Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 marzo 2015

La Russia è Europa

Geopolitical Weekly n.173

di Veronica Castellano e Lorenzo Marinone

Sommario: Cipro, Corea del Sud, Russia, Stati Uniti

CyprusCipro

Il 25 febbraio il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cipriota Nicos Anastasiades hanno firmato a Mosca una serie di accordi bilaterali di cooperazione nei settori agricolo, commerciale, tecnologico energetico e della sicurezza. Per quanto riguarda quest’ultimo l’aspetto, è stata concordata l’apertura dei porti ciprioti alla Marina militare russa e si è discussa la concessione di una base aerea a Cipro per le missioni di carattere umanitario, di anti-pirateria ed anti-terrorismo.
Le due nazioni mantengono proficue relazioni diplomatiche da più di 50 anni, consolidate dai forti investimenti russi attratti sull’Isola per il favorevole regime fiscale (circa l’80% degli investimenti esteri a Cipro è russo, pari al doppio del PIL cipriota), e dai consistenti aiuti finanziari stanziati da Mosca nel 2011 per sostenere Cipro nel superamento della crisi economica. Nonostante gli scambi commerciali tra Mosca e Nicosia abbiano subito un calo per il crollo dei prezzi del petrolio e per le contromisure adottate dalla Russia in risposta alle sanzioni imposte dall’UE nel 2014, il presente accordo rinnova la qualità del rapporto russo-cipriota aprendo una nuova fase di cooperazione strategica.
L’intesa ha una forte valenza militare per la Russia, la cui unica base nel Mediterraneo è Tartus, in Siria, difficile da utilizzare a causa del conflitto nel Paese. In questo senso, Cipro rappresenta una alternativa più sicura per garantire il supporto logistico alle unità navali del Cremlino. Per questa ragione, la posizione strategica dell’isola potrebbe rafforzare l’influenza russa nel Mediterraneo, anche in campo energetico. A tal proposito, Anastasias ha invitato le aziende russe ad accedere all’industria energetica di Cipro, attualmente dominata da aziende statunitensi, e investire nei vasti e inutilizzati giacimenti di gas naturale offshore contesi con Turchia e Israele.
Inoltre, il miglioramento dei rapporti russo-ciprioti potrebbe consentire al Cremlino di assottigliare la quota dei Paesi europei votanti a favore di un inasprimento delle sanzioni per il coinvolgimento nel conflitto in Ucraina.
Appare chiaro, dunque, che i migliorati rapporti intrattenuti dalla Russia sia con Cipro che con Grecia e Ungheria, due alleati del Cremlino in Europa, rischiano di produrre ulteriori divisioni all’interno dell’UE tra filo e anti-russi.

Infrastrutture digitali, fibra ottica, mentre il governo ci pense e ci ripensa Telecom va avanti

Copertura pianificata fibra ottica Telecom: le novità

di Michele Nasi (06/03/2015)








Dopo aver presentato, nei giorni scorsi, il piano strategico per il triennio 2015-2017 (Telecom Italia: 3 miliardi per lo sviluppo della fibra ottica), l'ex monopolista continua ad estendere la copertura della rete in fibra ottica. L'obiettivo, infatti, è quello di raggiungere con la fibra ottica il 75% della popolazione italiana entro fine 2017.

Aggiornata la copertura pianificata in fibra ottica

Telecom Italia ha appena pubblicata, sul suo sito Wholesale, la copertura pianificata per l'offerta in fibra ottica. Gli sforzi maggiori sono concentrati sulla copertura di quante più località possibile utilizzando la soluzione FTTC (o FTTCab): si tratta infatti dell'approccio che permette di ampliare rapidamente la copertura in fibra ottica contenendo i costi.
Con FTTC, infatti, la fibra ottica viene portata fino all'armadio stradale, generalmente posto nelle immediate vicinanze dell'utenza da servire (di solito in un raggio di 300 metri negli abitati). L'ultimo tratto di collegamento, invece, resta invariato ed utilizza la tradizionale connessione in rame (doppino telefonico).

Nel nostro articolo Copertura fibra ottica: quello che c'è da sapere, che abbiamo immediatamente provveduto ad adeguare, abbiamo pubblicato la copertura in fibra ottica Telecom aggiornata allo scorso 3 marzo.
Estrapolando le informazioni dai fogli Excel distribuiti da Telecom, abbiamo stilato l'elenco completo dei comuni attualmente raggiunti dalla fibra ottica e la lista delle località pianificate, che saranno raggiunte entro maggio-giugno 2015.

Entro giugno coperte in fibra ottica 130 aree di centrale

Analizzando i documenti che Telecom ha pubblicato a questo indirizzo ci si accorgerà di come siano 130 le centrali telefoniche sulle quali sono attestati uno o più armadi stradali che saranno coperti con la fibra ottica. Sono invece 523 le aree di centrale già coperte con la fibra FTTC.

Dopo aver verificato, nel nostro articolo Copertura fibra ottica: quello che c'è da sapere, se il proprio comune sarà tra quelli raggiunti dal servizio, si potrà addirittura se e quando il proprio armadio stradale verrà adeguato e si potrà quindi fruire di una connessione a banda ultralarga.

Per il momento i collegamenti FTTC in fibra ottica offrono 30 Mbit/s in downstream ma, come abbiamo spiegato nell'articolo Fibra ottica Telecom: come funziona e come si configura, è altamente probabile che presto possa avvenire un upgrade fino a 60 Mbit/s, un po´ come accaduto tempo fa nel caso delle ADSL.

Da aprile 2015, infatti, gli abbonati al servizio fibra di Telecom FTTC potranno eventualmente fruire di un collegamento ancora più veloce (50 Mbps in downstream e 10 Mbps in upstream) versando ulteriori 5 euro mensili (opzione SuperFibra). Non tutte le utenze già raggiunte dalla fibra FTTC sono al momento compatibili con il servizio SuperFibra.
 

Infrastrutture digitali, fibra ottica, il governo vuole punire Telecom, invece di valorizzare il know how


Nel Piano banda ultralarga una clausola "anti Telecom"

IL CASO

Si impedisce a un "operatore integrato" (wholesale e retail) di essere il solo destinatario dei contributi pubblici per la nuova rete. Un identikit a cui sembra rispondere per l'appunto solo Telecom Italia, l'unico operatore che ha partecipato alle gare banda ultralarga finora bandite al Sud

