Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 31 gennaio 2015

Renzi vuole che l'Italia sia un gigantesco museo dell'arte e della gastronomia. Nemmeno gestito troppo bene



2015, l'anno della ripresa di cartapesta

Un colpo di fortuna provocherà, finalmente, la crescita del Pil italiano per un paio d'anni. Ma siamo ben lontani dal recuperare i livelli pre-crisi. E le riforme di Renzi non servono a niente. L'analisi di Filippo Astone



Di Filippo Astone

Il Centro Studi di Confindustria ha recentemente rivisto al rialzo le previsioni rilasciate lo scorso dicembre - e già molto buone - sull'andamento del 2015, che dovrebbe essere finalmente l'anno della ripresa. Ora l'aspettativa è di una crescita del pil pari all'2,1% nel 2015 e addirittura al 2,15% nel 2016. Siamo ancora lontani dal recupero dei livelli pre-crisi (nel 2014 il pil pro-capite è sceso del 12,3% reale dal 2007, tornando ai livelli del 1997)  ma sono comunque numeri buoni. Non ci saranno posti di lavoro in più, ma almeno il tasso di disoccupazione si stabilizzerà. Nel 2014, infatti, il tasso di disoccupazione è stato del 12,7%: nel 2015 è atteso crescere al 12,9%, per poi calare al 12,6% nel 2016 e diminuire sensibilmente a partire dal 2017.  Il problema è che si tratta, come vedremo meglio più avanti, di una ripresa effimera, perché provocata da fattori esterni e non da un miglioramento della competitività del Paese e delle sue aziende. Non c'entrano niente le riforme di Renzi o le scelte strategiche o di investimento delle imprese italiane. Sarà solo un gigantesco colpo di fortuna destinato a durare un paio d'anni, al termine dei quali tutto potrebbe tornare come prima, o peggiorare.

Una manna dal cielo senza meriti di nessuno. La crescita del pil sarà provocata da una somma di fattori esterni, che dovrebbero durare una stagione ma che sono destinati a decadere. La ripresa sarà causata da fattori internazionali (calo del prezzo del petrolio, euro debole, incremento dei commerci) e dall'andamento dell'economia mondiale (+ 4% tra il 2015 e il 2017). In pratica, un clamoroso colpo di fortuna ci impedirà di declinare ancora di più, e ci farà riemergere un pochino, ma solo un pochino. E che permetterà al governo di Matteo Renzi di vantarne il merito, conquistando, forse, ulteriore consenso.

E' l'economia mondiale che muove quel poco che si può. Non c'è solo la già citata crescita dell'economia mondiale del 4% nei prossimi tre anni che farà bene anche all'Italia. Nel biennio 2015-2016 il centro studi di Confindustria prevede ben cinque situazioni contemporaneamente favorevoli all'economia italiana, e quindi al lavoro: il crollo del prezzo del petrolio; la svalutazione dell'euro; gli scambi mondiali in accelerazione; la diminuzione dei tassi di interesse; la politica di bilancio europea più favorevole alla crescita. L'elemento più importante è il petrolio. A fine 2014, il prezzo del barile è sceso di oltre un terzo in poche settimane e secondo tutti gli osservatori si stabilizzerà su valori più bassi ancora per moltissimo tempo. Merito dello shale gas americano che, facendo concorrenza ad arabi e russi, li spinge a far scendere i prezzi. E merito  anche delle scelte strategiche di alcuni Paesi produttori, soprattutto arabi, che sarebbe troppo lungo spiegare qui. Il calo del barile rappresenta un enorme vantaggio per le nostre aziende (l'Italia è il secondo Paese manifatturiero d'Europa dopo la Germania, con una forte presenza di imprese energivore) che quindi potranno spendere meno, fare più utili, vendere prodotti più competitivi in virtù del loro prezzo più basso. Il greggio più a buon mercato nel 2015 comporterà minori esborsi per le aziende italiane pari a 14 miliardi di euro, un vantaggio superiore a quello che qualsiasi manovra economica potrebbe erogare. Altro elemento importante è la crescita del commercio mondiale, che è già aumentato del 2,7% nel 2013 e del 3,2% nel 2014. Nel 2015 aumenterò del 4,4% e nel 2016 addirittura del 4,5%. Una crescita che aiuta molto le aziende italiane, le migliori delle quali sono esportatrici. Terzo fattore, il cambio euro/dollaro, che nel 2014 è sceso a 1,2 euro per un dollaro, e secondo quasi tutte le previsioni nel 2015-2016 potrebbe calare ancora, rendendo i prezzi dei beni venduti all'estero ancora più competitivi.

Che cosa ci vorrebbe: una politica industriale. Anche se resteremo a galla, insomma, la fine del declino non si intravede nemmeno lontanamente. L'Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia, è l'unico Paese europeo che non ha recuperato i livelli pre-crisi e non sembra nemmeno volerci provare.  Spende in ricerca e sviluppo appena l'1% del pil, mentre la media dei Paesi europei avanzati investe il 3%. Tutto il contrario degli Stati Uniti di Barack Obama, che grazie alla sua ricetta economica si stanno risvegliando alla grande: il loro pil è cresciuto dell'1,9% nel 2013 e del 2,3% nel 2014. In futuro è prevista una ulteriore crescita del 3,2% nel 2015 e del 2,9% nel 2016. Si fa fatica a vedere (anzi a immaginare) un futuro, un cambiamento di passo, una svolta, una speranza.  I Paesi che hanno progredito (Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e, in qualche misura, anche la Francia) in maniera strutturale, aumentando la loro competitività:  hanno tutti seguito una ricetta basata su una chiara visione del futuro; forti investimenti in istruzione; ricerca e sviluppo; significativa presenza dello Stato pur senza alterare la concorrenza, politica industriale per rafforzare la manifattura. Si è lavorato su distretti industriali geograficamente localizzati, con una forte collaborazione con le università. In questi luoghi, sostanzialmente le università, generosamente finanziate dallo Stato, fanno ricerca di base che mettono a disposizione delle aziende del luogo, spesso organizzate con grandi imprese intorno alle quale ruotano piccole e medie e tante start-up. Tutto ciò si chiama politica industriale, e non ha nulla a che fare con il vecchio dirigismo economico e col capitalismo di Stato. Ha invece molto a che fare con lo sviluppo e la modernità.

Senza le fabbriche c'è solo povertà. La ripresa economica trainata dal miglioramento dell'economia globale e da vari fattori esterni favorevoli, potrebbe essere un'eccellente occasione per rafforzare il manifatturiero italiano, che vanta eccellenze mondiali. In tutti i Paesi moderni e in crescita, non a caso, ci sono sforzi di politica industriale finalizzata al rafforzamento delle fabbriche. Solo il manifatturiero - soprattutto se di qualità - può essere il motore principale di una crescita economica sostenibile, in virtù dell'innovazione tecnologica che esso crea e alimenta, e che dalle fabbriche si irradia al resto del sistema Paese. Un'azienda manifatturiera non è fatta solo di macchine. È un sistema cognitivo distribuito, che aumenta ancora di più la sua complessità (e quindi la sua capacità di creare valore economico e sociale) se ruota attorno a tecnologie avanzate. Il gigantesco patrimonio di conoscenza implicita ed esplicita che forma questo sistema cognitivo risiede nella memoria delle persone che ci lavorano (padroni, manager, operai, impiegati, fornitori) in misura uguale, o spesso anche maggiore, dei file che sono depositati in vari computer. Uno dei principali problemi dell'Italia è un 25% di capacità produttiva che è rimasto inutilizzato. Prima della crisi il manifatturiero pesava per il 21% circa del nostro pil, adesso pesa per il 16%. In altre parole, le nostre fabbriche potrebbero facilmente produrre e vendere un quarto dei manufatti in più, ma non lo fanno perché mancano clienti. Solo una politica industriale modellata sulle esperienze di successo fatte all'estero può risolvere questo problema e dare slancio al Paese.
La competitività dipende dall'innovazione, non dal basso costo del lavoro. Oggi, la competitività - ossia il continuare a esistere - di un Paese dipende solo dalla sua capacità di intercettare i cambiamenti in atto. E soprattutto da quanto le sue industrie riescono a innovare. Il manifatturiero è vitale ovunque. Ma lo è particolarmente in Italia, Paese trasformatore da sempre, visto che ha pochissime materie prime e che ne compra abbondantemente dall'estero. Se non rivende all'estero le materie prime trasformate, l'Italia muore. Ecco perché non è più accettabile l'immobilismo della politica italiana sulle scelte strategiche. Ecco perché urge una forte politica industriale.

