L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 dicembre 2015

Venezuela, Madura doveva puntare alla Piena Occupazione, vera ricchezza di ogni paese

Le elezioni Venezuelane: un boomerang per la pace e la solidarietà fra popoli e paesi.


Carlo Amirante, professore emerito di diritto costituzionale: "I veri democratici in Italia si stringano intorno allo sforzo di Maduro di salvare la costituzione del Venezuela"

di Carlo Amirante*

I risultati elettorali Francesi e Venezuelani che, seguono il preoccupante precedente delle elezioni parlamentari nordamericane con le quali la presidenza Obama ha subito una pesante sconfitta, sono una conferma ulteriore che ve ne fosse stato bisogno, di un evidente parallelismo fra la crisi economica e sociale ed una crisi politica e istituzionale che colpisce governi sempre meno in grado di rispondere ai bisogni ed alle esigenze basilari dei lavoratori e dei cittadini dei rispettivi paesi.

Ancora una volta le previsioni di un futuro infausto di economisti prestigiosi (o premi Nobel) da Krugman e Stiglitz da A. Sen all’ultimo premio Nobel si aggiungono a quelle degli economisti marxisti le cui analisi hanno il merito di non limitarsi a sottolineare la crisi dei mercati dovuta alla crisi della domanda causata dalle politiche di austerità di rigore finale e di una costante disoccupazione determinata dalla totale libertà della finanza internazionale e delle compagnie multinazionali di operare ignorando i bisogni e i diritti dei lavoratori e della maggioranza dei cittadini promovendo e difendendo gli interessi e il potere di ristrette elites, ma di ragionare sul modo di produzione. Ossia il rapporto fra capitale e lavoro e sul ruolo determinante, di stati governi e istituzioni e degli effetti della ricerca scientifica e tecnologica sul sistema di produttività, sull’occupazione, sul welfare-state sulla salute quindi sulla qualità della vita. 

Se non si parte da questo livello ampio e realistico di analisi, risulta impossibile sia capire l’attuale crisi politica e la disaffezione dei cittadini per l’impegno politico e la stessa partecipazione elettorale e quindi lo spostamento a destra dell’intero asse politico nel mondo europeo occidentale ma di recente anche in America latina (Argentina e Venezuela) frutto della povertà della rabbia e della frustrazione esaltata dal bombardamento mediatico. 

Dal momento che le sinistre moderate sono diventate gli alfieri delle politiche neoliberiste, svolgendo quei compiti di vero e proprio massacro economico e sociale che le destre non erano riuscite a realizzare fino in fondo per l’opposizione sociale e l’impegno culturale di forze del lavoro, studentesche e di una piccola ma radicale e coerente minoranza del mondo culturale sono state le destre populiste nello sbandamento e confusione generale e giovandosi di un’ampia fascia di astenuti e di frustrati a prendere il sopravvento perciò non è così sorprendente che Marine le Pen attribuisca al disinteresse dell’elites per i temi della disoccupazione e del disagio sociale, all’indebitamento ai continui aumenti delle tasse, all’assenza del sostegno alle piccolissime, piccole e medie imprese, i motivi del successo del suo partito e dei suoi alleati che è in gran parte figlio dell’insicurezza prodotta dagli atti terroristici perpetrati a Parigi. Ma andando più a fondo nell’analisi del caso francese, del gravissimo atto terroristico, ancora più destabilizzante perché preceduto dal non meno scioccante assassinio dei redattori di Charlie Hebdo, dovrebbe chiarire ai lavoratori ed ai cittadini (non solo) francesi che le politiche di governance neoliberista, che per i paesi membri dell’Unione Europea sono ancora più nefaste che altrove a causa dei rigori fiscali budgettari per i tagli della spesa pubblica e quindi agli istituti di welfare state, hanno come necessario corollario la minaccia e l’uso effettivo della forza, rivolte ai paesi che non accettano, anche solo in parte, le conseguenze sociali e politiche dei processi di globalizzazione.

Il futuro dei rapporti fra i paesi delle due sponde del mediterraneo è stato decisamente pregiudicato dall’abbandono del processo di Barcellona, che prevedeva la nascita di una “ Unione Euromediterranea “ fondata su istituzioni sovranazionali nelle quali i paesi delle due sponde del Mediterraneo godessero di pari diritti e doveri con l’obiettivo di promuovere e realizzare politiche economiche e sociali solidarie e favorevoli ad uno sviluppo economico rivolto a rimuovere sottosviluppo e povertà che intollerabili diseguaglianze sociali fra classi e gruppi etnici che perpetuano razzismo, conflitti e guerre fra poveri. L’abbandono di questi progetti in favore di politiche neocoloniali e di pratiche politiche ed alleanze nelle quali prevalgono l’appropriazione e lo sfruttamento delle fonti di energia e strategie imperiali ancorate al principio del dividi et impera hanno creato i presupposti della attuale situazione di insicurezza e povertà che è sfociata in rivolte, guerre violente repressioni di movimenti democratici negli esodi di una massa e per un altro verso nella nascita dell’ISIS e nella risposta terroristica all’arroganza politica e militare occidentale.

