Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 febbraio 2015

Isis usa mercenari, quelli in buona fede ritornano distrutti

Isis, la Germania fa rientrare i Jihadisti pentiti: “vita da incubo, abbiamo subito violenze”

isis-germania

I jihadisti tedeschi che sono rientrati in Germania dopo aver militato per un periodo tra le file dello Stato islamico (Is) in Siria e Iraq hanno raccontano del clima di terrore che si respira nell’organizzazione e delle violenze che la sua leadership riserva ai suoi stessi miliziani.
Secondo un articolo del quotidiano Sueddeutsche Zeitung, circa 200 ‘foreign fighters’ tedeschi sono rientrati in patria e più o meno un quinto di loro ha deciso di collaborare con i servizi di sicurezza tedeschi. I loro racconti testimoniano il clima di paura e sospetto e la spietatezza che contraddistinguono le milizie dell’Is.
Uno dei testimoni ha raccontato di essere stato rinchiuso in una sorta di “mattatoio” perché si era rifiutato di consegnare il suo passaporto. Il luogo aveva le pareti completamente imbrattate di sangue, mentre nella sua stessa cella c’era un cadavere decapitato.
Chi è sospettato di spionaggio viene torturato, quindi ucciso a colpi di arma da fuoco o decapitato. Uno dei jihadisti pentiti ha raccontato di un nuovo arrivato giustiziato perché aveva nascosto il suo telefono cellulare, che secondo i suoi superiori poteva essere utilizzato dai paesi della coalizione guidata dagli Usa per localizzarli.
Chi prova a lasciare il fronte senza il permesso scritto di un emiro viene ucciso immediatamente. Molti vengono sottoposti a brutali prove di coraggio, come uccidere innocenti solo per dimostrare di essere pronti a eseguire qualunque ordine dei superiori.
La Germania, e soprattutto le autorità della Renania Settentrionale-Vestfalia, da cui provengono almeno 50 dei jihadisti rientrati da Siria e Iraq, sono in estrema allerta, alla luce dei metodi brutali con cui sono stati addestrati.

http://www.imolaoggi.it/2015/02/07/isis-la-germania-fa-rientrare-i-jihadisti-pentiti-abbiamo-subito-violenze/

la Germania sta mettendo all'angolo la Grecia x garantirsi la via di fuga dall'Euro

Perché sulla Grecia la Germania scherza col fuoco. Parla Giulio Sapelli

07 - 02 - 2015Edoardo Petti
Perché sulla Grecia la Germania scherza col fuoco. Parla Giulio Sapelli
L’economista caldeggia un intervento del Fondo salva-Stati o l’emissione di Eurobond per affrontare il problema del debito ellenico: "No ad Atene fuori dall'euro".
La scelta della Banca centrale europea di non accettare più i titoli di Stato greci come garanzia dei prestiti concessi alle banche elleniche non è un puro atto di finanza pubblica. Ma illumina e richiama il vuoto spaventoso di forza e iniziativa politica dell’Ue. Giunta a un bivio cruciale.
È il cuore dell’editoriale intitolato “Ponzio Pilato non abiti a Bruxelles”, scritto sul Messaggero dallo storico dell’economia Giulio Sapelli. Con lui Formiche.net ha approfondito i riflessi e le implicazioni del complesso braccio di ferro in atto fra Atene, Berlino, Bruxelles e Francoforte.
Il governatore della Bce Mario Draghi ha accelerato il fallimento delle trattative per rinegoziare il debito pubblico di Atene?
Mario Draghi è in grave difficoltà. È soggetto alle pressioni della minoranza guidata dal numero uno della Bundesbank Jens Weidmann molto attiva nel board dell’Eurotower. Un gruppo che evidenzia i pericoli insiti nell’aumento della liquidità monetaria nel Vecchio Continente e vorrebbe tornare indietro alla missione statutaria della Bce: garantire esclusivamente la stabilità finanziaria. Peraltro emerge un fattore paradossale.
Quale?
L’enorme massa di risorse messe in moto dalla Banca centrale europea è destinata agli istituti creditizi, di cui gonfia gli attivi e i guadagni. Ma raramente si traduce in investimenti reali a favore di famiglie e imprese. Draghi vorrebbe far funzionare l’istituzione finanziaria verso l’obiettivo della crescita, sul modello nordamericano. Ma è costretto a muoversi entro rigidi limiti legali. Così il suo intervento resta a metà, come rivela la “mossa da Ponzio Pilato” effettuata nei confronti della Grecia.
Perché parla di gesto pilatesco?
Draghi ha spiegato che l’iniziativa della Bce nel terreno delle crisi finanziarie dei paesi membri dell’Euro-zona non può superare determinati confini. E ha rivolto un appello alla politica affinché metta in azione strumenti come il Fondo salva-Stati e il Meccanismo europeo di stabilità. Che dipendono dal Consiglio europeo, e non da Francoforte.
Cioè ha rinviato la soluzione del problema ellenico alle scelte delle istituzioni politiche europee?
Affermando che gli istituti creditizi greci possono farsi finanziarie dalle banche nazionali centrali, il governatore della Bce ha caldeggiato una condivisione del debito pubblico di Atene. Il cui ammontare è ben poca cosa rispetto a tutte le risorse immesse nelle acquisizioni di titoli di Stato. Egli ha messo in luce la discrasia tra ciclo economico e ciclo politico.
La proposta di Alexis Tsipras – rinegoziare la gestione del debito ellenico emettendo titoli pubblici a rimborso fisso per un tempo indeterminato – non è troppo rigida nei confronti dei creditori?
Non vi è dubbio. Ma vanta precedenti illustri nella storia occidentale, come i prestiti contratti dall’Italia per creare infrastrutture e autostrade negli anni della Ricostruzione. Il responsabile delle Finanze greco, formatosi alla London School of Economics in un orizzonte neo-keynesiano, vuole prendere tempo. E promuovere intanto misure efficaci contro l’evasione fiscale e la corruzione. Perché l’Ue non capisce tutto ciò concedendo ad Atene tutto il tempo necessario? E perché le istituzioni europee restano in silenzio?
Forse per il fatto che in molti prendono in esame lo scenario di una fuoriuscita della Grecia dall’euro.
Un’ipotesi del genere è considerata scontata dai “falchi” della Bundesbank. E dai loro omologhi di casa nostra. Mi riferisco a Francesco Giavazzi, che sul Corriere della Sera ha apertamente elogiato lo stop della Bce ai prestiti verso le banche elleniche.
È una prospettiva realistica?
Si tratta di fantapolitica. Un’area importante dell’Europa, confinante con la Turchia e i Balcani, abbandonerebbe l’Unione monetaria. Sarebbe un terremoto di portata mondiale, con seri riflessi geo-politici.
Per quale ragione?
Il fianco meridionale dell’Unione Europea è già minato dal rifiuto della Turchia di concedere le basi aeree per bombardare le postazioni dello Stato islamico in Iraq e Siria. E vi è il rischio che una nazione storicamente ancorata al mondo occidentale come la Grecia entri nell’orbita russa. Ricordiamo la lunga telefonata realizzata da Alexis Tsipras con Vladimir Putin nelle ore dello scontro drammatico con il governo tedesco sulla rinegoziazione del debito pubblico ellenico. Colloquio nel quale è stata prefigurata una collaborazione intensa tra Atene e Mosca in settori economici strategici. Con un collante ulteriore.
Quale?
Al di là degli storici legami commerciali, nei due paesi ha sempre giocato un ruolo nevralgico la Chiesa ortodossa. Tuttora forte in Grecia, addirittura elevata a fondamento di legittimazione politica nella Russia di Putin.
Cosa bisogna attendere allora dalla riunione dell’Euro-gruppo prevista il 16 febbraio a Bruxelles?
Spero possa essere stabilito un rifinanziamento del Fondo salva-Stati, o in alternativa l’emissione di Eurobond per salvare e dare tempo alla Grecia. Quattro-cinque anni per far calare il debito pubblico, stimolare la crescita, aumentare i salari, assumere un po’ di lavoratori, razionalizzare le pensioni, liberalizzare senza vendere ai cinesi i porti ellenici come Il Pireo. Un’azione coraggiosa quest’ultima, soprattutto al cospetto dell’acquisizione del 35 per cento delle reti energetiche di Cassa depositi e prestiti ad opera del colosso pubblico China State Grid.
È pensabile nei confronti della Grecia una riedizione della Conferenza di Londra del 1953 che riservò alla Germania un trattamento di favore riguardo i debiti di guerra?
Ritengo che sia necessario promuoverla a partire dal tema del debito ellenico. Ma per allargarla a quello europeo in un’ottica globale. Per tale ragione essa dovrebbe essere un’iniziativa internazionale aperta alla partecipazione di russi e americani. È così che potremo evitare il rischio di consacrare un’egemonia tedesca sul Vecchio Continente. Gli Usa dovrebbero avere il coraggio di attivarla, con un voto convergente di democratici e repubblicani.
È un obiettivo di ampio respiro.
La conferenza costituirebbe il giusto terreno di partenza per creare un esercito europeo in grado di portare avanti, con gli alleati occidentali e arabi, l’offensiva militare contro lo Stato islamico. È la sede appropriata per discuterne, visto che per una simile forza di intervento sono necessarie considerevoli risorse finanziarie.
Ma la Germania accetterà uno scenario del genere?
Berlino ha una vocazione “deterministica” a dominare. E pertanto deve essere bilanciata. Per tale motivo ritengo auspicabile un’Europa confederale costruita sul modello svizzero, o un assetto federale di tipo nordamericano in cui la California può fallire senza effetti catastrofici sull’unione. Lo possiamo fare ritornando allo spirito originario dei Trattati di Maastricht che prevedevano ampi margini per una politica economica nazionale sovrana, rinnovando lo statuto della Bce per orientarla verso sviluppo, costruendo un’Europa delle nazioni su base democratica. Perché il “ciclo tecnocratico” è tramontato.

