L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 16 dicembre 2015

2015 crisi economica, la Fed aumenterà i tassi per decisione politica e non perché l'economia statunitense goda di buona salute

Fed, missione compiuta? I dubbi sull’efficacia delle Banche centrali

Alessandro Piu 16 dicembre 2015 

MILANO (Finanza.com)
I mercati finanziari guardano alla Fed. La Fed però non può guardare nessuno e deciderà, stasera, di rialzare i tassi di interesse statunitensi. Nonostante le turbolenze delle ultime settimane, nonostante i dubbi sulla crescita economica mondiale, nonostante l’obiettivo di inflazione sia ancora lontano. 


Dopo sette anni i tassi di interesse sui Fed Funds si schioderanno dalla banda di oscillazione tra 0% e 0,25% nella quale sono stati costretti per sette anni. Stasera la Banca centrale americana deciderà di elevare la fascia a 0,25%-0,50%, il primo rialzo dopo nove anni. Non può fare altrimenti la Fed, nonostante il nervosismo dei mercati finanziari e una situazione forse peggiore di quella che, a settembre, l’aveva convinta a soprassedere. "La Federal Reserve si trova ora a dover rialzare i tassi in uno scenario peggiore rispetto a quello di settembre – sottolinea Michael Hewson, chief market analyst di CMC Markets UK – e prima della diminuzione di liquidità che caratterizza le settimane finali dell’anno”. Una notazione che già evidenzia i rischi legati alla riunione di questa sera. 

D’altronde non rialzare i tassi sarebbe un’ammissione di debolezza e farebbe aumentare i dubbi dei mercati sulla solidità della crescita economica statunitense e mondiale. "La Fed – commenta Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy - si trova indotta ad alzare i tassi proprio mentre l’economia mondiale rallenta e tale rallentamento ha già iniziato a intaccare anche la crescita Usa. Tuttavia, dopo mesi di anninci, riconoscere che le condizioni non ci sono sarebbe come ammettere che la crescita è a rischio e i mercati inizierebbero a dubitare della credibilità della Banca centrale americana”. Dunque la Fed alzerà i tassi, secondo il 78% del consensus di mercato, ma non è detto che i membri del Comitato di politica monetaria siano allineati. Hewson individua tre possibili dissensi: "Evans, Brainard e Tarullo. Nelle ultime settimane abbiamo sentito pareri divergenti e c’è un rischio, sebbene remoto”. Il rischio è che a Janet Yellen tremi la mano e che la scelta sia di alzare sì i tassi, ma solo di 12,5 punti base. Una "non decisione che probabilmente scontenterebbe tutti”. 

Dopo il rialzo, la conferenza stampa di Janet Yellen

Il rialzo dei tassi può essere dato per acquisito, nonché scontato dai mercati che guardano al dopo. Alla conferenza stampa che vedrà la Yellen fare l’equilibristatra la stretta monetaria del rialzo dei tassi di interesse (sebbene le condizioni rimangano ampiamente espansive) e la necessità di mostrarsi accomodante per quanto riguarda ilpercorso futuro dei tassi. "Il rialzo sarà accompagnato da dichiarazioni molto espansive - secondo Novelli – così da rassicurare i mercati che non ci troviamo all’inizio di un’inversione di politica monetaria e che tale aumento è solo un evento una-tantum.Il dollaro pertanto dovrebbe terminare il suo rafforzamento con questo aumento dei tassi mentre la Borsa americana potrebbe abbozzare un movimento al rialzo anche se il livello delle valutazioni ne limita lo spazio”. 
Il dollaro trascinerebbe con se le materie prime, il settore energy e quello dei materiali, nonché i mercati emergenti. L’impatto negativo sarebbe in questo caso assorbito da Europa e Giappone che vedrebbero rafforzarsi euro e yen. 

Affiorano dubbi sull’efficacia delle Banche centrali

Ciò che più preoccupa Novelli è la constatazione che, dopo anni di politiche monetarie ultraespansive, la crescita sia ancora così incerta. "Il pressing esercitato dai mercati finanziari nei confronti delle Banche centrali è ormai giunto al culmine e d’ora in poi il sistema si troverà esposto come non mai alle dinamiche macro e alla fragilità della crescita mondiale. Il contesto economico internazionale può riassumersi come segue: l’Europa è ancora in piena fase di disinvestimento (deleverage) così come la Cina che ha trascinato tutta l’Asia e l’America Latina mentre gli Stati Uniti non fanno più leverage e il Giappone è più impantanato che mai. Il motore della crescita mondiale non riesce a trovare qualcuno disposto a fare debiti per sostenere la domanda e la crescita ne risente in modo strutturale, ovunque. Questo è il principale problema che si cerca di nascondere con politiche monetarie ormai inutili a far ripartire il ciclo economico internazionale”. 

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