Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 febbraio 2015

Grecia, l'unico accordo vero è stato prendere tempo


Eurogruppo-Grecia. Accordo su aiuti per quattro mesi In evidenza

Eurogruppo-Grecia. Accordo su aiuti per quattro mesi
Al termine di due settimane da cardiopalmo, tra scambi reciproci di "prendere o lasciare", e un pomeriggio di trattative freneriche all'Eurogruppo, è stato firmato un accordo per la prosecuzione del "programma di aiuti" verso Atene.
E converrà esaminare attentamente il testo completo per capire quanto i greci di Syriza abbiano lasciato sul terreno e quanto i falchi del Nord abbiano ottenuto. Il diavolo sta sempre nei dettagli, non nelle dichiarazioni.
Per cominciare, non è neanche esatto dire che si sia trattato di una "riunione dell'Eurogruppo". Di fatto, in una sala, la delegazione greca era riunita in permanenza con alcuni "partner" europei; in un'altra sala, la delegazione tedesca guidata da Wolfgang Schaeuble faceva lo stesso. Tra le due sale un traffico intenso di sherpa, "pizzini", polizioti buoni e cattivi a turno.
Per quello che è stato reso noto al termine della riunione - lunga, faticosa, aspra - i punti centrali sono quattro:
a) "estensione" di quattro mesi dell'attuale piano di aiuti; meno di quanto chiesto da Atene (sei mesi), ma senza alcune "condizionalità" sul fronte delle "riforme strutturali". Per un paese che si trovava nella concreta possibilità, da qui a una settimana, di restare senza liquidità nelle casse dello Stato e in quelle delle banche, è una semplice ma importante boccata di ossigeno.
b) prima di ricevere effettivamente nuovi aiuti Atene dovrà provvedere al completamento delle misure previste dal Master Financial Assistance Facility Agreement (MFFA), "facendo il migliore uso della flessibilità data dal presente accordo";
c) rispetto degli impegni finanziari nei confronti dei creditori (è il problema relativamente minore, per Atene, visti i tempi già concorddìati dal governo precedente).
d) entro lunedì Atene comunicherà all'Unione Europea l'elenco di riforme che intende avviare. E' il punto centrale, quello che fa capire che la partita non è affatto chiusa qui, ma continua tra due giorni e per tutta la settimana (il 28 scade il "programma" che dovrebbe essere prorogato). Da un lato c'è infatti la "conquista" dell'autonomia ellenica in fatto di riforme (non saranno quelle "indicate" dalla Troika, formalmente), ma ci sarà un "controllo" sovranazionale sulla loro efficacia rispetto al bilancio.
Questo è il massimo che sono riusciti a ottenere negoziatori veri e determinati, ma anche decisi a restare dentro la cornice-gabbia dell'Unione Europea.
Difficile non interpretare questo ingranaggio come una estensione dell'ultimatum lanciato all'inizio della settimana da Dijsselbloem e Schaeuble. In pratica, lunedì Atene dovrebbe decidere se "cede", rinunciando a tutto il proprio pragramma elettorale (perlomeno nelle misure più significative), oppure se si prepara a uscire dall'Enione e dall'euro.
Ma va detto che non esiste alcuna condizione "a contorno" che possa consigliare a un governo appena eletto (neanche un mese..) di imboccare la seconda strada. Fuori dall'Unione Europea ci sono certamente le offerte di aiuto, più o meno ufficiali, di Russia e Cina, mentre l'"incoraggiamento americano" è presto diventato il solito "arrendetevi, siete circondati". Dimensioni economiche e struttura produttiva della Grecia sono quel che sono. Un eventuale fallimento (default) avrebbe conseguenze durissime e immediate per i greci, provocando al contempo danni molto gravi al sistema finanziario europeo (e soprattutto tedesco, nonostante gran parte degli "aiuti" ad Atene siano fin qui serviti per salvaguardare i conti delle banche di Parigi e Berlino).
L'unico punto che sembrerebbe faticosamente portato a casa è la dimensione dell'avanzo primario (la differenza positiva fra le entrate e le uscite di uno Stato, senza contare gli interessi sul debito pubblico). Che la Troika aveva fissato nel 3% per quest'anno e al 4,5 per il prossimo, mentre la proposta iniziale di Yanis Varoufakis lo fissava all'1,5 per avere qualche risorsa da spendere sul piano sociale. La misura è rimasta indeterminata - «sulla dimensione dell'avanzo primario di bilancio richiesto alla Grecia terremo conto della situazione», recita il comunicato finale  - quindi prevedibilmente oggetto di altri tira-e-molla.
Anche i fondi a disposizione del "fondo ellenico di sostegno al comparto bancario" (Esfs), ma la cui erogazione deve esser chiesta dalla Bce, dovranno obbligatoriamente essere «utilizzati solo per ricapitalizzazioni bancarie e per costi di risoluzione» delle banche stesse. Il governo Syriza pretendeva ovviamente di utilizzarli in maniera diversidicata, per far fronte agli impegni presi con l'elettorato.
L'accordo è stato definito dal commissario all'economia, Pierre Moscovici, «un accordo equilibrato, che permette alle autorità greche di mettere in opera i cambiamenti che desiderano e allo stesso tempo di rispettare gli impegni». Ma appare chiaro che il "punto di equilibrio" è situato molto più vicino agli interessi dei creditori (i paesi europei) che non a quelli della popolazione greca.
Anche Varoufakis lo sa e infatti le sue dichiarazioni all'uscita sono tutto meno che trionfalistiche: «Non è il momento di festeggiare, questo accordo è un piccolo passo in avanti, il primo nella giusta direzione. Abbiamo combinato due cose di solito ritenute contraddittorie, l'ideologia e la logica, ossia la democrazia e il rispetto delle regole». L'accordo, ha riconosciuto, prevede una lunga serie di limiti all'azione politica del suo governo, «come non prendere decisioni che vadano a inficiare il bilancio. In un certo senso, una condizione che volevamo».
Dal suo lato, però, rivendica il fatto di non aver «firmato nessun Memorandum d'intesa, è l'inizio di una fase nuova. Saremo coautori della nostra lista di riforme, non seguiremo più uno script datoci da agenzie esterne», ovvero con la Troika. «Abbiamo rotto con le scelte dei passati governi ed evitato ulteriori misure recessive, come l’aumento dell’Iva o l’obiettivo di un avanzo primario al 3 per cento. Abbiamo anche ottenuto di poter discutere un nuovo patto per la crescita, incluso l’alleggerimento del debito, dall’estate prossima». Varoufakis ha detto, infine, che «i prossimi quattro mesi saranno utilizzati per ricostruire i rapporti con l’Europa e il Fondo monetario».
Vedremo come andrà avanti la battaglia lunedì. Ma certo si può dire già ora che in queste ore si è avuta la dimostrazione concreta dall'"irriformabilità" dell'Unione Europea. L'unica incertezza, su questa linea, è data proprio dall'estrema cebolezza - quasi irrilevanza - dell'economia greca nello scenrio continentale. Se altri paesi esprimeranno governi orientati a rimettere in discussione i trattati e le "prescrizioni" - com'è possibile che accada nel corso dell'anno in Spgna, Portogallo, Irlanda - potrebbe crearsi una "massa critica" tale da costringere i Dijsselbloem e gli Schaeuble ad accordi meno "squilibrati" oppure far traballare seriamente la "costruzione europea".
Di fronte a poteri in crisi, che conoscono solo la logica del "o ti pieghi o ti spezzo", non c'è nessun serio margine di trattativa. QUalsiasi tentativo di uscire dalla "morsa dell'austerità" deve assumere questa riflessione come un dato di fatto, non un'opinione tra tante. E se prima della generosa resistenza greca di questi giorni ci poteve essere qualche incertezza - in assenza della prova dei fatti - ora ce n'è la certezza quasi scientifica.
*****
Una parte dell'accordo, in traduzione:
"L’Eurogruppo ribadisce il suo apprezzamento per gli sforzi notevoli intrapresi dalla Grecia e del popolo greco negli ultimi anni. Nel corso delle ultime settimane ci siamo impegnati insieme alle istituzioni greche in un dialogo costruttivo e abbiamo oggi raggiunto un accordo comune.
L’Eurogruppo registra, nel quadro del regime esistente, la richiesta da parte delle autorità greche di un’estensione del Master Financial Assistance Facility Agreement (MFFA) , che è basato su una serie di impegni. Lo scopo della proroga è il completamento con successo della revisione, sulla base delle condizioni del regime attuale, utilizzando al meglio la flessibilità data che sarà esaminata congiuntamente con le autorità greche e le istituzioni. Questa estensione potrebbe anche garantire il tempo per una discussione su un eventuale nuovo accordo tra l’Eurogruppo, le istituzioni e la Grecia.
Le autorità greche presenteranno un primo elenco di riforme, in base alle disposizioni attuali, entro lunedì 23 febbraio, Le istituzioni forniranno un primo giudizio su questo elenco e giudicheranno se è sufficientemente completo per essere un punto di partenza valido per una conclusione positiva dell’accordo. Questo elenco sarà ulteriormente specificato e quindi concordato con le istituzioni entro la fine di aprile. 
Solo l’approvazione della conclusione della review consentirà l’erogazione della tranche in sospeso del programma EFSF corrente e il trasferimento degli aiuti SM SMP. Entrambi sono ancora soggetti ad approvazione da parte dell’Eurogruppo.
Accogliamo con favore l’impegno da parte delle autorità greche a lavorare in stretto accordo con le istituzioni e i partner europei e internazionali. In questo contesto ricordiamo l’indipendenza della Banca centrale europea. Abbiamo anche concordato che il FMI continuerà a svolgere il suo ruolo.
Le autorità greche hanno espresso il loro forte impegno a un processo di riforma strutturale più ampia e approfondita volta a un duraturo miglioramento delle prospettive di crescita e di occupazione, a garantire la stabilità e la resistenza del settore finanziario e a migliorare la giustizia sociale. Le autorità si impegnano ad attuare le riforme di lungo periodo, a combattere la corruzione e l’evasione fiscale, a migliorare l’efficienza del settore pubblico. In questo contesto, le autorità greche si impegnano a utilizzare al meglio la fornitura continua di assistenza tecnica.
Le autorità greche ribadiscono il loro impegno inequivocabile a onorare i loro obblighi finanziari verso tutti i loro creditori pienamente e tempestivamente. Le autorità greche si sono inoltre impegnate a garantire un adeguato avanzo primario di bilancio e a finanziare i proventi necessari a garantire la sostenibilità del debito, in linea con la dichiarazione dell’Eurogruppo del novembre 2012. Le istituzioni, per l’avanzo primario 2015, si impegnano a prendere in considerazione il ciclo economico del 2015".

