Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 marzo 2015

l'ideologia Gender, spezzare il legame tra natura e cultura, disarticolare la società nel profondo in modo che l'individuo resti solo al cospetto del Capitale


Sai davvero che cosa è l’ideologia di genere?

Postato il mar 14 2015 - 10:41am di Redazione
genderRoma, 14 mar – Se ne parla molto, ma pochi sanno di cosa si tratti. E anche una ricerca sommaria in rete dà risultati contraddittori, dato che innanzitutto bisognerebbe sapere cosa cercare e, di conseguenza, come nominare l’oggetto della nostra indagine. L’ideologia di genere resta un oggetto misterioso a cominciare dal nome. Che, appunto, per i suoi avversari è “ideologia” mentre per i suoi sostenitori è un ambito di studi (gender studies). Cerchiamo di capire meglio, allora, di cosa stiamo parlando.
L’ideologia di genere è sostanzialmente un’evoluzione critica del femminismo. Quest’ultimo, come noto, intendeva mettere in questione un presunto dominio sociale, politico e culturale maschile in nome dei “diritti delle donne”. Una parte delle teoriche femministe, tuttavia, riteneva che fosse un errore “essenzialista” limitarsi a un’esaltazione del “sesso debole” contro il “sesso forte”: il femminismo non doveva semplicemente stabilire che “i valori maschili sono cattivi mentre i valori femminili sono buoni” (evidenziando, quindi, uno specifico portato culturale e sociale femminile da valorizzare) quanto piuttosto mettere in questione i ruoli stessi di maschio e femmina. La teoria del gender parte da qui.
È intorno agli anni ’60, grazie a psicanalisti come Robert Stoller e psicologi come John Money (influenza oggi taciuta, quest’ultima, a causa di disastri come il famoso caso dei gemelli Reimer), che la teoria muove i suoi primi passi. Nei gender studies confluiscono ben presto gli studi sulla cultura femminile (Women studies), su omosessuali e lesbiche (Queer studies) e sui cambiamenti di genere (Transgender studies). A tutto ciò si aggiunge l’influenza delle teorie decostruzioniste e post-strutturaliste della filosofia francese del secondo Novecento (soprattutto Foucault e Derrida). La forma canonica dell’ideologia gender è stata infine fornita da teorici come Judith Butler, ancora negli anni ’90. L’offensiva genderista di alcuni governi, primo fra tutti i recenti esecutivi socialisti in Francia, e la popolarità di artisti come Conchita Wurst hanno recentemente riportato la questione d’attualità.
Non potendo semplicemente negare un dato di fatto biologico ineliminabile (ognuno di noi nasce con un apparato sessuale maschile o femminile, tertium non datur, a parte il caso limite dell’ermafroditismo), si è cominciato a distinguere il sesso (che può essere appunto maschile o femminile) e il genere. Con quest’ultimo termine si intende ora una identità culturale dichiaratamente costruita, quindi non “data” in senso naturale, che può coincidere ma anche non coincidere con il sesso biologico. Insomma: maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa. Ma non solo uomini e donne: ponendo in questione il nesso tra apparato sessuale (natura) e identità a esso associata (cultura), si apre la strada a una infinità di costruzioni identitarie che ora vengono concepite come fluide. Ognuno può essere ciò che vuole.
Le conclusioni ideologiche a cui giunge questa battaglia sono facilmente immaginabili: Judith Butler vuole destabilizzare “l’eterosessualità obbligatoria”. Eric Fassin si sforza di “pensare un mondo in cui l’eterosessualità non sia più normale”. Monique Witting scrive che “non esiste sesso, è l’oppressione che crea il sesso e non viceversa […]. Per noi non possono più esserci né uomini né donne […] in quanto categorie del pensiero e del linguaggio, essi devono sparire politicamente, economicamente e ideologicamente”. Ruwen Ogien arriva a porsi un quesito inquietante: “La questione che si pone è quella di sapere perché una donna dovrebbe preferire i propri bambini a quelli del vicino per il solo fatto che sono biologicamente i suoi mentre tutti hanno lo stesso valore morale in quanto persone umane”
Il nesso tra sesso biologico e identità di genere (il fatto cioè che i maschi tendano ad identificarsi con la figura sociale dell’uomo, con tutto quel che ne consegue in termini di valori, prassi, comportamenti, riti, linguaggi, e le femmine facciano lo stesso con la figura della donna) resta tuttavia scontato nella mentalità comune.
La principale battaglia dei sostenitori dell’ideologia di genere diventa allora quella di mostrare la non necessarietà di quel nesso, la sua natura costruita, socialmente determinata. Da qui l’importanza dell’azione sulla scuola: poiché sarebbe la società che, imponendo dei modelli, “costruisce” le nozioni di uomo e donna facendoci credere che siano “naturali”, si tratterebbe di mettere in discussione quei modelli con una educazione che, “lasciando liberi” i bambini, per esempio nella scelta dei giocattoli o dei vestiti, non imponga loro una identità di genere precostituita.
Da battaglia di minoranza (la difesa di chi, nato con un sesso, si sente di un genere differente), l’ideologia del gender diventa quindi progetto volto a suscitare cambiamenti culturali nella società tutta. Il fatto che i bambini giochino con i soldatini e le bambine con le bambole comincia a essere considerato uno stereotipo da combattere da cui derivano gran parte dei mali della società, primo fra tutti ovviamente la violenza sulle donne, ma anche la loro discriminazione sul logo di lavoro etc. Il tutto, ben presto, si trasforma in un vero e proprio processo contro il maschio e il pater familias.
Gli avversari (o almeno gli avversari più accorti, quelli che non impostano la battaglia in senso bigotto) dei gender studies fanno tuttavia notare che, se è vero che uomo e donna restano figure culturali, che si sono articolate in modi differenti nel tempo e nello spazio, spezzare il legame tra natura e cultura è semplicemente folle: i dati ormonali e fisiologici e la stessa nostra storia evolutiva condizionano la nostra cultura, fissano dei paletti, danno delle indicazioni ineludibili. Possiamo ripensare i ruoli di uomo e donna, ma non possiamo far finta che uomini e donne non esistano o che essere dell’uno o dell’altro sesso non ci condizioni. In caso contrario, il prezzo da pagare potrebbe essere più salato di quanto immaginiamo.
Adriano Scianca

http://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/sai-davvero-cose-lideologia-di-genere-19034/ 

non illudiamoci, al caimano al potere non interessa il Bene Comune degli italiani