http://www.formiche.net/2015/02/07/perche-sul-tema-grecia-la-germania-scherza-il-fuoco-parla-giulio-sapelli/

la Consorteria Guerrafondaia Statunitense vuole la guerra in Europa

Ucraina 07 marzo 2014
Ucraina, Obama e Putin un’ora al telefono nella notte
Putin 
 

New York - Gazprom minaccia di tagliare le forniture di gas all’Ucraina se Kiev non salderà il suo debito, che ammonta a 1,8 miliardi di dollari, e non pagherà le forniture correnti. E’ questo un nuovo capitolo della crisi in Crimea.
Continua intanto il “braccio di ferro” degli Usa con Mosca per la situazione in Ucraina , Obama ha dato nella notte un nuovo giro di vite: ha imposto sanzioni a cittadini russi e ucraini «responsabili o complici delle minacce alla sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina» e ha anche ammonito che il referendum con cui il 16 marzo i cittadini della Crimea dovranno scegliere tra Kiev e Mosca sarebbe incostituzionale, ma ha anche passato un’ora al telefono con Putin, per ribadire che «c’e un modo per risolvere la situazione con mezzi diplomatici, in modo da venire incontro agli interessi della Russia, del popolo ucraino e della comunità internazionale».
Peskov: «La Ue ci fa sorridere»
« Tutto quello che succede in Crimea e nell’est dell’Ucraina ha una «genesi interna» e non ha «nulla a che vedere con la Federazione Russa»: lo ha detto Dmitri Peskov, portavoce di Putin, in una intervista tv che uscirà domenica ma di cui le agenzie hanno diffuso una anticipazione. «È assai curioso che ora dall’Europa risuonino appelli alla Russia a condurre trattative con personaggi di Kiev che si definiscono potere dell’Ucraina con la mediazione di poteri occidentali, questo non può che suscitare che un sorriso perché certamente il credito di fiducia verso questi “garanti” è certamente esaurito dopo il destino che è toccato al documento firmato da Ianukovich a Kiev il 21 febbraio», ha detto Peskov in ina trasmissione.
«Speriamo non torni la guerra fredda»
Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha auspicato che Russia e Occidente non tornino alla guerra fredda: «Non vorrei, credo che non sia così, credo che non sia iniziata, e vorrei credere che non inizi», ha detto in una intervista al secondo canale statale russo.
Paralimpiadi di Sochi, il boicottaggio
Inoltre le Paralimpiadi di Sochi, inaugurate in serata alla presenza di Putin, sono state boicottate dalle delegazioni governative di Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia e Finlandia. All’inaugurazione parteciperanno gli atleti italiani ma non è prevista la presenza di membri del governo.
La telefonata tra Putin e Obama e le reazioni
Nel corso della telefonata, ha riferito la Casa Bianca, il presidente americano avrebbe di nuovo sottolineato che «le azioni della Russia vìolano sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina», cosa che ha indotto gli Usa «a intraprendere diversi passi in risposta, in coordinamento coi nostri partner europei».
Da parte sua, Mosca ha fatto spallucce alla minaccia di sanzioni progressive decise ieri dall’Ue: per Vladimir Cizhov, ambasciatore russo presso l’Ue, il documento del vertice dei leader europei non aggiunge nulla di nuovo alle relazioni tra Mosca e Bruxelles e comunque a suo avviso «l’Ucraina e la soluzione della crisi politica in quel paese sono un obiettivo molto più importanti per noi». Quanto al primo dei tre “congelamenti” annunciato, quello del dialogo sui visti, ha fatto notare Cizhov, «esso, e sottolineo il mio rammarico, sfortunatamente è stato “congelato” dalla Ue diverso tempo fa, quindi praticamente non cambia nulla».
Ancora, Dmitri Peskov, portavoce di Putin, ha definito quanto sta capitando attualmente «in Ucraina e attorno all’Ucraina», riferendosi in particolare alle azioni dell’Occidente, come «un trionfo dell’illegalità, del cinismo, del collasso del diritto internazionale e dei doppi standard: i nostri partner occidentali hanno riconosciuto legittimi coloro che oggi si chiamano dirigenti dell’Ucraina nonostante il fatto che questa gente è arrivata al potere sostenuta da personaggi che hanno fatto un golpe o una rivolta con l’uso della forza».
Tornando alla telefonata, Putin (secondo quanto reso noto dal Cremlino con una nota) avrebbe ricordato a Obama «l’importanza delle relazioni russo-americane per garantire la stabilità e la sicurezza del mondo» e avrebbe affermato che «tali relazioni non devono essere sacrificate da problemi internazionali isolati, anche se molto importanti».
Insistendo sulla strada del dialogo, nella telefonata Obama ha anche indicato che il suo segretario di Stato, John Kerry «continuerà le discussioni con il ministro degli Esteri Lavrov (russo, ndr), il governo ucraino e altri partner internazionali».
Da Roma, proprio Kerry ha continuato l’offensiva diplomatica, con un nuovo incontro alla Farnesina proprio con il ministro Lavrov, dopo quello di ieri a Parigi. Sempre a Roma, Kerry ha inoltre tenuto una riunione informale con i colleghi europei, l’italiana Federica Mogherini, il francese Laurent Fabius, il tedesco Frank-Walter Steinmeier e con il viceministro britannico Hugh Robertson.
Annunciando le sanzioni, Obama aveva in precedenza affermato che si tratta di misure che «continuano i nostri sforzi per imporre un costo alla Russia e a coloro che sono responsabili della situazione in Crimea», aggiungendo che «andando avanti ci danno inoltre la flessibilità di modulare la nostra risposta in base alle azioni russe». Sono misure che impongono restrizioni sui visti a un imprecisato numero di funzionari, che si vanno ad aggiungere al diniego dei visti a chi è coinvolto nell’abuso dei diritti umani in seguito all’oppressione politica in Ucraina, e che aprono la strada al possibile “congelamento” dei loro beni. Sottolineando che la sua linea sarebbe «ampiamente condivisa», Obama ha affermato che si tratta di «passi intrapresi in stretto coordinamento con i nostri alleati europei», poiché «la nostra unità internazionale è evidente in questo importante momento».
In una breve dichiarazione ai giornalisti, il presidente americano ha quindi ammonito sul referendum in Crimea: «Violerebbe la Costituzione ucraina e la legge internazionale», ha detto, affermando che una soluzione potrebbe essere invece trovata inviando «osservatori internazionali in Ucraina e Crimea per accertarsi che i diritti di tutti gli ucraini vengono rispettati, compresi di quelli di etnia russa» e allo stesso tempo «avviare consultazioni tra i governi di Russia e Ucraina con la partecipazione della comunità internazionale».
Le posizioni appaiono però ancora distanti: le relazioni con Lavrov, ha detto Kerry in serata, «così come con gli altri ministri degli Esteri, sono professionali: ci sono momenti in cui condividiamo cose, altri in cui c’è disaccordo, anche molto forte. Questo è un momento di forte disaccordo, ma cercheremo una soluzione». 


nel Capitalismo la crisi è soluzione di continuità

Agenzia rating Cina: "in arrivo crisi globale, anche peggio del 2008"

E' difficile stabilire il momento esatto, ma ci sono tutti i segnali, come il crescente volume dei debiti".
Immagine Wall Street. Secondo agenzia di ratingcinese Dagong l'economia globale potrebbe dover fronteggiare nuova crisi finanziaria.