di Alessandro Longo
Per il Governo non è possibile "ipotizzare il controllo integrale da parte di un operatore integrato su tutta la nuova rete sovvenzionata con aiuti pubblici". E' una clausola comparsa a sorpresa, con tante altre modifiche, nel nuovo piano banda ultra larga pubblicato (o forse dovremmo dire ripubblicato) ieri, dopo un pasticcio rivelato dal nostro giornale.
La clausola potrebbe essere sibillina ma agli addetti ai lavori è chiarissima. "Il solo operatore integrato in banda ultra larga è ora Telecom Italia, facendo offerte wholesale e retail (all'ingrosso e al pubblico). E' anche il solo operatore a essersi presentato a tutte le gare banda ultra larga finora fatte in Italia, cioè al Sud (di conseguenza, le ha vinte tutte)", spiega una fonte vicina agli autori del piano.
Quella clausola vorrebbe insomma evitare che Telecom Italia diventi assegnatrice unica dei finanziamenti pubblici previsti dal piano. Sembra spingere insomma a favore di una società delle reti o di un operatore come Metroweb (che fa solo wholesale). E' di nuovo un modo per sostenere un'idea che sembrava tramontata con le polemiche della scorsa settimana, cioè la nascita di Ring, società pubblica con cui fare la nuova rete (ipotesi inclusa in un documento, ancillare al piano, ma mai arrivato a una fase di ufficialità).
Non è chiaro però come il Governo (nella fattispecie: Infratel) possa tradurre la clausola nelle future gare con i 6 miliardi di euro dei fondi 2014-2020. Sembra impraticabile, dalla normativa, escludere un operatore da una gara solo perché ha vinto le altre.
Il piano giustifica questa presa di posizione con l'idea che la normativa europea vede di cattivo occhio gli "operatori integrati" (infatti il nuovo paragrafo rientra nel capitolo "I vincoli comunitari: cosa non è possibile fare"). E' vero che per l'Europa è preferibile una vittoria, alle gare, da parte di un operatore non integrato, solo "wholesale" o da una società delle reti; l'assunto è infatti che questa figura è più interessata a generare concorrenza a valle, tra una moltitudine di operatori retail, rispetto a un operatore integrato.
Di fatto, finora le gare banda ultra larga e banda larga sono state formulate dando un punteggio maggiore a operatori non integrati. Forse le nuove gare si limiteranno a seguire questa formula e la clausola resterà lettera morta.
Un'altra novità che potrebbe non piacere a Telecom Italia è la scomparsa della quantificazione dei voucher a incentivo della domanda. Nel testo originario (andato in consultazione) non c'era una cifra, poi comparsa in quello pubblicato martedì: 1,7 miliardi di euro. Adesso il testo è di nuovo generico. La quantificazione dei voucher servirebbe a puntellare il valore degli asset in rame Telecom nel momento in cui sarà prevista la migrazione alla fibra ottica.
Al momento non è prevedere se le risorse in gioco siano comunque tali da permettere al Governo di ritagliare una cifra adeguata per i voucher in un secondo momento. Le ultime modifiche al piano fanno pensare che le polemiche sulla governance della rete siano tutt'altro che sopite.

http://www.corrierecomunicazioni.it/pa-digitale/33060_nel-piano-banda-ultralarga-una-clausola-anti-telecom.htm

L'omicidio di Nemtsov è il prodromo del tentativo di inventarsi Maidan

I leader della NATO vorrebbero una “rivoluzione colorata” anche in Russia

  putin-natonato

Le ultime dichiarazioni del vice capo della NATO testimoniano il fatto che i leader del blocco vogliono intervenire nella politica interna della Russia e sognano una Maidan russa. (ovvero uno dei soliti colpi di stato organizzati con ONG anti-nazionali compiacenti e strapagate La tecnica delle ”rivoluzioni colorate” per innestare i banditi prescelti dall’Occidente)
Questa è la sensazione dell’inviato permanente della Russia alla NATO. (RT)
“Il discorso di Riga dimostra la preoccupazione per la democrazia della Russia e la politica interna. Finalmente, ora sappiamo che la NATO ha un sogno e questo sogno è una Maidan in Russia “, ha detto Aleksandr Grushko in un commento che è stato twittato attraverso l’ufficio di rappresentanza russa nell’alleanza.
Grushko si riferisce alle parole del vice segretario generale della NATO, Alexander Vershbow, che aveva detto in una conferenza nella capitale lettone Riga che “obiettivo del presidente Vladimir Putin sembra essere quella di trasformare l’Ucraina in uno stato fallito e di voler sopprimere e screditare voci alternative in Russia, in modo da evitare una ‘Maidan.’ “Entrambi i funzionari hanno usato la parola ucraina ‘Maidan’ per descrivere una serie di azioni di protesta che si trasformano in disordini di massa e finiscono con la cacciata del presidente e del parlamento legittimamente eletto. (Film già visto in Ucraina, ma anche in Italia.)
Soros alla CNN: “ho giocato un ruolo importante negli eventi in Ucraina”
Soros: “e’ VERO, ho finanziato il colpo di stato in Ucraina”
“Per demonizzare la Russia, la NATO crea una realtà virtuale, si scollega dalle reali minacce alla sicurezza”, ha detto l’inviato russo.
Grushko ha aggiunto che la NATO utilizza una “guerra ibrida” contro gli Stati esteri e ora sta cercando di accusare la Russia di  questa guerra in Ucraina.
“La NATO ha una lunga storia di operazioni ibride. Abbiamo visto in precedenza questi segni di intimidazione militare, il coinvolgimento nascosto, le forniture di armi, il ricatto economico, la doppiezza diplomatica, manipolazioni mediatiche e aperta disinformazione”, ha dichiarato l’inviato russo. “L’affermazione fatta a Riga è un altro insieme di argomenti diretti solo a giustificare l’atteggiamento conflittuale della NATO in Russia”, ha detto.
“Non è probabile che la NATO abbia il diritto di considerare se stessa come l’unica fonte di verità. L’alleanza si è già ripetutamente screditata diffondendo false informazioni sia sul suo comportamento che sulle azioni degli altri “, ha detto in conclusione Grushko ed ha aggiunto  “Non molti seguiranno il consiglio della NATO di tornare ai tempi della guerra fredda”.
Nel mese di ottobre dello scorso anno, Grushko ha esortato le nazioni occidentali a riconoscere le loro colpe politiche e migliorare le relazioni con la Russia.
“Bisogna riconoscere che le politiche occidentali degli ultimi anni segnano linee di demarcazione sempre più profonde tra la Russia e l’Europa, e questo è estremamente pericoloso”, ha detto il diplomatico russo. “L’Occidente deve finalmente riconoscere il fatto che l’attuazione meccanica delle sue politiche recenti sta portando in un vicolo cieco.”

http://www.imolaoggi.it/2015/03/06/i-leader-della-nato-vorrebbero-una-rivoluzione-colorata-anche-in-russia/