http://contropiano.org/internazionale/item/29275-eurgruppo-grecia-forse-si-fa-un-accordo

Isis, il veleno del falso ideologico nato 11 settembre 2001, due aerei e tre, legasi tre, torri e un cumulo eccessivo di macerie

Lo Stato Islamico nasce a Camp Bucca, Irak

13 - 12 - 2014 Emanuele Rossi
Lo Stato Islamico nasce a Camp Bucca, Irak
Camp Bucca, prigione del sud dell’Iraq: era già famosa nel 2004 – l’anno dopo dell’invasione americana. Lì i soldati statunitensi portavano i combattenti che strappavano dalle città irachene; lì, in quella fortezza di stanze labirinto, in mezzo al nulla del deserto iracheno. L’eredità della presenza americana in Iraq, sarebbe stata plasmata, anche, da questo campo di detenzione, dove ai prigionieri venivano fatte indossare divise sgargianti di diversi colori, in base al grado gerarchico attribuito loro dall’intelligence. In mezzo a loro, con la tuta arancione canonica, nessuno immaginava ci potesse essere il futuro Califfo.
E infatti, è a Camp Bucca che è nato l’Isis, racconta un alto notabile dell’attuale Stato Islamico a Martin Chulov del Guardian «Bucca era una fabbrica, ha costruito la nostra ideologia».
Si chiama Abu Ahmed (o meglio, questo è il suo nome di battaglia) l’uomo che ha parlato con il giornale inglese, e ha raccontato nel bellissimo reportage di Chulov, come la prigione, superate le paure della detenzione, è stata «una straordinaria opportunità». Lui e diversi altri combattenti, non si sarebbero potuti riunire in quel numero, con quella continuità, in uno stesso luogo, a Baghdad: «Sarebbe stato troppo pericoloso», li avrebbero osservati e poi colpiti. A Camp Bucca Ahmed ha incontrato per la prima volta Abu Bakr al-Baghdadi, l’attuale leader dello Stato Islamico, il Califfo Ibrahim, detenuto pure lui.
L’intervista al Guardian, è frutto di due anni di lavoro: contatti, e discussioni, nel corso dei quali Ahmed ha rivelato il suo passato di militanza (fino ai quadri alti) e ha sempre espresso una certa titubanza ad uscire pubblicamente. D’altronde, le ragioni dell’attuale Isis, sono molto simili a quelle che lo avevano portato in prigione dieci anni fa: i sunniti come lui si ribellavano agli Usa, visti come veicoli dell’affermazione del potere sciita. Aprirsi con uno dei principali quotidiani occidentali, è, adesso, un passaggio importante delle sue perplessità su ciò che lo Stato Islamico è diventato – una sorta di pentimento, di affrancamento, per dire.
Ahmed ha raccontato molto di Baghdadi. Un uomo schivo, spesso distante, opaco, non agitato secondo le sue rivelazioni: con carisma, certo, ma non come quello di altri detenuti. I carcerieri americani lo avevano addirittura usato alcune volte, per sedare questioni insorte tra i detenuti e tenere il campo tranquillo. Baghdadi è stato catturato dalle forze speciali americane nel febbraio 2004, a Falluja, mentre stava “aiutando” un gruppo dal nome Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah. Erano i tempi in cui i sunniti iracheni, si sentivano privati di ogni sorta di diritto civile dagli americani, che erano lì per rovesciare il loro patrono, Saddam Hussein – catturato proprio un 13 dicembre, del 2003. Per questo combattevano, e perché davanti a loro vedevano imbracciare le armi, insieme agli americani, alle milizie sciite.
Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah era uno delle decine di gruppi armati che nascevano in quegli anni, e che presto sarebbero confluiti nella casa di al-Qaeda in Iraq. Uno dei tanti: precursore del colosso del Califfato, vero, ma infinitesimo se messo a confronto con la straordinaria potenza che aveva in mano, ai tempi, il capo della rivolta: Abu Musab al-Zarqawi.
Ma Baghdadi dalla sua, rivendicava da sempre una carta unica: la discendenza diretta dal profeta Muhammad. Carta giocata di nuovo, dieci anni dopo (adesso), per incoronarsi Califfo.
Una persona tranquilla in carcere, stando al racconto di Abu Ahmed, che si è mosso sottotraccia, scalando mano a mano gli scalini della prigione: «ogni volta che c’era un problema, lui era al centro di esso», per risolverlo. Per questo a dicembre 2004 fu ritenuto idoneo dagli americani, per lasciare il campo di detenzione.
Baghdadi era autorizzato ad uscire, e senza che l’esercito Usa se ne accorgesse, cominciava così la costruzione dello Stato Islamico. La “formazione in carcere” (componente ormai nota in diversi altri casi), è stata ammessa da svariati militanti e anche da alcuni ufficiali americani: non solo Camp Bucca, ma pure Camp Cropper e Abu Ghraib – altre due prigioni nei pressi di Baghdad. La radicalizzazione durante le detenzioni, ha incendiato la rivolta e ha permesso di creare strutture più organizzate: gerarchie, ruoli, catene di comando. Erano tutti lì, tutti insieme: un’occasione, appunto.
Il mezzo di comunicazione per chi usciva, era l’elastico delle mutande: ci appuntavano i contatti da prendere appena fuori. «Entro il 2009 molti di noi stavano già facendo quello che facevano prima di essere catturati. Ma lo stavano facendo meglio», cioè più organizzati. Racconta Chulov che Abu Ahmed sorrideva mentre spiegava la semplicità con cui si è svolto quello che poteva rappresentare il passaggio più complicato: ricompattare e collegare le forze dei jihadisti. Appena usciti, giunti in posto sicuro, si spogliavano e cominciavano a chiamare i contatti concordati in carcere, per costruire il network iracheno. Le mutande, pensare.
Hisham al-Hashimi, analista iracheno, stima che almeno 17 su 25 dei più alti leader dello Stato Islamico, siano stati rinchiusi in prigioni statunitensi, tra il 2004 e il 2011. Alcuni sono stati consegnati dagli americani alle carceri irachene, ma le liberazioni/evasioni degli ultimi anni, hanno permesso loro di tornare a ricongiungersi con i compagni. Ad Abu Ghraib è toccato nel 2013, e si pensa siano evasi oltre 500 detenuti; a giugno di quest’anno invece, è stata attaccata la prigione di Mosul, e si dice che a sfondare i cancelli fosse presente pure il Califfo Baghdadi.
Le prigioni sono state non solo punto di raccolta, ma hanno anche avuto il ruolo di sviluppo ideologico e poi diventate simbolo della rivendicazione: i maltrattamenti, le torture (argomento attuale, dopo l’uscita del report del Senato americano sui metodi duri di interrogatorio della CIA), contro padri, mariti, figli, sono diventate nella narrativa della rivolta, l’emblema della politica ingiusta degli invasori. Di Abu Ghraib si sapeva tutto anche in quegli anni, di Camp Bucca se ne parla dal 2009.
Secondo i racconti di Ahmed, gli anni di relativa tranquillità tra il 2008 e il 2010 (quando i risultati del Sunni Awakening e del Surge di Petraeus cominciavano ad arrivare e avevano ridato speranza al paese), hanno rappresentato per l’Isis un momento di tregua, un allentamento, ma non una sconfitta completa – occorreva proseguire, forse. Nel 2006 gli Stati Uniti avevano ucciso, con l’aiuto dell’intelligence giordana, al-Zarqawi, considerato il leader più intelligente che lo stato islamico ha avuto. Nel 2010 fu colpito a morte in un raid Abu Omar al-Baghdadi, il suo successore, spietato e pragmatico (con lui c’era anche Abu Ayub al-Masri, il vice). Poi toccò a Abu Bakr, l’attuale Califfo, prendere le redini dell’organizzazione: lui, Ahmed, lo considera il più sanguinario.
Tra le importanti rivelazioni fornite dal pezzo del Guardian, c’è la ricostruzione dei collegamenti tra Siria e Iraq, già ai tempi della rivolta anti-americani. I servizi segreti siriani favorivano il flusso dei jihadisti verso Baghdad, con il tentativo di destabilizzare il progetto statunitense. Ci sarebbero stati incontri tra elementi dei mukhabarat di Damasco e dirigenti di al-Qaeda in Iraq. Il doppio gioco di Assad, che già ai tempi cercava di vendersi come partner anti-terrore (nell’interesse dei fratelli sciiti) con l’Occidente.
Già tra il 2004-2005, elementi baahtisti e jihadisti cominciavano a stare insieme – come è successo nella rapida presa di territorio di giugno di quest’anno. I baahtisti, nascosti dopo la caduta di Saddam, loro riferimento, godevano della protezione della sezione siriana del Ba’th, cioè degli Assad. E pure molti dei mujahiddin, venivano dalla Siria, in una linea di alimentazione protetta dal governo di Damasco – questi passaggi erano già noti, ma quella fornita dal reportage del Guardian è un’ulteriore, importante, conferma. Nemici ideologici feroci, baathisti e jihadisti, uniti contro gli invasori occidentali e contro gli sciiti iracheni, la cui presa del potere veniva favorita dagli americani.
Ahmed, secondo Chulov è molto vicino al punto di lasciare («Il più grande errore che ho fatto, è quello di unirmi a loro»), ma non vuole mollare del tutto per paura delle ritorsioni contro la sua famiglia. Come lui, diversi combattenti del jihad iracheno, cominciano a nutrire dubbi sull’attuale fase di questa decennale guerra.
Gli uomini che avevano pensato la rivolta a Bucca, stanno vivendo fasi di riflessione. Sono travolti da eventi molto più grandi di loro: non si tratta più di liberare il paese dagli invasori, o di regolare i conti con l’altra componente settaria. Prendersi il mondo, non era nei piani, insomma.
@danemblog