ROMA (WSI) - Guan Jianzhong, numero uno dell'agenzia di rating cinese Dagong Rating Acency, ha lanciato un alert, prevdendo che "nei prossimi anni l'economia globale potrebbe scivolare in una nuova crisi finanziaria globale...peggiore perfino di quella del 2008".
Stando a quanto riporta l'agenzia di stampa russa ITAR TASS, il funzionario si è così espresso. "Ritengo che dovremo far fronte a una nuova crisi finanziaria globale nei prossimi anni. E' difficile stabilire il momento esatto, ma ci sono tutti i segnali, come il crescente volume dei debiti e lo sviluppo incerto di economie di Usa, Ue, Cina e di altri paesi avanzati".

"La crisi corrente in Russia è stata causata dalle sanzioni dei paesi dell'Occidente più che da fattori interni. Se guardiamo agli Stati Uniti e ai paesi dell'Unione europea, le loro crisi sono state provocate invece da fattori interni, e non esterni", ha continuato Jianzhong, sottolineando che "diversamente dalla Russia, la portata dell'erogazione dei crediti in queste economie ha ecceduto il potenziale della produzione di beni e ha creato una bolla".

Tale "crisi è stata trasmessa al mondo intero attraverso una politica di quantitative easing e l'utilizzo della stampa (di moneta)". Un ritorno al "modello di crescita concentrato su consumi a credito potrebbe diventare fonte di una nuova crisi". (Lna)

http://www.wallstreetitalia.com/article/1800139/agenzia-rating-cina-in-arrivo-crisi-globale-anche-peggio-del-2008.aspx

agli Europoidi non interessa che la Grecia e il suo popolo escano fuori dalla crisi, vogliono solo continuare a sottometterli x cavargli più sangue possibile

La proposta Syriza

E’ stata delineato, da parte di Varoufakis, un piano che considero di grande sensatezza e ragionevolezza.


Marco Cattaneo 6 febbraio 13:00


Dopo la vittoria nelle elezioni greche del 25 gennaio scorso, il primo ministro Alexis Tsipras e il ministro delle finanze Yanis Varoufakis stanno incontrando i loro omologhi dei maggiori stati membri UE, nonché le autorità di Bruxelles e i vertici della BCE a Francoforte.

E’ stata delineato, da parte di Varoufakis, un piano che considero di grande sensatezza e ragionevolezza.

Il debito greco subirebbe un trattamento differenziato.

Il 20% circa sui totali 330 miliardi di euro di debito, quindi 60-70, detenuto da investitori privati, resterebbe in essere senza nessuna richiesta di modifica né riguardo agli interessi né all’allungamento delle scadenze.

Tutto il resto è detenuto dalla UE, dalla BCE e da vari stati membri dell’Eurozona. Non vengono richiesti sconti sul valore facciale di questi debiti, ma la conversione in due forme diverse di obbligazioni.

Una parte diventerebbe debito perpetuo, che pagherà interessi ma di cui non verrà mai rimborsato il capitale.

Un’altra parte verrebbe rimborsata, con livelli di interessi e tempi di rimborso del capitale che dipenderanno però dalla futura ripresa del PIL greco. Più l’economia riprende e più si paga, in altri termini; e viceversa.

I dettagli della proposta non sono ancora stati resi noti e, con ogni probabilità, sono in effetti ancora da finalizzare dopo aver preso atto delle reazioni delle varie controparti. Circolano ipotesi secondo le quali da tutto quando sopra la Grecia dovrebbe ottenere alcuni miliardi all’anno di riduzione nei pagamenti per interessi.

La Grecia ha inoltre bisogno di immettere soldi nell’economia reale, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di riduzioni di tasse. Si parla di una riduzione nel surplus di bilancio primario dal 4,5% del PIL all’1-1,5%.

In pratica, la Grecia avrebbe a disposizione circa 6,5 miliardi (in più rispetto a oggi) per effettuare manovre fiscali espansive. Con questa dotazione, si può ottenere in realtà un risultato di crescita del PIL ancora più accentuato: ipotizzando un moltiplicatore keynesiano pari a 1,2 (ipotesi che appare prudente - il moltiplicatore è molto alto quando un’economia recupera a partire da uno stato di profonda depressione) la combinazione di minori tasse e minore spesa può arrivare a 12 miliardi. Il recupero di PIL sarebbe infatti di 15 circa e il 35-40% di questo importo produrrebbe maggior gettito, per lo stato greco, pari a 5,5 miliardi circa.

Quindi, in sintesi: 6,5 miliardi di risorse a disposizione permettono 12 miliardi di azione espansiva, in quanto producono 15 miliardi di recupero del PIL e 5,5 circa di maggior gettito. Il saldo tra 12 e 5,5 è, appunto, 6,5.

L’importo di 15 miliardi di maggior PIL non è affatto trascurabile. Significa un recupero del 7,5% rispetto ai 200 circa attuali, conseguibile con ogni probabilità non in un anno solo, ma, plausibilmente, tra il 2015 e il 2016.

Un elemento che i greci non dovranno trascurare è di non creare problemi ai saldi commerciali esteri. Se la maggior domanda interna si rivolgesse in misura significativa alle importazioni, senza effetti compensativi, il recupero di PIL sarebbe decisamente inferiore e la Grecia riprenderebbe ad accumulare debiti verso l’estero.

Per evitare quanto sopra, comunque, è sufficiente destinare una parte dei 15 miliardi di azione espansiva alla riduzione del cuneo fiscale, abbassando i costi fiscali e contributivi che gravano sulle aziende greche. Questo determina un immediato riallineamento di competitività e può essere regolato in modo che le maggiori importazioni siano compensate da maggiori esportazioni nette.

Un recupero di PIL del 7,5% equivale a una netta inversione di tendenza. La caduta di PIL subita dalla Grecia per effetto della crisi è, tuttavia, ancora più elevata – il 25% circa.

Per recuperare pienamente il PIL perso, la Grecia ha due ulteriori alternative, non incompatibili tra loro.

La prima è, semplicemente, fare affidamento su un inversione nel clima di fiducia, sulla propensione delle aziende a investire e delle banche a concedere credito, che potrebbe spingere il moltiplicatore a livelli anche più alti (e forse significativamente più alti, come si diceva) di 1,2.

La seconda, come messo in evidenza da Pier Paolo Flammini, è di accompagnare il riassetto macroeconomico e delle finanze pubbliche sopra descritto con l’immissione di Moneta Fiscale, sotto forma di Certificati di Credito Fiscale, di FT-Coins (che sostanzialmente sono CCF collocati a pagamento, ma a condizioni incentivanti) o di una combinazione delle due cose.

Un’ulteriore, forte accelerazione della ripresa sarebbe conseguibile immettendo Moneta Fiscale per importi non drammaticamente elevati, per esempio 5 miliardi all’anno.

Va notato che la Grecia si porrebbe nella situazione di cessare ogni dipendenza dal collocamento di titoli di debito pubblico. Sarebbe sufficiente rifinanziare i 60-70 miliardi circa di debiti verso privati, pari a poco più del 30% del PIL attuale (percentuale destinata, in prospettiva, a scendere grazie alla ripresa). Il surplus primario dell’1-1,5% basterebbe a pagare gli interessi, mentre i debiti verso BCE, FMI e stati membri Eurozona saranno in parte, come detto, trasformati in perpetui (quindi non soggetti a rimborso) e in parte rimborsati con risorse prodotte dalla crescita del PIL (nella misura in cui ci sarà).