Infrastrutture digitali, fibra ottica, il governo va avanti per tentativi

banda larga

Telecom Italia e Metroweb, ecco come Renzi ha cambiato idea sulla banda larga

06 - 03 - 2015 Valeria Covato
Il confronto tra due documenti governativi sul piano per la banda larga svela alcune differenze...
A ottobre le prime indiscrezioni. Poi la strategia del governo per sviluppare la banda larga nel nostro Paese, in netto affanno rispetto al resto dell’Europa, ha iniziato a prendere forma in un documento che è stato posto in consultazione pubblica per due mesi a partire dal 20 novembre (leggi qui i suggerimenti giunti da Ray Way e Metroweb in fase di consultazione).
Forte dell’apporto della consultazione la bozza del governo è giunta martedì 3 marzo in Consiglio dei ministri nella sua versione ufficiale consultabile sui siti di Palazzo Chigi, del ministero per lo Sviluppo economico e dell’Agenzia per il digitale.
Il piano da 6 miliardi di risorse pubbliche, a cui si aggiungeranno gli investimenti privati, consentirà di portare al 2020 almeno il 50% delle famiglie italiane a un servizio a 100 megabit/secondo (con l’85% collegabile) e il 100% al almeno a 30 megabit, così come stabilito dall’Agenda europea.
Di ufficiale però in quel documento datato 3 marzo c’è stato ben poco. Un nuovo file, datato 3 marzo ma salvato con la scritta “4 marzo”, ha sostituito il precedente limando alcuni aspetti e inserendo nuovi aspetti non secondari.
COSA NON SI PUO’ FARE
Basta scorrere velocemente l’indice delle due versioni per notare un nuovo paragrafetto dal titolo: “Vincoli comunitari. Cosa non è possibile fare”. Ecco il paragrafo inserito ex novo:
“Il quadro regolatorio definito dall’UE per iniziative come l’infrastrutturazione in banda ultralarga di questo Piano, definiscono alcuni vincoli che è bene avere presente per avere un realistico quadro della situazione nel suo complesso. All’interno di questi vincoli non è possibile: Assegnare contributi o incentivi ad un operatore senza procedura di evidenza pubblica; Definire sistemi di assegnazione di contributi che non garantiscano neutralità tecnologica e una vera apertura alla concorrenza; Ipotizzare il controllo integrale da parte di un operatore integrato su tutta la nuova rete sovvenzionata con aiuti pubblici; Non garantire ex-ante che le reti incentivate possano essere aperte e offerte in condizioni di parità di accesso a tutti gli operatori; “Non rispettare gli «Orientamenti Comunitari» per tutti gli interventi pubblici in materia di banda larga”.
PASSAGGIO A DISCREZIONE DELL’OPERATORE ALL’INGROSSO
Tra i modelli di intervento infrastrutturale è comparsa invece la possibilità “di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti” in caso il modello di business con cui viene realizzato l’intervento fosse wholesale-only. Misura che permetterebbe quindi agli operatori all’ingrosso come Metroweb di decidere discrezionalmente se permettere il passaggio sulle proprie infrastrutture.
NON VENGONO PIU’ DEFINITI GLI INCENTIVI ALLA DOMANDA
Stimati per 1,7 miliardi (“Il fabbisogno utile è stimabile nell’ordine di 1,7 miliardi di euro”, era scritto nella prima versione) gli incentivi alla domanda, perdono tale quantificazione e vengono limitati esclusivamente alla migrazione dal rame alla fibra ottica.
OLTRE I 100 MEGA
Nel capitolo “Gli strumenti del Piano”, un nuovo paragrafo indica inoltre la necessità di incrementare “le sottoscrizioni a Internet con collegamenti a più di 100 mega fino a raggiungere almeno il 50% della popolazione”. L’integrazione di questo elemento potrebbe essere interpretata come un vantaggio per chi utilizzerà la tecnologia Ftth, al momento l’unica in grado di garantire oltre 100 mega di velocità.
L’ANALISI DEL CORRIERE DELLA SERA
Che significano per le maggiori aziende del settore le integrazioni apportate? Ecco quanto scrive oggi Federico De Rosa, giornalista del Corriere della Sera: “Il senso è semplice: Telecom Italia non potrà godere di incentivi o contributi pubblici a meno che non separi la rete. Un vincolo non indifferente, oltreché spinoso come tutte le vicende che riguardano la rete di Telecom. È stato introdotta anche una clausola «wholesale only» che consente a chi realizza la rete per vendere connettività all’ingrosso «la possibilità di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti». Prerogativa di cui godrebbe per esempio Metroweb, che avrà piena discrezionalità nel concedere il passaggio sulle proprie infrastrutture (canaline, cavi), ma non Telecom poiché vende connettività sia all’ingrosso sia ai singoli clienti residenziali“.
Qui la prima versione del piano nazionale del governo
Qui la versione aggiornata

http://www.formiche.net/2015/03/06/telecom-metrowebpiano-banda-ultralarga/

venerdì 6 marzo 2015

Renzi da Putin non è sufficente se non si abbandona il servilismo nei confronti della Consorteria Guerrafondaia Statunitense


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ITALIA-RUSSIA/ Sapelli: Renzi da Putin come La Pira da Ho Chi Minh
Pubblicazione: venerdì 6 marzo 2015

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“Renzi è fedele all’alleanza atlantica e al rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, ma nello stesso tempo rivendica l’autonomia dell’Italia in politica estera”. E’ l’analisi di Giulio Sapelli, professore di Storia economica nell’Università degli Studi di Milano, secondo cui “più che con Berlusconi, l’attuale premier è in linea con la migliore tradizione Dc, a partire da La Pira che in piena guerra fredda si recò in Vietnam per incontrare Ho Chi Minh”. Ieri Matteo Renzi è stato a Mosca per un faccia a faccia con Vladimir Putin. Il presidente del Consiglio ha sottolineato di sperare “molto nell'aiuto che il presidente Putin e la federazione russa possono dare nel Consiglio di sicurezza, perché il ruolo della Russia nella questione libica, anche alla luce dei legami storici tra Russia ed Egitto, può essere molto importante”.

 Professor Sapelli, Renzi che vola in Russia da Putin non fa venire in mente i tempi in cui il premier era Berlusconi?
Il punto è che la Russia rimane sempre la Russia, anche se è vero che Renzi ha stabilito una continuità con la politica estera di Berlusconi. Il fatto però è un altro. A Riga, alla riunione dei presidenti delle commissioni Esteri dei Parlamenti europei, la questione Mediterraneo non era neanche all’ordine del giorno. Questa Europa è tutta sbilanciata sulla Germania e sul Nord, dimenticando così di essere una potenza mediterranea.

Che cosa c’entra Putin con tutto ciò?
Renzi ha riconosciuto a Putin un ruolo geopolitico euroasiatico. Anche perché non può fingere di ignorare che senza la Russia Assad sarebbe stato rovesciato. Ciò avrebbe portato a un pericolo per Israele e a una somalizzazione ancora più accentuata in Siria.

Quali sono le priorità in Nord Africa?
In Libia c’è la necessità di opporsi alla spregiudicata politica anti-italiana di Francia e Regno Unito. Non dimentichiamo che la prima visita che Renzi ha fatto è stata alla Tunisia. Una scelta che condivido, perché ha fatto capire che l’Africa del Nord e l’islam possono esprimersi in Stati solidi come Tunisia ed Egitto. E’ normale quindi che una potenza mediterranea come l’Italia cerchi un appoggio in Russia, non solo per stabilizzare i Paesi del Nord Africa, ma anche per difendere i nostri interessi.

Come vede la partita dell’energia nei colloqui tra Renzi e Putin
Spero che Renzi abbia rassicurato Putin sul fatto che cercheremo di farla finita con l’odio ideologico della Commissione Ue contro il colosso russo Gazprom. La politica europea verso la Russia è ingiusta e punitiva. Bisogna fare uscire Mosca dall’isolamento in cui è stata cacciata dalle politiche delle amministrazioni Usa successive a Bush padre. Quest’ultimo aveva fatto un patto con Eltsin che la Nato non sarebbe avanzata nell’Est Europa, mentre ora l’Alleanza Atlantica arriva fino ai confini con la Russia.