http://www.formiche.net/2015/02/20/stato-islamico-al-baghdadi/ 

Francesco, Fronte Unico #No3GuerraMondiale

Le mosse segrete del Papa per mediare in Ucraina

Il Pontefice coinvolge negli sforzi diplomatici il cardinale Maradiaga


Non solo appelli di pace e preghiere. Nelle delicate crisi internazionali, quella ucraina e quella libica, il Papa si muove con una fine diplomazia sotto traccia nel tentativo di riportare la stabilità nelle due aree.
L'aveva già fatto intervenendo nella questione irachena con la nomina di un suo inviato, il cardinale Fernando Filoni, nell'area di crisi. L'ha fatto, nel segreto di anni e anni di diplomazia vaticana, nei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, dove il ruolo della Santa Sede è stato determinante per far riallacciare le relazioni diplomatiche tra i due Stati. Ora Papa Francesco sta pensando a una missione di pace in Ucraina, con la nomina di un suo inviato, uno dei suoi più stretti collaboratori.
Ne ha parlato in prima persona con il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, suo uomo di fiducia, a capo della Commissione istituita dal Pontefice per portare avanti la riforma nella Curia. Qualche giorno fa, infatti, l'arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras, al termine del summit in Vaticano e del Concistoro con cui il Papa ha creato venti nuovi cardinali, doveva recarsi a Gubbio per ritirare il Premio «Bandiera di Gubbio». Quando stava per salire sull'elicottero che da Roma l'avrebbe portato in Umbria, è squillato il cellulare. Era Jorge Mario Bergoglio che ha richiamato d'urgenza in Vaticano lo stesso Maradiaga. Nell'incontro - a quanto si apprende - il Papa avrebbe cercato di trovare una strategia diplomatica per intervenire nella delicata questione ucraina.
Che sia il cardinale honduregno o un altro collaboratore del Papa a recarsi in missione di pace in Ucraina poco importa. Conta che il Pontefice argentino non intende restare con le mani in mano. «Francesco non è un Papa di sole parole - fanno notare dai Sacri Palazzi -. Una missione diplomatica del Vaticano in Ucraina, a nome del Papa, non stupirebbe affatto».
Ulteriori informazioni sulla missione di pace non sembrano trapelare. Ma il Pontefice, comunque, continua a seguire la situazione in modo costante. In questi giorni, Papa Francesco ha ricevuto i vescovi ucraini in visita in Vaticano. E non sono mancati numerosi appelli di pace. «Fratelli e sorelle - ha detto rivolgendosi ai presuli e ai fedeli ucraini al termine dell'udienza generale a San Pietro - so che tra le tante alte intenzioni che portate alle tombe degli Apostoli c'è la richiesta della pace in Ucraina. Porto nel cuore lo stesso desiderio e mi unisco alla vostra preghiera, perché al più presto venga la pace duratura».
Nella stessa direzione di una forte azione diplomatica il Papa si starebbe muovendo sul fronte della questione libica. Su questo, decisivo il ruolo della segreteria di Stato e in particolare del cardinale Pietro Parolin, diplomatico di lungo corso particolarmente attivo nelle vicende internazionali. Non sarebbe la prima volta che un intervento diplomatico della Santa Sede porta i suoi frutti. Era già successo con la giornata di preghiera per la Siria, indetta dal Papa, che fermò in tempo un'azione militare americana. Poi con la già citata crisi irachena e nel processo di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cuba.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/pontefice-coinvolge-negli-sforzi-diplomatici-cardinale-1096545.html 

Isis e Abu Bakr al Baghdadi







TERRORISMO

Isis, il passato mediocre di Abu Bakr al Baghdadi

Studente modesto e respinto. Esonerato dalla leva. Miope e timido. Documenti e foto raccontano la gioventù del Califfo. Zero meriti, molta tenacia.

 
20 Febbraio 2015
Il califfo Abu Bakr al Baghdadi è il primo sulla kill list degli Usa, ma i servizi segreti non amano diffondere dettagli sulla sua vita passata, avvolta in un paio di foto sbiadite e da molte speculazioni.
È presumibile che in Iraq l'intelligence americana abbia avuto voglia e modo di scartabellare tra le carte del superterrorista più ricercato al mondo, capo dell'Isis, risalendo almeno alle notizie inedite recuperate, in un'inchiesta, dai giornalisti della Sueddeutsche Zeitung e della tivù publica tedesca Ard (guarda la gallery)
IL CALIFFO FANTASMA. Magari il Pentagono non ha diffuso immagini e informazioni che, poco mediaticamente, avrebbero smontato l'idea del mostro: un uomo, per le stesse autorità irachene, «poco trasparente» e dalla biografia «fantasma».
Il viso allungato di al Baghdadi da giovane e la sua espressione studiosa stridono con il volto consumato e un po' imbolsito del bandito crudele che sarebbe diventato. Chi ha avuto a che fare con lui non vuole apparire, perché, «amici stretti ed ex compagni di scuola sono stati uccisi da lui».
 
  • Il diploma di liceo di al Baghdadi. (Ard/Sz)

NON SPICCAVA PER MERITI. In mezzo alla metamorfosi c'è stata la guerra americana.
Poi l'esplosione del terrorismo e la degradazione dell'Iraq. Ma prima di emergere come mente politica del regno del Male, barba lunga e tonaca nera, al Baghdadi non spiccava per meriti scolastici né militari.
«L'abbiamo visto apparire di punto in bianco, come califfo. Lui, ragazzo comune di una famiglia comune», racconta di stucco chi calciava a palla in strada con lui.

Allievo mediocre, esonerato per scarsa salute dalla leva

  • Al Baghdadi studente e giovane muezzin. (Ard/Sz)
     

Bocciato malgrado i buoni voti in matematica, la maturità era troppo bassa per entrare, come avrebbe voluto, alla facoltà di Legge.
Riformato dalla leva per carenze fisiche, il capo dell'Isis sarebbe poi diventato dottore in teologia. Con bei voti sì, ma per ripiego.
Per indole, per sicurezza o anche per nascondere i suoi punti deboli, al Baghdadi è molto riservato. Appare solo lo stretto necessario (un solo video, dal luglio 2014), mantenendo volutamente un'immagine di sé sfocata e oscura.
Per indagare sull'autoproclamato califfo Ibrahim, ex qaedista iracheno, il team tedesco ha dovuto insistere molto, riuscendo alla fine a ottenere il via libera, e anche l'appoggio, dell'ufficio del primo ministro iracheno Haidar alAbadi.
FIGLIO DI CONTADINI. I giornalisti hanno parlato con i vicini e i conoscenti di al Baghdadi nella città natale di Samarra, spulciando negli archivi delle scuole e delle amministrazioni.
Qualcosa di lui si sa e si ricorda, le tracce esistono. Ma in tanti hanno paura. Sei fotografie e numerosi numerosi documenti della sua vita, tra i quali il certificato di diploma superiore e gli attestati da studente e dottorando dell'Università coranica di Baghdad, sono emersi dall'inchiesta durata mesi.
Al Baghdadi risulta nato il primo luglio 1971, con il nome originario di Ibrahim Awad Samarra Ibrahim al Badri, secondo tra i quattro figli di una famiglia di contadini, ben lontana dalla discendenza spacciata dal profeta Maometto.
MIOPE E TIMOROSO. Il futuro califfo non era neanche un combattente. Matematica a parte, i risultati a scuola erano mediocri («un allievo calmo, ma modesto»), specie in inglese. Malgrado ciò, al capo dell'Isis piaceva di più studiare che fare attività fisica.
Il voto finale del liceo fu, tutto sommato, discreto: 481 punti su un massimo di 500, più il bonus del «fratello martire», morto soldato sotto Saddam Hussein.
Al Baghdadi non avrebbe potuto. Alla chiamata di leva, era stato respinto perché non sufficientemente in forma. Un certificato sanitario dell'università ne avrebbe poi documentato la «miopia» e, secondo alcune testimonianze, aveva paura di parlare in pubblico.
Un passato nell'ombra, non proprio alla Osama bin Laden.