E rimarrà a disposizione lo strumento della Moneta Fiscale, per accelerare il recupero di condizioni di piena occupazione nonché per effettuare, in futuro, azioni di stabilizzazione dell’economia nel caso di eventi congiunturali negativi: il tutto senza dipendere dai mercati finanziari e dall’emissione di debito soggetto a rimborso in una moneta (l’euro) di cui lo stato greco non è emittente.

Importanti dettagli sono, naturalmente, ancora da definire. Sarebbe però estremamente miope, da parte di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte, porsi in modo negativo nei confronti di uno schema di questo tipo. Darebbe la netta sensazione di una ripicca stizzita, da parte di persone e di istituzioni messe di fronte all’evidenza di aver imposto alla Grecia un percorso fallimentare, rispetto al quale le alternative esistevano ed esistono.

Ora, ieri UE, BCE e Germania hanno dato chiare indicazioni, purtroppo, di volersi arroccare su posizioni insostenibili. Prosegue il copione di questi ultimi anni: non si ammette di aver concepito un programma inattuabile. E si pretende di non effettuare alcuna concessione al debitore, continuando nello stesso tempo a imporgli condizioni di gestione della propria economia che gli impediscono di pagare.

In fondo a questa strada ci sono il default totale della Grecia e l’uscita “secca” dall’euro.



http://www.trend-online.com/prp/proposta-syriza-060215/

Tutti sanno che l'Euro, non può andare avanti, paesi diversi e interessi diversi schiacciati su quelli tedeschi

Quotidiano del popolo: le politiche di quantitative easing europee non possono risolvere radicalmente il problema
 
  2015-02-06 
 
Il 6 febbraio, in merito alle politiche di quantitative easing europee, il maggior giornale cinese, il "Quotidiano del popolo" ha pubblicato un articolo, secondo cui, sebbene la Banca centrale europea abbia forzatamente applicato le politiche di quantitative easing, la previsione dei risultati finali è ancora incerta. Certamente ciò farà guadagnare del tempo ai paesi della zona euro, tuttavia, nonostante la boccata d'aria fresca data da queste politiche, la ristrutturazione strutturale del sistema rimane ancora una grande sfida.
Secondo le analisi dell'articolo, all'interno della zona euro, le contraddizioni e divergenze fra i paesi membri indebolirebbe probabilmente il margine di applicazione delle politiche. La mancanza di una sovranità nazionale unica implica che nella zona euro le politiche fiscali e monetarie non sono unanimi e dietro le politiche economiche esiste inevitabilmente un gioco politico.
L'articolo ha reso noto che i risultati delle politiche di quantitative easing europee dovranno essere sottoposte alle prove del mercato. La cosa più importante è che la debolezza strutturale della zona euro non potrà essere risolta solamente tramite le politiche monetarie.

http://italian.cri.cn/1781/2015/02/06/283s237560.htm#.VNXBSnYoZKo 

TTIP, solo chi non vuol vedere fa il tifo per questo trattato come Gianni Pilitella del Pd

De Benoist: il Trattato transatlantico? Una trappola per morire americani

De Benoist: il Trattato transatlantico? Una trappola per morire americani

Yankee go home due punto zero? “Americani a casa/ cosacchi nella steppa/ Europa nazione/ nazione sarà”, come recitava una canzone di Musica alternativa dei Vento del Sud ? Passano i decenni ma per Alain de Benoist il rischio di “morire tutti americani” non è un pallino ideologico figlio della “terza via” degli anni Ottanta, ma la prospettiva concreta di un’Europa senza anima. Un po’ come quello di morire democristiani per noi cugini d’Oltralpe, sempre in bilico tra restaurazione gattopardesca e balene bianche.

La minaccia Usa

Il fondatore della Nouvelle Droite, in un’intervista a  Libero, torna ad  analizzare il timore concreto di finire sudditi-consumatori del grande mercato statunitense: “Scompariranno le ultime tracce di sovranità e gli Stati potrebbero essere trascinati davanti a un tribunale di cui dovranno accettare le sentenze senza possibilità di appello”, dice lo scrittore e giornalista francese reduce dalla fatica de Le Traité transatlantique et autre menaces ( Il Trattato transatlantico e altre minacce,  Edizioni Pierre-Guillaume de Roux). Nel mirino, appunto,  il patto tra Stati Uniti e Vecchio Continente che calerà nei prossimi anni sulle teste degli europei e sul quale la grande stampa “indipendente” preferisce glissare.

Una trappola

Si scrive Trattato transatlantico si legge Trappola. Il progetto ormai in dirittura d’arrivo porterà alla nascita di un gigantesco mercato di scambio tra Ue e Usa sotto l’egida america che comprenderà più di 800 milioni di consumatori, la metà del Pil del pianeta e il 40 per cento del commercio mondiale. L’idea, partorita dal gotha dell’alta finanzia planetaria,  circola da oltre vent’anni circola nei corridoi del potere a Washington e Bruxelles ma – spiega de Benoist – “dal 14 giugno 2013 è entrato in fase attiva, da quando cioè i governi degli Stati dell’Unione europea hanno dato mandato “esclusivo” alla Commissione Ue di negoziare con l’amministrazione americana  i criteri di realizzazione di questo futuro mercato comune”.

Le lobby ringraziano

Dietro la rimozione delle barriere doganali, in realtà l’ultima delle preoccupazioni dei “registi” del trattato-trappola, si nasconde l’abbattimento ben più pericoloso delle barriere non tariffarie (gli standard sociali, ambientali, sanitari) che sono di ostacolo al libero scambio. Come se non bastasse, poi,  attraverso un beffardo meccanismo chiamato “protezione degli investimenti” alle multinazionali e ai grandi gruppi finanziari viene assegnato un status giuridico pari a quello degli Stati nazionali in caso di controversie giuridiche.

La politica dorme

La politica è stata tenuta alla larga dall’operazione e ancora oggi l’opinione pubblica è praticamente all’oscuro di un progetto costruito su misura del Grande fratello a stelle e strisce per  frenare la caduta del dollaro come moneta di scambio e allontanare la vecchia Europa dall’area geopolitica di Mosca. Non a caso Obama, con toni solenni e inorgogliti, ha presentato  il Trattato transatlantico come una riedizione miracolosa della Nato in versione economica alla quale fa da péndant il Trattato transpacifico,  promosso, guarda il caso, sempre dagli Usa insieme con altri otto Paesi  tra i quali l’emergente Giappone.

http://www.secoloditalia.it/2015/02/de-benoist-il-trattato-transatlantico-una-trappola-per-morire-americani/

Battaglia sui dati tecnici dell'Air Group


Energia dal vento: turbina miracolosa o ennesima bufala?