Come si colloca l’Italia di Renzi tra Russia e Stati Uniti?
Renzi è fedele all’alleanza atlantica e al rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Ha però l’intelligenza di capire che gli Usa attraversano una gravissima crisi di orientamento strategico, soprattutto perché hanno abbandonato i principi della Pace di Westfalia per abbracciare la follia dell’intervento umanitario.

Quale ruolo può giocare il nostro Paese su questo scacchiere?
Il premier italiano è consapevole di ciò che rimane della nostra grande tradizione diplomatica. L’Italia ha una sua tradizione che è di fedeltà agli Stati Uniti ma nella sua autonomia. Non dimentichiamoci che nei tempi del patto atlantico, Giorgio La Pira si recò in Vietnam per parlare con Ho Chi Minh.

E’ questa la tradizione di Renzi?
Renzi prosegue una politica estera che è stata interpretata nel modo più alto dalla Dc, nonché dallo stesso Craxi. Sappiamo bene quali difficoltà Craxi e Andreotti abbiano avuto con il presidente Reagan rispetto alla Libia di Gheddafi.

Che cos’altro l’ha colpita di questa visita?
Mi ha molto colpito anche il fatto che Renzi abbia scelto di deporre sei rose sulla tomba di Boris Nemcov. Quella di Renzi ha Mosca mi è sembrata una visita piena di intelligenza, e spero che arriveranno i risultati.

(Pietro Vernizzi)

Infrastrutture digitali, fibra ottica, governo decide di non decidere


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TELECOM/ Il "bluff" di Renzi sulla banda larga
Pubblicazione: venerdì 6 marzo 2015
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E se questa fuga in avanti del governo fosse tutta una montatura? Una specie di enorme soufflé tecnologico-finanziario destinato a sgonfiarsi? Dopo aver visto il topolino partorito dalla montagna di una settimana di polemiche, l'interrogativo è d'obbligo. Già, perché il consiglio dei ministri di martedì - che dalle prime indiscrezioni gradite, se non lasciate trapelare, dagli stessi uffici di Palazzo Chigi, doveva licenziare addirittura un decreto legge per imporre lo "spegnimento" della rete in rame di Telecom Italia tra una decina d'anni a favore di una nuovissima rete tutta in fibra ottica - si è limitato in realtà a discutere nient'altro che un piano d'intenti. Intenti ambiziosi, per carità: 6 miliardi di investimenti per cablare sul serio l'Italia entro il 2030, di cui 4 forniti dall'Europa e solo 2 dalle casse nazionali, opportuna e rincuorante partecipazione, ammesso e non concesso che l'Europa dica sì.
Ma le certezze si fermano qui. Perché per ora il governo non ha detto chi, come, quando e perché dovrebbe assumersi la responsabilità di realizzare la rete, a chi apparterrebbe, chi la gestirebbe, eccetera. Tutte le trattative tra governo da un lato e operatori dall'altro intrecciatesi negli ultimi dieci anni non sono riuscite a venire a capo di questi nodi di base. Che sono ancora tutti lì, intatti.
Giusto per amor di chiarezza, cerchiamo di riepilogare i termini della questione. Che la banda larga sia una risorsa indispensabile è vero, e che l'Italia in vent'anni sia retrocessa da una posizione di avanguardia in materia a una di retroguardia in Europa è altrettanto vero. Dopo di che i veri ostacoli alla diffusione maggiore della banda larga sono stati finora i seguenti:
1) la configurazione orografica del nostro Paese, insomma "com'è fatto", con tante distanze, tanti dislivelli, tantissimi piccoli centri isolati, dove non è facile, né economico portare materialmente i cavi della fibra ottica: costa troppo, più di quanto può essere ripagato dai clienti;
2) la domanda effettiva di banda da parte dei cittadini e delle imprese che è ancora torpida, e giustamente le imprese private investono i propri soldi solo quando sanno di poterne poi ricavare vantaggi;
3) Il fatto che la rete fissa di telecomunicazioni appartiene ancora per l'80% della sua estensione a un solo operatore, Telecom Italia, che ha il 65% del mercato, cioè una posizione di assoluto monopolio, e non vuole privarsene perché, a dispetto di tutte le leggi che imporrebbero un'assoluta "simmetria" di condizioni economiche di utilizzo tra la stessa Telecom, proprietaria della rete, e i suoi concorrenti che devono da Telecom affittare il diritto d'uso della rete, questa simmetria non c'è. Nei fatti, insomma, Telecom, essendo proprietaria della rete, se la tiene ben stretta perché, secondo le accuse dei suoi concorrenti, la usa per accaparrarsi vantaggi competitivi contro i rivali.
4) Telecom, inoltre - e non per colpa della sua attuale gestione ma per le responsabilità di una privatizzazione fata male da Prodi, Ciampi e Draghi nel '96, di un'Opa sciagurata autorizzata da D'Alema e di ulteriori discutibili gestioni - è carica di oltre 25 miliardi di debiti che le costano tanti soldi (e meno male che i tassi oggi sono bassi, ma fino a quando?) e quindi non può investire i soldi che sarebbero necessari per farla lei, da sola, la rete a banda larga.
Per questo il governo scende in campo: dice, in sostanza, Renzi che, siccome l'iniziativa privata di Telecom e dei suoi concorrenti non basta ad assicurare al Paese la rete che servirebbe, deve intervenire lo Stato. Bravo: ma della rete Telecom che entra in tutte le case cosa ne facciamo? Lo Stato se la compra per potenziarla, la lascia in Telecom e connette la propria a quella preesistente (ma allora con quali regole di gestione) o cos'altro fa?
Nessuno lo sa. Il coraggio di "espropriare" la rete Telecom, pagandola s'intende, Renzi per ora non ce l'ha. Non ha quello di finanziare Telecom imponendole, in cambio, nuove condizioni gestionali della rete. E quindi fa melina, riempendo i giornali con titoli altisonanti quanto vuoti.

Petrolio, stupidagini degli analisti, l'Opec aveva detto nella riunione di novembre 2014 che a marzo ci sarebbe stato il rialzo

Dove andrà il petrolio? Tre scenari possibili secondo El-Erian

Il capo economista di Allianz snocciola le previsioni mentre il Brent resta sopra i $60 su notizie provenienti da Libia, Iraq e su accordo nucleare iraniano.
Nelle ultime sette settimane il Brent è risalito dai minimi dei sei anni attorno a quota 45 dollari fino a superare i 60 dollari al barile. Nelle ultime sette settimane il Brent è risalito dai minimi dei sei anni attorno a quota 45 dollari fino a superare i 60 dollari al barile.

NEW YORK (WSI) - Dopo un lungo periodo di stabilità, a partire dalla scorsa estate i prezzi del petrolio hanno intrapreso un viaggio verso il basso che, in poco più di sei mesi, ha portato i livelli delle quotazioni a dimezzarsi. Nelle ultime settimane però qualcosa è cambiato. Il mercato – come scrive Mohamed A. El-Erian, capo economista di Allianz, in articolo su Bloomber, sta lavorando sulla creazione di un piano che consenta ai prezzi del greggio di riguadagnare parte del terreno perduto. Anche così – nota El Erian - è improbabile che possano tornare ai 100 dollari al barile nel breve periodo.

