L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2015

Leopolda, l'inizio della discesa agli inferi


«Tanti rischi per il premier,


più che rottamare medierà»

di Claudio Bozza




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Professor Marco Tarchi, docente di Scienza politica all’Università di Firenze, la Leopolda è arrivata alla sesta edizione. Questo evento è ancora politicamente utile per il progetto di Renzi o rischia di aver stancato?
«Di sicuro non ha più l’impatto mediatico di un tempo, e poiché Renzi non spreca nessuna delle molte occasioni di visibilità di cui dispone, può essere superfluo. A meno che non venga utilizzato per uno degli ormai non infrequenti annunci di nuove iniziative ad effetto».
Sarà una Leopolda d’attacco o di difesa?
«La strategia di marketing di Renzi non prevede né difese né ripiegamenti né ripensamenti. Gli è indispensabile apparire sempre in prima linea».
Può dare un tasso di difficoltà per Renzi, tema per tema? Politica estera: come giudica la resistenza del premier a usare la parola «guerra» nella battaglia contro Daesh?
«Come un atto di prudenza ragionevole e destinato a non dispiacere a gran parte dei suoi elettori e neppure a molti di coloro che non lo hanno votato ma sanno bene quali disastri hanno provocato le avventure di “democratizzazione a mano armata” in Iraq e in Libia».
Banche: secondo lei il governo ha sbagliato a fare il decreto che ha salvato i quattro istituti, pur facendo perdere milioni a centinaia di piccoli risparmiatori?
«Non do giudizi, ma è evidente, sentendo parlare progetti di fondi speciali di solidarietà per taluni obbligazionisti, che il governo sa di essersi addentrato in un terreno che assomiglia a sabbie mobili. E la ormai famosa vicepresidenza di Banca Etruria del padre del ministro Boschi rende la faccenda ancor più spinosa».
Candidature per le amministrative: Napoli, Roma, Milano, tre sfide chiave ma sui nomi il Pd è in alto mare. Allearsi o strappare con la sinistra, cercando partner alternativi a seconda dei casi?
«Uno strappo netto, in una fase in cui il Pd non gode di buona salute elettorale, sarebbe rischioso. Ci sarà, immagino, un periodo di intense e laboriose mediazioni, che costringerà l’indole decisionista di Renzi a una pausa».
Fronte M5S: duello con i grillini sui carrozzoni pubblici, a partire da Livorno.
«Questione delicata, perché il Pd ha molto da temere se si aprisse una campagna mass mediale sulle aziende partecipate dagli enti locali che amministra, vero e proprio serbatoio della partitocrazia e del voto di scambio. Il M5S qui ha molte frecce al suo arco».
Linea politica del Pd: il sindaco Dario Nardella nell’intervista al Corriere della Seradice: «Basta destra e sinistra, facciamo il Partito della Nazione». Il Pd rischierebbe di sembrare la nuova Dc?
«Mi pare che Renzi abbia già abbondantemente dimostrato di non tenere, nei fatti, alcun conto della linea divisoria sinistra-destra. Solo gli inguaribili e romantici nostalgici dell’epopea Pci-Pds-Ds possono non essersene resi conto. O far finta di non saperlo. Un passo ulteriore in questa direzione non avrebbe niente di sorprendente».
Il rinnovamento del Paese: la rottamazione ha funzionato o no?
«Per ora, non mi sembra che si siano verificati quegli scenari palingenetici che erano stati previsti e promessi. Ma, per il mestiere che faccio, non trovo la cosa stupefacente. Anche nell’epoca in cui si celebra il fact checking, disattendere i programmi è la regola di tutti i partiti, non l’eccezione».
Uno dei pilastri delle Leopolde renziane è stata la rivendicazione della meritocrazia. Il premier-segretario ha applicato questo principio, nelle nomine, una volta arrivato al potere?
«Naturalmente no, o – per meglio dire – ha applicato le proprie esclusive categorie di accertamento dei meriti, e il primo di questi è certamente, ai suoi occhi, la fedeltà personale. Del resto, per poter conquistare dall’interno quel che restava dell’apparato partitico, a partire dai molti deputati e senatori che erano stati eletti sotto l’egida di Bersani, era necessario fare molte promesse e mantenerne almeno una parte. Le nomine degli amici, e degli amici degli amici, non si potevano evitare. E questo vale anche per gli sponsor esterni al Pd, che si aspettavano riconoscenza. Un leader nuovo ha bisogno di circondarsi di persone di fiducia».
Crede che il ministro Maria Elena Boschi possa essere il successore ideale di Renzi a Palazzo Chigi?
«Dipenderà da come, quando e perché — non voglio aggiungere “se”… — Renzi lascerà Palazzo Chigi. Comunque, a questa ipotesi non hanno certo giovato, a prescindere dalle qualità del ministro in questione, la polemica di Mineo e la vicenda Banca Etruria. I pettegolezzi e le allusioni, in politica, sono un’arma velenosa e affilata».


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