feb 5 2015  Francesco Meneguzzo

FM-05022015-gp_figura_1Lecce, 5 feb – Dalla provincia salentina ai milioni di dollari targati Usa, è la favola bella e a lietissimo fine del ventenne pugliese Gianluigi Parrotto che avrebbe ideato una piccola turbina eolica installabile sui tetti e dalle prestazioni miracolose, raccontata con profluvio di emozioni.
Molto in sintesi, la startup fondata da Gianluigi Parrotto è stata rilevata per 5,5 milioni di euro da quattro investitori americani riuniti sotto le insegne della società Air Group (di cui non siamo riusciti a trovare traccia in rete). I mini impianti eolici prodotti a Casarano, così, sbarcheranno presto anche negli Stati Uniti. E la startup fondata un anno fa dal ventenne salentino presto cederà il passo alla nuova Air Group Italy S.p.a., che ingloberà la vecchia società, che aveva chiuso il suo primo anno d’attività in linea con le previsioni e forte di un fatturato da 1,3 milioni di euro. “Per noi era un’occasione importante. Avremo queste persone al nostro fianco per molto tempo. A 20 anni sentivo di avere bisogno di una spalla forte su cui poggiare, soprattutto essendo partito senza un euro”, spiega Gianluigi Parrotto.
Rimandando ad altre letture per approfondimenti, il problema è che chi scrive è passato attraverso tutto il mondo dell’eolico, dal micro al grande e grandissimo, e la conclusione che ne ha tratto – generale ma infallibile fino a (improbabile) prova contraria – è che solo il grande e grandissimo eolico, con potenze nominali superiori al MW (un milione di Watt), ad asse orizzontale (le classiche “pale”), con il mozzo dell’asse collocato come minimo a 70 metri di altezza, in aree dove a velocità media del vento è superiore a 6 metri al secondo – e sono poche, in Italia quasi soltanto sulle creste montane e su alcuni crinali collinari del sud – ha senso energetico ed economico.
La favola del giovane pugliese, in base alle poche informazioni disponibili, non fa eccezione.
Il primo sospetto deriva dal fatto che sul sito della società da lui stesso fondata e presieduta, la GP Renewable, non sono disponibili le schede tecniche dei modelli, quelle dove sono riportate le caratteristiche strutturali e le curve che esprimono  la potenza erogata in funzione della velocità del vento. Una regola aurea del settore minieolico è che se le schede tecniche non sono liberamente esibite, la macchina non funziona, o in subordine funziona con punti di lavoro lontanissimi da quanto promesso. Ebbene, sul predetto sito è disponibile soltanto un video e una brochure pubblicitaria.
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Struttura di un impianto TWind 5
Abbiamo fortunosamente rintracciato però qualche dato tecnico per il modello “TWind5” (immagine a fianco).
Spicca intanto la massa della macchina, pari a 250 kg, che già lascia qualche dubbio sulla sua installabilità sul tetto anche in considerazione delle sollecitazioni strutturali.
La turbina appare essere una classica Savonius, brevettata nella versione originale nel 1929, le cui prestazioni, trattandosi di un apparato ad asse verticale e a resistenza aerodinamica, sono inferiori rispetto a quelle a sollevamento alare – le classiche turbine ad asse orizzontale.
Inoltre, il diametro è dichiarato pari a 1,5 metri e l’altezza pari a 2,8 metri, da cui risulta un’area massima esposta al vento pari a 4,2 metri quadri.
La potenza di picco dichiarata per il modello “TWind5” è pari a 4800 Watt
Curva di potenza eolica
Utilizzando la legge di Betz con un coefficiente di carico molto generoso pari a 0,35 e un’area pure generosamente aumentata a 5 metri quadri, si ottiene la curva di potenza riprodotta a fianco: la potenza di 4800 Watt corrisponde a velocità del vento superiori a 16 m/s cioè circa 60 km/h, quasi una tempesta…




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Di più, se una macchina del genere viene installata su un tetto, in aree quindi di forte turbolenza, assumendo pari a 10 metri l’altezza di  lavoro, la velocità del vento sarà poco più della metà di quella misurata a 30 metri, quest’ultima essendo l’altezza sul suolo alla quale vengono solitamente effettuate le misure.

profilo_vento

Profili verticali del vento
È quindi ragionevole attendersi che una macchina del genere non sarà praticamente mai esposta a velocità del vento tali da raggiungere la potenza nominale, inoltre la produttività annuale non potrà mai essere quella apparentemente dichiarata, pari a 11 mila chilowattora (kWh) all’anno, che si otterrebbe moltiplicando 4,8 kWh per oltre 2200 ore equivalenti, ma al massimo pari alle turbine di grande taglia collocate in aree di scarsa ventosità, notoriamente dell’ordine di mille ore. In pratica, al massimo la produzione annuale sarà dell’ordine di 5 mila kWh, meno della metà di quella dichiarata, e anche questo dato è da considerare generoso.
Al confronto, un impianto fotovoltaico appena decente in Puglia produce per un numero di ore equivalente dell’ordine di 1500, cioè a parità di potenza nominale più di 7 mila kWh, oltre il 40% in più rispetto a quanto stimato per la miracolosa turbina eolica in oggetto.
Leggiamo anche che la macchina costerebbe 20 mila Euro, cioè oltre 4 mila Euro per kW di potenza nominale: un piccolo impianto fotovoltaico costa oggi non più di 2 mila euro a kWh, mentre un grande impianto può scendere sotto i 1200 euro a kW: da due a quattro volte meno.
Pur lasciando aperto il beneficio del dubbio, quindi, tutte le evidenze sembrano portare in una direzione poco favorevole rispetto all’effettiva utilità di una macchina di questo tipo.
Francesco Meneguzzo

http://www.ilprimatonazionale.it/scienza-e-tecnologia/energia-dal-vento-turbina-miracolosa-o-ennesima-bufala-16159/ 

la Carriera, all'interno delle Multinazionali, ha sempre un costo elevato: umanità cancellato


Siemens, si suicida l’ex responsabile finanziario del colosso tedesco

siemens-suicidio

L’ex responsabile finanziario del colosso tedesco Siemens, Heinz-Joachim Neubuerger, si e’ suicidato. Neubuerger, 62 anni, due mesi fa aveva raggiunto un accordo con la compagnia sul suo ruolo in un grosso scandalo finanziario. Aveva ricoperto dal 1998 al 2006 il ruolo di Cfo nell’azienda ed era stato coinvolto in un traffico di tangenti di oltre un miliardo di dollari, che il gruppo aveva pagato per vincere contratti all’estero.
L’inchiesta e’ durata oltre due anni ed e’ costata la testa del presidente e di alcuni dei principali top manager del gruppo. Per sanare le pendenze giudiziarie Siemens ha pagato 1,3 miliardi di dollari.
“Questi sette anni di inchiesta – rivela un amico di Neubuerger – lo hanno distrutto. E’ semplicemente crollato”. Il manager ha sempre smentito il suo coinvolgimento nello scandalo Siemens, ma non ha piu’ trovato un posto all’altezza di quello che aveva ricoperto nella grande societa’ tedesca. E’ diventato managing director di KKR Guernsey per due anni e poi consulente indipendente.
Nel dicembre scorso ha concordato il pagamento di un risarcimento di 2,5 milioni di dollari alla Siemens, la quale inizialmente ne chiedeva 15. Deutsche Boerse, in cui Neubuerger ricopriva il ruolo di membro del consiglio di supervisione si e’ detta “profondamente toccata per la notizia della sua morte”. “Sentiremo la sua mancanza come persona e come membro del board”. (AGI) .

http://www.imolaoggi.it/2015/02/06/siemens-si-suicida-lex-responsabile-finanziario-del-colosso-tedesco/

alla Danimarca non lasciare il cambio fisso con l'Euro costa troppo, a breve il punto di non ritorno

Danimarca, perché l'isteria della banca centrale dimostra che il peg è insostenibile

Danimarca taglia tassi per quarta volta in 3 settimane

La Danimarca ha tagliato i tassi sui depositi delle banche per la quarta volta in 3 settimane, dimostrando che le pressioni rialziste sulla corona proseguono, mettendo seriamente a rischio il "peg" con l'euro.