Ma cosa succederà nel resto dell’anno? Secondo le previsioni dell’ex ceo di Pimco, escludendo grandi scossoni di natura geopolitica sono tre le tendenze prevalenti per i prezzi del petrolio nel corso del 2015. Le attese sono per un continuo consolidamento, anche se all’insegna della volatilità con una tendenza verso l’alto nel corso dell'anno. In secondo luogo, va escluso un ritorno dei prezzi a 100 dollari. In terzo luogo, i produttori a basso costo di petrolio e di prodotti energetici tradizionali espanderanno la propria quota di mercato.

Nonostante la cautela odierna dovuta al mancato accordo sul programma di sviluppo nucleare di Teheran, le quotazioni del greggio Brent continuano la risalita, mantenendosi sopra sopra i 60 dollari al barile in seguito alla decisione dell'Arabia Saudita di ritoccare verso l'alto i prezzi.

In una mossa vista come un segnale di fiducia dell'Arabia Saudita in una ripresa della domanda, il paese cardine dell'Opec ha aumentato ieri i prezzi di vendita ufficiali per le sue forniture di petrolio in Asia e negli Stati Uniti. "Questo è un segnale che i prezzi hanno toccato il fondo, perché significa che l'Arabia Saudita è fiducioso di potere aumentare i prezzi senza avere paura di perdere quote di mercato", ha detto Tony Nunan, risk manager a Mitsubishi a Tokyo.

Nelle ultime sette settimane il Brent è risalito dai minimi dei sei anni attorno a quota 45 dollari fino a superare i 60 dollari al barile nonostante i continui timori sull'eccesso di capacità produttiva a livello globale. (mt)

http://www.wallstreetitalia.com/article/1805219/dove-andra-il-petrolio-tre-scenari-possibili-secondo-el-erian.aspx

alla Consorteria Guerrafondaia Statunitense interessa solo avere il controllo

Isis, allarme del New York Times: "Attenzione all'Iran"

Il quotidiano della Grande Mela contro il "paradosso" che emerge dalla guerra al terrorismo del governo Obama: "Teheran oggi è alleato, ma al tempo stesso nemico"
Redazione 5 marzo 2015

NEW YORK (USA) - Un alleato nella lotta contro l'Isis, ma pur sempre un nemico da cui difendersi. E' il paradosso emerso nelle ultime settimane negli Stati Uniti a proposito dei rapporti con l'Iran: da una parte, il presidente Barack Obama deve gestire le pressioni del partito repubblicano contro la repubblica islamica, con cui sta cercando di concludere un accordo sul programma per impedire che abbia un'arma nucleare, criticato ancor prima della stipula; dall'altra, la Casa Bianca sta diventando sempre più dipendente dai combattenti iraniani nella lotta contro gli estremisti dell'autoproclamato Stato islamico in Iraq e Siria. A parlarne è il New York Times.
Nei quattro giorni in cui le milizie iraniane guidate dal generale Qassem Suleimani si sono unite ai soldati iracheni per riconquistare la città di Tikrit, in Iraq, i funzionari americani hanno ribadito di non essersi coordinati con l'Iran, nella lotta contro il nemico comune. "Tecnicamente sarà pure vero", ma gli Stati Uniti stanno controllando da vicino la guerra che l'Iran conduce parallelamente contro l'Isis, anche per evitare "conflitti" nelle loro attività. Il risultato, secondo molti esperti di sicurezza nazionale interpellati dal New York Times, è che il coinvolgimento di Teheran sta aiutando gli iracheni a tenere la linea, finché gli americani non finiranno di addestrare nuove forze irachene. L'opinione più diffusa tra gli esperti è che la strategia statunitense sia stata finora un successo in gran parte grazie all'Iran, il cui intervento è stato decisivo in molte battaglie.
Il rischio, però, è che l'Iran guadagni un peso eccessivo in Iraq: giorni fa, il Washington Post ricordava che, dove una volta c'era la statua di Saddam Hussein, a Baghdad, ora c'è il ritratto del leader iraniano Ruhollah Khomeini. "Niente illustra meglio - commentava il quotidiano - la trasformazione in atto in Iraq". Uno dei timori è che le milizie sciite possano rendersi colpevoli di atrocità contro i sunniti, di cui già recentemente sono state accusate.

http://www.today.it/mondo/isis-allarme-iran-usa.html 

la differenza fra i sessi, la maternità e la famiglia sono princìpi antropologici di grande spessore culturale, capaci di segnare il carattere di ogni civiltà

L'8 marzo
Femminismo e ideologia gender, le differenze necessarie
Paola Ricci Sindoni
 
(Fotogramma)

Per molte femministe radicali il prossimo 8 marzo segnerà la fine del secolare movimento di emancipazione della donna. È infatti in questi giorni che verrà presentata ufficialmente all’Onu la richiesta che il movimento femminista venga inglobato, insieme alle associazioni Lgbtq, nel quadro teorico e pratico del "sistema gender". Costoro si dicono infatti convinte che solo mediante l’annullamento "ideologico" del corpo sessuato si potrà giungere all’uguaglianza con l’uomo e, dunque, alla fine dell’intollerabile supremazia del maschio. Il loro argomentare sembra, a una prima rapida occhiata, del tutto legittimo: è giusto procedere allo sviluppo della propria realizzazione personale e sociale, senza che questa venga bloccata in nome dell’identità sessuale. Che alla presidenza della Rai o della Camera ci sia una donna o un uomo è irrilevante, l’essenziale è che sia all’altezza del compito, al di là e oltre la sua fisionomia biologica. Tanto vale non tenere conto più di questa desueta distinzione; la differenza sessuale, insomma, è ormai solo una definizione naturalistica che non contiene più uno spessore culturale; eliminiamola perciò per non ricadere in vecchi stereotipi.

Questa idea sembra persuasiva, se è vero che molte femministe, anche di area cattolica, la guardano con interesse, non accorgendosi però che siamo in tal modo già dentro il progetto teorico del "gender", che di certo ha nel cassetto ben altri obiettivi... Vale la pena, a questo punto, chiarire il tragico malinteso: un conto è la richiesta di parità nei diritti e nei doveri sancita dalla nostra Carta costituzionale e da altre importanti Leggi fondamentali e Dichiarazioni (purtroppo ancora deficitaria in molte zone del pianeta), un conto è pretendere una uguaglianza tra i sessi, che è improponibile sia sul piano teorico sia su quello pratico. Le teorie del "gender", confondendo i due diversi registri, finiscono per irretire le femministe, facendo il gioco di quanti costruiscono in modo fittizio nuovi modelli culturali, improntati sull’eliminazione della differenza e sulla proclamazione del "pensiero unico", quello che appiattisce l’umano alla sola – tragica – dimensione dell’essere vivente in continua evoluzione. Ben venga perciò l’iniziativa di varie associazioni cattoliche del mondo, che – in risposta a questa manovra ideologica – hanno predisposto una Dichiarazione – Statement of the Women of the World – che oggi, 5 marzo, verrà presentata al Comitato sulla condizione della donna dell’Onu.

