L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 11 novembre 2015

Francesco Palenzona, il sole 24 ore da i numeri, ci spieghi cosa ci fa Roberto Mercuri in pianta stabile in Unicredit

Se la verità giudiziaria coincide con la best practice della governance


Per gli investitori stranieri, esattamente come per gli italiani, i tempi della giustizia civile e penale sono ancora tra i fattori che collocano il nostro Paese dopo il Burundi nelle classifiche internazionali sulla competitività e la libertà d’impresa.
Forse anche per questo, ogni eccezione è fonte di ottimismo. Come nel caso Unicredit, dove l’azione tempestiva del Tribunale del riesame di Firenze nell’analisi e nell’archiviazione del le accuse contro la banca ha censurato non solo gli errori del Pm, ma ha soprattutto scongiurato il rischio di un gravissimo danno reputazionale all’istituto, ai suoi manager, ai soci e persino ai suoi organismi di vigilanza. Del caso si è detto e scritto già tutto, e la reputazione della banca è certamente uscita rafforzata dalla chiarezza con cui i giudici del riesame hanno smentito e censurato le tesi dell’accusa. Per i giudici, infatti, non solo non esiste alcun rapporto o connivenza tra la banca e società in odore di mafia, ma è lo stesso sistema di controlli interni e vigilanza di cui si è dotata Unicredit a rendere estremamente difficili comportamenti illegali di tale natura. La verità processuale accertata, insomma, ha confermato totalmente la tesi difensiva della banca: non solo nessun manager o consigliere ha commesso reati o abusato del proprio ruolo, ma a garanzia del rispetto delle procedure - sia nelle nomine che nei crediti - c’è un sistema di governance a livello di best practice.
Per tutte le banche, e in particolare per Unicredit, la reputazione è molto più di un asset strategico. Un credito incagliato si può svalutare o anche vendere, ma non c’è pulizia di bilancio che riabiliti una reputazione compromessa. Spesso si guarda alla governance come a una questione marginale per la vita di una società quotata, ma per chi come Unicredit ha dimensioni paneuropee ed è sottoposto allo scrutinio dei soci, degli investitori e di oltre 50 diverse autorità nazionali e sovrannazionali di vigilanza, garantire la best practice nel governo societario è una necessità imprescindibile. E soprattutto, non è una scoperta recente. Il quadro complessivo della corporate governance di Unicredit è stato infatti definito tenendo presenti non solo le norme vigenti, ma anche le raccomandazioni contenute nel Codice di Autodisciplina emanato da Borsa Italiana nel marzo 2006, a cui la banca ha aderito con delibera del consiglio del 19 dicembre dello stesso anno. Non c’è nomina, credito, stipendio, promozione o scelta strategica che non passi attraverso l’esame di uno o più comitati interni, senza contare che lo stesso consiglio di amministrazione ha 9 membri indipendenti su 19 componenti: è quanto meno difficile non solo credere, ma anche sospettare che un consigliere non operativo possa imporre le proprie scelte al management o creare centri di potere alternativi a quelli istituzionali. A conferma di ciò non c’è soltanto la sentenza del Tribunale del riesame di Firenze, ma anche il lavoro investigativo svolto prima e dopo l’esplosione del caso dalla stessa banca. Se nessun provvedimento è stato preso contro i dirigenti o i consigliere sospettati, è stato non solo per l’archiviazione della magistratura, ma anche per l’esito delle inchieste interne svolte dal Comitato governance e dallo stesso consiglio di amministrazione, che come detto è composto per più della metà da consiglieri indipendenti. La verità processuale e quella della governance, insomma, coincidono perfettamente. Il resto, come hanno detto i giudici, sono solo illazioni non sostanziate dai fatti: dal presunto ufficio di Mercuri in Unicredit, che non esisteva, ai presunti interventi di raccomandazione effettuati dal vicepresidente Fabrizio Palenzona, di cui non esiste alcuna telefonata ,mai registrata in tal senso. E se anche Palenzona avesse mai dialogato via sms un manager di prima linea a proposito di scelte della banca, è difficile sostenere che si sia trattato di pressioni o invasioni di campo: lo scambio di opinioni o di giudizi personali, e non solo in realtà di grandi dimensioni e complesse come Unicredit, evidenzia forse amicizia e stima, ma certamente non è un reato. Non lo è per la legge, e non lo è per la governance. Per concludere, si potrebbe aggiungere che la questione della trasparenza e dell’eccellenza nel governo societario ha spinto Unicredit a dotarsi persino di un codice di comportamento interno a cui aderiscono tutti i dipendenti del gruppo, la Carta di Integrità. La Carta non è un corpo normativo onnicomprensivo, in quanto le leggi (prima sfera di giustizia) e i patti contrattuali (seconda sfera), già definiscono i perimetri delle obbligazioni soggettive. Per Unicredit, è una sorta di terza sfera di giustizia che rafforza l’impegno sulla governance, favorendo il dialogo e la correttezza dei comportamenti individuali all’interno del gruppo e in ogno ufficio sparso per il mondo. Garantire che nessun dipendente, consigliere o manager commetta abusi o reati è impossibile in una banca come in una società manifatturiera: vigilare perchè ciò non avvenga è invece un dovere, come Unicredit ha dimostrato al Tribunale del riesame di Firenze. 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-11-10/se-verita-giudiziaria-coincide--best-practice-governance-073210.shtml?uuid=AC7xJpWB 

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