L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2015

Bail-in, gli euroimbecilli con il governo italiano sempre in prima fila, non potevano inventare un sistema migliore per minare definitivamente la fiducia tra il Sistema Bancario e i risparmiatori



Il "bail in" è solo un assurdo costituzionale

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SALVA BANCHE


Il tragici fatti di Civatevecchia, dove un pensionato scopertosi all'improvviso povero per il tradimento della sua Banca si toglie la vita, fanno intravedere uno scenario inquietante. Che nel prossimo anno, quando scatterà il "bail in", potrebbe divenire drammatico. Perché allora la platea dei possibili futuri dissesti potrebbe assumere la dimensione di un fenomeno di massa. Com'è noto le nuove norme europee stabiliscono che a pagare, nel caso del default di una banca, siano nell'ordine: gli azionisti, gli obbligazionisti ed infine i depositanti, con una franchigia corrispondente a 100 mila euro.
Evitare che questo rischio si materializzi richiede misure immediate, sia dal punto di vista gestionale che da quelle legislative. La prima mossa è rafforzare la vigilanza bancaria: prevenire più che chiudere le porte quando i buoi sono fuggiti. Basterà la sola Banca d'Italia? Ne dubitiamo. Occorre che le competenze oggi suddivise tra Palazzo Koch e la Consob siano in qualche modo riunificate in un'unica struttura, seppure provvisoria. In attesa che si proceda al riordino complessivo delle Authorities italiane: cresciute come funghi e con un onere non indifferente a carico del bilancio dello Stato.
Allo stato attuale la vigilanza sulle banche è doppia. Ma spesso le due istituzioni non comunicano o comunicano in ritardo. Ed il ritardo vista la dinamica accelerata dei mercati finanziari può essere all'origine, com'è stato nel caso delle Banche ora in crisi, di ulteriori disastri. La Consob interviene sulle banche in quanto società per azioni, quotate in borsa. La Banca d'Italia ai fini di una gestione prudenziale del risparmio. Le due cose ovviamente non possono essere distinte o, addirittura, contrapposte.
Trovare forme di collaborazione più intense e di carattere sistemico tra le due istituzioni è il primo passo, per rispondere ad una situazione di emergenza. Ma sullo sfondo restano i problemi più seri. Nella lunga catena delle responsabilità, descritta dalla normativa del bail in, l'anello più debole e quello dei risparmiatori che non si avventurano sui mercati finanziari, ma detengono i loro risparmi sotto forma di deposito. Saranno costretti, se non vogliono correre rischi, a frazionarli tra diverse banche, qualora l'ammontare di quelle risorse superi i 100 mila euro.
Una piccola furbizia all'italiana, che tuttavia non riesce a nascondere una contraddizione grande come una casa. Per la prima volta, infatti, viene postulato il principio di poter attribuire a persone ignare una responsabilità senza colpa. Negando loro di poter in qualche modo, non dico partecipare, ma almeno controllare la gestione dell'azienda dalla cui conduzione possono derivare danni ingenti per il patrimonio posseduto. Un assurdo giuridico che non solo contrasta con il buon senso ma con consolidati assetti del nostro codice civile.
Prendiamo, infatti, il caso degli obbligazionisti. Di coloro cioè che invece di affidarsi ad un semplice conto corrente hanno acquistato i titoli dalla banca. Il codice civile dedica al tema un'apposita sezione del Titolo V, che riguarda le società per azioni. In vari articoli (2420 e seguenti) si stabiliscono regole precise per gli obbligazionisti e le forme di tutela dei loro interessi. Si prevede ad esempio che gli stessi possano riunirsi in assemblea e nominare un proprio rappresentante che tratti con i vertici della società emittente. E via dicendo. In teoria, quindi, in pratica è tutto da vedere, esistono forme di tutela. E per i semplici depositanti? Nulla. Sono figli di un dio minore esposti alla mercede delle possibili scorribande.
Tutto ciò è coerente con la nostra Costituzione? Sembrerebbe di no. L'architrave di ogni democrazia è il principio "no taxation without representation". Nessun onere può essere addossato - ed anche l'assunzione di rischio è un onere seppure prospettico - senza una possibilità di partecipazione attiva da parte degli interessati. Ma non solo. L'articolo 47 della nostra Carta fondamentale afferma, infatti, che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme", ponendo quindi un argine invalicabile alle pulsioni ordoliberiste dei burocrati di Bruxelles.
Il Parlamento europeo avrà anche votato quelle norme capestro. Ma esse contrastano con lo spirito e la lettera della nostra Costituzione. Di fatto si apre un contenzioso. Spetta al Governo italiano agire di conseguenza.

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