In essa vengano ribadite e argomentate alcune idee guida sostenute dal principio antropologico della differenza, dove la pratica della reciprocità fra i sessi viene argomentata e colta come fondamento dell’autentica cultura femminista. Che non può annullare il valore della famiglia, della maternità e del lavoro invisibile e fuori mercato della donna all’interno della cura prioritaria della dimora familiare e che si apre al lavoro fuori casa, quando questo non divenga lesivo della sua realizzazione personale. In tale contesto, questa Dichiarazione chiede anche: il riconoscimento e il rispetto universale dell’identità femminile e della sua dignità e parità con l’uomo; nuove politiche internazionali a difesa della libertà di scelta della donna rispetto alla cura della famiglia, il che implica una vera conciliazione della vita familiare e lavorativa.

La Dichiarazione indica anche l’esigenza di un quadro internazionale di politiche di tutela per le donne lavoratrici che desiderano avere figli o che si dedicano, in modo esclusivo o parziale, alla cura e all’attenzione per la famiglia e l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione nei loro confronti. Sostiene con forza che la nuova forma di sfruttamento del corpo femminile attraverso la maternità surrogata deve essere colta come una violazione della dignità sia della madre sia del bambino.
Si tratta di un modo diretto e risoluto per ribadire che la differenza fra i sessi, la maternità e la famiglia sono ancora e sempre in tutto il mondo princìpi antropologici di grande spessore culturale, capaci di segnare il carattere di ogni civiltà. Diverse per leggi e costumi, ma ugualmente decise a contrastare le derive nichiliste di ideologia fragili e violente.

http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/LE-DIFFERENZE-NECESSARIE-.aspx

Infrastrutture digitali, fibra ottica, Metroweb partecipata o una maggioranza?

Metroweb e banda larga devono andare a braccetto. Parla da Empoli (I-Com)

05 - 03 - 2015Valeria Covato
Metroweb e banda larga devono andare a braccetto. Parla da Empoli (I-Com)
Proseguono gli approfondimenti di Formiche.net sul piano governativo per la Banda ultra larga. Ecco la conversazione con Stefano da Empoli, economista alla guida dell’Istituto per la competitività, che tra l'altro sulle risorse del piano Juncker dice di andarci cauti...
La cornice tracciata dal premier Matteo Renzi e dal ministro Federica Guidi durante l’ultimo Consiglio dei ministri che ha varato la strategia per la banda ultra larga per centrare gli obiettivi dell’Agenda europea non può prescindere dal futuro di Metroweb. E’ una delle considerazioni dell’economista Stefano da Empoli, presidente di I-Com e docente nell’Università Roma Tre.
I PUNTI POSITIVI
Il giudizio dell’economista sul piano è positivo sotto vari aspetti: “Innanzitutto per aver ragionato insieme sulla domanda e sull’offerta, cosa mai fatta negli ultimi anni nel settore delle telecomunicazioni e per aver recuperato una cabina di regia che dovrebbe essere, o fare capo, a Palazzo Chigi”, dice da Empoli in una conversazione con Formiche.net. E alle critiche giunte al piano del governo risponde definendolo “il migliore sforzo” a sua memoria mai fatto da un governo su banda larga e dintorni. E soprattutto “un buon compromesso rispetto alle versioni della strategia circolate nei giorni precedenti”.
LE CRITICITA’
La cornice iniziale va nella giusta direzione, osserva da Empoli, ma alcune criticità tecniche e burocratiche e un dossier in stallo rischiano di compromettere la realizzazione del piano del governo.
“Ancora oggi ci sono degli ostacoli di carattere burocratico che limitano la realizzazione da parte degli operatori del settore degli interventi a favore della digitalizzazione del Paese. Mi riferisco alla normativa relativa ai limiti elettromagnetici, ma anche alla disciplina contenuta nel Decreto del Ministero dello sviluppo economico noto come “Decreto Scavi”, che impone ancora l’utilizzo di tecniche e materiali obsoleti per gli scavi, tali da rendere insostenibili i costi di intervento per gli operatori”.
IL NODO METROWEB
Ma tra i fattori in grado di condizionare fortemente lo sviluppo delle reti in Italia Da Empoli inserisce il dossier Metroweb.
A Metroweb, la società controllata dal fondi di investimenti F2I (partecipato dalle banche e con una quota del 53%) e dalla Cassa depositi e prestiti tramite il Fondo strategico, si deve l’unica rete diffusa in fibra ottica a Milano. Ed è proprio su Metroweb che si è concentrata l’attenzione del governo con l’obiettivo di farne una grande società mista pubblico-privata, con l’azionariato aperto agli investimenti in fibra dei grandi operatori telefonici: “Vogliamo partecipare attraverso aumenti di capitale con una quota rilevante nel veicolo che sarà individuato, in una partnership pubblico-privato, in cui nessun operatore, né noi né altri, dovrà avere la maggioranza, e con la presenza di un soggetto “terzo”, come la Cassa depositi e prestiti, in un ruolo di guida e di garanzia”, ha detto recentemente l’ad di Vodafone Aldo Bisio. Favorevole anche Wind, mentre Fastweb è già azionista di Metroweb Milano.
Sempre ostile invece all’ipotesi del condominio è Telecom, interessata ad investire, ma a patto di detenere la maggioranza del 51%.
LE ULTIME DA GIACOMELLI
“Credo che ci siano ancora margini per un accordo”, ha detto oggi a Il Sole 24 ore il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, parlando della possibilità di raggiungere un’intesa con Telecom Italia su Metroweb. Il sottosegretario ha parlato di una rete “unitaria, neutra ed aperta a collaborazioni e sinergie di tutti gli operatori interessati”, definendola come “condizione ideale”. E a suo avviso non sarebbe necessaria la costituzione di una newco: “Il veicolo può essere Metroweb”, ha risposto al Sole.
UN FRENO PER GLI INVESTIMENTI
“È dovere delle istituzioni assicurare velocemente una stabilità nel settore – osserva in merito da Empoli -. Pena il ritardo e l’incertezza degli investimenti”.
E il futuro di Metroweb incide non poco sul modello di investimento da adottare: “Un conto è avere una Metroweb sposata con un solo operatore, un conto è che diventi condivisa da tutti gli operatori”, spiega il presidente di I-Com, che aggiunge: “Nonostante il recupero nel 2014 degli investimenti sia sul fisso che sul mobile, tali incertezze rischiano di ritardare gli obiettivi ambiziosi di alcuni operatori”.
PERICOLO SCAMPATO
Il dibattito dei giorni precedenti al varo della strategia del governo si è focalizzato sull’indebitamento di Telecom Italia e su una possibilità che ha fatto infuriare l’ex monopolista, ovvero la definizione di un termine entro il quale procedere alla definitiva dismissione della rete in fibra di rame, quella sulla quale attualmente transita la gran parte delle connessioni, ad esclusivo vantaggio della fibra ottica. Elementi però che non hanno trovato spazio né nelle bozze del decreto, né nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri.
“C’è stata una buona mediazione rispetto ai timori dello swich off del rame circolati nei giorni precedenti e che avrebbe potuto rivelarsi piuttosto sgradevole – commenta da Empoli -. Essere scampati a questa possibilità ha risolto sicuramente uno degli elementi di incertezza che tuttora permangono”.
FIBRA VS RAME
Il governo nella versione definitiva del documento ha deciso di lasciare quindi agli operatori la scelta della tecnologia più efficace.
“Il rame può essere velocizzato ma ha dei limiti maggiori rispetto alla fibra. Laddove è possibile, quindi, è bene procedere con la fibra, che certamente rappresenta la tecnologia del futuro”, spiega l’economista.
“Ma bisogna ragionare con le risorse che abbiamo a disposizione e i limiti insiti al nostro Paese. Per centrare gli obiettivi richiesti dall’Europa si dovrà quindi inevitabilmente optare per l’utilizzo di un mix di tecnologie”.
FONDI INCERTI
Il piano di investimenti pubblici si baserà anche sulle risorse del Piano Juncker, secondo l’esecutivo.
“Viste le incertezze del Piano Juncker per rilanciare l’economia europea, averlo evocato tra gli investimenti per la banda larga non appare prudente . Se mai tale piano vedrà la luce, ho qualche dubbio sulla copertura finanziaria necessaria”, commenta da Empoli.
I TERMINI
L’ultimo indice elaborato dalla Commissione europea sul grado di digitalizzazione dell’Italia, ci colloca quartultimi nella classifica a ventotto davanti a Grecia, Bulgaria e Romania, penultimi se il giudizio si restringe a connettività e accesso alla rete.
“La strategia del governo dovrà trasformarsi in piano operativo entro sei mesi. Non si può andare oltre se vogliamo recuperare il gap con il resto dell’Europa”, conclude il presidente di I-Com.