Renzi: riforme di cartapesta, solo per acquisire consenso. Ma il governo di Matteo Renzi non ha fatto niente di tutto questo. Anche perché, in realtà, una vera politica industriale non la vuole affatto. E' convinto che basti lasciare mano libera alle imprese e poi le cose si risolveranno da sole. Renzi ha solennemente promesso di risolvere il problema dei debiti della pubblica amministrazione con le aziende private, ma nei fatti ha si è adoperato pochissimo per farlo. Il decreto Sblocca Italia ha sbloccato poco o niente. Renzi e i suoi consiglieri economici (in primis Filippo Taddei) sono ancora convinti assertori di una impostazione pseudo neoliberista, basata sull'idea che lo Stato  debba solo arretrare, ridurre la sua presenza e che le imprese, lasciate libere, possano dare il meglio di sé. I suoi interventi economici sostanziali si possono ricondurre a tre filoni: gli 80 euro di aumento retributivo/sconto fiscale dato solo a una certa categoria di dipendenti (spendendo 10,5 miliardi di euro all'anno, che se fossero stati investiti in ricerca e sviluppo avrebbero potuto dare una scossa strutturale significativa); gli sgravi per le assunzioni; il Jobs Act che di fatto abolisce l'articolo 18 e concede una totale libertà in temi di licenziamenti individuali. Anche se Marchionne, in modo tronfio, dice che grazie al Jobs Act farà 1500 assunzioni (e vista la facilità con la quale smentisce i suoi annunci, è legittimo qualche dubbio), in realtà queste "riforme" non spostano niente. Le "riforme" (e le virgolette sono d'obbligo) spostano solo il consenso a favore di Renzi, facendo credere ad alcune categorie sociali di venire incontro ai loro desiderata.  Con la libertà di licenziare, il presidente del Consiglio obbedisce all'Europa (che in realtà chiede la flessibilità del mercato del lavoro nell'ambito di un sistema di ammortizzatori sociali efficaci, che è tuttaltra cosa) e conquista il consenso di pancia dei piccoli imprenditori che godono di questa libertà teorica. Con gli 80 euro (che in realtà non hanno fatto crescere i consumi, e quindi l'economia, nemmeno di mezzo punto percentuale) Renzi fa credere alla classe medio-bassa di aiutarla. Con il Jobs Act, Renzi fa credere a masse di lavoratori precari (che in realtà resteranno precari, anche perché cocopro, cococo e partite iva monocliente non sono state abolite) di dar loro un po' più di stabilità, rendendo possibile un finto contratto a tempo indeterminato. Il "contratto a tutele crescenti", in realtà non offre nessuna tutela crescente, ma solo un modesto idennizzo monetario, che, certo, aumenta un pò nel tempo in relazione all'anzianità di servizio del lavoratore, ma nei fatti non tutela nulla e nessuno. La libertà di licenziare, anzi, potrebbe far diminuire il numero di lavoratori effettivamente occupati. Peraltro, in Italia, la facilità di fare licenziamenti collettivi per motivi economici c'era già. Bastava (e basta) proclamare uno stato di crisi (che si può fare anche con i bilanci in attivo, è sufficiente proclamare la necessità di una ristrutturazione per accrescere la competività) e iniziare una trattativa sindacale per la messa in mobilità, o in cassa integrazione, di un certo numero di lavoratori. In questi anni l'hanno fatto migliaia di gruppi aziendali di tutte le dimensioni.

Nessun nuovo posto di lavoro. Tutto il gioco del Jobs Act e degli incentivi, purtroppo, non crea nessun nuovo posto di lavoro. Le aziende, infatti, assumono nuovi lavoratori "veri" non se questi costano di meno, ma se hanno del nuovo lavoro da far svolgere loro. E il lavoro si crea con nuovi prodotti (resi possibili, non ci stancheremo mai di ricordarlo, soprattutto da significativi investimenti pubblici e privati in istruzione, ricerca e sviluppo) e nuovi mercati. Senza questo, le assunzioni fatte col Jobs Act saranno le stesse assunzioni che ci sarebbero comunque state (o i posti di lavoro che già ci sono) ma vestite diversamente, e con zero tutele reali. Purtroppo, il governo di Renzi non ha fatto assolutamente niente per supportare le imprese nel lancio di nuovi prodotti e nella creazione di nuovi mercati. Ha solo agito per diminuire il valore reale dei salari nel medio e lungo periodo e per facilitare i licenziamenti individuali.
Le "riforme" potrebbero persino accelerare il declino. Sul medio-lungo periodo, poi, la possibilità di facili licenziamenti individuali farà scemare notevolmente il potere dei sindacati nell'ambito delle trattive contrattuali, e quindi farà diminuire il valore reale dei salari. A questo va aggiunta la preferenza accordata ai contratti aziendali a discapito di quelli nazionali. I contratti nazionali di lavoro - pochi forse lo ricordano - servono a tutelare la quota di profitti destinata agli stipendi rispetto a quella destinata agli utili. Riducendo il loro peso, si riduce anche il valore degli stipendi. Il sospetto (forse la certezza) è che si voglia trasformare l'Italia in un Paese che compete non grazie al valore aggiunto dei suoi prodotti di qualità, ma con il costo del lavoro più basso. Il rischio è di diventare, fra qualche anno, un gigantesco museo dell'arte e della gastronomia. Nemmeno gestito troppo bene.

http://www.affaritaliani.it/economia/filippoastone-confindustria-matteorenzi-filippotaddei-manifatturiero-ripresaeconomica3101.html 

#FronteUnicoNo3GuerraMondiale Non dobbiamo arrivare a mors tua vita mea

30 gennaio 2015, 18:25

Mosca avverte: pronte misure di risposta in caso dispiegamento scudo missilistico USA

Generale Valery Gerasimov
Generale Valery Gerasimov

La Russia non può restare indifferente al dispiegamento del sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti ed è costretto a rispondere, ha dichiarato il capo di Stato Maggiore delle forze armate russe, il generale Valery Gerasimov nella riunione del consiglio del dipartimento militare nel Centro nazionale per la gestione della Difesa.

Il sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti è di natura globale, ed elementi del sistema si estendono nella regione asiatico-pacifica, ha rilevato il generale.
"Questo sistema perturba l'equilibrio strategico e la stabilità nel mondo, mina le fondamenta di START-3, in cui si determina l'inestricabile reciprocità delle armi strategiche offensive e difensive," - ha sottolineato Gerasimov.

Il saccheggio della Campania continua, la politica assetata di soldi e potere



Ladri di democrazia. A Napoli Pd e Forza Italia preparano la truffa

  • Contropiano Napol
Ladri di democrazia. A Napoli Pd e Forza Italia preparano la truffa