Quantitative easing,
un’altra illusione

di Claudio Romiti
14 marzo 2015
 
Non è trascorsa neppure una settimana dall’avvio effettivo del cosiddetto Quantitative easing, ossia l’acquisto di titoli di Stato sul mercato secondario da parte della Bce, che già il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ne intravede gli effetti salvifici. Tant’è che il suo capataz Matteo Renzi ha ripreso ad allargare con disinvoltura i cordoni della borsa. Col ddl scuola appena approvato dal Consiglio dei ministri, infatti, oltre all’annunciata assunzione in massa di un esercito di precari, il messia fiorentino ha promesso di regalare a tutti i docenti una card di 500 euro all’anno per le proprie attività culturali, come l’acquisto di libri o di biglietti per teatri e musei. Evidentemente, nonostante un bilancio pubblico disastrato da un eccesso di spesa stile Grecia, il volpino di Palazzo Chigi ritiene che la valanga di liquidità che le banche italiane stanno ottenendo da Draghi in cambio di titoli di Stato sortirà un grande effetto sulla ripresa economica, tale da produrre un deciso aumento di gettito e, conseguentemente, di quattrini da regalare in cambio di consenso facile.
Ma come al solito i politici di professione di questa risma tendono, presi come sono dalla forsennata ricerca di voti a buon mercato, ad ignorare alcuni elementi della coperta economica, per così dire, i quali costituiscono il lato nascosto della discutibile operazione messa in campo dalla Bce. Essi pensano, al pari del cervellone che ci governa, che sia sufficiente aumentare il credito teoricamente disponibile dal sistema per ottenere automaticamente crescita economica.
Ovviamente questa gente, cresciuta con l’idea ferma di abbindolare il prossimo con le chiacchiere, immagina che basti inondare un Paese di nuova liquidità creata dal nulla per ottenere l’ennesimo miracolo keynesiano di una ripresa tumultuosa, a prescindere dalla cornice reale in cui tutto ciò avviene. Tuttavia, un conto è finanziare a debito una qualunque iniziativa di mercato all’interno di una fiscalità ragionevole e un altro conto, come nel caso del Paese di Pulcinella, è farlo sotto la mannaia di uno Stato burocratico e assistenziale che impone un prelievo feroce, ben oltre i limiti dell’esproprio. Quando un terreno economico è reso sostanzialmente arido da una politica fallimentare la quale, nel corso dei decenni, non ha saputo far altro che tassare e spendere, nessun Quantitative easing d’Egitto potrai mai riportarlo all’antica fertilità se non si realizzano quelle serie riforme strutturali, soprattutto dal lato della spesa pubblica, in grado di rendere conveniente qualunque forma di investimento.
Finché il socio di maggioranza di qualunque attività imprenditoriale continuerà ad essere lo stesso Stato ladro, qualunque politica di stimolo monetario sarà destinata a fallire miseramente. Ma tutto ciò per gli attuali paladini dei pasti gratis al potere non conta. Troppo presi a trovare sempre nuovi quattrini da regalare ai propri elettori di riferimento, costoro hanno tragicamente messo da parte la colossale questione fiscale.

http://www.opinione.it/politica/2015/03/14/romiti_politica-14-03.aspx 

Turkish Stream, gas russo avanza inesorabilmente

Ankara smentisce ritardi nelle negoziazioni con Mosca

Una via italiana per Turkish stream?

Il ministro dell'Energia russo Novak ha detto che toccherà ai Paesi europei costruire le infrastrutture di collegamento con il gasdotto che arriverà fino in Grecia: «Il percorso potrà prendere vie diverse, potranno decidere di passare per l'Italia se vorranno (facendo implicito riferimento all'aperture dell'Ue di far transitare il gas russo attraverso il Tap, ndr)».

Tratteggiato in nero il tracciato di Turkish stream
Tratteggiato in nero il tracciato di Turkish stream
MOSCA – Il ministro dell'Energia russo, Alexander Novak, ha spiegato che toccherà ai Paesi europei costruire le infrastrutture di collegamento a terra con il gasdotto Turkish stream, che è previsto si fermi al confine fra la Turchia e la Grecia. Intervistato da Reuters Novak ha detto: «Ora la costruzione (dei collegamenti terrestri, ndr) toccherà ai Paesi (europei interessati). Il percorso potrà prendere vie diverse, potranno decidere di passare per l'Italia se vorranno (facendo implicito riferimento all'aperture dell'Ue di far transitare il gas russo attraverso il Tap, ndr). Questa è una questione che non ci riguarda più». Novak ha poi aggiunto che il costo per la realizzazione della porte sottomarina del gasdotto è «comparabile» a quelli previsti nell'abbandonato progetto South stream (17 miliardi di euro).
TURCHIA, NESSUN RITARDO IN NEGOZIAZIONI CON MOSCA - Da parte turca invece il ministro dell'Energia, Taner Yildiz, ha smentito le voci riguardo la volontà del suo Paese di ritardare le negoziazioni con Mosca su Turkish stream (è previsto un accordo per la seconda metà del 2015) al 2017. Yildiz ha spiegato durante la sua visita in Azerbaijan, che la Turchia «sta sviluppando diversi progetti, cooperando con Azerbaijan, Russia e Iraq. Stiamo continuando a portare avanti le negoziazioni con la Russia su Turkish stream. I nostri interessi su questo progetto non sono cambiati». Il ministro ha quindi aggiunto che non esiste nessun conflitto o competizione fra il gasdotto Tanap e il Turkish stream: «La competizione è fuori discussione. Abbiamo bisogno di entrambi». Il rappresentante di Ankara ha concluso sul punto sottolineando che questi gasdotti porteranno al mantenimento della stabilità economica in Turchia e in Europa.
REUTERS, ANKARA VUOLE PRENDERE TEMPO - Nei giorni scorsi Reuters aveva riportato le dichiarazioni anonime di «funzionari del ministero dell'Energia turco», che spiegavano come la volontà russa di chiudere in tempi rapidi l'accordo sarebbe stata disattesa. Secondo i funzionari infatti, la Turchia temerebbe di legarsi troppo alle importazioni di gas dalla Russia e che ogni decisione in merito verrebbe presa dopo le future elezioni nel Paese. Reuters per corroborare questa tesi aveva riportato le dichiarazioni rilasciate a lei dal ministro Yldiz: «Non c'è solo la questione Turkish stream, in ballo c'è l'intero pacchetto delle esigenze energetiche della Turchia. Dobbiamo essere un poco più pazienti». Inoltre l'agenzia stampa aveva citato un «dirigente d'azienda», sempre senza fornirne le generalità, che prevedeva un «ritardo delle trattative almeno al 2017», sottolinenando che il gasdotto dovrà andare incontro a un lungo iter di valutazioni ambientali, specialmente in vista delle elezioni generali di giugno. Un'altro «funzionario pubblico» aggiungeva poi che un altro fattore di disturbo è rappresentato dalle negoziazioni sul prezzo di importazione del gas russo.
L'UNGHERIA PREME PER ESSERE ALTERNATIVA - Intanto altri Paesi si stanno attivando per essere alternativi alla «via italiana» per collegare i gasdotti che attraversano la Turchia con il Vecchio continente, attraverso Tap. Il presidente dell'Ungheria, János Áder, ha fatto pressioni al premier turco, Ahmet Davutoglu, per finanziare il prima possibile il progetto di gasdotto che vuole collegare Atene con Budapest, passando dalla Macedonia e dalla Serbia. Áder ha sottolineato che la Commissione europea starebbe valutando proposte alternative a Turkish stream.