Il buio sulla scalata in al Qaeda, poi l'Isis

  • La casa di Al Baghdadi a Samarra. (Ard/Sz)

In compenso, intimamente al califfo piaceva molto dominare, sin da piccolo.
Nel documentario della Ard, i compagni di gioco nella periferia povera di Samarra ricordano che voleva «essere sempre un leader, amava il potere».
La sua ambizione era studiare Legge e, come seconda possibilità, Lingue e Scienze della Formazione.
Ma entrambe le candidature accademiche furono respinte, per un diploma non sufficientemente buono. Al Baghdadi dovette allora ripiegare al Dipartimento di Diritto dell'Università di Giurisprudenza islamica di Baghdad, passando poi agli studi coranici.
Questo si sa del califfo fino al 2004 quando, un anno dopo il matrimonio con la sua prima moglie, il capo dell'Isis fu arrestato dall'esercito americano e rinchiuso, per una motivazione non chiara, nella prigione Usa di Camp Bucca per detenuti comuni.
DOTTORE IN TEOLOGIA. Lì al Baghdadi sarebbe rapidamente scivolato nella china jihadista.
Da quel momento si iniziano anche ad avere suoi dati dell'intelligence. I documenti recuperati da Sz e Ard fugano, tra l'altro, il dubbio che il futuro califfo fosse rimasto segretamente detenuto - o addirittura addestrato - dalla Cia, tanto poche erano le notizie in circolazione su di lui.
Giudicato non più pericoloso e rilasciato nel dicembre 2004, al Baghdadi si iscrisse ancora all'università islamica, contattata già durante la detenzione, per un dottorato post laurea.
«Molto buona» la valutazione della sua tesi finale, nel 2007, anche se il relatore annotava diversi errori di ortografia.
Intanto il futuro califfo era diventato muezzin del distretto di Baghdad di Tobdschi. In questi anni, la carriera terroristica di al Baghdadi sarebbe decollata, con la scalata in al Qaeda in Iraq, poi Isi, infine Isis.
EMIRO, POI CALIFFO. Nel 2010 era l'autoproclamato emiro dello Stato islamico in Iraq (Isi).
Dal luglio 2013 è il califfo dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) che terrorizza il mondo. Rivendendosi, paradossalmente per le sue buone competenze teologiche.
Un percorso di radicalizzazione che resta poco chiaro, a maggior ragione dopo la ricostruzione degli ultimi documenti. Per le intelligence occidentali, al Baghdadi era amico personale del superterrorista giordano Abu Musab al Zarqawi, la mente strategica della qaedizzazione dell'Iraq che fu ucciso in un raid americano, già nel 2006.
Le date collimano poco. E se al Baghdadi frequentava al Zarqawi nessuno se n'è accorto.

Jobs Act, solo i padroni e l'imbecille al governo sono contenti

Jobs Act, critiche M5S: “Di crescente c’è solo la precarietà”


sabato, febbraio 21st, 2015
Una protesta del Movimento 5 Stelle  (Andreas Solaro/Afp/Getty Images)
Una protesta del Movimento 5 Stelle (Andreas Solaro/Afp/Getty Images)
Si scagliano contro i decreti legislativi sul Jobs act emanati ieri dal Cdm i deputati del Movimento 5 Stelle, che accusano: “Di crescente è rimasta ormai solo la precarietà e il taglio, tanto strombazzato, delle forme contrattuali è una montagna che ha partorito il topolino. È scandaloso aver debordato dai limiti di una delega peraltro molto vaga estendendo la nuova disciplina dei licenziamenti anche a quelli collettivi”.
Secondo i deputati pentastellati, “si torna a una concezione ottocentesca della relazione datore-lavoratore che snatura pure il rapporto tra le parti sociali. Inoltre, rimangono in piedi forme precarie come il lavoro a chiamata e si gonfierà il fenomeno degli abusi legati al lavoro accessorio e ai voucher. Senza dimenticare la penalizzazione della parte formativa dell’apprendistato”.
Poi spiegano ancora: “Saluteremmo con favore l’abolizione delle collaborazioni e il chiarimento dei criteri della subordinazione, ma sul fronte degli ammortizzatori rimane l’ambiguità sui parasubordinati e la ‘discoll’. Sul fronte della Naspi, tutele basate sulla capacità contributiva sono l’opposto della protezione universale sbandierata dal governo, necessaria in un mercato del lavoro più flessibile e garantita soltanto dal nostro progetto di Reddito di cittadinanza”.
Si chiude la nota dei deputati del Movimento 5 Stelle: “Come al solito, i pareri delle commissioni sono stati ignorati e il Parlamento è stato calpestato. Per Renzi è meglio dar retta a Confindustria piuttosto che alle Camere sovrane. Noi non ci stiamo e continueremo a denunciare la deriva vetero-liberista del governo, deriva sconfitta dalla crisi e dalla storia”.

Jobs Act, un pagliaccio al governo


Jobs Act: Rete Conoscenza, è istituzionalizzazione precarietà
"Oltre il danno la beffa. La retorica del Presidente Renzi e dei suoi sostenitori continua a presentare il Jobs Act come una riforma del mercato del lavoro rivolta ai bisogni di giovani, precari e disoccupati, i provvedimenti varati sanciscono invece meno tutele e meno diritti per tutti, liquidati addirittura come rendite di posizione dal Premier". Così in una nota Riccardo Laterza, Portavcoce nazionale della Rete della Conoscenza.

"Il contratto a tutele crescenti rottama il diritto del lavoro, sarà un risultato positivo per gli interessi del governo, non certo per i giovani o per il Paese ", dichiara Alberto Campailla, Portavoce nazionale di Link-Coordinamento universitario. "Liberalizza infatti licenziamenti ed estende, assieme alle nuove norme sul demansionamento, il ricatto a tutto il mondo del lavoro, in un contesto segnato da disoccupazione di massa e alti tassi di precarietà. La Nuova Aspi risulta del tutto insufficiente e non paragonabile a all'universalizzazione degli ammortizzatori sociali o all'introduzione di un reddito di base: le risorse stanziate in Legge di Stabilità devono essere almeno raddoppiate e i criteri di accesso restano fortemente escludenti per centinaia di migliaia di precari e lavoratori autonomi".
"La riduzione delle 47 forme contrattuali attualmente previste dalla legislazione italiana", prosegue Danilo Lampis, Coordinatore dell'Unione degli Studenti, "non ha trovato un effettivo riscontro nel decreto approvato oggi in prima lettura. La cancellazione di poche tipologie contrattuali atipiche e, soprattutto, la conferma delle regole introdotte con il Dl Poletti su contratti a tempo determinato e apprendistato rafforzano la precarietà anziché contrastarla".

"Il Governo prosegue su una strada fallimentare", concludono gli studenti nella nota, " #lavoltabuona è un colpo grave e pesante, è l'istituzionalizzazione di precarietà e ricatto come punti fermi del mercato del lavoro. La risposta non si farà attendere, con una primavera che, a partire dalla data di mobilitazione studentesca del 12 marzo, vedrà il protagonismo di studenti, lavoratori e precari nel rivendicare una formazione di qualità e accessibile a tutti, un reddito contro la precarietà e l'estensione dei diritti e delle tutele a tutte le forme di lavoro". 

No la Germania non può essere il nostro modello

Germania. Disuguaglianza salariale e "disunione regionale" ai massimi storici

Germania. Disuguaglianza salariale e disunione regionale ai massimi storici
 
La potenza economica dell'Europa, la Germania, affronta una disuguaglianza salariale e una "disunione regionale" senza precedenti, con oltre 12,5 milioni di tedeschi che vivono ormai al di sotto della soglia di povertà relativa - il numero più alto mai registrato dopo la riunificazione della Germania 25 anni fa.
 
"La povertà non è mai stata così alta e la mancanza di unità regionale mai così profonda", ha detto il èresidente della Equal Welfare Organization della Germania, Ulrich Schneider.
 
L'ultimo dei dati sul livello di povertà del paese mostra che ora è pari al 15,5 per cento. Il divario tra regioni ricche e povere, così come quello tra le fasce di reddito in diversi stati della Germania, è sempre più profondo. L'organizzazione ha tracciato una linea di povertà relativa designando una persona come povera se il suo reddito è del 60 per cento in meno rispetto alla media. 
In termini concreti, la soglia di povertà nazionale è stata calcolato a 892 € per una singola famiglia, e a € 1.873 per una famiglia di quattro persone - con due bambini di età inferiore ai 14.
 