Pare che il Patto del Nazareno, complice l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, sia entrato in crisi. In Campania invece sembra  più forte che mai. Almeno a leggere Il Mattino di oggi.
Il quotidiano di Caltagirone infatti apre l'edizione locale con la notizia di un accordo tra Forza Italia e PD per inserire un emendamento alla legge regionale elettorale che innalzi lo  sbarramento dal 3 al 10%. Una notizia oggettivamente shock visto che siamo a meno di tre mesi dal voto di maggio che deciderà sulla composizione del nuovo Consiglio Regionale. Mercoledì è il giorno in cui si dovrebbe compiere il blitz con la presentazione del testo firmato da 3 esponenti del centrodestra campano: Nocera (FI), Passariello (FdI) e Marino del Gruppo Caldoro. Le motivazioni addotte parlano di "semplificazione del quadro politico" ma è evidente che gli scopi reali sono altri. Per ora le uniche voci di dissenso dalle stanze istituzionali arrivano dal Movimento 5 Stelle che comunque è dato dai sondaggi ben sopra la soglia del 10. Dal 15 al 20% addirittura.
Ma perchè partiti già sottoposti a un logorio di lungo corso, riguardo l'autorevolezza e la fiducia che suscitano nell'opinione pubblica, si accingono a una così palese violazione delle regole democratiche e dell'etica politica?
Le cause probabilmente sono sia endogene sia esogene. Da una parte si vogliono mettere al loro posto i cosiddetti "cespugli" vicini costringendoli a una alleanza e dall'altra si vuole evitare che giunga qualcuno dall'esterno quale portatore di dissenso o di radicalità sociale. Così i centristi tornano a casa a destra e realtà come Sel e Italia dei Valori tornano a casa dal PD. I veri danneggiati appaiono però quelle formazioni, grillini a parte, che sono fuori dalle alleanze con le 2 grandi coalizioni e che fanno dell'alterità un loro punto costitutivo.
Certo ci sarebbe da aggiungere, al di là delle alchimie percentuali e delle tattiche partitiche, che una soglia del 10% in una elezione regionale con circa 6 milioni di votanti è una abnorme esagerazione che più che semplificare il quadro della rappresentanza lo va a stringere e limitare. Al di là del male che si può pensare della democrazia rappresentativa è però fortemente preoccupante il processo degenerativo che questa ha rapidamente subito negli ultimi anni. Non occorre essere politologi o esperti di trend elettorale per immaginare una situazione sempre più polarizzante e verticale che mortifica alla radice qualsiasi tentativo di portare nei palazzi del potere le istanze e le contraddizioni del mondo reale.
Si pensi infatti al caso di “Maggio”, la costituenda coalizione sociale e politica che sta discutendo da settimane, tramite assemblee e incontri sui territori campani, di presentare una lista elettorale che vada ad occupare gli spazi lasciati liberi da una sinistra inadempiente e lo faccia dando voce e spazio ai protagonisti delle lotte sociali e delle vertenze territoriali. Ecco: per un esperimento quale Maggio questa notizia, almeno sul piano elettorale, sarebbe un brutto colpo. Certo rimangono le lotte sui territori, le lotte dei lavoratori, il dissenso sociale da organizzare, ma è pur vero che sembra proprio un tentativo interessante quello di rimescolare le carte con un'alleanza politica e sociale tra soggetti abituati a fare e organizzare lotte e  che aggrediscano dal basso il difficile tema della rappresentanza. Nelle prossime ore è atteso un comunicato in merito del progetto politico, "Maggio", che probabilmente l'elevamento della soglia di sbarramento punta a segare sul nascere.
Non è difficile presagire che la seduta del consiglio regionale di mercoledì sarà alquanto infuocata. Non tanto per i grillini, che si limiteranno alle loro creative ma inoffensive proteste, ma per la contestazione esterna che molto probabilmente verrà inscenata.
Ne sapremo di più nei prossimi giorni ma appare impossibile che in un territorio quale quello campano, dove l'autunno delle lotte sociali e sindacali è stato assai frizzante, possa passare senza contestazioni un così smaccato scippo alla democrazia.
Vedremo insomma se Caldoro e PD hanno fatto bene i loro conti oppure se è un blitz destinato all'insuccesso. Certo ingenuamente ancora un po' ci sorprende la protervia e la  relativa leggerezza di questi signori nel lavorare così alacremente alla soppressione degli spazi di democrazia e dissenso.
Forse il "vento greco" non soffia ancora da queste parti, per quello occorrono le lotte di massa, ma inizia a fare sentire i suoi effluvi. E una certa classe politico-imprenditoriale inizia ad avere paura. In Grecia un partito del 40% come il Pasok è crollato al 5 in pochi anni. Così incapaci di rimuovere le cause sociali che hanno dato vita a fenomeni quali Syriza e Podemos vogliono limitare l'accesso alla rappresentanza politica.
La crisi in Campania morde duro e la Grecia è davvero vicinissima (anche come numero di abitanti tenendo conto del nuovo piano delle Macro Aree) . Aspettiamo insomma. La partita non è chiusa.

http://contropiano.org/politica/item/28873-ladri-di-democrazia-a-napoli-pd-e-forza-italia-preparano-la-truffa?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter 

#CharlieHebdo primo atto e secondo atto

Gli “strani” fratelli Kouachi: dall’indirizzo sbagliato all’ostaggio fantasma

Alessandro Palmesino

Cherif e Said Kouachi, uccisi in un blitz della polizia
Cherif e Said Kouachi, uccisi in un blitz della polizia

Genova - Nelle ore tragiche dell’attentato al Charlie Hebdo, e in quelle che sono seguite, con la drammatica caccia all’uomo, tante stranezze - al limite del surreale - hanno circondato le mosse dei due killer, i fratelli Cherif e Said Kouachi.
- Nel giorno dell’attentato, il 7 gennaio, i tre terroristi sono arrivati a bordo di una automobile C3 ad alta velocità nella zona del giornale, investendo un ciclista. 
 
- Subito hanno sbagliato indirizzo e si sono fermati al numero 6 per poi spostarsi nella sede della redazione al civico 10.

- Non potevano entrare in redazione perché le porte sono blindate e protette da codici numerici. Per “loro fortuna” hanno incrociato una disegnatrice, Corinne Rey detta Coco, che abita anche lì. L’hanno minacciata riuscendo così a farsi aprire ed entrare.

- Una volta dentro, hanno chiesto “dov’è Charb” (Stephane Charbonnier, il direttore), per poi fare fuoco praticamente su tutti quelli che hanno visto, incluso personale di manutenzione e amministrativo che nulla aveva a che fare con la redazione del giornale.

- Sono poi saliti su una Citroen nera gridando “Allah è grande, abbiamo vendicato il profeta” e durante la fuga si sono scontrati per tre volte con pattuglie della polizia, uccidendo poi un agente. Dopo aver ucciso a freddo il poliziotto, uno dei due ha perso una scarpa, che ha recuperato tranquillamente.

- Sempre al grido di “Allah è grande”, hanno dovuto sostituire la loro auto danneggiata, lasciando incredibilmente un documento d’identità dentro l’abitacolo.

- Si sono avvicinati a una Clio grigia dove, qualificandosi come “Al Qaida Yemen”, hanno imposto al guidatore, un anziano,di scendere. L’uomo ha chiesto di poter portare con sé il cane: richiesta che è stata accolta.

- Il giorno dopo, la loro auto è stata avvistata da più di un testimone mentre si aggirava - apparentemente senza una meta precisa - a Nord Est di Parigi. A bordo i due fratelli, camuffati e che non hanno nemmeno nascosto le armi, tra cui un lanciarazzi, chiaramente visibile sul sedile posteriore.

- Il terzo giorno, occupano una tipografia senza nemmeno rendersi conto di avere un ostaggio, un dipendente che si è nascosto in uno scatolone, riuscendo pure a comunicare via cellulare con la polizia.

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2015/01/09/ARBZbd8C-sbagliato_indirizzo_fratelli.shtml

Gorbaciov, la Consorteria Guerrafondaia Statunitense vuole la terza guerra mondiale

Gorbachev su Usa: "Hanno perso la testa? Rischiamo vera guerra"

"Non posso più affermare che questa Guerra Fredda non ci porterà a una "Guerra Calda".
Mikhail Gorbachev, 83 anni, ultimo presidente dell'Urss, si scaglia contro gli Usa: "Ma hanno perso la testa?". Rischio di una vera e propria guerra.
Mikhail Gorbachev, 83 anni, ultimo presidente dell'Urss, si scaglia contro gli Usa: "Ma hanno perso la testa?". Rischio di una vera e propria guerra.
 ROMA (WSI) - "Ma hanno perso la testa?". Gli "Stati Uniti ci hanno già trascinati in una nuova Guerra Fredda, tentando di dimostrare la loro idea di trionfalismo". Sbotta Mikhail Gorbachev, 83 anni, ultimo presidente dell'Urss, in un'intervista rilasciata all'agenzia di stampa Interfax e riportata dal sito Commondreams.org.

Non è la prima volta che l'ex segretario del Partito Comunista dell'Unione sovietica, passato alla storia per aver lanciato riforme come la perestrojka e la glasnost - che si tradussero nella fine dell'URSS e nella riunificazione della Germania - si mostra seriamente preoccupato per le tensioni geopolitiche legate alla crisi in Ucraina.

E, in particolare, a come l'Occidente sta gestendo la situazione.

Già nel novembre del 2014, aveva avvertito: "Il mondo è sull'orlo di una nuova Guerra Fredda". Successivamente, aveva detto che "una guerra di questo tipo potrebbe scatenare un conflitto nucleare", sperando che nessuno avrebbe "perso i nervi".

L'ultimo suo avvertimento, arrivato poche ore fa, è ancora più spaventoso: "Cosa dobbiamo aspettarci? Purtroppo, non posso essere sicuro sul fatto che questa Guerra Fredda non si trasformerà in una Guerra 'calda'. Temo che (gli Usa) potrebbero prendere questo rischio".

E ancora: "Tutto ciò che sentite riguarda le sanzioni contro la Russia da parte dell'America e dell'Unione europea. Hanno perso totalmente la testa?".

Le tensioni tra Usa e Russia preoccupano anche gli esperti di relazioni internazionale degli Stati Uniti. In questo caso, l'allarme è sulla possibilità di una nuova Guerra Fredda (che quindi a loro avviso non si sarebbe ancora concretizzata). A loro avviso, la probabilità che è del 38%; per i cittadini americani, invece, la probabilità che NON ci sia il conflitto è del 48%. I dati provengono da un sondaggio condotto alla fine di gennaio da, progetto Teaching, Research, and International Policy (TRIP) del College of William and Mary, in collaborazione con la rivista Foreign Policy.