http://energia.diariodelweb.it/energia/articolo/?nid=20150313_336549

la Consorteria Guerrafondaia Statunitense vuole dominare costi quel che costi

Il mondo non deve “contenere” la Russia, ma l’imperialismo USA

 

John Wight su CounterPunch denuncia l’ipocrisia e il doppiopesismo dell’Occidente a guida USA (col codazzo della Gran Bretagna), che si permette di calpestare autonomia e diritti degli altri popoli in un modo che a nessun altro sarebbe consentito. Il mondo non deve “contenere” la Russia, ma l’imperialismo USA, che ha continuamente bisogno di fomentare instabilità e guerre per riaffermare il suo ruolo di egemone assoluto.
usa
di John Wight, 6 marzo 2015  vocidallestero
È passato poco più di un anno, un anno di crescente crisi in Europa, da quando le proteste di Piazza Maidan a Kiev hanno rovesciato il presidente ucraino Viktor Yanukovych nel febbraio 2014.
McCainQuelle proteste, che vengono considerate dalle popolazioni dell’est dell’Ucraina come l’inizio di un colpo di stato che ha abbattuto il loro governo e calpestato i loro diritti, sono state apertamente e materialmente sostenute dall’Occidente. Si sono viste cose come il senatore USA John McCain –un uomo la cui ricerca di una nuova Guerra del Vietnam non è ancora cessata– viaggiare per il paese a sollecitare personalmente i manifestanti di Kiev in compagnia della britannica Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea.
Tendendo questo a mente, provate a immaginare quali reazioni ci sarebbero state se i politici russi avessero viaggiato per il Messico sollecitando un movimento di protesta anti-USA a rovesciare il governo eletto per rimpiazzarlo con uno favorevole alla Russia. E provate a immaginare anche che a capo di questo movimento orientato a rovesciare il governo ci siano personaggi dichiaratamente fascisti e neo-nazisti. Immaginate che reazione ci sarebbe negli Stati Uniti.
nulandOra abbiamo l’aperta ammissione, da parte di Victoria Nuland del Dipartimento di Stato USA, –un’altra che ha visitato Piazza Maidan durante le proteste–, che gli USA hanno “investito” 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina ad assicurarsi un “futuro democratico”, e che lo fanno dal 1991. Abbiamo anche la registrazione di una sua sconcertante conversazione telefonica avuta con l’ambasciatore americano in Ucraina, Geoffrey Pyatt, risalente all’inizio del febbraio 2014, durante la quale i due discutevano di chi avrebbero voluto vedere “designato” come nuovo presidente ucraino, prevedendo l’imminente cacciata di Yanukovych.
C’è qualcuno che crede seriamente, considerato quanto sopra, che gli USA e i loro alleati europei non fossero impegnati in un maligno tentativo di minare e destabilizzare un governo eletto?
La storia dell’Ucraina è inestricabilmente legata a quella della Russia. Specialmente nella parte orientale del paese i legami culturali, etnici, economici e storici sono profondamente radicati. C’è una spaccatura tra l’est e l’ovest, per cui metà dell’Ucraina è favorevole ad avere legami più stretti e fraterni con la Russia, mentre nell’Ucraina occidentale la corrente politica dominante è anti-russa e pro-occidentale.
Richard Sakwa, professore di Russo e di Politica Europea, esamina i due modelli alternativi di Stato, che sono emersi da questa spaccatura, nel suo recente libro “Frontline Ukraine” (IB Taurus, 2015). Sakwa descrive il primo modello come un monismo nazionalista, che comporta l’affermazione di un’identità etnocentrica come base di una rinascita della cultura nazionale e dei valori sociali, seguendo una rigida ed esclusiva linea nazionalista. Il secondo modello di cui parla è un modello pluralista, che prevede un’identità ucraina più inclusiva, che abbraccia i diversi e svariati gruppi etnici e popoli che compongono la nazione, in conseguenza della “lunga storia di Stato frammentato”.
Questi due modelli alternativi di Stato sono stati messi in gioco nell’attuale conflitto ucraino, conflitto che è stato intensificato dalla posta in gioco geopolitica, dato che Washington e i suoi alleati stanno cercando di “contenere” la Russia in una lotta per la continuazione di quell’unipolarità di cui l’Occidente gode da quando è crollata l’Unione Sovietica nel 1991, e a cui si contrappone l’alternativa multipolare che la Russia, da quando sta ri-emergendo come potenza globale, richiede.
Con oltre 5000 morti e più di un milione di sfollati, nel conflitto che ha coinvolto l’Ucraina orientale, la necessità di una soluzione politica è di per sé evidente. Ciononostante, a giudicare dall’intensità con cui l’establishment mediatico e politico britannico sta demonizzando Vladimir Putin e la Russia, è chiaro che l’opzione preferita, per coloro che rifiutano di accettare che l’Impero Britannico non esiste più, è quella di un’intensificazione del conflitto.
Quando non viene addirittura paragonato a Hitler, facendone una caricatura che per ragioni storiche è particolarmente offensiva, il leader russo viene accusato di nutrire l’ambizione di forgiare un “Impero Russo”. Il Segretario alla Difesa britannico, Micheal Fallon, si è recentemente spinto al punto di fare la ridicola affermazione che Putin costituisce una minaccia per l’Europa paragonabile allo Stato Islamico, dando così ulteriore evidenza di quanto la classe politica soffra di un collasso intellettuale.
Il fatto che simili accuse vengano da un paese il cui governo ha giocato un ruolo chiave nel ridurre l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia alla condizione di caos in cui si trovano in questi anni, non fa che rendere la sua classe politica ancora più ipocrita se non proprio nociva.
Ma questa non dovrebbe essere una sorpresa, dato che è tutto già successo, no? Ricordate quando il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, veniva ugualmente demonizzato e additato come dittatore? Il suo crimine, nel momento in cui è salito al potere e ci è rimasto col sostegno di diverse elezioni democratiche, era quello di rifiutare che la ricchezza del Venezuela venisse continuamente presa e portata fuori dal paese, come era stato fatto per decenni, da parte di un piccolo gruppo di oligarchi sostenuti dall’Occidente.
La crisi e il conflitto in corso in Ucraina ci ricordano che viviamo in un mondo in cui gli interessi e i diritti dell’Occidente sono gli unici ad essere ritenuti legittimi. Questa visione è ciò che ha guidato i ripetuti tentativi da parte di Washington e dei suoi alleati, specialmente il Regno Unito, di portare avanti un programma di egemonia. Che sia in Medio Oriente o in Europa, è stato proprio questo programma ad essere la radice dell’instabilità e del conflitto che si sta svolgendo proprio ora nell’Ucraina orientale, ed è sempre questa la causa che ha spinto il Medio Oriente nell’abisso delle stragi e della barbarie.
Gli Stati Uniti sono la potenza egemone globale. Con più di 1000 basi militari su tutto il pianeta, con 11 gruppi di portaerei della marina militare, e con un budget militare che supera quello di tutti gli altri paesi industrializzati messi insieme, la sfida che il mondo deve affrontare non è come contenere la Russia, ma come contenere Washington.
Il crimine di Vladimir Putin e della Russia è quello di avere l’ardire di resistere a questo Impero Statunitense, prendendo posizione contro l’ipocrisia, il doppiopesismo, e la totale mancanza di rispetto verso gli altri paesi, le altre culture, e gli altri valori che essi rappresentano. Il tentativo concertato di espandere la NATO, e una Unione Europea sempre più militante, fino ai confini della Russia, non ha niente a che fare con la democrazia, e ha invece molto a che fare con l’espansione di un potere imperiale travestito da democrazia.
Uno dopo l’altro i governi britannici si sono gloriati di attaccarsi dietro al frac di Washington. Non è esagerato dire che quando Washington starnutisce, la Gran Bretagna è pronta col fazzoletto in mano a soffiargli il naso. È solo per una deprecabile e disonorevole relazione con gli USA che il Regno Unito può permettersi di sfilare come fosse una potenza di prim’ordine, quando la realtà è che si qualifica a stento come una potenza di terz’ordine.
Un’escalation del conflitto nell’Ucraina orientale non porta beneficio a nessuno, tantomeno alla Russia. Ma il principio che viene messo in gioco deve essere sostenuto – è il principio di mettere la parola fine a un’Occidente che detta gli ordini al resto del mondo e che in questo modo sparge destabilizzazione anziché stabilità, guerra invece che pace, e caos a scapito del rispetto della legge internazionale. Solo quando i sostenitori del “democratismo”, un’ideologia da non confondere con la democrazia, capiranno che il mondo non è lì per essere controllato da loro, allora ci sarà fine a un’interminabile spirale di conflitti che non mostra segno di placarsi nel prossimo futuro.
Il nemico non è la Russia o Vladimir Putin. Il nemico è l’ipocrisia.

