra, Francesco Caio, amm. delegato di Poste Italiane A sinistra, le forchette di valutazione di Poste da parte delle principali banche d’affari secondo il metodo della “somma delle parti”

Nessun commento:

Posta un commento