In Russia, invece, un terzo della popolazione ritiene che il loro paese sia in rotta di collisione con gli Stati Uniti. (Lna)

http://www.wallstreetitalia.com/article/1800031/gorbachev-su-usa-hanno-perso-la-testa-rischiamo-vera-guerra.aspx

Varoufakis, nessuno si è mai presentato a Bruxelles parlando così, neanche il pagliaccio nostrano

Noi ve lo diciamo così come è stato riportato.
Oggi il ministro delle finanze greco, Varoufakis, ha incontrato il capo dell'Eurogruppo, Djisselbloem. Durante la conferenza stampa Varoufakis ha praticamente "trollato" l'olandese per tutto il tempo. Gli rideva in faccia, lo sbeffeggiava...
Il tutto sublimato da questo botta e risposta.
Djisselbloem: "Stai uccidendo la Troika!"
Varoufakis: "Ah si? Wow!".
Ma c'è stato anche l'incontro Schulz - Tsipras.
Come riporta Zerohedge, Schulz è stato visto uscire "nervosissimo e pallido in volto".
Schulz dall'alto del suo "Non ci sono elefanti rosa che sanno suonare la tromba" ha ricevuto in risposta da Tsipras il seguente discorso:
"Signor Schulz, la Germania ha fatto fallire il mio paese ed in questo memoriale ci sono tutti gli scandali con le prove necessarie: la Siemens, i treni, i sommergibili, le società di costruzioni, le evasioni fiscali e la continua immunità concessa per questi delitti. La lista Lagarde (attuale dirigente del FMI) sempre tenuta nascosta dai precedenti governi con il consenso della Germania. E questa non è la sola lista.
Se voi, che avete provveduto al finanziamento delle banche, aveste invece insistito per il controllo finanziario degli industriali miliardari invece di buttare i soldi nella spazzatura, si sarebbe potuto varare un programma di salvataggio della Grecia.
Non è possibile che si licenzino 400 donne delle pulizie e che si lascino impuniti i grandi evasori fiscali che hanno sottratto miliardi di euro. Non è Lei a conoscenza di questo, signor Schulz?
Noi possiamo portare la signora Merkel davanti al Tribunale alla Corte di giustizia dell’Aja per aver causato l’impoverimento del popolo greco, dimostrando il coinvolgimento della Germania nel Business dei tedeschi con i magnati greci.
Una poverta’ che consegue alla distruzione del nostro paese sia durante la guerra, sia in seguito visto che la Germania ci ha imposto, in pratica, gli uomini politici e i governi nel nostro paese”.
Da parte nostra ripetiamo: non conosciamo Tsipras, il confine tra l'essere un incosciente, uno stupido e un complice in questi casi è molto sottile. Però è oggettivo che finora nessuno si è mai presentato a Bruxelles parlando così, cioè come qualsiasi capo di governo di un paese che non sia la Germania o la Finlandia dovrebbe presentarsi alla luce dei disastri fatti con le politiche economiche europee dal 2008 in poi.
Non vorrà uscire dall'euro, o forse sta solo facendo finta di non volerlo, o forse non vuole davvero uscire ma facendo così si farà buttare fuori. Non conosciamo Tsipras ma abbiamo avuto occasione di ascoltare più volte il ministro Varoufakis e il deputato economista Lapavitsas, e sappiamo che loro sanno, sanno mooooolto bene cosa si deve fare....
Resta il fatto che in questi anni abbiamo sentito i vari Hollande-Renzi e compagnia dire "battiamo i pugni sul tavolo" e poi uscirsene con "rispettiamo il 3% del deficit" e abbaiate varie, scodinzolando amorevolmente.
Ecco, cari idioti, i pugni sul tavolo si battono così!!
A prescindere da Tsipras, da destra-sinistra, da scettici o fiduciosi e da chi abbia le colpe maggiori, in questi giorni i greci forse si stanno rendendo conto che non era vero che si meritavano tutto, che non era vero che stavano morendo perché avevano "vissuto al di sopra delle possibilità", che non era vero che la Troika era lì per il loro bene, tutte cose che fino alla scorsa settimana si sentivano continuamente dire in faccia da tutti, soprattutto dai politici che fino ad allora li avevano guidati.
In attesa del resto e in attesa di capire se Tsipras, oltre ad essere bravo con le parole saprà anche poi fare le scelte giuste, almeno il popolo greco sta avendo un riscatto "morale", ed è già qualcosa.
Poi va beh, lo Tsipras italiano è Vendola, o forse Ferrero, o forse Civati, o comunque qualcuno che sosta nell'area che va dalla sinistra PD (LOL) passando per SEL (LOLLISSIMO) e Rifondazione Comunista (non sprechiamo nemmeno il LOL), quindi se per caso qualcuno che appartiene a quell'area politica dovesse leggere questo post, consigliamo il ghiaccio sulle palle...

https://www.facebook.com/BastaEuroLegaNord/posts/376881439139963 

Grecia, disoccupazione 25,5%

Gli obiettivi di Syriza dopo la vittoria delle elezioni in Grecia

Di Giorgio Cuscito (Limes)

Carta di Laura Canali
mercoledì 28 gennaio 2015 22:40 - ultimo aggiornamento 22:47
Ora che il partito di sinistra Syriza ha vinto nettamente le elezioni in Grecia, il suo leader e nuovo premier Alexis Tsipras vuole porre fine all’era dell’austerità voluta dalla Commissione europea, dalla Bce, e dall’Fmi (la cosiddetta troika). Soprattutto, Tsipras intende rinegoziare il debito di Atene, ma difficilmente Bruxelles acconsentirà a un parziale cancellamento dello stesso.
I risultati elettorali
Le elezioni legislative greche si sono svolte il 25 gennaio, in anticipo rispetto al previsto. Il 29 dicembre scorso, infatti, il parlamento ellenico non è stato in grado di eleggere il nuovo presidente. Per questo motivo, conformemente alla costituzione, sono state indette nuove elezioni.   
Syriza (acronimo di “Coalizione della sinistra radicale”) ha ottenuto 149 seggi su 300 e, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta in parlamento, ha optato per un’insolita coalizione di governo con Grecia indipendente, partito della destra nazionalista. Le due fazioni politiche hanno in comune solo l’intenzione di porre fine alla politica di austerità e il sentimento anti-troika. Nuova democrazia, il partito conservatore dell’ex primo ministro Antonis Samaras ha ottenuto 76 seggi ed è la principale forza di opposizione. Alba Dorata, partito neonazista, ne ha guadagnati 17, a pari merito con To Potami (Il fiume) che è europeista.
L’aumento dei voti a favore dei partiti anti-sistema evidenzia il malcontento dei greci verso l’operato del governo di Samaras durante la crisi economica. In campagna elettorale, l’ex primo ministro aveva detto che se avesse vinto Tsipras il paese avrebbe rischiato di uscire dall’Eurozona. L’ammonimento non ha scoraggiato gli elettori.
Syriza, nato nel 2004 come coalizione di partiti e politici indipendenti, oggi è il primo partito anti-austerity a prendere le redini di un paese dell’Eurozona e Tsipras, 40 anni, è il premier più giovane della storia della Repubblica ellenica.

I problemi della Grecia
La Grecia è stato il paese più colpito dalla crisi finanziaria cominciata nel 2008. Nel 2010, la troika ha approvato un piano di salvataggio da 110 miliardi di euro per scongiurare l’insolvenza, cui ha fatto seguito due anni dopo una seconda tranche da 130 miliardi (240 miliardi in totale). In cambio, Atene ha dovuto adottare una politica di austerità basata su aumento delle tasse, congelamento delle pensioni statali, divieto di pensionamento anticipato, taglio dei salari governativi, riforme strutturali e privatizzazione dei beni pubblici.
Nonostante il piano di salvataggio, la Grecia oggi fa i conti con un debito pubblico totale pari a 322 miliardi di euro, di cui il 60% è detenuto dai governi dell'Eurozona (l’Italia ha prestato ad Atene circa 40 miliardi), il 10% all'Fmi, il 6% alla Bce.
Dopo sei anni, alla fine del 2013, il paese è uscito dalla recessione e nel terzo trimestre del 2014 il pil ha registrato una crescita dello 0.7%. Tuttavia, larga parte dei cittadini non ne percepisce ancora i benefici. Il tasso di disoccupazione è del 25.5% (quello giovanile del 49%) e circa il 35% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Le mosse di Tsipras
Tsipras ha affermato in più occasioni di sostenere la permanenza della Grecia nell’euro. Tuttavia, intende porre fine all’era dell’austerità e, soprattutto, rinegoziare i termini di pagamento del debito per stimolare la crescita economica e l’occupazione nel suo paese.
Due giorni dopo le elezioni, Atene ha annunciato che fermerà la privatizzazione del 67% del porto del Pireo. La Cosco Group, società cinese che fornisce servizi di trasporto e logistica e che lì gestisce già due pontili di carico, era tra i potenziali acquirenti. La privatizzazione è una delle misure imposte dalla troika.
Durante la campagna elettorale, Tsipras ha promesso di eliminare la corruzione nel sistema politico greco, rinnovare l’amministrazione pubblica, ridurre la pressione fiscale sulla classe media e intervenire contro l’evasione fiscale. In più, vorrebbe alzare il salario minimo e reintrodurre i contratti collettivi nazionali aboliti con l’accordo con la troika.