Gli stati di Brema, Berlino e Meclemburgo-Pomerania occidentale sono in cima alla lista, con tassi di povertà superiori al 20 per cento. Baden-Württemberg e la Baviera hanno le persone più ricche, con tassi di povertà poco più dell' undici per cento.
 
Solo due Stati hanno mostrato una inversione di tendenza. I livelli di povertà sono diminuiti in Sassonia-Anhalt (21,1-20,9) e in Brandeburgo (18,1-17,7 per cento).
 
 

La Consorteria veneta del Pd ha preso soldi tanti soldi pubblici ma sfuggono alle responsabilità penali

Chiuse le indagini sul Mose: "Come Tangentopoli, ma dieci volte di più"

Il procuratore Nordio auspica il processo per gli indagati: "L'opinione pubblica deve essere informata. E' certo che il Consorzio Venezia Nuova ha illegalmente finanziato le forze politiche"

Alla fine è stato messo un punto. Si sono concluse le indagini sul cosiddetto "scandalo Mose" che dai primi di maggio dell'anno scorso terremotò la laguna con l'arresto, tra gli altri, dell'ex assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, dell'ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e, dopo il nulla osta del Parlamento, anche dell'ex presidente del Veneto Giancarlo Galan. Dopodiché tutto è cambiato: è caduta la Giunta di centro-sinistra a Ca' Farsetti ed è arrivata una pioggia di patteggiamenti.
Venerdì è arrivata la richiesta di chiusura indagini nei confronti di quanti hanno deciso invece di andare a dibattimento. Se il giudice lo riterrà opportuno, dunque, a breve potrebbe aprirsi il processo per finanziamento illecito ai partiti nei confronti dell'ex primo cittadino Orsoni, oltre che per l'ex Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva. Naturalmente a sperare questo c'è anche il procuratore aggiunto Carlo Nordio, che ha coordinato il pool di magistrati che ha negli anni scoperchiato il calderone: "Auspico che si arrivi ad un dibattimento perché l'opinione pubblica ha diritto di essere informata attraverso il contradditorio pubblico su come sono andate le cose - ha dichiarato - Come cittadino c'è un giudizio di grande amarezza perché si sono ripetute le cose di 20 anni fa moltiplicate per 10, amarezza aumentata dal fatto che oltre alle forze politiche in questo caso sono state finanziate illegalmente dei personaggi che rappresentavano delle istituzioni di controllo come la guardia di finanza, il Magistrato alle acque e la magistratura contabile".
Le aule del Tribunale potrebbero aprirsi per dieci persone, dopo che più di venti indagati hanno preferito patteggiare la pena (compresi Galan e Chisso). A preoccupare Nordio, però, e non è la prima volta che lo sottolinea, è il fatto che ancora in Italia è il sistema legislativo ad "aiutare" chi intende corrompere. A più riprese il procuratore aggiunto ha chiesto una semplificazione normativa sul modello del Nord Europa. Solo così, secondo lui, il problema potrà essere risolto alla base, altrimenti rimane il pericolo di ulteriori scandali. Nordio si è espresso anche sulle richieste di archiviazione nei confronti dei due parlamentari Pd, Michele Mognato e Davide Zoggia: "Risulta al di là di ogni ragionevole dubbio che il Consorzio Venezia Nuova ha illegalmente finanziato queste forze politiche - ha affermato al Tgr Veneto - naturalmente il principio della personalità della responsabilità penale non consente di incriminare una persona solo perché apparteneva a un partito che è stato illegalmente finanziato".

Isis, sappiamo guardare in faccia i fatti? Il gioco delle tre carte

Chi sta manipolando lo Stato Islamico?