Per la quarta volta in appena 3 settimane, la banca centrale in Danimarca ha tagliato i tassi sui depositi delle banche, portandoli a -0,75% da -0,50%. Il governatore Lars Rohde ha cercato di dissuadere gli investitore in ogni modo dal puntare a mettere in soffitto il "peg", l'aggancio della corona danese all'euro sin dal 2000, sostenendo che non ci saranno limiti all'aumento delle riserve valutarie e avvertendo che i tassi negativi potrebbero ancora essere tagliati.
Rohde ha dichiarato anche che l'istituto potrebbe acquistare bond denominati in euro, a breve termine, grazie al fatto che oggi i tassi in Danimarca sono più bassi che in qualsiasi altro paese, continuando a registrare un profitto. Quanto alle ipotesi di un QE danese, il governatore non ha escluso nulla, mentre alla domanda se la BCE stia intervenendo in aiuto del cambio, ha affermato che ciò non rappresenta un tema e che la banca centrale di Copenaghen è l'unico soggetto titolato ad emettere corone, per cui non necessita dell'aiuto di nessun altro.
APPROFONDISCI - Danimarca, la corona resta sotto pressione. Jyske: è sopravvalutata, via il peg con l'euro

Peg sempre più indifendibile

Dal 1982, il cambio della corona è stato ancorato al marco tedesco prima e all'euro dopo. Oggi, il compito di Rohde è di difendere il "peg" a 7,46038 con l'euro con un margine teorico di tolleranza del 2,25%, ma che ultimamente è diventato nei fatti di appena lo 0,50%. Gli investitori hanno iniziato ad acquistare corone, specie dopo che la SNB, la banca centrale svizzera, ha annunciato l'abbandono della difesa del cambio minimo lo scorso 15 gennaio, ma anche per il varo del QE da parte della BCE.
Gli afflussi di capitali in Danimarca sono così elevati, che i titoli di stato fino a 5 anni rendono negativamente, così come i bond immobiliari con scadenza fino a tre anni. Il governo ha dovuto sospendere le aste dei bond pubblici, in modo da abbassare l'offerta e spingere i rendimenti in territorio negativo, disincentivando gli ulteriori afflussi.
APPROFONDISCI - La Danimarca si avvia ai tassi zero sui bond a 10 anni. Mutui a 30 anni all'1,5%
A gennaio, le riserve valutarie sono cresciute di 16,3 miliardi di dollari, toccando il 30% del pil. Siamo ancora lontani dall'80% della SNB, ma il trend appare del tutto simile. Adesso che sono stati tagliati i tassi ai livelli elvetici, l'istituto potrebbe iniziare a concentrarsi nell'acquisto dei titoli di stato e di altri titoli privati, grazie anche al fatto di detenere il più grande mercato dei bond immobiliari al mondo in relazione alla popolazione, pari a 500 miliardi di dollari.
APPROFONDISCI - La Danimarca difenderà il peg con l'euro senza limiti. Boom di riserve valutarie a gennaio

Sfidare Rohde?

Tutte queste azioni dimostrano, però, che la banca centrale è disperatamente concentrata a difendere un cambio insostenibile, almeno nel breve termine. Dalla sua, ha il fatto che la BCE potrebbe essere costretta ad intervenire, stando all'accordo bilaterale del 2000. Tuttavia, è evidente che non potrà andare avanti con nuovi tagli dei tassi e il solo fatto di essere intervenuta 4 volte in 3 settimane comunica un segnale di nervosismo, anziché di forza.
E' anche vero che Rohde ha minacciato chiaro e tondo i mercati: "se non ne avete abbastanza faremo anche di più". Difficile che gli investitori si mettano a sfidare un istituto, stando al detto "mai sfidare la Fed". Ma dopo la SNB, c'è scarsa fiducia sulle banche centrali e i loro annunci. Qualcuno potrebbe sempre confidare nel fatto che uno dei pochi paesi con rating sovrano tripla A sia troppo appetibile per i mercati e che dovrà arrendersi alla realtà dei fatti.
APPROFONDISCI - La Danimarca prova una mossa disperata per difendere il cambio con l'euro
La Danimarca dovrà abbandonare il peg con l'euro? Terzo taglio dei tassi in 10 giorni

 http://www.investireoggi.it/economia/danimarca-perche-listeria-della-banca-centrale-dimostra-che-il-peg-e-insostenibile/

Siria, noi occidentali finanziando la Rivoluzione a Pagamento, abbiamo aperto il vaso di Pandora


Libano, il paese dei cedri cerca di resistere al caos


Data 06 February 2015 di
Un reportage sul Libano che dà voce alle tante realtà e pluralità del Paese dei Cedri: “Libano nel baratro della crisi siriana” di Matteo Bressan e Laura Tangherlini (Poiesis Editrice) è un testo che aiuta a inquadrare i problemi e le tensioni che il Paese attraversa, indagate attraverso il punto di vista di differenti personalità politiche, diplomatiche e religiose e attraverso un approfondito lavoro di documentazione, con  analisi e interviste sul campo. Ce ne parlano i due autori, entrambe giornalisti esperti di Medioriente.
Che ripercussioni ha avuto la crisi siriana in Libano a livello economico?
Ripercussioni enormi. Nell’ottobre 2014 la Banca Mondiale calcolava che la già provata economia libanese ha subito perdite per 7,5 miliardi di dollari negli ultimi due anni e le previsioni parlano di un aumento della povertà -circa 170.000 poveri in più- e della disoccupazione: nei prossimi mesi potrebbero restare senza lavoro tra 220.000 e i 320.000 libanesi, in maggioranza giovani non qualificati.
Come è cambiata l’opinione pubblica rispetto al tema dei profughi siriani?
Purtroppo è cambiata e nettamente in peggio. Oramai i profughi sono percepiti dalla maggioranza dei libanesi come “rubalavoro”, concorrenti negli alloggi, portatori di malattie, causa di un peggioramento dei servizi e di una minore reperibilità di risorse, criminali comuni o fonte di insicurezza a livello terroristico. Un giudizio altamente negativo dovuto anche al fatto che la maggior parte dei profughi si è stabilita in aree già povere la cui popolazione libanese aveva già non pochi problemi. La pressione dei rifugiati sta mettendo a dura prova i sistemi di distribuzione delle acque, dei servizi igienico-sanitari, della salute e l’ambiente nel suo complesso. In alcune città e villaggi gruppi spontanei di vigilantes hanno imposto il coprifuoco sui nuovi arrivi. Soprattutto, si teme che l’equilibrio religioso e confessionale nel Paese venga alterato, al punto da scatenare anche in Libano una nuova guerra civile. Questo non vuol dire che non permangano tra i libanesi casi numerosi di famiglie e associazioni che continuano la loro opera di accoglienza verso queste persone e di sensibilizzazione per evitare una deriva razzista.
Qual è oggi la situazione dei profughi siriani in Libano?
Il governo libanese dice che il numero effettivo dei profughi nel Paese è di circa 1,6 milioni – pari a più di un terzo della popolazione. Un recente rapporto dell’Unhcr parla invece di circa 1 milione e 200 mila persone, in un paese come il Libano con poco meno di 4 milioni e mezzo di abitanti. Facendo le dovute proporzioni, è come se l’Italia ospitasse circa 16 milioni di profughi stranieri. Per questo, recentemente il governo libanese ha deciso una ulteriore stretta, dopo quella della scorsa estate, sugli ingressi in Libano. Ogni persona che voglia entrare nel Paese dei Cedri avrà da ora in poi, è stato fatto sapere, bisogno di indicare un obiettivo chiaro per la sua “visita” e, se approvato, il visto sarà rilasciato, ma solo per una durata limitata. I siriani che chiedono di entrare per poter lavorare dovranno dimostrare avere come referenti un cittadino o una società libanese, in grado di garantire loro un’occupazione.
Che cosa si sta facendo per gestire l’emergenza profughi? 
Il Libano dopo quattro anni sta aprendosi all’idea di aprire campi profughi all’interno dei propri confini, come hanno fatto da subito altri Paesi confinanti con la Siria come la Giordania e la Turchia. Si tratta però al momento ancora di esperimenti pilota, sotto il controllo delle Nazioni UNite, che riguardano una minoranza esigua dei siriani scappati dal loro Paese. Si prosegue inoltre con i programmi di inserimento scolastico e di aiuti umanitari, ma la situazione è sempre più drammatica.
Qual è il ruolo dell’Unifil?
L’Unifil, la forza internazionale d’interposizione dell’Onu, sta svolgendo dal cessate il fuoco del 2006 tra Hezbollah e Israele, un compito molto delicato. Di fatto la presenza del contingente internazionale, al comando del Generale Luciano Portolano, ha determinato il più lungo periodo di stabilità nel Sud del Paese dei Cedri (l’area dove opera il contingente) ed ha consentito all’Esercito Libanese, per la prima volta nella storia, di potersi schierare al confine con Israele. Il monitoraggio costante della Blue Line (il confine tra Libano e Israele) e l’addestramento dell’Esercito Libanese sono dei fattori importanti che concorrono alla stabilità del Libano. Inoltre l’imparzialità del mandato della missione nel monitorare eventuali sconfinamenti lungo la frontiera è stata riconosciuta ed apprezzata dalla popolazione locale che ha peraltro beneficiato dei molti interventi di assistenza e cooperazione civile e militare attuate dai militari dell’Unifil.
Qual è oggi il confine più instabile del Medioriente?
In questo momento il Libano si trova esposto lungo il confine siriano alla minaccia dei gruppi islamisti quali al–Nusra e l’Isis con i quali Hezbollah è ormai in guerra da due anni. L’Esercito Libanese è impegnato a contrastare il concreto rischio che l’Isis possa trovare un terreno fertile nel Nord del Paese. Al tempo stesso, a Sud c’è l’altro fronte caldo, al momento congelato, con Israele. Va detto che negli ultimi anni ci sono stati scontri verbali tra Hezbollah e autorità israeliane ma nell’ultimo anno, anche a seguito dei diversi raid israeliani in territorio siriano contro rifornimenti e installazioni di Hezbollah, la tensione sta aumentando. Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha recentemente affermato che Israele si dovrà aspettare ritorsioni da parte degli alleati di Assad in Siria. Proprio domenica 18 gennaio c’è stata un importante attacco delle Forze Armate israeliane contro alcuni miliziani di Hezbollah e alcuni militari iraniani che stazionavano sul Golan.
Qual è oggi la situazione dei cristiani in Libano?
I cristiani in Libano sono e restano una delle più importanti comunità del Paese, tanto è vero che non esiste nessun Paese nel Medio Oriente in cui la più alta carica dello Stato viene assegnata per Costituzione ad un cristiano, ma le loro divisioni politiche indeboliscono notevolmente la loro capacità di incidere nella società libanese. Di fatto, volendo schematizzare, possiamo dire che due partiti si sono collocati nella sfera di influenza dell’Arabia Saudita (Kataeb e Lebanese Forces) e due invece (Marada e Free Patriotic Movement) nell’orbita dell’Iran e della Siria di Assad.
Perché il Libano è il “paese dei paradossi”?
Dallo scorso maggio il Libano è senza Presidente della Repubblica, a causa delle forti divisioni dei due blocchi politici che impediscono l’elezione della massima autorità dello Stato. Nessuno dei principali leader maroniti che ad oggi sono in corsa per la Presidenza, Samir Geagea per le Forze Libanesi e Michel Aoun del Movimento Patriottico Libero, sono riusciti a ottenere i voti necessari ed è probabile che si dovrà trovare un Presidente di compromesso, come ad esempio un alto esponente dell’Esercito Libanese. È molto probabile che alla fine Francia, Arabia Saudita, Qatar, Siria, ed altri Paesi svolgeranno un ruolo chiave nell’elezione del Presidente. Non è una novità che in Libano siano in gioco molteplici e contrapposti interessi dei grandi attori regionali e internazionali come è altrettanto evidente che questa situazione sia estremamente delicata proprio per le crescenti emergenze, umanitarie e militari, che il Paese deve fronteggiare.