La difficile negoziazione con la troika
Bruxelles potrebbe offrire ad Atene tassi d’interesse più bassi, ma è improbabile che cancelli parte del debito. Del resto pare che l’Ue abbia già rinviato il pagamento nei suoi confronti al 2020. Ciò spiega la riluttanza della Bce e della commissione Ue a concedere di più. Inoltre, nuove agevolazioni incoraggerebbero altri paesi indebitati a pretendere lo stesso trattamento senza fare le riforme su cui insistono Bruxelles e Francoforte. Infine si agevolerebbe l’ascesa di partiti come lo spagnolo Podemos, guidato da Pablo Iglesias, con cui Tsipras ha una certa affinità. Non a caso, Iglesias era sul palco durante il comizio di fine campagna elettorale del neo eletto premier greco. Insomma, per ottenere ulteriori tagli, Tsipras dovrebbe rivolgersi all’Fmi.
Se il premier greco continuasse a rispettare i piani della troika, incasserebbe altro denaro indispensabile per rispettare le prossime scadenze del debito. Tuttavia, ciò richiederebbe il proseguimento delle riforme strutturali in Grecia e contraddirebbe uno dei punti cardine della sua campagna elettorale. In caso contrario, il paese si priverebbe di quel sostegno esterno utile a prevenire il collasso dell’economia.
Il fatto che il governo greco abbia manifestato la sua contrarietà a nuove sanzioni Ue contro la Russia a causa della crisi in Ucraina non agevola certamente il dialogo con Bruxelles. 

http://www.tvsvizzera.it/radio-monteceneri/Cartacanta/Gli-obiettivi-di-Syriza-dopo-la-vittoria-delle-elezioni-in-Grecia-3640753.html#

Russia, Grecia, Ungheria, “si spara in un piede”


Le relazioni pericolose tra Grecia e Russia: “Da Atene nessun interesse a imporre le sanzioni”

Alcuni membri di primo piano del nuovo esecutivo hanno rapporti forti con l’entourage di Putin. E lo scorso anno Tsipras accusò l’Ucraina di aver imbarcato “neonazisti” nel governo
AFP
Il primo ministro greco, Alexis Tsipras
30/01/2015 tonia mastrobuoni inviata ad atene 
 
Poco dopo aver giurato come primo ministro, Alexis Tsipras ha alzato il telefono e ha chiamato Federica Mogherini, lamentandosi di non essere stato consultato per il comunicato sulle sanzioni europee contro la Russia. E ieri, dalla prima riunione brussellese dei ministri degli Esteri, sull’estensione delle sanzioni è emersa una posizione faticosamente unanime, dopo che il ministro dell’Energia Lafazanis aveva spaventato i partner europei con una dichiarazione che suonava così: “la Grecia non ha alcun interesse a imporre sanzioni alla Russia”.

E’ sufficiente ricordare alcune esternazioni di Tsipras, che l’anno scorso aveva accusato l’Ucraina, durante un viaggio a Mosca, di aver imbarcato “neonazisti” nel governo, per capire che la posizione del nuovo governo greco sulla Russia è destinata a far discutere. La prima persona invitata dal premier per un colloquio nella sede del governo, lunedì scorso, è stato Andrey Maslov, l’ambasciatore russo.
La fuga in avanti sulle sanzioni contro Mosca dei giorni scorsi, dunque, non è solo tattica, non deriva solo dal fatto che i greci hanno tutto l’interesse a tenere anche questo fronte aperto per negoziare condizioni economiche migliori di quelle imposte sinora dalla troika. Alcuni membri di primo piano del nuovo governo hanno rapporti forti con l’entourage di Vladimir Putin. E pazienza se si tratta di personaggi a dir poco ambigui e di fede politica opposta rispetto ai leader della sinistra radicale greca.

Forse qualcuno nel nuovo governo greco sogna davvero il polo cristiano-ortodosso tra Russia, Grecia e Serbia vaticinato da Samuel Huntington nel suo “Scontro delle civilità”. Del resto, uno dei pochi punti che accomuna i due partiti al governo, la sinistra radicale di Syriza e la destra ultrareligiosa di Anel, è la dichiarata vicinanza alla Russia di Putin. Ma se si volesse aggiungere un tassello (non cristiano ortodosso) alla nuova sfera di influenza russa in Europa, basterebbe ricordare l’Ungheria, dove il premier, Viktor Orban, ha usato casualmente la stessa frase di Tsipras, l’anno scorso, per descrivere le sanzioni contro Mosca. L’Europa, hanno sostenuto entrambi, “si spara in un piede”.

Il nuovo ministro degli Esteri greco, Nikos Kotzias, è molto legato a uno dei principali consiglieri di Putin, Aleksandr Dugin. Intervistato l’anno scorso dal sito di Alba dorata, il professore russo ha condannato la “demonizzazione” dei neonazisti greci e ha sostenuto che “rappresentano gli interessi dei greci, un fatto grandioso”. Simpatie che non hanno impedito al politico di Syriza di invitare il teorico dell’”Eurasia” a parlare delle sue deliranti tesi ad Atene, negli anni scorsi. In ogni caso, una delle prime dichiarazioni di Kotzias, da neo ministro, è stata che “chiunque pensi che a causa del debito rinunceremo a partecipare al dibattito europeo, si illude”.

Un altro habitué dei circoli putiniani è il capo degli Indipendenti Greci (Anel), Panos Kammenos, neo ministro della Difesa. I suoi viaggi a Mosca sono frequenti: l’ultimo è di qualche settimana fa, quando ha incontrato il capo della commissione Affari esteri della Duma. Il miliardario Konstantin Malofeyev sostiene di essere un intimo amico del leader ultranazionalista greco. Al Financial Times, Maloveyev ha raccontato che la Grecia “ha vissuto asservita alla trojka. Ora ha tutto l’interesse, pr il bene dei greci e dell’economia greca, mantenere buoni legami con la Russia”. Auspicabilmente, senza imitarne troppo il modello di democrazia.

http://www.lastampa.it/2015/01/30/esteri/le-relazioni-pericolose-tra-grecia-e-russia-da-atene-nessun-interesse-a-imporre-le-sanzioni-TcOzMnRp3A88crj5I5aVkO/pagina.html