http://www.imolaoggi.it/2015/03/13/il-mondo-non-deve-contenere-la-russia-ma-limperialismo-usa/

nella disgrazia la fortuna, l'Eni tarderà ad essere regalata ai privati

Eni farà stringere la cinghia al governo Renzi: 350 milioni in meno dai dividendi

Eni farà stringere la cinghia al governo Renzi: 350 milioni in meno dai dividendi
Economia
 
Il gruppo petrolifero taglia investimenti, cedole e piani di dismissioni. Così la vendita di un'ulteriore quota pubblica slitterà ancora. Descalzi: "Scelta giusta, con una logica di lungo termine"
Doccia fredda per il governo Renzi che per l’anno prossimo dovrà mettere in conto un drastico taglio del 33% dei dividendi dell’Eni, per un incasso complessivamente inferiore di 350 milioni di euro rispetto a quest’anno. Una notizia arrivata dalla stessa compagnia italiana con il nuovo piano industriale che avrà un altro effetto non secondario per chi deve fare i conti con l’oste: a queste condizioni è chiaro che la dismissione di un’altra quota del Cane a sei zampe in mano pubblica, a lungo ventilata e poi, lo scorso autunno, rimandata a tempi migliori, dovrà attendere più del previsto. Del resto la reazione del mercato parla chiaro: in scia alla novità, che include anche la sospensione del piano di acquisto di azioni proprie, il titolo del gruppo petrolifero ha registrato un crollo del 4,59% a 15,58 euro. Contando anche gli altri soci, l’incasso mancato sarà in totale di 1,1 miliardi di euro. Oltre alla Cassa Depositi e prestiti (che si consola con il bond piazzato ai consumatori) al Tesoro, tra i più colpiti ci sarebbe la Peoples Bank of China che attualmente ha in mano il 2,1% dell’Eni.
Colpa, puntano il dito da Londra i vertici Claudio Descalzi ed Emma Marcegaglia, di una situazione di mercato senza precedenti, con il prezzo del petrolio che si è praticamente dimezzato rispetto allo scorso anno.  “Nel nuovo scenario di prezzi del petrolio, abbiamo ritenuto appropriato ribasare il dividendo per il 2015 in linea con i nostri obiettivi strategici“, ha detto in particolare l’amministratore delegato spiegato.  Descalzi, che ha parlato di “scelta giusta”, che possiede una logica “a lungo termine” e che non è stata concordata con gli azionisti, Tesoro e Cdp in testa, ma discussa solo con il board che, però rappresenta proprio i soci.
Ma le novità non sono solo sul fronte della remunerazione degli azionisti. Da un punto di vista più strettamente operativo, il gruppo petrolifero ridurrà del 17% gli investimenti, che si aggireranno sui 48 miliardi di euro, ma viaggia comunque su numeri confortanti, con una produzione di idrocarburi stimata in crescita del 3,5%, con la previsione di nuove scoperte per 2 miliardi di barili e con un andamento positivo per raffinazione, gas e chimica. Diverso il discorso per Saipem, che ha condiviso la cattiva giornata di Borsa chiudendo in flessione del 5,7%: l’Eni ha ribadito l’intenzione di vendere, ma solo quando le cose andranno meglio e, quindi, quando le condizioni di mercato lo consentiranno. Per questo, la controllata nell’ingegneria, sui cui futuri vertici Descalzi non si è voluto sbilanciare, non rientra nelle dismissioni per 8 miliardi che sono state anch’esse ridimensionate in termini di controvalore previsto prima a 9 e poi a 11 miliardi.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/13/eni-fara-stringere-cinghia-governo-renzi-350-milioni-in-meno-dai-dividendi/1504253/

Piccolo, a volte, è bello

 