http://www.formiche.net/2015/03/05/piano-governo-banda-larga-metroweb-da-empoli/

Infrastrutture digitali, governo pasticcione, mai è chiaro


Telecom, Metroweb e il liberismo eclettico di Renzi

05 - 03 - 2015 Michele Arnese
Telecom, Metroweb e il liberismo eclettico di Renzi
Fatti, ricostruzioni e indiscrezioni a latere del piano governativo sulla banda ultra larga che nella versione definitiva cela un siluro...
Tutto bene quel che finisce bene sulla banda ultra larga? Pare proprio di sì, secondo un esperto pacato come l’economista Stefano da Empoli, presidente di I-Com. Speriamo che abbia ragione lui quando intravvede, sentito dalla collega Valeria Covato, un serio impegno da parte del governo Renzi, ben superiore rispetto agli sforzi di altri governi. Speriamo solo che si passi dalle parole ai fatti, come auspicato su Formiche.net dall’ex commissario Agcom, Stefano Mannoni. Perché di parole e numeri negli ultimi 15 anni i cronisti come il sottoscritto ne hanno masticati troppi, fino all’indigestione.
Ma una certa arietta festosa deve indurre a qualche cautela. Specie in chi, tra i turbo liberisti, ha rimarcato con enfasi la dottrina governativa spiegata dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, sulla neutralità tecnologia. Ovvero: il governo indica gli obiettivi di copertura della banda larga per far risalire l’Italia nelle classifiche sull’arretratezza digitale, ma non dice agli operatori quale tipo di fibra ottica devono posare, se FTTC (fino al cabinet sotto casa), FTTH (fino a casa) o altre sigle astruse ai più.
Poi però si scopre che al di là della dottrina ci sono i soldi. E lo Stato metterà un po’ di miliarducci – circa 6,5 – affinché anche i privati ne mettano dello stesso importo per fare gli investimenti necessari a centrare gli obiettivi governativi.
Certo, l’esecutivo non è stato invasivo, come auspicava qualcuno e come invece temeva Telecom Italia, nell’imporre lo switch off tra rete fissa in rame di Telecom e la fibra ottica fino alle case, come auspicava un documento abbozzato dal vicesegretario generale di Palazzo Chigi, Raffaele Tiscar, bollato dal Corriere della Sera addirittura come “talebano”. Talebano perché, secondo l’ex monopolista Telecom, la rottamazione di fatto della rete in rame avrebbe indotto a svalutare l’asset nei conti del gruppo con impatti devastanti su debiti e dividendi. Insomma, sarebbe stata una catastrofe, come ha denunciato il Sole 24 Ore, per non parlare di una minaccia latente di licenziamenti in casa Telecom in caso di switch off.
È prevalsa l’impostazione più morbida dei consiglieri di Renzi, Andrea Guerra e Yoram Gutgeld, nei confronti del gruppo capitanato dall’ad, Marco Patuano. No, non sono indiscrezioni. Basta rileggere con attenzione i passi di un lungo intervento di Gutgeld sul Foglio di Claudio Cerasa per vedere quanto Gutgeld non fosse per nulla anti Telecom, anzi. Una bella evoluzione rispetto a documenti in odor di renzismo leopoldino su una Telecom asfittica sugli investimenti quando l’attuale premier era solo sindaco di Firenze.
Ma a dispetto di tanto liberismo governativo, come si diceva, ci sono i miliardini pubblici in arrivo per sostenere gli investimenti (non è un po’ troppo vaga l’evocazione del piano Juncker sulle risorse?). Non solo: s’invoca da parte del governo liberista, udite udite, un impegno più incisivo sulla banda larga da parte di soggetti pubblici. Leggere per credere le parole di Antonello Giacomelli, sottosegretario al ministero delle Comunicazioni, al Sole 24 Ore di oggi. Giacomelli dice in sostanza a Metroweb – in cui ha un peso rilevante con il fondo strategico Fsi la Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini, tra l’altro presidente di Metroweb – di darsi una mossa sugli investimenti. Ohibò. Magari tutti si sarebbero dati una mossa maggiore in caso di switch off, si bisbiglia in ambienti governativi e della Cdp. Ma lasciamo stare.
Il ragionamento di Giacomelli non può comunque essere catalogabile come troppo filo Telecom. Infatti il sottosegretario alle Comunicazioni invoca una rete di nuova generazione, tramite il veicolo Metroweb, “unitaria, neutra e aperta a collaborazioni e sinergie di tutti gli operatori interessati”. Traduciamo? Ci proviamo: Metroweb diventi una sorta di società condominio in cui ci siano tutte le principali società per partecipare alla posa della fibra ottica. Dunque si torna al punto di partenza di qualche settimana fa? Però da fonti ministeriali si apprende che per Telecom, più che la questione di detenere fin da subito il 51 per cento di Metroweb, la questione dirimente è un’altra: poter consolidare nel patrimonio a tutta la rete in fibra ottica, presente e futura, di Metroweb.
Poi, colpo di scena, o quasi. Sulla versione definitiva pubblicata ieri c’è un paragrafo, tutto nuovo, intitolato “I vincoli comunitari: cosa non è possibile fare”: il governo esplicita per la prima volta l’impossibilità di “ipotizzare il controllo integrale da parte di un operatore integrato su tutta la nuova rete sovvenzionata con aiuti pubblici”. Che significa? “Telecom Italia non potrà godere di incentivi o contributi pubblici a meno che non separi la rete”, secondo il Corriere della Sera. È stato introdotta anche una clausola «wholesale only» che consente a chi realizza la rete per vendere connettività all’ingrosso “la possibilità di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti”. Prerogativa di cui godrebbe per esempio Metroweb, che avrà piena discrezionalità nel concedere il passaggio sulle proprie infrastrutture (canaline, cavi), ma non Telecom poiché vende connettività sia all’ingrosso sia ai singoli clienti residenziali.
Come si vede, non mancano i colpi di scena. Dunque, appuntamento su Formiche.net ai prossimi articoli sul tema.