L’organizzazione dello Stato Islamico non è il prodotto spontaneo di una nuova generazione di combattenti. Alle sue spalle ci sono gli interessi geo-politici di Arabia Saudita e Turchia, coinvolte in un pericoloso equilibrismo. Che adesso rischia di rivolgersi contro di loro. Lo Stato Islamico non prevarrà in modo definitivo nella regione perché la sua spinta sarà contenuta da attacchi militari. Non sparirà, perché molte società arabe mediorientali sostengono la sua visione religiosa ma non potrà nemmeno estendere in modo significativo lo spazio di azione territoriale. Resterà ancora molto a lungo uno strumento “diplomatico” utile a parecchi Stati, sia tra quelli che lo sostengono che tra quelli che lo combattono 
 dashhhh
di Alexis Varende*
In un video pubblicato dopo la sua morte, l’attentatore di Parigi Amedy Coulibaly spiega le ragioni per le quali ha messo a segno due operazioni: l’assassinio di una poliziotta a Montrouge e il sequestro nel supermercato kasher di Porte de Vincennes.
“Avete attaccato il Califfato e lo Stato Islamico, e noi vi attacchiamo. Non potete dichiararci guerra e non aspettarvi una risposta”, sostiene.
Nella sua logica annunciava così la propria fedeltà al “Califfo dei musulmani Abu Bakr al-Baghdadi”. Tuttavia, è poco verosimile ritenere che l’autore di questi gesti, così come chi l’ha aiutato nella sua impresa di morte, si sia reso conto di quanto lo Stato Islamico sia uno strumento nelle mani degli Stati arabi e dell’Occidente. 
La manipolazione dell’Arabia Saudita 
Da quando la Siria ha vissuto le prime sollevazioni nel 2011, prima il Qatar e pochi mesi dopo l’Arabia Saudita hanno spinto – ognuno dalla sua parte – per accelerare la caduta del regime di Bashar al-Asad. 
Nell’estate del 2013, mentre la Siria entrava in guerra civile, il principe Bandar ben Sultan, capo dei servizi segreti sauditi, ha incontrato il presidente Vladimir Putin, mettendo sul tavolo questa offerta: la collaborazione russa alla caduta di Asad, in cambio di un accordo sul prezzo del petrolio e dell’assicurazione che i gruppi jihadisti ceceni non avrebbero preso il controllo della città di Sochi.
Al di là del tentativo di accordo – cinico, ma in fin dei conti classico nelle relazioni internazionali tra Stati – ciò che conta e fa riflettere è il riconoscimento da parte saudita della sua capacità di controllo e manipolazione dei gruppi jihadisti ceceni (…). 
Il regno saudita non è nuovo a queste manovre. Sin dal XVIII secolo Mohammed ibn Saud aveva capito che sarebbe stato assai utile fare leva sui sentimenti collettivi per assicurarsi il potere.
Per farlo al meglio, si appoggiò ad una dottrina religiosa (il wahhabismo, ndt) e ad un patto di alleanza stretto, all’epoca, con un teologo, Mohammed Ibn Abdel Wahhab (a cui si deve l’origine del wahhabismo, movimento riformatore che predica il ritorno alla purezza e alle origini dell’Islam, 1700 D.c. ca, ndt).
Riuscendo a mettere al primo posto, con successo, i concetti di “jihad” e “apostasia”, conquistò il controllo dell’Arabia eliminando allo stesso tempo ogni traccia di quell’Islam sincretico che Costantinopoli aveva lasciato crescere e prosperare sulle vaste province arabe del suo Impero.
Le soluzioni oggi sono le stesse di ieri. Chi, come l’Arabia Saudita (ma potremmo dire persino gli Stati Uniti e i loro alleati) ha manipolato l’islamismo radicale, favorendo l’emergere di al-Qaeda prima, e dello Stato Islamico in Iraq e in Siria poi, sapeva perfettamente che avrebbe toccato un nervo sensibile all’interno della comunità sunnita. 
L’obiettivo dei loro sostenitori è di capitalizzare l’animosità di una comunità sunnita che si sente marginalizzata, maltrattata e che considera il potere alauita del regime di Damasco (il clan della famiglia Asad appartiene alla minoranza alauita, ramo dello sciismo, la cui dottrina risale al IX secolo, ndt) e quello sciita a Baghdad come usurpatori del suo diritto a governare (il riferimento è al governo sciita di Nouri al-Maliki, al potere dal 2006 al 2014, ndt).
Ciò che gli ideatori di questa politica distruttrice tentano di fare è istituire una roccaforte di resistenza sunnita alle frontiere sciite dell’Iran. Ed è in piena consapevolezza che Ryad combina il sostegno al jihadismo fuori dai suoi confini per contrastare il potere sciita, e la lotta contro il jihadismo interno che minaccia il regno dei Saud.
Una posizione schizofrenica dal momento che la distanza dottrinale tra il wahhabismo ufficiale saudita e il salafismo rivendicato dai jihadisti dell’IS si riduce a quasi zero.
Non sorprendentemente dunque constatiamo che il regno saudita e lo Stato Islamico hanno la stessa lettura sui reati commessi dai membri delle loro comunità, e persino lo stesso arsenale repressivo (morte per lapidazione in caso di adulterio, amputazione in caso di furto, etc).
Lo Stato Islamico non è il prodotto spontaneo di una nuova generazione di combattenti. Nel suo albero genealogico ritroviamo al-Qaeda in Iraq e Ansar al-Islam (gruppo radicale sunnita iracheno, ndt).
In questa affiliazione si svela senza difficoltà il segno distintivo del regno saudita, e dunque l’ossessione di contrastare l’influenza degli sciiti in Iraq, di limitare le relazioni tra Baghdad e Teheran, e di soffocare le aspirazioni democratiche che vengono espresse: tutte evoluzioni che l’Arabia Saudita considera “pericolose” per la sopravvivenza e la longevità della sua dinastia.
Per contrastare tutto questo finanzia quei gruppi jihadisti che sviluppano le loro attività al di fuori dei confini del regno. Peccato che questo jihadismo “esterno” ormai costituisca una minaccia anche contro i Saud.
Le ambizioni regionali di Erdogan 
Dopo la nomina di Recep Tayyip Erdogan a primo ministro nel 2003 (e poi a Presidente, nel 2014) il potere turco è entrato in una fase di “ottomanismo” che ogni campagna elettorale non ha fatto che evidenziare.
Il presidente ha tentato strenuamente di dimostrare che la Turchia poteva recuperare quel ruolo predominante sul Vicino Oriente e sul mondo musulmano perduto con la fine dell’Impero Ottomano e la caduta dell’ultimo Califfato.
Richiamare i simboli nazionali di un passato glorioso, strizzare l’occhio all’economia di mercato, spianare la strada ad un Islam conforme alle sue vedute, vicino a quello dei Fratelli Musulmani e accettabile per i paesi occidentali, gli è parso il modo più semplice per imporre il “modello turco” al Medio Oriente, preservando i suoi legami con gli Stati Uniti e l’Europa.
Allo stesso tempo, sperava di prendere il posto dell’Arabia Saudita nella sua “relazione speciale” con i paesi occidentali, e servire da fonte di ispirazione e modello per un Medio Oriente che doveva rinnovarsi. Le rivolte arabe del 2010-2011 gli hanno dato la sensazione, per un momento, che potesse riuscire nella sua impresa.