L’italiano che ha inventato Jolla ora fa concorrenza a Google, Apple e Microsoft

Il mercato dei telefonini, smartwatches, tablet ed altri device elettronici connessi è in grande fermento ed è uno dei più competitivi al mondo. A Barcellona si sono riuniti – come ogni anno – tutti i principali operatori del settore per partecipare al più importante evento del settore: il Mobile World Congress.
A sorpresa quest’anno il miglior prodotto presentato alla fiera non era un Apple, Samsung, Microsoft, Google o una marca cinese.
Il ‘Best Product’ 2015 di Barcellona, è il tablet di Jolla, una piccola e temeraria startup Finlandese fondata e guidata da un Italiano: Stefano Mosconi.
Con i suoi 8,3 millimetri di spessore, un prezzo retail atteso di 249$ e il sistema operativo Jolla Sailfish OS che gira su un Intel quad-core chipset, il prodotto ha sbaragliato tutti e il management della startup punta altissimo: conquistare il terzo posto al mondo nei sistemi operativi per telefonia mobile e una quota di mercato a doppia cifra.
I fondatori di Jolla: Stefano Mosconi, Marc Dillon e Jussi Hurmola. Foto:  Karoliina Paavilainen (talouselama.fi)
I fondatori di Jolla: Stefano Mosconi, Marc Dillon e Jussi Hurmola. Foto:
Karoliina Paavilainen (talouselama.fi)
Stefano, 37 anni, si laurea in Ingegneria delle telecomunicazioni alla Sapienza di Roma e finita l’Università inizia a lavorare in aziende del settore.
Sono riuscito a farmi raccontare come è nata questa avventura.

L’INGRESSO DI STEFANO IN NOKIA: DOVRA’ SVILUPPARE UN NUOVO OS BASATO SU LINUX

“Ho capito molto rapidamente che non mi piaceva l’ambiente e il modo di lavorare che ho trovato in Italia”, mi racconta Stefano. “Tanta politica, competizione interna, devi conoscere sempre qualcuno e nessuno è interessato al tuo valore. Un giorno mi chiamò un recuiter di Nokia dalla Finlandia e durante tutti i colloqui mi colpì che l’unico interesse era di conoscere le mie capacità, capire le mie aspirazioni e valutarmi sul merito. Era la mia occasione.”
Il giovane ingegnere accetta l’offerta di lavoro e nel giro di qualche settimana fa le valigie per trasferirsi ad Helsinki con la famiglia. Entra nel Linux team, il suo gruppo ha il compito di scrivere un nuovo sistema operativo per il colosso dei telefonini. Sette anni di crescita professionale ed una bella carriera aziendale.

NOKIA SCEGLIE WINDOWS E VUOLE MANDARE TUTTI A CASA

A Febbraio 2011 il CEO di Nokia Stephen Elop sale sul palco di Microsoft con Steve Ballmer per annunciare la partnership con Windows Phone abbandonando gradualmente la piattaforma Symbian ed eliminando il progetto Linux.
Mosconi ricorda così quei giorni: “L’azienda ci comunicò che aveva deciso di chiudere tutto, ma ci consentì di finire il lavoro e produrre il primo (ed ultimo) telefonino con la nostra tecnologia: l’N9. Dopodichè il migliaio di ingegneri che stavano lavorando insieme a me sul progetto sarebbero stati mandati a casa”.
“Fu un fulmine a ciel sereno. Eravamo scoraggiati e demoralizzati, ma fin da subito ci siamo resi conto di avere intorno a noi la soluzione al nostro problema, cominciando a chiederci tra colleghi, ma perché non andiamo avanti noi?”
Nokia ha diversi strumenti per l’outplacement e il supporto ai dipendenti in caso di ristrutturazione. Tra questi un programma interno “Bridge Program” che consente ai dipendenti di uscire dall’azienda per fare una propria startup ed essere finanziati, portandosi dietro (in questo caso) un asset aziendale che alternativamente sarebbe andato a morire. Per ogni dipendente che esce, l’azienda fornisce un certo quantitativo di capitali e un prestito ponte per iniziare.

NASCE COSI’ “JOLLA”

Con quei soldi Stefano Mosconi e quattro colleghi decidono a Maggio 2011 di fondare Jolla, quella che con l’acquisizione di Microsoft del colosso Finlandese è de facto l’unica azienda di telefonini Finlandese rimasta sul mercato. Programmi di questo tipo sono stati largamente utilizzati negli ultimi anni di difficoltà, facendo in modo che nonostante l’azienda sia ora una divisione di Microsoft nel paese è rimasto il ‘Nokia spirit’ rigermogliando per generare nuove aziende.
“Prendemmo i soldi per uscire - ricorda Stefano - ma finirono molto rapidamente e a Giugno stavamo per chiudere la società e cercarci un lavoro. Convincere degli investitori a puntare su una startup che voleva fare un nuovo sistema operativo per telefonini in grado di competere contro Google, Apple e Microsoft sembrava una missione impossibile e tutti ci guardavano come fossimo dei pazzi. Avevamo quasi perso le ultime speranze e solo più 10.000 euro sul conto corrente quando il nostro CFO mi chiamò per dirmi che aveva trovato una serie di angel investor pronti ad investire tutti insieme 100.000 euro per proseguire nella nostra iniziativa.”
Il tablet Jolla. Foto: engadget.com
Il tablet Jolla. Foto: engadget.com
Con quei soldi Mosconi e i suoi si trasferiscono ad Hong Kong dove finalmente trovano i giusti partner. Investitori con le tasche e la forza per seguire i fondatori in un’impresa davvero ambiziosa, lanciare nel giro di sei mesi il primo prodotto grazie all’accordo con un integratore Taiwanese.
Oggi in Jolla lavorano 130 persone, non poche per una startup, ma una piccola frazione dello staff dedicato dei propri concorrenti Google, Apple e Microsoft sull’argomento specifico.
“Android e Apple iOS da soli hanno il 96% del mercato, Windows Phone ha il 2,7% - ammette Stefano - ma noi siamo l’unico player sul mercato che non è dominato dalla strategia aziendale, perché siamo l’unica azienda che è focalizzata esclusivamente sul software.”