http://vociglobali.it/2015/02/06/libano-il-paese-dei-cedri-cerca-di-resistere-al-caos/

Nostra responsabilità aver permesso a Napolitano, peggiore Presidente della Repubblica, di mettere a capo di un governo un imbecille

6/02/2015

Il gran pasticcio dell’Iva che affossa i supermercati

Si chiama reverse charge e sta facendo infuriare produttori e distributori. Per una volta d’accordo

(PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

Il fisco italiano sta riuscendo in un’impresa finora impossibile: mettere d’accordo chi fabbrica i prodotti e chi li vende nei supermercati. I rivali di mille battaglie - sui tempi di pagamento, sui margini, sul posizionamento negli scaffali - si ritrovano assieme, per protestare contro l’inversione dell’Iva decisa dall’ultima legge finanziaria. «Avrà un effetto devastante», sintetizza Mario Gasbarrino, amministratore delegato di Unes/U2 Supermercati, «l’impatto sarà triplo rispetto alla legge che ha imposto il limite di 60 giorni per i pagamenti ai fornitori (Art 62 legge n° 27/2012), che qualche anno fa ha tolto sei miliardi di liquidità alla grande distribuzione organizzata». Non solo: «crea distorsione nel mercato», «sarà una mazzata per la Pmi», «assieme alla norma sulle etichette produce un combinato disposto mortale».
Di che mostro stiamo parlando? Di un meccanismo che nel gergo dei ragionieri si chiama “reverse charge” (inversione contabile). È stato introdotto prima per regolare il commercio con l’estero. Poi, dal 2012 è stato esteso al mondo dell’edilizia. Con la legge di Stabilità 2015 l’applicazione ha riguardato una serie di altri ambiti, come le pulizie, le demolizioni, l’installazione degli impianti, il settore energeticco e appunto la gdo (supermercati, ipermercati e discount alimentari). Per la grande distribuzione organizzata, a differenza degli altri ambiti, l’applicazione del reverse charge al caso in esame è subordinata al rilascio di un’apposita autorizzazione da parte dell’Ue. La quale è però tutt’altro che scontata. Lo scopo è evitare l’evasione fiscale in settori in cui è diffusa.

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Se il meccanismo non è chiaro, meglio spiegarlo. Per una volta, Wikipedia non aiuta, quando definisce il reverse charge “un particolare meccanismo di applicazione dell'imposta sul valore aggiunto, per effetto del quale il destinatario di una cessione di beni o prestazione di servizi, se soggetto passivo nel territorio dello Stato, è tenuto all'assolvimento dell'imposta in luogo del cedente o prestatore”.
L’enciclopedia libera si riscatta fornendo un esempio di come funziona l’Iva normalmente. “Un commerciante acquista materia prima per un valore di 1.000 euro, per cui pagherà 1.220 euro, essendo l'Iva pari a 220 euro (22%). Supponiamo che, a seguito di una serie di lavorazioni effettuate su di essa, il valore del prodotto lavorato sia di 1.200 euro. Al momento della vendita il consumatore finale pagherà al commerciante una somma di 1.464 euro (1.200 + 264). La somma che il commerciante deve versare allo Stato è di 264 – 220 = 44 euro (Iva che il commerciante ha ricevuto dal consumatore finale al netto di quella versata per acquistare la materia prima)”.
Con l’inversione dell’Iva, il commerciante compra invece a 1.000 dal fornitore. Se il valore del prodotto lavorato è sempre pari 1.200, il commerciante venderà a 1.464 euro e la somma che dovrà versare allo Stato sarà di 264 euro. Per il commerciante non cambia niente, ma per il produttore è un problema grosso, perché per ottenere le materie prime ha pagato con Iva. Dovrà quindi bussare allo Stato per ottenere i rimborsi. «Il problema è che passa un anno e mezzo prima del rimborso», dice Gasbarrino. Questo «per le Pmi è una mazzata, soprattutto quelle che fino ad ora si sono autofinanziate e che ora perdono molta liquidità». Un esempio è la Balocco, nota azienda dolciaria, il cui amministratore delegato Alberto Balocco si sta facendo portavoce della protesta dei piccoli produttori. 
 
 
Perché, se colpisce i produttori, il reverse charge sta facendo infuriare anche i distributori? Perché non tutti i distributori sono uguali. Ci sono quelli che, come Conad, Sisa o Crai, non vendono direttamente ai clienti ma a delle società minori sul territorio, le quali effettivamente vendono ai consumatori finali. Con l’inversione contabile il fornitore (per esempio la Coca-Cola) vende un bene che vale 1.000 a Conad aggiungendo l’Iva (quindi a 1.220 euro). Conad, sempre con un valore del lavorato pari a 1.200, venderà a 1.200 al venditore finale, il quale poi venderà al pubblico aggiungendo l’Iva. Quindi Conad (o Crai, Sisa eccetera) perde liquidità e dovrà aspettare un anno e mezzo per incassare i denari che gli spettano dall’Erario. 
 
E questo non è un problema da poco: «le aziende della distribuzione si finanziano con l’Iva», spiega Gasbarrino. Per una società come Conad, aggiunge, significa perdere almeno un miliardo di liquidità all’anno. «Salteranno le aziende - aggiunge - e se non salteranno taglieranno gli investimenti, proprio quelli che mancano di più all’Italia. È la cosa meno necessaria in un momento di credit crunch». 
 