Yanis Varoufakis

Chi è Yanis Varoufakis, il nuovo ministro del Tesoro greco

Faccia da boxeur, fama da Keynes con un tocco di Marx e idee molto chiare su come salvare la Grecia, e l’Europa, ridiscutendo il superdebito: l’identikit del matematico diventato economista per caso
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Se la dovrà vedere col mostro a tre teste della Troika: UE, Banca centrale europea e, soprattutto, Fondo monetario internazionale. Dalla sua Yanis Varoufakis ha la fama di duro,  falco come lo definisce in questi giorni la stampa internazionale senza forse coglierne ogni sfumatura, e l’aspetto così informale da aver giurato, il giorno dell’insediamento del nuovo governo greco di Alexis Tsipras, con la camicia fuori dai pantaloni. E pure lui, come il capo, rigorosamente senza cravatta. Ma anche un curriculum molto interessante, che va dalla Lyndon B. Johnson School of public affairs di Austin, Texas – sua ultima cattedra da visiting professor – alla precisa rivendicazione del credo marxista comunista passando per il dottorato in economia all’università dell’Essex, dove ha iniziato a insegnare nel 1982 per poi traslocare a Cambridge.
È di questo cinquantatreenne dal volto boxeur e dal doppio passaporto – ha anche quello australiano – la pesante formula di waterboarding fiscale di cui il neopremier di Atene si è più volte servito in campagna elettorale per corroborare la tesi secondo la quale è necessario rivedere da cima a fondo l’enorme debito contratto dai precedenti governi con i vicini europei ma anche e soprattutto con l’istituzione guidata da Christine Lagarde. Un atteggiamento, ha aggiunto con una certa efficacia narrativa rispetto alla continua pressione sui conti, che rischia di trasformare l’Europa in un “riformatorio vittoriano”. A onor del vero, per ora la Grecia ha a che fare principalmente proprio con la lady di ferro francese e i suoi collaboratori, più che con Angela Merkel e compagnia: l’esposizione verso i governi Ue inizierà a essere pagata fra qualche anno.
Meno austerità e più espansione, programma di solidarietà sociale di emergenza, trasformazione del debito greco (che si aggira sui 320 miliardi di euro, 17 da onorare solo quest’anno) in una specie di bond-monstre a scadenza illimitata, da pagare quando il Paese sarà tornato a crescere stabilmente, e dagli interessi tagliati per evitare una spaventosa Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro.
Queste le tesi di Varoufakis, “teologo ateo nascosto in un monastero medievale” per sua stessa definizione, che vanta numerosi rapporti internazionali di peso come quello con James Galbraith, figlio dell’economista di JFK John Kenneth Galbraith. Col superliberal Usa ha fra l’altro firmato la versione aggiornata al 2013 di un pamphlet intitolato Una modesta proposta per uscire dalla crisi dell’euro originariamente pubblicato nel 2010 con il solo coautore Stuart Holland.
Ma è forse nel Minotauro globale-L’America, le vere origini della crisi e il futuro dell’economia globale, uscito nel 2012, che ha messo nero su bianco la sua considerazione del sistema economico internazionale, incentrato sui bisogni esclusivi degli Stati Uniti – che sbranano, come il mezzo toro e mezzo uomo del mito greco, chiunque finisca nel loro labirinto – e le cui strategie sono state duplicate, nel Vecchio continente, dalla Germania.
Il rapporto con Tsipras dell’”economista accidentale” dalla parlata diretta e precisa – le cui posizioni sono documentate dai post del suo blog aperto dal 2008 e che almeno per il momento non ha voluto chiudere ma da cui stanno però saltando fuori considerazioni di qualche anno fa non troppo lusinghiere sui contenuti del programma di Syriza – inizia a sbocciare intorno al 2000.
È in quell’anno che Varoufakis, alla perenne ricerca di una seconda patria scevra di tiranni neoliberisti, rientra dall’Australia (dove pure aveva insegnato dopo aver lasciato l’Inghilterra nel 1988 e dove ha avuto una figlia) e diventa preside della facoltà di economia dell’università di Atene. Nel frattempo, ha dato una mano anche all’ex premier socialista George Papandreou: era in fondo organico al Pasok, partito oggi sostanzialmente estinto, e il salto a Syriza è avvenuto solo una decina di anni più tardi.
Continuerò a pubblicare sul blog anche se normalmente queste forme di comunicazione sarebbero considerate irresponsabili per un ministro delle Finanze – ha scritto un paio di giorni fa il neoministro, fra l’altro appassionato di Harley Davidson – ovviamente scriverò meno e più brevemente ma spero di poter compensare con opinioni più succose, approfondimenti e commenti”.
In queste ore, blog a parte, ha fatto molto chiacchierare anche la sua esperienza, a dire il vero relativamente breve – un paio d’anni – con la grande casa di produzione di videogiochi Valve per cui è stato consulente. Il boss della software house di Seattle, Gabe Newell, l’ha infatti contattato per mettere mano al delicato sistema di pagamento sia sulla piattaforma online Steam che all’interno dei titoli di propria produzione, da Half-Life a Dota 2.
Il problema dell’amministrazione greca, stando agli immediati obiettivi di Tsipras, si muove intorno a questioni molto concrete: salute, cibo, elettricità, casa. Lo spazio per queste manovre dovrà trovarlo proprio Varoufakis, trattando con le eminenze del Vecchio continente e di Washington. Ma certo anche l’esperienza nell’economia dei beni virtuali – quella per cui con i crediti di una piattaforma si acquistano oggetti digitali da utilizzare in certi giochi, specie quelli freemium – potrebbe tornare utile. In ogni caso, lo vedremo presto in Italia: ha annunciato che sarà a Roma la prossima settimana per incontrare il suo omologo tricolore Pier Carlo Padoan.
Intanto vale la pena seguire questo “Keynes con un pizzico di Marx”, come l’ha definito un articolo del Guardian, su Twitter, dove raccoglie il doppio dei seguaci di Tsipras.

http://www.wired.it/attualita/politica/2015/01/29/yanis-varoufakis-ministro-tesoro-greco/

Syriza mantiene il punto e gli europoidi pestano acqua


Grecia, Varoufakis: “Non parlo con troika”. Dijsselbloem: “No azioni unilaterali” 
 
Zonaeuro

Il negoziato sul debito è in stallo: il nuovo ministro delle Finanze del governo Tsipras non riconosce i funzionari di Bce, Ue e Fmi come interlocutori, mentre il presidente dell'Eurogruppo e il vicepresidente della Commissione, Katainen, continuano a chiedere il rispetto degli impegni. Secondo l'agenzia Fitch un accordo è nell'interesse di tutti, ma le trattative potrebbero durare mesi

di F. Q. | 30 gennaio 2015

Gelo – come previsto – tra il nuovo governo e i vertici europei nel giorno della visita ufficiale ad Atene del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. L’esecutivo di Alexis Tsipras non riconosce la troika come legittimo interlocutore nei negoziati sul programma di salvataggio della Grecia, ha detto il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis: “Non abbiamo intenzione di lavorare con un comitato che non ha ragione di esistere, anche nella prospettiva del Parlamento europeo”. Non solo: Varoufakis ha messo in chiaro che, come promesso da Tsipras in campagna elettorale, non intende chiedere l’estensione del programma di salvataggio concordato con il Fondo monetario internazionale, la Ue e la Bce. “Questa piattaforma – ha ricordato l’economista greco-australiano – ci ha permesso di ottenere la fiducia del popolo greco. Il nostro primo atto di governo non sarà quello di respingere la base delle contestazioni a questo programma attraverso la richiesta di estenderlo”.

Immediata la replica del presidente dell’Eurogruppo, secondo cui “ignorare gli accordi non è la giusta strada da prendere” e “con azioni unilaterali non potrà esserci sviluppo”. Comunque “tocca al governo greco scegliere la sua linea e allora potremo procedere”. I passi successivi “saranno decisi prima della fine del programma, a fine febbraio”. Sulla stessa linea il vice presidente della Commissione europea Jyrki Katainen, che ha invitato Atene ad attenersi alle riforme su cui si era accordata con i creditori anche perché “prima le applicherà, prima si creeranno nuovi posti di lavoro”. “Ci aspettiamo che rispettino tutti gli impegni che hanno promesso di mantenere”, ha detto all’emittente tedesca Deutschlandfunk.

La situazione è dunque in stallo, e appare difficile che il negoziato proceda abbastanza rapidamente da concludersi prima del 28 febbraio quando scade il programma di aiuti con la parte europea dei creditori internazionali. Senza accordo, la Ue potrebbe non versare l’ultima rata, indispensabile per permettere al governo di dare il via ai primi interventi previsti dal suo programma, come l’aumento del salario minimo e la sanità gratuita per i disoccupati.

Nonostante tutto, però, l’agenzia di rating Fitch ha diffuso un rapporto secondo il quale un’intesa tra la Grecia e i creditori è possibile perché entrambe le parti hanno un “forte interesse” a chiudere sventando così i rischi di perdite per i creditori e soprattutto l’uscita del Paese dall’euro. Eventualità, quest’ultima, che ora Fitch ritiene meno probabile che nel 2012. Ma “i negoziati potrebbero durare mesi”, avverte l’agenzia, aggiungendo che “è difficile prevedere il contenuto di un eventuale accordo” e “se non ci saranno progressi nelle trattative e le condizioni economiche dovessero peggiorare potremmo tagliare il rating” della Grecia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/30/grecia-varoufakis-non-parlo-troika-dijsselbloem-azioni-unilaterali/1384623/

La Russia, paese Sovrano, aumenta e diminuisce i tassi nel giro di pochi mesi a secondo le convenienze, mentre l'Italia è intrappolata nell'Euro


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Decisione inaspettata: Banca centrale russa taglia tassi, rublo KO

La valuta precipita oltre 70 nei confronti del dollaro e oltre 80 nei confronti dell'euro.
Il rublo si deprezza oltre 70 nei confronti del dollaro dopo la decisione inattesa della Bank of Russia di tagliare i tassi al 15%.
Il rublo si deprezza oltre 70 nei confronti del dollarodopo la decisione inattesa della Bank of Russia di tagliare i tassi al 15%.