L’OBIETTIVO: CREARE IL MIGLIOR SISTEMA OPERATIVO MOBILE DEL MONDO

Ma è questa la vera forza del progetto Jolla. Da quando il telefonino ha cominciato a diventare un’estensione delle nostre funzionalità, la scommessa di Stefano e i suoi si basa sul vantaggio che Jolla è indipendente è ha come unico business quello di creare il miglior OS al mondo, il più aperto e trasparente possibile.
Vedremo come andrà a finire, ricordandoci che nella sfida di Davide contro Golia, non sempre essere dei colossi è un vantaggio competitivo.
GIANLUCA DETTORI
Milano, 14 marzo 2015

l'Italia un paese rovesciato

Muos, la polizia denunciata per la scorta a militari e operai Associazione Atria: «Suo compito è far rispettare sentenze»

Salvo Catalano

Cronaca – Nonostante il Tar abbia dichiarato abusivi i lavori per la realizzazione dell'impianto Usa, gli interventi continuano. «Assistere a condotte illecite che disattendono quanto sancito da una sentenza senza intervenire, addirittura scortando gli operai, costituisce senz’altro rifiuto di atti d'ufficio», si legge nella denuncia
 
«Compito della polizia di Stato è far rispettare a chiunque le leggi e le sentenze italiane, e di rappresentare alla competente autorità giudiziaria ogni reato o atto penalmente rilevante; tuttavia, non risulta che tutto ciò sia stato fatto». L'associazione antimafie Rita Atria passa alle vie giudiziarie, denunciando alla locale Procura la polizia di Caltanissetta per quanto sta succedendo nelle ultime settimane a Niscemi, dove gli agenti continuano a scortare operai italiani e militari statunitensi dentro la base americana. Questo nonostante la recente sentenza del Tar di Palermo abbia dichiarato «l'illegittimità di tutti gli atti amministrativi che hanno portato alla costruzione del Muos», l'impianto satellitare di comunicazioni militari. Eppure i lavori vanno avanti.
L'accusa nei confronti della polizia è omissione d'atti d'ufficio, secondo quanto prevede l'articolo 328 del codice penale. «Risulta chiaro - si legge nella denuncia presentata dal legale Goffredo D'Antona - che l’assistere passivamente a condotte illecite che disattendono quanto sancito da una sentenza senza intervenire, addirittura scortando gli operai che si mettano al lavoro dentro la base, costituisce senz’altro rifiuto» dei propri doveri d'ufficio. Questo, sottolinea l'associazione Rita Atria, a prescindere da «una previa richiesta» o da «un ordine».
Che i lavori stiano continuando ne danno prova numerosi video. Ad esempio quello realizzato lo scorso 26 febbraio. «Un convoglio di militari ed operai - si spiega nella denuncia - è stato scortato dalla polizia comandata dal dirigente del commissariato di Niscemi all'interno della base, spostando i cittadini che stazionavano nei pressi del cancello d'ingresso. Subito dopo l'ingresso dei militari e degli operai sono state notate attività di puntamento delle parabole del Muos allo stato assolutamente illecite». Il tutto davanti e con l'accompagnamento della polizia.
Per segnalare questa situazione, veniva inviato un atto monitorio, cioè un avvertimento, al ministro degli Interni, alla Questura di Caltanissetta e al commissariato di Niscemi. «Ma non sortiva nessun effetto - precisa l'associazione - Anzi continuava la scorta della polizia italiana agli operai che continuavano a lavorare dentro la base illegittima».
«Apparirebbe inverosimile - si legge nella denuncia - che da un lato la polizia scorti operai in un sito dove non si può in alcun modo operare, e dall’altro lato segnali le stesse persone all’autorità giudiziaria. E’ ovvio, pertanto, che la condotta della polizia in queste occasioni non ha, quantomeno, quel contenuto di trasparenza assolutamente opportuno. Simile atteggiamento indebolisce lo Stato e le sue istituzione democratiche, in quanto non si può pretendere il rispetto delle leggi, delle norme del contratto sociale se una delle istituzioni preposte a ciò da segni di ambiguità».
«In Sicilia - commenta l'avvocato D'Antona - per difendere le Istituzioni sei costretto a denunziare quelle istituzioni che violano il dovere di fedeltà alla Repubblica Italiana. Se questa è la polizia di Caltanisetta, e sappiamo che comunque non lo è, non dovrebbe stupire l’alta densità mafiosa di quella provincia. Far passare il messaggio che rivolgersi alla Giustizia è inutile, legittima, illecitamente, il ricorso ad altri mezzi, il ricorso all’amico, il ricorso al potente, il ricorso alla violenza. E proprio per questo motivo, sia pur un certo disagio, abbiamo deciso di denunziare quella polizia. Quella polizia che a nostro avviso sta violando i principi cardine di uno stato di diritto, il rispetto delle leggi e delle sentenze, e il rispetto della sovranità nazionale».

http://meridionews.it/articolo/32185/muos-la-polizia-denunciata-per-la-scorta-a-militari-e-operai-associazione-atria-suo-compito-e-far-rispettare-sentenze/

Il governo paga 2,5 miliardi a Morgan Stanley ma non sappiamo perchè

Derivati, Tesoro nega a deputati di vedere i contratti: “Non c’è interesse diretto”

Derivati, Tesoro nega a deputati di vedere i contratti: “Non c’è interesse diretto”
Politica
Il ministero ha respinto la richiesta di un gruppo di parlamentari del MoVimento 5 Stelle che volevano visionare i documenti su tredici posizioni che prevedono una clausola di risoluzione anticipata: “Non sussistono i requisiti”. Secondo Carla Ruocco, vicepresidente della commissione Finanze, il premier Renzi aveva promesso trasparenza sugli strumenti sottoscritti dallo Stato italiano con le banche d'affari, "ma poi si è rimangiato tutto"
La clausola con cui Morgan Stanley pretese dal governo Monti il pagamento sull’unghia di 2,5 miliardi di euro è “unica nel suo genere”. Al Parlamento non resta che fidarsi di quanto affermato durante l’audizione dello scorso 11 febbraio da Maria Cannata, funzionario del Tesoro responsabile del debito pubblico. I deputati non potranno, infatti, visionare i tredici contratti derivati stipulati dal ministero dell’Economia con clausola di risoluzione anticipata per le controparti. Il motivo? Non c’è “un interesse personale, diretto, concreto e attuale corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento del quale è chiesto l’accesso”. Lo scrive nero su bianco la Cannata nella lettera di rigetto recentemente inviata ad un gruppo di deputati del MoVimento 5 Stelle che avevano chiesto di vedere la documentazione.
Come si legge nella missiva i parlamentari, che fanno parte delle commissioni Bilancio e Finanza della Camera, avevano domandato di visionare i contratti per “esigenze conoscitive connesse con l’espletamento del mandato”. L’obiettivo era di arrivare a conoscere la “reale rilevanza finanziaria degli impegni sottoscritti dallo Stato italiano”. Secondo l’Ufficio legislativo del ministero, però, “ai sensi del citato D.Lgs. N.33 del 2013 sulla trasparenza, non appare sussistere in capo al Ministero obbligo di ostensione dei documenti richiesti”. Tenendo conto del fatto che la domanda è stata presentata da parlamentari, il funzionario evidenzia come “il mezzo proprio, atto a superare anche i limiti dell’accesso ai sensi della legge n. 241 del 1990 (la norma che delinea il diritto di accesso agli atti amministrativi, ndr), sia rappresentato dall’atto di sindacato ispettivo, nella specie già concretamente utilizzato”.