L’idea secondo cui alcuni Stati si sarebbero affidati alla Fratellanza Musulmana all’epoca non era priva di fondamento. Erdogan immaginava probabilmente di riuscire a convincere il presidente siriano ad accettare questa evoluzione. La vittoria degli islamisti egiziani alle elezioni legislative del novembre 2011 e poi la vittoria di Mohamed Morsi alle elezioni presidenziali di giugno 2012, hanno dato conferma alla sua visione.
Erdogan ha potuto immaginare di esercitare la sua influenza sul Vicino Oriente arabo, e di tenere testa allo Stato Islamico che intanto andava affermandosi.  Ma questo circolo virtuoso si è dissolto quando è divenuto evidente che Asad non avrebbe lasciato il potere, quale che fosse il prezzo da pagare per il popolo siriano.
Dal giugno del 2011 dunque Erdogan ha sostenuto la rivolta siriana contro il regime, contribuendo alla formazione dell’Esercito Siriano Libero (ESL) e mettendo a disposizione il suo territorio. Nonostante le loro ambizioni, nel frattempo, Morsi e la Fratellanza Musulmana venivano cacciati dal potere dall’Esercito egiziano, che il 3 luglio 2013 metteva a segno il suo colpo di Stato, largamente “approvato” dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi e dal Quwait.
Erdogan, perduta la carta dei Fratelli Musulmani, ormai designati come “terroristi” da Ryad, è stato costretto a cambiare strategia.
Verso il regime di Asad ha utilizzato parole sempre più dure, rivendicandone la caduta. Nel faccia-a-faccia con l’Arabia Saudita, ha fatto la scelta di sfidare il regno con la sua stessa arma: l’islamismo radicale.
Anche lui è entrato dunque a far parte di coloro che credevano che i jihadisti dell’IS potessero provocare la caduta di Asad. Da lì ad aiutarli non c’era che da fare un passo. Che Ankara, ad ogni modo, aveva già compiuto.
L’estensione geografica della frontiera turco-siriana è stata d’aiuto. Non è difficile attraversarla, comprare e vendere petrolio, far passare armi, lasciar passare in Siria gli aspiranti jihadisti, autorizzare i combattenti a tornare su territorio turco per reclutarne altri, mettere a punto la logistica o essere curati. Basta che la sicurezza turca chiuda gli occhi. 
Apprendisti stregoni
Ma le passioni collettive hanno la particolarità che, una volta liberate, sfuggono al controllo dei loro istigatori, si emancipano e producono effetti imprevisti e inimmaginabili. Peggio ancora, finiscono talvolta per rivoltarsi contro chi le ha manipolate.
L’esempio più caratteristico degli ultimi anni è stato quello del Pakistan di Zia Al-Haq, che aveva sostenuto i jihadisti sunniti in Afghanistan prima di essere lui stesso costretto a piegarsi al volere dell’islamismo radicale.
Oggi, sono la Turchia e l’Arabia Saudita a scontare questo “effetto boomerang”.
Ankara e Ryad, ormai ai ferri corti, conoscono bene il destino di tutti quelli che hanno sostenuto i gruppi jihadisti. Una cinquantina di cittadini turchi, tra cui alcuni diplomatici, sono stati rapiti a Mosul l’11 giugno 2014. Ankara ha dovuto negoziare la loro liberazione da pari a pari con lo Stato Islamico, quasi “da Stato a Stato”.
Migliaia di rifugiati curdi stanno abbandonando la Siria per trovare riparo in Turchia, rendendo la soluzione della “questione curda” ancora più problematica per Erdogan. Nell’ottobre scorso il governo turco ha violentemente represso alcuni manifestanti che protestavano contro il rifiuto del presidente di aiutare i curdi siriani a Kobane, minacciati dall’IS.
Nella prima settimana di gennaio 2015, due attentati a Istanbul, non ancora rivendicati, hanno confermato che la società turca non è immune dalle evoluzioni dei suoi vicini, più o meno lontani.
Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, già dal 1979, quando la Mecca fu sequestrata (da un gruppo di dissidenti guidato da Juhaiman ibn Muhammad ibn Saif al Otaibi, ispirato al movimento degli “Ikhwan”dei primi del Novecento, che contestava la legittimità della famiglia Saud a governare, ndt) Ryad è puntualmente interessata dalla violenza “islamista” (…), che trae la sua ispirazione nella contestazione della legittimità della famiglia Saud a governare in virtù dei suoi legami con gli Stati Uniti.
Ryad dunque è consapevole della minaccia che lo Stato Islamico può rappresentare per il regno. 
L’IS d’altronde non fa mistero del suo odio per le relazioni che l’Arabia Saudita ha intrecciato con i paesi occidentali. Li considera un “tradimento” dell’Islam e non nutre che disprezzo per un re che si presenta come “il guardiano delle sante moschee” (Mecca e Medina, ndt) e il “difensore dell’Islam più autentico”, ma che ha accolto sul suo territorio le truppe nordamericane (il riferimento è alla Guerra del Golfo, spartiacque nella storia regionale proprio per la decisione da parte dei sauditi di ospitare l’esercito nordamericano su suolo arabo in funzione anti-irachena, ndt).
Lo Stato Islamico rappresenta ormai una minaccia per il regime saudita.
Quando ha assaltato un suo posto di blocco alla frontiera all’inizio di gennaio, il regno ha preso misure di sicurezza draconiane per proteggersi: ha eretto per chilometri un muro di sicurezza lungo la frontiera nord, al confine con l’Iraq; ha costruito una seconda barriera lungo il confine con lo Yemen e mobilitato migliaia di truppe.
Senza dimenticare le leggi anti-terrorismo adottate nel 2014 per dissuadere i sudditi ad unirsi alle fila jihadiste (pene detentive pesantissime, forme di ritorsione contro chi simpatizza per i movimenti religiosi radicali, blocco dei finanziamenti di un canale satellitare di base in Egitto conosciuto per il suo carattere anti-sciita).
Ryad fa anche parte della “Coalizione internazionale anti-terrorismo” messa in piedi da Barak Obama nel settembre 2014.
Non si vince e non si perde
Se lo Stato Islamico rappresenta un bastione sunnita contro lo sciismo e, incidentalmente, contro il regime di Asad, i suoi sostenitori sauditi e turchi non possono immaginare un suo sradicamento.
Sanno che, nel caso di una sua sconfitta militare, a pagarne le spese sarebbe l’Islam sunnita, e l’Iran apparirebbe, di conseguenza, il definitivo vincitore di questa battaglia. 
Questa prospettiva non è ammissibile ne’ per Ryad, ne’ tantomeno per Ankara, Amman, Washington o Israele. La Coalizione internazionale messa in piedi su spinta statunitense affronta il medesimo dilemma. Deve sradicare un jihadismo che pratica il terrorismo su scala internazionale e destabilizza la regione, senza dare l’impressione di combattere contro la comunità sunnita.
La lezione irachena del 2003 è rimasta ben impressa nella mente di Washington e dell’Europa. 
Questo delicato gioco d’equilibro comporta un certo numero di conseguenze. Lo Stato Islamico non prevarrà in modo definitivo nella regione perché la spinta sarà contenuta da attacchi militari. Non sparirà, perché molte società arabe mediorientali sostengono la sua visione religiosa, ma non potrà estendere in modo significativo il suo spazio di azione territoriale. 
Conserverà dunque una delle sue ragioni d’essere: rendersi strumento “diplomatico” utile a molti Stati, sia quelli che lo sostengono che quelli che lo combattono.
In altri termini, lo Stato Islamico resterà tra noi ancora molto a lungo.