 ROMA (WSI) - Una decisione sicuramente inattesa, dal momento che il rublo è reduce da forti crolli e l'inflazione è decisamente alta. Ma la Banca centrale russa ha deciso di tagliare i tassi dal 17% al 15%, e immediata è stata la reazione del rublo, che è precipitato oltre 70 nei confronti del dollaro e oltre 80 verso euro.

Per questo, soltanto uno dei 32 economisti intervistati da Bloomberg aveva previsto un calo dei tassi, addirittura fino al 9,75%. Il resto si era espresso per tassi invariati.

Dal comunicato della Bank of Russia si legge: "Ulteriori pressioni inflazionistiche saranno contenute a causa del rallentamento dell'attività economica". Il rialzo dei tassi di emergenza dello scorso mese è d'altronde "risultato in una stabilizzazione dell'inflazione".

La riduzione dei tassi, dunque l'adozione di una politica monetaria espansiva, si spiega con la necessità di risollevare prima di tutto i fondamentali dell'economia. Nel 2014, il Pil russo dovrebbe essere cresciuto non più dello 0,5%, e per i primi sei mesi del 2015 la Banca centrale prevede un calo del Pil -3,2%. (Lna)

http://www.wallstreetitalia.com/article/1800030/decisione-inaspettata-banca-centrale-russa-taglia-tassi-rublo-ko.aspx

Grecia, il salario minimo sarà aumentato da 550 a 751 euro al mese


“I mercati si sono svegliati rispetto al rischio nucleare finanziario greco”. A. Evans-Pritchard

 
Fonte l’Antidiplomatico – “Che sia una sinistra rivoluzionaria o una destra sovranista, è difficile non simpatizzare con questa rivolta”.
 
I mercati si sono svegliati al rischio finanziario nucleare greco: le azioni bancarie ad Atene sono crollate del 44% da quando Alexis Tsipras è salito al potere, con il preciso mandato di sfidare la struttura del potere europeo. Lo scrive Ambrose Evans-Pritchard.
Contrariamente alle aspettative di molti, Tsipras non si è distaccato dalla lunga lista di campagna che impegna la rottura dei termini dell’accordo Grecia-Troika, il famigerato Memorandum e quindi messo il paese in piena collissione con Bruxelles e Berlino.
Il neo-premier greco ha dichiarato al suo gabinetto che si può negoziare sulla quantità dell’allegerimento del debito, ma non si abbondeneranno le promesse centrali della campagna elettorale. “Non cercheremo una soluzione catastrofica, ma non acconsentiremo una politica di sottomissione”, ha dichiarato. L’accordo di coalizione con un partito nazionalista ancora più ostile alla Troika è un messaggio chiaro alla Germania e agli altri paesi creditori di non permettere la rottura dell’unione monetaria dopo aver impegnato 245 miliardi di euro con l’illusione di trovare una soluzione.
“Bloccheremo ogni privatizzazione”, ha dichiarato Panagiotis Lafazanis, leader della piattaforma della Sinistra marxista, il principale blocco dell’involucro Syriza. I piani di vendere l’azienda energetica PPT e il porto del Pireo sono stati bloccati: il salario minimo sarà aumentato da 550 a 751 euro al mese come prima decisione del governo, un esplicito rigetto dei termini dell’austerità della Troika.
Il ministro delle finanze della Francia ha escluso un ulteriore allegerimento del debito greco e ha insistito che le pendenze del paese non possono essere a carico del resto della zona euro. Stiamo testimonindo una rivolta in corso. Mai prima di ora l’elite al potere della zona euro ha dovuto fronteggiare una tale sfida su tutti i fronti. E, sottolinea Ambrose Evans-Pritchard, non hanno ancora dovuto affrontare la lingua tagliente di Yanis Varoufakis, un noto critico dell’ideologia degli anni ’30 che ha prodotto la trappola debito-deflazione e il “waterboarding fiscale”.
Varoufakis, in un’intervista precedente alle elezioni al Columnist del Telegraph, ha dichiarato che Syriza non capitolerà anche se la Bce minacciasse di tagliare i 54 miliardi di euro di liquidità a garanzia del sistema bancario, una scelta che forzerebbe la Grecia alla nazionalizzazione del settore, al controllo dei capitali e al ritorno della dracma in pochi giorni. “Un nuovo governo eletto non può essere sotto intimidazione con le minaccce di un Armageddon”, ha dichiarato il nuovo ministro delle finanze, il cui primo atto in ufficio è stato quello di ridare il loro posto di lavoro ai 600 dipendenti delle pulizie del Ministero, pagati ora con i tagli alle consulenze.
Che sia una sinistra rivoluzionaria o una destra sovranista – come ci si interroga ad esempio nella BBC – è difficile, dichiara Evans-Pritchard, non simpatizzare con questa “rivolta”. Poco importa che a portarla avanti sia un neomarxista come Alexis Tsipras. Due partiti dinastici hanno governato per decenni il paese e hanno trattato il paese come un patronato. Almeno Syriza è un outsider e Varoufakis ha promesso di distruggere la cleptocrazia della rendita che ha trasformato gli appalti di Stato in una truffa continua. “Distruggeremo le basi di quest’oligarchia che hanno costruito decennio dopo decennio”, ha dichiarato.
Quello che Syriza sta compiendo in pratica è ritirare il suo paese dal regime di austerità che ha fatto terra bruciata, tagliando gli investimenti di 63.5pc, causato un calo del 26pc del PIL e ha spinto il tasso di disoccupazione dei giovani al 62pc, e inviato il debito spirale fino a 177pc del PIL. Abbiamo assistito “allo stupro della Grecia”, per prendere in prestito il titolo di un nuovo libro di Nadia Valavani, nuovo vice-ministro delle finanze. Funzionari del FMI concordano privatamente, confessando che la Troika ha fatalmente sottovalutato la violenza del moltiplicatore fiscale.
E’ vero che Atene ha mentito sul vero stato delle finanze pubbliche negli anni che hanno preceduto la crisi, ma si tratta di un’inezia in termini macro-economici. L’afflusso immenso di capitale francese, tedesco, olandese e inglese affluito in Grecia era così vasto che il dramma si sarebbe verificato lo stesso anche se i politici greci fossero stati i migliori statisti della storia. La falsità più grande nella storia è stata la complicità silenziosa di tutta la zona euro nel permettere un’unione monetaria deformata nell’incubare il disastro.
Ciò che è accaduto in Grecia, prosegue Ambrose Evans-Pritchard, è uno scandalo morale. Documenti trapelati dal consiglio di amministrazione del FMI confermano che la riduzione del debito del Paese fosse necessaria in via preliminare. Questo è stato bloccato dall’UE per paura che avrebbe scatenato il contagio in un momento in cui la zona euro non ha avuto una protezione di una Banca centrale come prestatore di ultima istanza. La Grecia è stata sacrificata per guadagnare tempo per l’euro.
Il FMI-UE-BCE (Troika) ha costretto un paese in bancarotta ad obbligarsi ad ulteriori pacchetti di prestito, acconsentendo alle banche straniere di scaricare le loro obbligazioni sui contribuenti greci. Il verbale del FMI del maggio 2010 definiscono tali finanziamenti della Troika nel miglior modo possibile: “possono essere non considerati come un salvataggio della Grecia, che dovrà subire un aggiustamento straziante, ma come un bail-out dei detentori di debito privati della Grecia”.
La Grecia ha tutto il diritto di chiedere un risarcimento. Eppure il signor Tsipras deve affrontare una scelta morale molto difficile. Se dovesse arrivare a dichiarare default, non rispetterà gli impegni con contribuenti nei paesi che sono anche loro debitori netti con una situazione di drammatica disoccupazione di massa all’interno. L’Italia partecipa al pacchetto del prestito greco con 41 miliardi di euro.
Nel Manifesto di Syriza – il programma di Salonicco – si chiede la cancellazione della maggior parte” del debito pubblico della Grecia, come è avvenuto per la Germania nel 1953. Si vuole una “Conferenza europea del debito” per ristrutturare i debiti di tutti gli Stati dell’Europa meridionale. Ma la fredda realtà è che Atene è in guerra con i creditori della zona euro. Una cosa è ammorbidire i termini del rimborso del debito greco, un altro è rovesciare la Troika del tutto. “Ci aspettiamo che adempino a tutto ciò che hanno promesso di compiere”, ha dichiarato Jyrki Katainen, l’esecutore economico dell’UE. La nascente consapevolezza di questo abisso incolmabile apre scenari finaziari chiari. Barclays dice fuga di capitali potrebbe aver raggiunto € 20 miliardi dall’inizio di dicembre.
La Grecia si troverà ad una prima potenziale crisi alla fine di febbraio, quando scade la sua estensione di bail-out. Non c’è dubbio che ci sarà un prolungamento di emergenza – forse un mese – ma i rimborsi del debito si accumeleranno rapidamente.Marcel Fratzscher, capo dell’istituto DIW di Berlino, ha detto a Reuters che il signor Tsipras sta giocando un “gioco molto pericoloso”, che rischia di trasformarsi in una palla di neve. “Se la gente comincia a credere che lui è serio, si potrebbe avere una massiccia fuga di capitali e una corsa agli sportelli. Ci si avvicinerebbe rapidamente a un punto in cui l’uscita dell’euro diventerà possibile”, ha dichiarato.
 