C’è un poi un terzo problema. «Si crea anche una discriminazione nel mercato - spiega Gasbarrino - : la Coca-Cola, per fare un nome a caso, sarà più contenta di vendere a Conad, perché potrà fatturare con l’Iva, piuttosto che a Unes ed Esselunga, che vendono direttamente al pubblico». Quindi una società che fa affiliazione, come Conad o Crai, da una parte è svantaggiata dal reverse charge, dall’altra è avvantaggiata. «La legge senza volerlo dà un colpo al cerchio e uno alla botte - dice l’ad di Unes -. Questo mette d’accordo industria e distribuzione nella protesta». 
Perché si è arrivati a questa situazione? «Non c’è ratio se lo scopo è il recupero dell’evasione - aggiunte Gasbarrino -: i fornitori della Gdo sono affidabili, sono tutti medi o grossi produttori».
Per l’ad della catena di supermercati la norma è solo «una misura tampone: sono stati appostati 730 milioni di euro di recupero teorico di evasione dell’Iva, con un calcolo sovrastimato, perché l’Europa chiedeva una correzione da 3 miliardi di euro nella legge di stabilità e non si riusciva a trovare gli ultimi 700 milioni». Ma l’Europa stessa dirà probabilmente di no. «Si sa già che l’Europa è contraria: ha già detto di no a un’inversione dell’Iva per un zuccherificio dell’Europa dell’Est. Nella sostanza la nuova legge non si potrà fare e scatterà la clausola di salvaguardia: si metteranno cioè nuove accise, a partire dai carburanti. Sono dilettanti allo sbaraglio». 
 
 
La vis polemica di Gasbarrino si estende anche alla nuova legge sull’etichetta: dopo l’entrata a regime del regolamento europeo XX/2011 non è più obbligatorio sulle etichette indicare lo stabilimento di produzione. Una sorta di spinta alla delocalizzazione, a cui dovrebbe essere messa una pezza da un intervento del governo, promesso dal ministro dell’Agricoltura Martina e sul quale il ministro Federica Guidi ha promesso un intervento, senza sbilanciarsi sui dettagli.
«Si fanno le leggi a favore del Made in Italy, come la legge Sabatini, e poi si toglie l’obbligo dell’etichetta - conclude Gasbarrino. La mano destra ancora una volta non sa quello che fa la sinistra».

http://www.linkiesta.it/reverse-charge-inversione-iva-conseguenze-su-supermercati

e la mogherini??? se la sono dimenticata??? ... mogherini chi???? (mojtoge)

Ucraina: Merkel e Hollande volano a Mosca. Ma la tregua non è scontata

Angela Merkel, Vladimir Putin e Francois Hollande durante i colloqui a Mosca



A Mosca il vertice tra Merkel, Hollande e Putin

Berlino - I colloqui al Cremlino tra Angela Merkel, Francois Hollande e Vladimir Putin sulla crisi ucraina si sono conclusi dopo cinque ore e sono stati «costruttivi» (fotogallery) . I tre leader hanno concordato di risentirsi telefonicamente domenica, ha spiegato il portavoce del presidente russo, Dmitri Peskov.

I colloqui sono stati «concreti e costruttivi» ha spiegato aggiungendo che al momento i tecnici stanno cercando di definire un documento congiunto sull’attuazione dell’accordo di Minsk per la tregua - mai rispettato - nelle regioni orientali ucraine raggiunto il 5 settembre scorso e riconfermato, inutilmente, il 9 dicembre scorso.

Putin intanto - secondo quanto riporta Marco Zatterin nel blog su La Stampa - avrebbe già pronto un contropiano che prevede nuovi confini per l’Ucraina. «Vuole estendere i termini dell’intesa di Minsk e stabilire un nuovo confine interno all’Ucraina che rifletta la situazione attualmente sul terreno», spiega una fonte diplomatica.

Ieri tappa dei due leader a Kiev
Prima di partire, tuttavia, la Merkel e il presidente francese Francois Hollande avevano manifestato prudenza e scetticismo sulla possibilità di convincere il leader russo ad accettare un piano di cui non si conoscono ancora i dettagli ma che - secondo indiscrezioni di stampa e le indicazioni della stessa Merkel - ha tutta l’aria di essere una rivisitazione degli accordi di Minsk, ripetutamente violati da ambo le parti.

«Possiamo fare - aveva detto la cancelliera prima di salire a bordo dell’aereo - solo ciò che è in nostro potere. Sappiamo che la situazione è completamente aperta, ma non sappiamo se riusciremo ad arrivare ad un cessate il fuoco, se ci arriveremo oggi o se saranno necessarie altre discussioni, non sappiamo se i colloqui di oggi saranno lunghi o brevi. O se saranno gli ultimi colloqui». Con la missione di ieri a Kiev (cinque ore con il presidente Petro Poroshenko) e di oggi a Mosca «noi ci impegniamo a mettere fine al bagno di sangue e a far rivivere gli accordi di Minsk», aveva aggiunto, ricordando che è in ballo «la pace europea» e smentendo le notizie di stampa su possibili concessioni territoriali ai ribelli.

L’integrità territoriale ucraina
Le autorità di Kiev hanno insistito che non accetteranno nessuna formula che metta a rischio l’integrità territoriale e la sovranità del Paese. Anche perché, come ha detto il vicepresidente Usa, il vicepresidente Joe Biden a La Stampa, «non si può consentire a Putin di ridisegnare la mappa dell’Europa». E alla vigilia anche Hollande aveva assicurato il rispetto dell’integrità territoriale ucraina, parlando di un piano «accettabile per tutti» e ammonendo che «i negoziati diplomatici non possono proseguire all’infinito».

Putin l’ha capito, incalzato anche da un Paese messo in ginocchio da sanzioni, crollo del rublo e del prezzo del petrolio. Ma, come un consumato giocatore di scacchi, ha continuato a giocare in attacco facendo una proposta ai due leader europei e offrendo loro la possibilità di sganciarsi da Washington, sempre più incline a soccorrere militarmente l’Ucraina.

Ipotesi armi Usa all’Ucraina
L’Amministrazione Usa decide in queste ore sull’eventuale trasferimento di armi «difensive» all’Ucraina. Sarebbe un altro elemento di forte tensione con Mosca, che ha già fatto sapere che il rafforzamento della presenza della Nato nell’Europa orientale e sul Baltico «altera in modo serio» la situazione politico-militare ai confini e rappresenta un «grande rischio» per la Russia, che «ne terrà conto» nella sua pianificazione militare «al fine di garantire i propri legittimi interessi».

Mosca, inoltre, ha già avvertito che forniture di armi «letali» a Kiev da parte di Washington comporterebbe un «danno colossale» ai rapporti tra Russia e Stati Uniti.

L’Europa «assente»
La crisi è destinata ad approdare anche sul tavolo del vertice Ue di giovedì prossimo 12 febbraio se prima di allora non ci sarà una svolta. Lo rilevano fonti Ue. «Molto dipende dall’esito della missione Merkel-Hollande», si sottolinea a Bruxelles dove si rileva anche che i due leader hanno agito senza un coordinamento preventivo con le altre capitali europee.

Kiev: «60 separatisti uccisi al fronte»
In un quadro di così crescente tensione, con almeno altri sessanta separatisti uccisi nelle ultime 24 ore dai governativi, l’unica buona notizia consiste nell’apertura di un corridoio umanitario a Debaltsevo, lo strategico nodo ferroviario situato a metà strada tra Donetsk e Lugansk, dove si combatte da tre settimane: un convoglio di pullman ha così potuto evacuare i civili rimasti intrappolati in città.





commento
Gli Europei se fossero un poco intelligenti dovrebbero mandare in quel paese Obama e tutti gli Americani. Sono loro il nostro vero nemico,grazie alla loro politica espansionistica­, unita alla loro stupidità sono riusciti a fare arrivare i terroristi islamici alle porte dell'Europa ed ora pretenderebbero anche che facessimo guerra alla Russia, facendoc­i massacrare dai missili russi. E' ora che l'Europa cominci a ragionare con la propria testa ed a pensare ai propri interessi che sono al'opposto di

leonardo
http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2015/02/06/AR73aVRD-ucraina_scontata_hollande.shtml