* La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da Orient XXI e ripresa da Osservatorio Iraq, è disponibile qui. La traduzione dal francese è a cura di Cecilia Dalla Negra di Osservatorio Iraq.
 http://comune-info.net/2015/02/sta-manipolando-islamico/


Jobs Act è un falso che toglie dignità a chi lavora, è un sistema iniquo e ingiusto

Quaresima 20 febbraio 2015

Papa Francesco: «Far lavorare in nero è un peccato gravissimo» 

 Papa Francesco ha bollato oggi chi non collega fede e vita quotidiana

Papa Francesco ha bollato oggi chi non collega fede e vita quotidiana
Roma - «Non puoi fare offerte alla Chiesa sulle spalle dell’ingiustizia che fai con i tuoi dipendenti. È un peccato gravissimo: è usare Dio per coprire l’ingiustizia». Il Papa ha parlato stamattina, e duramente, sulla collegamento tra fede e vita quotidiana: «Se uno va a messa la domenica e fa la comunione, gli si può chiedere: “Com’è il rapporto con i tuoi dipendenti? Li paghi in nero? Paghi il salario giusto? Versi i contributi per la pensione”?».
I cristiani, specie in Quaresima, sono chiamati a vivere coerentemente l’amore a Dio e l’amore al prossimo: questo il concetto espresso da Francesco nell’omelia della messa mattutina a Casa Santa Marta.
Il Papa ha messo dunque in guardia da chi invia un assegno alla Chiesa e poi si comporta ingiustamente con i suoi dipendenti. Commentando le letture, il Pontefice ha subito sottolineato che bisogna distinguere tra «il formale e il reale»: per il Signore, ha osservato, «non è digiuno, non mangiare la carne» ma poi «litigare e sfruttare gli operai». Ecco perché Gesù ha condannato i farisei perché facevano «tante osservanze esteriori, ma senza la verità del cuore».
Secondo Bergoglio, è peccato gravissimo usare Dio per coprire l’ingiustizia. «Quanti, quanti uomini e donne di fede, hanno fede ma dividono le tavole della legge: `Si´, sì io faccio questò - `Ma tu fai elemosina?´ - `Si´, sì, sempre io invio un assegno alla Chiesà - `Ah, beh, va bene. Ma alla tua Chiesa, a casa tua, con quelli che dipendono da te - siano i figli, siano i nonni, siano i dipendenti - sei generoso, sei giusto?´. Tu non puoi fare offerte alla Chiesa sulle spalle della ingiustizia che fai con i tuoi dipendenti. Questo è un peccato gravissimo: è usare Dio per coprire l’ingiustizia». «Non è un buon cristiano quello che non fa giustizia con le persone che dipendono da lui», ha proseguito. E non è un buon cristiano, ha soggiunto, «quello che non si spoglia di qualcosa necessaria a lui per dare a un altro che abbia bisogno».
Il cammino della Quaresima, ha detto ancora, «è questo, è doppio, a Dio e al prossimo: cioè, è reale, non è meramente formale. Non è non mangiare carne solamente il venerdì, fare qualcosina, e poi fare crescere l’egoismo, lo sfruttamento del prossimo, l’ignoranza dei poveri». C’è chi, ha raccontato il Papa, se ha bisogno di curarsi va in ospedale e siccome è socio di una mutua subito viene visitato. «È una cosa buona - ha commentato il Papa - ringrazia il Signore. Ma, dimmi, hai pensato a quelli che non hanno questo rapporto sociale con l’ospedale e quando arrivano devono aspettare 6, 7, 8 ore?», anche «per una cosa urgente».

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2015/02/20/ARQFDuaD-gravissimo_francesco_lavorare.shtml