Oggi anziché riconoscere i propri imperdonabili errori e convocare una conferenza di pace promossa e garantita dai rappresentanti delle tre grandi religioni monoteistiche, la Francia e i paesi riuniti nell’alleanza atlantica si illudono di risolvere con l’eliminazione fisica dell’ISIS cioè di un nemico che essi stessi hanno contribuito a creare ed armare senza alcuna intelligenza delle radici edella complessità dei conflitti e delle poste in gioco. Anche se non mancano elementi comuni che riguardano le cause remote ed attuali di conflitto e di un contesto internazionale nel quale si intersecano, si sovrappongono logiche ed interessi globali e regionali, diverso è il caso del Venezuela che, soprattutto dopo la morte del presidente Chávez ha vissuto una lunga fase di instabilità politica di incertezza e di crisi economica culminata nelle nette vittorie dei partiti di opposizione nella tornata elettorale per il parlamento di domenica scorsa.

Purtroppo tutto fa pensare che per quei ceti popolari e per tutti gli emarginati che hanno dato il loro voto al MUD, l’alleanza antichavista, ben presto questa vittoria elettorale si rivelerà una vittoria di Pirro proprio per coloro che hanno creduto che un cambio delle maggioranze parlamentari favorirebbe una ripresa economica capace di porre fine alla crisi radicale che li ha privati negli ultimi tempi anche di mezzi indispensabili per la stessa sopravvivenza e che rischia di peggiorare ulteriormente a causa di una montante iperinflazione. Coloro che nel segreto delle urne hanno tradito la rivoluzione bolivariana con l’astensione o donando i loro voti a quelli che hanno sostenuto i latenti tentativi di golpe o i nostalgici del puntofichismo, l’alleanza politica filoamericana alleanza tra le sinistre e le destre moderate firmata nella località di Punto Fijo, sconfitta dalla rivoluzione bolivariana.

Proprio per le classi ed i ceti sociali più colpiti da una crisi frutto della perversa combinazione di componenti internazionali- come il crollo del prezzo del petrolio - e componenti interne dovute anche a fenomeni politico-istituzionale a partire dalla corruzione negli apparati burocratici dovuta anche alla presenza di una parte marginale di soggetti che hanno costituito con il loro comportamento un ostacolo alla realizzazione ottimale di quelle missioni di carattere sociale che hanno consentito in Venezuela la rimozione totale dell’analfabetismo e la riduzione drastica della fame, della povertà e della disoccupazione. La tenuta di un ampissimo settore istituzionale che per anni ha visto una significativa ed ampia partecipazione dal basso avrebbe richiesto una straordinaria capacità di riorganizzazione dell’intero ciclo produttivo nazionale, che se ha trovato nel quadro dell’ALBA (alleanza di impronta solidale e anticapitalistica tra i paesi latinoamericani proposta da Chavez) e di altre alleanze latino-americane una sponda nemica in paesi come la Colombia alleati con altri paesi agli Stati Uniti.

Maduro, che ha subito raccolto intorno a se i non pochi fedelissimi si impegnerà nei prossimi mesi al non facile tentativo di salvare la costituzione - un ostacolo all’allineamento del sistema economico alle politiche neoliberali imposte dalla globalizzazione, ripristinando ad esempio una indipendenza di facciata della Banca centrale che deve oggi rispondere al governo del paese delle sue politiche, sottomettendo la suprema magistratura ed il consenso elettorale ai voleri della nuova maggioranza ed eliminando o neutralizzando i poteri di controllo e gli ampi a spazi di partecipazione dal basso del popolo venezuelano. In questa battaglia di progresso, di democrazia e di civiltà, la rivoluzione bolivariana proposta da Hugo Chávez, come il socialismo del secolo XXI , dal volto umano e democratico, perfino troppo tollerante verso golpisti nemici ed avversari che hanno usato tutti i mezzi leciti ed illeciti pur di bloccare il paese che con Cuba ha proposto l’unico tentativo nel continente americano di creare un’alternativa di solidarietà, di giustizia sociale e di pace, alla dilagante marea neoliberista, ha bisogno oggi più che mai della solidarietà internazionale dei democratici in Italia, in Europae dell’intera comunità internazionale.

*Professore emerito di diritto costituzionale italiano e comparato all'Università Federico II di Napoli. Autore, tra gli altri, di: Dalla forma stato alla forma mercato (Giappichelli, 2008) e Weimar e la crisi europea (Edizioni Periferia, 2013)

Nessun commento:

Posta un commento