Per il Tesoro, insomma, “non sussistono i requisiti per riscontro favorevole alla richiesta”. Inoltre “le motivazioni poste a fondamento della richiesta d’accesso chiariscono che tale richiesta è preordinata a un controllo generalizzato dell’operato della pubblica amministrazione nella materia. Ciò che è espressamente non consentito dall’art. 24, comma 3, della legge n. 241 del 1990”. I deputati non potranno quindi approfondire la questione dei derivati sottoscritti dall’Italia negli anni ’90 e per i quali il Tesoro è stato autorizzato dalla legge di Stabilità a “stipulare accordi di garanzia” sui futuri pagamenti a favore delle banche d’affari. I contratti resteranno nelle stanze “riservate” del Tesoro nonostante Renzi avesse affermato nel dicembre 2013 ai microfoni di La7 che era sua intenzione divulgare via web l’intera documentazione. “Salvo poi rimangiarsi tutto”, come ha precisato Carla Ruocco, vicepresidente della commissione Finanze in quota 5Stelle, durante una conferenza sul tema organizzata venerdì 13 marzo da Adusbef e Federconsumatori. Ruocco ha ricordato come il premier, dopo aver tradito la promessa di trasparenza sul tema derivati, abbia anche bollato come “irresponsabili” le richieste di trasparenza del MoVimento, “perché esponevano l’Italia al ludibrio internazionale”.
“Sono intollerabili le opacità in merito alla gestione dei derivati sul debito pubblico, spacciate in questi giorni per sana riservatezza a tutela dell’emittente sovrano – hanno evidenziato in una nota i 5 stelle dopo l’incontro in cui, oltre alla Ruocco, era presente il deputato pentastellato della Commissione Finanze Daniele Pesco. – Ecco perché serve subito una commissione di inchiesta che porti a una disclosure (divulgazione, ndr) completa in relazione ai contratti”.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/14/derivati-tesoro-nega-deputati-vedere-contratti-non-ce-interesse-diretto/1505021/

a gennaio 2015 il debito pubblico è aumentato di 31 miliardi e la spending review significa tagliare clientele e voti, il Pd sorgente di corruzione non può permetterselo


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SPILLO/ Quella "rinuncia" di Renzi che costa soldi agli italiani

 

Risultati immagini per renzi  Matteo Renzi 

«Cottarelli aveva fatto un buon lavoro, ripartire da capo significa solo perdere tempo». Lo afferma il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, dopo che diversi quotidiani hanno pubblicato la notizia che il consigliere di Renzi, Yoram Gutgeld, sarà il nuovo commissario straordinario per la spending review. Il piano Cottarelli aveva previsto 20 miliardi di euro di tagli per il 2015. Misure indispensabili se si pensa che secondo la Banca d’Italia nel solo mese di gennaio il debito pubblico italiano è aumentato di 31 miliardi di euro, raggiungendo quota 2.165,9 miliardi e sfiorando il record assoluto di 2.167,7 miliardi del luglio 2014. Tanto più che occorre evitare che scattino le clausole di salvaguardia previste dalla Legge di stabilità 2015.

Che senso ha ricominciare da zero senza tenere conto della spending review di Cottarelli?
Per quanto riguarda in particolare gli enti locali Cottarelli era stato molto efficace nell’individuare gli sprechi. Aveva tenuto conto delle aziende locali che sono inattive, hanno dei bilanci fittizi perché beneficiano dei contributi del Comune, quelli troppo costosi per eccesso di personale. Tutto sommato era stato un lavoro valido, e il fatto che potesse essere ulteriormente migliorato non è una ragione sufficiente per non tenerne conto.

Gutgeld è preparato per questo nuovo compito?
A meno che si circondi di esperti di finanza pubblica, dubito che Gutgeld sia più preparato di Cottarelli. Quest’ultimo in quanto economista del Fmi ha visto molti bilanci, mentre Gutgeld non è uno specialista di finanza pubblica. I suoi libri e articoli sono più da politico, sia pure con una cultura economica, che non da esperto della materia.

Il governo Renzi cerca una scusa per rinviare il taglio alla spesa pubblica?
Io sto ai dati di fatto. Rinunciare al dossier Cottarelli significa perdere un sacco di tempo, e forse anche compiere una valutazione sul fatto che certi temi non si vogliono affrontare. Per quanto possa essere discutibile il precedente lavoro, non è utile ricominciare da capo, tanto più che il dossier di Cottarelli era tutt’altro che insignificante. Pur essendo magari incompleto, contiene delle informazioni preziose.

Per Bankitalia a gennaio il debito pubblico italiano è aumentato di 31 miliardi. Come valuta questo dato?
Dipende dal fatto che l’Italia ha un deficit elevato in una fase di deflazione e di crescita negativa. E’ chiaro quindi che il debito aumenta in modo impressionante, e ciò rappresenta un grave problema che dovrebbe preoccuparci. Una volta che sarà terminato il quantitative easing della Bce riemergeranno tutti i nostri problemi di sostenibilità. Diverso sarebbe se almeno il debito italiano negli ultimi mesi fosse stato speso bene per delle cose che rimangono, ma purtroppo non è stato così. Lo si è utilizzato per fare spesa corrente, e questo vuol dire che non ci resta nulla.

La crescita negativa era un fatto inevitabile?
Il fatto che l’Italia venga da una fase di decrescita è colpa del governo che non si è preoccupato di proseguire con gli investimenti e di creare una domanda più consistente di quella illusoria legata al bonus da 80 euro.

Fino a che punto l’attuale situazione è realmente preoccupante?
L’unica cosa che finora ha funzionato è il quantitative easing di Draghi. Nel mese di gennaio però l’Italia ha registrato un calo della produzione industriale, e quindi c’è di che preoccuparsi, perché l’Italia è ancora ingessata dalla bassa crescita. Rischiamo anche quest’anno di non ridurre il debito pubblico, bensì di aumentarlo. Siamo già al 33% del Pil, e 31 miliardi aggiuntivi rappresentano quasi il 2% in più. Può darsi che si tratti di un fatto stagionale, ma il fatto che il 2015 parta già con questo debito è un fatto che desta molta preoccupazione. E’ una patata bollente che Renzi lascerà a chi verrà dopo di lui.

Qual è il settore in cui bisognerebbe attuare i maggiori tagli?
Il vero problema è quello di liberalizzare le aziende locali. Non soltanto perché in questo modo si risparmia sulla spesa, ma anche perché si mette in circolo un potenziale economico che potrebbe dare luogo a nuovi investimenti e iniziative. Queste ultime potrebbero concentrarsi sulla rete stradale e autostradale, sull’alta velocità e sulla banda larga.