 

venerdì 30 gennaio 2015

#CharlieHebdo Helric Fredou nel pomeriggio interoga la famiglia di uno dei morti della mattanza e non ha nessuna intenzione di suicidarsi, ma muore


CHARLIE HEBDO: IL MISTERIOSO 'SUICIDIO' DI HELRIC FREDOU
Postato il 20/01/2015 di cdcnet



FATTI SCIOCCANTI SUL MISTERIOSO SUICIDIO DI HELRIC FREDOU: INTERVISTA CON LA SORELLA

DI VANESSA BEELEY
medhajnews.com

I primi collegamenti intorno al suicidio di Helric Fredou sono stati messi in relazione dal giornale locale della regione di Limoges, dove io vivo.... Le populaire.

Comunque, sia i media nazionali che i mainstram non ne hanno parlato per parecchi giorni dopo l'attacco a Charlie Hebdo, nonostante il forte collegamento che - da quanto abbiamo appreso - avesse Helric Fredou con il più grande attacco terroristico nel cuore di Parigi, di tutta la sua storia. Visto che Fredou era appena stato incaricato di redigere una relazione sui fatti.

Parigi

Dopo l'uscita di questo articolo su le Populaire, che entrava nei dettagli del suo apparente "suicidio" dovuto alla sua depressione, ho deciso di iniziare a scavare più a fondo su come era arrivato a Limoges. Attraverso vari contatti con i media e con i blog locali, parlando con diverse fonti, ho messo insieme questi fatti.

1. Helric Fredou stava lavorando sul caso Charlie Hebdo e si è suicidato all'UNA del mattino tra Mercoledì e Giovedi dopo aver appena finito di scrivere la sua relazione.

2. Il suicidio è stato riportato dal giornale locale Le Populaire, vedi collegamento sopra, ed è stato annunciato alla radio locale France Bleu e da France 3 Limousin. Stranamente è stato ripreso dal canale televisivo indiano Zee News. Il video di questa notizia è stato cancellato 2 giorni dopo !! Come lo sono stati molti altri video sull'attacco a Charlie Hebdo. Tuttavia esiste ancora un link al video tramite questo servizio di Panamza ( http://www.panamza.com/160115-suicide-charlie-bougrab.) Questo servizio raccoglie molti dei punti che andremo ad esaminare nel corso di questo mio post. L'opinione pubblica francese è stata tenuta quasi completamente all'oscuro su questa morte....il mondo dei media non ne ha deliberatamente parlato o lo ha deliberamente nascosto.

3. Verso l'una del mattino dell'8, secondo i rapporti locali (vedi fonti sopra) il Vice Commissario di Polizia Giudiziaria di Limoges, Helric Fredou è stato trovato morto nel suo ufficio. Aveva solo 44 anni e, a quanto pare, si è sparato alla testa con la sua pistola di servizio.

4. Un messaggio di condoglianze, inviato dal Sindacato di Polizia, è stato pubblicato su Le Populaire

5. Il giorno dopo il Parisian ha ripreso la storia ma ha dato molta enfasi al punto in cui si parlava della depressione come causa del suicidio.

6. A questo punto nessun giornale mainstream ha più parlato di questa storia.

7. Il 14 gennaio, il giorno dopo i funerali di Helric Fredou, Panamza ha raccolto una intervista con sua sorella. Ecco la trascrizione degli elementi più importanti (tradotti dal francese in inglese - e poi in italiano)

"Appena ho sentito la notizia, ho pensato che fosse impossibile, qualcuno doveva averlo ucciso, ma non eravamo in un film!" - la sorella di Fredou ha detto chiaramente a Panamza che riteneva molto strano che suo fratello si fosse ammazzato, tanto che si stava chiedendo perché, stava cercando di trovare un motivo che potesse essergli passato per la mente.

"Non ha lasciato nessun biglietto e non si era nemmeno tolto il distintivo della polizia! " Molti dei poliziotti che si suicidano, vengono trovati senza il loro distintivo, che tolgono prima di togliersi la vita.

"Era una persona estremamente calma, una persona molto circospetta secondo i suoi colleghi" più volte, la sorella ha sottolineato la sua calma e la lucidità del fratello. Aveva grande perspicacia, non era violento, né impulsivo. Era sempre stato ammirato per queste qualità nel suo reparto. "La polizia ha prelevato da casa nostra il suo computer portatile e il cellulare. Siamo rimasti scioccati, ma ci hanno detto che quella era la procedura" Nel pomeriggio dell'8 infatti la polizia è andata a casa di Helric e, di fronte a sua madre e alla sorella, ha prelevato il computer portatile personale e lo smartphone.

"Mia madre, che era molto vicina a Helric, vuole delle risposte alle sue domande: C'era una benda sulla fronte, un lato della testa è stato trapanato, ma non c'è nulla sulla parte posteriore della testa." La famiglia è stata informata alle 5 del mattino e si è dovuto insistere fortemente per poter vedere il corpo. Finalmente solo verso sera la famiglia è stata autorizzata a vederlo.

"Mio fratello aveva scoperto, personalmente, due corpi di suicidi a Melun e aveva sempre detto a mia madre " Non potrei mai lasciarti in quel modo. Non te lo farei mai". Mio fratello non era in uno stato di depressione" A novembre del 2013 Helric Fredou aveva trovato il corpo di un suo collega, Christophe Rivieccio, nello stesso Commissariato di Limoges. https://www.youtube.com/watch?v=t6UTm7PAAQI

"Quella notte mio fratello, che era sempre di guardia, è stato convocato ed è andato in ufficio intorno alle 23.30. La serata è stata molto tesa secondo i suoi colleghi, c'era anche la Polizia di Parigi. Mio fratello doveva aver scritto un rapporto, poi c'erano state tensioni, non so perché. Ha detto che doveva fare una telefonata urgente e, quando dopo un pò non era ancora tornato ... hanno madato un collega a cercarlo .... e lo hanno trovato morto! "

Quel mercoledì sera una squadra della polizia doveva andare a interrogare la famiglia di una delle vittime dell'attentato a Charlie Hebdo e Fredou aveva semplicemente interrogato queste persone. La testimonianza di sua sorella solleva alcuni punti preoccupanti. La stesura del rapporto aveva creato degli "attriti" tra gli agenti di polizia presenti, frizioni di cui non si sono date spiegazioni e di cui non si è fatta nessuna menzione. Proprio nel bel mezzo di questo stato di tensione, Fredou ha detto che aveva bisogno di fare una telefonata urgente e non è tornato vivo.

A chi doveva telefonare?

Di cosa doveva parlare?

Perché, a questo punto, c'era stato attrito tra gli agenti di polizia?

"Quelli di Parigi erano venuti apposta a Limoges per raccontarci quello che era successo" la sorella enfatizza il fatto che degli ufficiali delle forze di Polizia Nazionale Francese sono andate il mattino dopo dalla famiglia per confermare che Fredou si era suicidato.

C'è una domanda che bisogna fare ... dove si trova adesso il rapporto sul quale stava lavorando Fredou quella sera? Perché è stato ritenuto necessario che i vertici della Polizia di Parigi andassrero a convincere la famiglia del suo suicidio.

A chi stava telefonando e perché?

Se lui si è sparato alla testa, dov'è il foro di uscita del proiettile?

Perché non è stato dato alla famiglia il permesso di vedere il corpo fino a più di 12 ore dopo la sua morte? Perché un uomo, che sta lavorando sull'attacco terroristico del secolo, un caso che gli avrebbe garantito una carriera di successo, un uomo che la sua famiglia ha detto che non era "depresso", un uomo che ha detto a sua madre che non si sarebbe mai tolto la vita .... perché quest'uomo avrebbe dovuto suicidarsi?


Vanessa Beeley, International Correspondent, Medhaj News Fonte: http://www.medhajnews.com

Link: http://www.medhajnews.com/article.php?id=NTgyNg==


15.01.2015

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