L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2015

Parigi&Roma, meglio un'analisi giusta di Alain de Benoist a un'analisi sbagliata di Minc, Attali o BHL

La sinistra delle sparate. È guerra civile solo se vince la destra

Il premier socialista Valls evoca l'apocalisse in caso di successo del Front. Ma è il colpo di coda disperato di un partito che non c'è più

Manuel Valls, primo ministro francese, ha un mento ambiziosamente mussoliniano, un perenne malumore sotto l'abbronzatura, nervosamente accentuato dal tono supponente con cui distilla il suo pensiero, meglio i suoi pensierini.
L'ultimo in ordine di tempo è «il rischio di una guerra civile» qualora il Front National vincesse alle regionali di domenica prossima, il che vuol dire che chi vota quel partito è un fuorilegge e che, non potendo chiudere i seggi, tanto vale aprire i depositi di armi. Valls non è nuovo a sparate (il termine è più appropriato, visto gli scenari evocati, del più corrivo ma calzante cretinate) del genere. Nella primavera scorsa, se ne uscì, alla tv e sui giornali, con la seguente dichiarazione: «Quando un filosofo conosciuto e apprezzato da molti francesi, Michel Onfray, spiega che Alain de Benoist che è il filosofo della Nuova destra negli anni Settanta e Ottanta, che in un certo senso ha modellato la matrice ideologica del Front National- vale più di Bernard-Henri Lévy, vuol dire che stiamo perdendo i punti di riferimento». Ora, e per la verità, Onfray non aveva affatto detto quello che Valls si era deciso a mettergli in bocca. Intervistato dal settimanale Le Point, si era limitato ad affermare: «Non mi sento vicino a Bernard-Henri Lévy o a Alain Minc, né a Jacques Attali, che, mi si dice, sono di sinistra. Dovrei per questo sentirmi vicino a intellettuali di destra? Chi sono costoro, peraltro? Ne deduca, se vuole, che preferisco un'analisi giusta di Alain de Benoist a un'analisi sbagliata di Minc, Attali o BHL e che preferirei un'analisi che mi sembrasse giusta di BHL a un'analisi che trovassi sbagliata di Alain de Benoist». Michel Onfray sosteneva, dunque, che, pur essendo di sinistra, preferiva un'idea giusta, fosse anche di destra, a un'idea sbagliata anche se di sinistra, soprattutto se di sinistra, e francamente non si vede quale filosofo, politologo, semplice cittadino potrebbe sostenere il contrario, a meno che non si voglia preferire l'errore e la falsità per ragioni ideologiche. Il modo di pensare, si fa per dire, di Valls non è nemmeno farina del suo sacco. Affonda purtroppo in quel gauchisme francese che faceva dire a Jean Paul Sartre che non bisognava «far piangere gli operai di Billancourt» svelando loro i gulag della Russia comunista, e che ancora nelle giornate del Joli Mai Sessantotto faceva sfilare i manifestanti al grido di «è meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron»... É la cecità ideologica applicata all'analisi politica, economica, sociale, ed è in fondo grazie a essa se Valls&compagni si ritrovano oggi in casa Marine&Marion Le Pen. D'altra parte, un governo che ha come ministro della Cultura quella Fleur Pellerin che a suo tempo dichiarò di non aver mai letto un romanzo di Patrick Modiano, appena insignito del Nobel per la letteratura, fa capire quali chiari di luna intellettuali si vedano a Matignon, residenza ufficiale di Valls, e dintorni. Il problema dei socialisti al governo, così come del loro presidente della Repubblica Hollande, è che rappresentano una sinistra che ha abdicato al suo essere tale, e questo ne spiega la caduta verticale in termini di voti e di rappresentanza. É una classe dirigente che sente il terreno scivolarle sotto i piedi e, come si suole dire, la butta in rissa: cerca l'incidente e insieme il capro espiatorio. Valls, insomma, non pensa a quel che dice e, peggio, non sa nemmeno di cosa parla. Dei cento e passa libri di Alain de Benoist non ha letto neppure un riga, del socialismo proudhoniano e libertario di Onfray, ignora tutto. Quanto al Front National, nega la realtà, semplicemente. Della serie: se il popolo non vota come voglio io, allora aboliamo il popolo.

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