Il governo sembra intenzionato a investire soprattutto sulla scuola…
Non mi sembra che queste misure siano la vera priorità per il Paese. Renzi vende come una grande novità il fatto di dare autonomia ai presidi, mentre non è affatto un passo in avanti. Tutto ciò prelude all’assunzione di 100mila precari, anziché al fatto di dare un posto a chi ha vinto il concorso che sarebbe la scelta più logica.

Il taglio delle Province è stato un fatto reale?
Finora il taglio delle province è stato soltanto apparente. Le competenze delle province sono state assegnate a questo o a quell’altro ente, e quelle più costose sono state semplicemente trasformate in città metropolitane. Quindi hanno solo cambiato nome per resistere più a lungo. Il personale in questione non è stato trasferito ad altre funzioni, ma rimane lì a fare le stesse cose pur sotto a un’etichetta differente. L’unico risparmio è quello delle elezioni provinciali, che però si inserisce in una linea di semplificazioni che porta ad avere una sola Camera eletta sulla base di un partito che ottiene una maggioranza con un premio esagerato che gli consente di governare in tutto e per tutto.

(Pietro Vernizzi)


più tasse paghiamo più il debito aumenta, ne vogliamo prendere atto o dobbiamo continuare ad autodistruggerci?

A gennaio il debito pubblico cresce di 31 mld e si avvicina al record storico. Su le entrate tributarie

A gennaio il debito pubblico cresce di 31 mld e si avvicina al record storico. Su le entrate tributarie


Il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato in gennaio di 31 miliardi, a 2.165,9 miliardi, molto vicino al suo massimo storico (2.167,7 miliardi registrato nel luglio del 2014).
Lo rileva Bankitalia, secondo cui l'incremento è dovuto all'aumento (36,3 miliardi) delle disponibilità liquide del Tesoro, pari a fine gennaio a 82,6 miliardi (46,3 a dicembre del 2014), solo in parte compensato dall'avanzo di cassa delle amministrazioni pubbliche (4,6 miliardi) e dall'effetto complessivo dell'emissione di titoli sopra la pari, del deprezzamento dell'euro e degli effetti della rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione (0,7 miliardi).
Le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari in gennaio a 31,3 miliardi, in lieve aumento rispetto allo stesso mese del 2014 (31,0 miliardi). Secondo Bankitalia, "la significatività dei dati del mese di gennaio è limitata da disomogeneità nei tempi e nelle modalità di contabilizzazione di alcune entrate (la difformita' temporale riguarda prevalentemente anticipi/slittamenti fra i mesi di dicembre e di gennaio)".

http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201503131101005351&chkAgenzie=ITALIAOGGI 

la Rai è dei partiti anzi del caimano al governo, Renzi

Renzo Arbore: "La Rai? Non c'è soluzione, bisogna solo resuscitare Biagio Agnes"

Pubblicato:
ARBORE

Renzi, il caimano al potere si piglia la Rai


Riforma Rai, Carlo Freccero attacca: "Ad nominato dal governo? Una follia autoritaria di Renzi"

L'ex direttore di Rai2 e Rai4 critica la rifoma: "Renzi vuole essere l'unico e solo deus ex machina". E pure Arbore bastona il premier


Ormai è una certezza: ci sarà un amministratore delegato, con poteri ampi e nominato direttamente dall’esecutivo.
Sì, il premier sembra voler portare una ventata di privato nella televisione pubblica. Certo, pensare al motto di Matteo Renzi: "Via i partiti dalla Rai", fa un po’ ridere.

Probabilmente il problema riguarda le altre forze politiche, non certo la sua. Infatti, la decisione del governo di scegliere direttamente chi far salire in groppa al Cavallo, non profuma certo di democrazia e pluralismo.
Checché ne dica Matteo Renzi, infatti, si tratta di una svolta autoritaria. "Finora però a noi è arrivata solo l'eco di una cosa che non esiste. Se poi parliamo dell'ad nominato dal governo, mi sembra una follia, una forma di autoritarismo. Si criticava Berlusconi e si rischia di fare peggio. Viene in mente Fanfani che nominava Bernabei, con la differenza che Renzi non ha qualcuno allo stesso livello". Parola di Carlo Freccero.
In un'intervista a Il Messaggero, l'ex direttore di Rai2 e Rai4 attacca duramente l'impostazione che il premier vuole dare a viale Mazzini: "la Rai ha due leve forti su cui puntare: l'informazione e la fiction e la produzione dell'immaginario. Se non si capisce questo è davvero tempo perso. Renzi vuole l'ad a ogni costo. Tutto secondo il format renziano. E' il teorema del fare. Un format dove lui è l'unico e solo deus ex machina".

Ed anche sul nuovo assetto delle reti (di cui una tematica senza la pubblicità) Freccero è molto scettico: "Anche qui ritorna la logica della rottamazione ad ogni costo. Bisogna buttar via quello che c'è. Cavalcando facilmente tutto ciò che da un pezzo è già stato metabolizzato dalla gente. Figuriamoci poi quando si parla dell'ingerenza della politica sulla televisione di Stato. L'opinione pubblica ci va a nozze. Ed ecco che ritorna prepotente il format di Renzi: via gli intermediari, l'esecutivo vince". E la posizione dell'ex uomo Rai è condivisa anche dall'opposizione: "Va riconosciuta, e apprezzata, l'onestà intellettuale di un uomo di sinistra come Carlo Freccero che vede nella riforma della Rai di Renzi una deriva autoritaria gravissima. Un amministratore delegato scelto da palazzo Chigi equivale a fare del servizio pubblico radiotelevisivo un megafono propagandistico per l'esecutivo. È una riforma inaccettabile" ha sottolineato la parlamentare Fi Daniela Santanchè.
"Io sono uno dei sopravvissuti, "l'uomo Rai" oramai è una specie rara: siamo io, Boncompagni e Pippo Baudo. Va bene l'interesse per il rinnovamento della Rai, ma si deve concludere con le persone giuste che non soltanto sappiano di conti, ma che guardino soprattutto al prodotto". È questa l'opinione di Renzo Arbore, ospite ai microfoni di Radio Anch'io, sul tema della riforma Rai. "Io vedo sui giornali che del prodotto non parla nessuno - continua Arbore - è intrattenimento e programmi di evasione, culturali. Non c'è particolare attenzione per questo, si parla solo di talk show".

http://www.ilgiornale.it/news/politica/riforma-rai-carlo-freccero-attacca-ad-nominato-governo-1104696.html