http://www.formiche.net/2015/03/05/telecom-metroweb-il-liberismo-eclettico-renzi/ 

Infrastrutture digitali, un governo pasticcione

Banda ultralarga, il "nuovo" documento scioglie il giallo dei cluster: sono 4

IL CASO

Online sul sito di Palazzo Chigi la versione esatta del Piano dopo l'errore scoperto da CorCom. Rispunta il quarto cluster, quello delle aree a fallimento di mercato per le quali solo l'intervento pubblico può garantire alla popolazione la connettività a 30 Mbps

E' online sul sito del governo la versione esatta del Piano banda ultralarga, ripubblicata a seguito dell'errore scoperto ieri da CorCom relativo alla suddivisione del territorio in cluster.
Nel documento finale è "riapparso", a pagina 32, il cluster D, quello delle aree tipicamente a fallimento di mercato per le quali solo l’intervento pubblico può garantire alla popolazione residente un servizio di connettività a più di 30 Mbps. Nella prima versione pubblicata il cluster D era stato eliminato e la cosa aveva fatto pensare ad un accorpamento in tre aree per semplificare l'aggiudicazione dei fondi e dei lavori di posa delle infrastrutture. E se così fosse stato, a catena l'errore avrebbe dunque riguardato anche le informazioni contenute nelle slide di accompagno nonché nel comunicato di chiusura del Consiglio dei ministri. E invece l'errore stava - come scritto da CorCom - nel piano.

Il territorio italiano - si legge nel documento - è stato suddiviso in 94.000 aree per definire un numero limitato di geotipi in base alla relativa concentrazione della popolazione, alle caratteristiche del territorio, alla densità di imprese e alla presenza di infrastrutture in banda ultralarga. Tale clusterizzazione ha permesso di associare l’intervento pubblico in modo mirato rispetto alla tipologia di area e all’obiettivo di copertura individuato. In base a questa classificazione è stato dunque definito il fabbisogno e il relativo modello finanziario applicato.
IL PIANO ULTRABROADBAND CORRETTO
IL DOCUMENTO SBAGLIATO 

http://www.corrierecomunicazioni.it/pa-digitale/33013_banda-ultralarga-il-nuovo-documento-scioglie-il-giallo-dei-cluster-sono-4.htm 

Infrastrutture digitali, wireless, le torri in guerra o in pace?

Rai Way: "Opas senza precedenti". Ma Ei Towers rilancia: "L'offerta non cambia"

RISIKO TORRI

La controllata della Tv di Stato si fa scudo della "non contendibilità" decisa dal Governo. Ma da Mediaset non cambiano i termini della proposta. Mucchetti: "Possibile un polo delle infrastrutture di trasmissione, ma a certe condizioni"

di Antonello Salerno
E’ stato il giorno del botta e risposta a distanza tra Rai Way ed Ei Towers. Sul tavolo c’è l’offerta pubblica di acquisto e scambio che la controllata Mediaset ha lanciato sulla società delle torri di trasmissione della Tv di Stato, su cui le società hanno riferito da una parte alla Commissione industria del Senato, dall’altra alla Consob. Le posizioni sembrerebbero a prima vista ancora lontane, anche se la partita sembra ancora aperta. Da una parte Camillo Rossotto, presidente di Rai Way, ha parlato di un’offerta “senza precedenti”, visto che Rai Way “non è contendibile”: “Un'opa volontaria e totalitaria su un'azienda di cui lo Stato detiene il 65% e su cui è stato posto un vincolo a mantenere in mano pubblica il 51% non ha precedenti - ha sostenuto - Non è possibile fare un'offerta pubblica di acquisto per la nostra società, fintanto che Rai detiene il 51%". Una posizione mitigata da una dichiarazione sulla creazione di un eventuale polo nazionale delle torri di trasmissione: “In tempi non sospetti - ha aggiunto Rossotto - ho parlato della razionalizzazione di un polo infrastrutturale unico, facendo riferimento a quanto succede in Paesi razionali come la Francia, dove esiste un operatore indipendente in grado di ottimizzare gli investimenti”.
Dal canto proprio l’amministratore delegato di Ei Towers, Guido Barbieri, ricevuto in Consob insieme al direttore finanziario della società, ha sottolineato il carattere “sereno e costruttivo dell’incontro”, confermando tra le altre cose che il management di Rai Way non era a conoscenza dell’offerta prima che fosse formalizzata la sera del 24 febbraio. A stretto giro una nota della controllata Mediaset ha puntualizzato che l’opas lanciata su Rai Way sarà formalizzata entro i termini previsti dalla legge, e che “non sono previste modifiche dei termini e condizioni dell'offerta rispetto a quanto indicato nel comunicato del 24 febbraio”.
Ma al di là del botta e risposta di oggi tra le due aziende un elemento di novità è emerso da Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato, che è tornato sull’argomento del “polo delle torri”, prospettandolo come una soluzione che potrebbe mettere fine alla vicenda con convenienze reciproche per le due società coinvolte: “Avere un'unica infrastruttura di trasmissione del segnale televisivo costituisce un obiettivo ragionevole, in linea con l'Europa - ha sottolineato -  Ma non ci si arriva attraverso azioni non sollecitate e non negoziate, e dunque ostili, come quella avviata in questa fase da Ei Towers, la quale, peraltro, ha ancora tutti i margini per variare il suo schema di gioco”.
“Dalla proprietà dell'operatore monopolistico dovrebbero essere esclusi i due broadcaster, titolari delle frequenze, ossia Mediaset e Rai", continua Mucchetti, e che "potrebbero vendere a termine l'infrastruttura ricavando un ottimo incasso".
“Chi deve rispondere, istituzionalmente, è la Rai - ha concluso Mucchetti - che, diversamente da Rai Way, non è sottoposta alla passivity rule né ad autorizzazioni ministeriali su quanto fa restando sopra il 50,01%. Rai e Mediaset, in quanto soci di controllo di Rai Way ed Ei Towers, hanno l'obbligo di rispettare la simmetria informativa verso il mercato. Ma questa non è una consegna del silenzio. Basta scrivere decisioni e informazioni aggiuntive in una nota ufficiale e dalla Consob non arriverà alcun fulmine".

http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/33036_rai-way-opas-senza-precedenti-ma-ei-towers-rilancia-l-offerta-non-cambia.htm