Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 marzo 2015

Isis, tutti sanno che i soldi veri vengono dal Qatar e Arabia Saudita, e pezzi d'Italia gli vengono venduti









"Presto avrete gioie dalla Tunisia". Quei segnali nella rete trascurati dai servizi di sicurezza

"Presto avrete gioie dalla Tunisia". Quei segnali nella rete trascurati dai servizi di sicurezza
(ansa)
Tre giorni prima dell'attentato al Museo del Bardo di Tunisi, l'Is aveva esortato i jihadisti tunisini ad agire. La risposta era arrivata: "Presto avrete grandi notizie e gioirete". Lo rivela Site: non era l'unico messaggio circolato sui social network, diversi i campanelli d'allarme ignorati dai servizi d'intelligence

19 marzo 2015

ROMA - La strage al Museo del Bardo di Tunisi ha una rivendicazione da considerarsi "ufficiale". L'Is ha annunciato "la prima goccia di pioggia", come scrive su Twitter Rita Katz, fondatrice di Site, il sito che monitora le comunicazioni jihadiste sul web. Nella rivendicazione, lo Stato Islamico pubblica i nomi di due degli attentatori: Abu Zakarya al-Tunisi e Abu Anas al-Tunisi. Nomi diversi da quelli con cui le autorità tunisine hanno identificato gli assassini, Jabeur Khachnaoui e Yassine Laabidi, uccisi nel blitz delle forze di sicurezza.

Già da molte ore siti e account  riconducibili allo Stato Islamico sui social network celebravano il massacro di turisti occidentali, comunicando l'idea che la matrice dell'attentato fosse implicita. L'Ifriqiyah Media, gruppo editoriale ritenuto contiguo ad organizzazioni jihadiste come il tunisino "Battaglione Uqba bin Nafi", definisce l'azione al museo come "troppo semplice" e invita i combattenti tunisini a colpire i visitatori stranieri in ogni angolo del Paese.

Questo è quanto segue la strage di Tunisi. Ma già nei giorni precedenti in rete esistevano tracce, indizi e avvisaglie che qualcosa di terribile stava per accadere. Informazioni sensibili che avrebbero dovuto essere considerate da chi doveva vegliare sulla sicurezza dei turisti e non solo in Tunisia. Il primo avvistamento è stato segnalato ancora da Site nel continuo monitoraggio delle attività jihadiste in Rete. Il 15 marzo, tre giorni prima dell'azione terroristica, la propaganda dello Stato Islamico diffonde un video in cui un miliziano da Raqqa, in Iraq lancia un appello ai jihadisti tunisini: "Cosa state aspettando? Dovreste (anche voi) annunciarlo forte questo Stato benedetto e unirvi ai vostri fratelli". La risposta alla sollecitazione arriva lo stesso giorno da "Jund al-Khilafah in Tunisia", gruppo a cui lo scorso dicembre è stato attribuito un audio in cui si giurava fedeltà al leader dell'Is, Abu Bakr al-Baghdadi. Nel messaggio, diffuso ancora da Afriqiyah Media, si legge: "Restate in attesa di magnifiche notizie riguardo cose che recheranno gioia a voi e ai musulmani in generale. Presto". Presto, tre giorni dopo, l'attentato.

Il 16 marzo, quando alla strage mancano 48 ore, un tweet annuncia: "Notizia urgente: lo Stato del Califfato vi invierà presto un messaggio". A riferirlo, stavolta, è Pieter Van Ostaeyen, analista indipendente focalizzato sui foreign fighters in Siria. Che rivela: "Il messaggio è stato diffuso in una doppia versione. Una per i musulmani, in cui preannuncia la loro gioia. L'altro per il 'nemico', per dirgli che presto sarà colpito". Nessun dettaglio sull'azione che sta per compiersi. Secondo l'analista, prima dell'attacco al museo si sarebbe potuto pensare all'annuncio di un consolidamento dell'alleanza con i jihadisti tunisini. Ma dopo la strage è probabile che il riferimento fosse all'attentato. Perché, dice Van Ostaeyen, "per come si è svolta, quell'azione era pianificata da diversi giorni, forse settimane".

E arriviamo al 17 marzo, vigilia dell'attentato. Su YouTube e nei social media si diffonde un messaggio audio registrato da Wannes Fakih, leader del gruppo jihadista tunisino Ansar al-Sharia, affiliato allo Stato Islamico. Si tratta di un avvertimento ai tunisini: ci sarà un attacco nel Paese nei prossimi giorni. A corroborare a posteriori la credibilità di quella minaccia, un dettaglio rivelato da una fonte anonima della Guardia Nazionale tunisina: il fucile di uno dei due attentatori era marchiato con la bandiera di Ansar al-Sharia.
"Presto avrete gioie dalla Tunisia". Quei segnali nella rete trascurati dai servizi di sicurezza

Eppure, anche in assenza di simili manifestazioni di aperta minaccia, le sole cronache tunisine degli ultimi mesi avrebbero giustificato misure di sicurezza straordinarie a guardia di un obiettivo sensibile come il Museo del Bardo. Misure che, alla luce della strage, non sembra siano state adottate. Il 17 marzo, mentre viaggiava l'audio minaccioso di Ansar al-Sharia, il governo tunisino annunciava la morte del jihadista Ahmed Rouissi, esponente di spicco del gruppo, considerato la mente degli omicidi del 2013 dei leader dell'opposizione Chokri Belaid e Mohammed Brahmi. E la mattina del 18 marzo, mentre gli attentatori entravano in azione, nella relativamente stabile ma democratica e politicamente laica Tunisia, il Parlamento discuteva di una nuova legge antiterrorismo.

Perché la presenza dell'Is in Tunisia non è comparsa ieri dal nulla. Il 23 febbraio scorso, il Ministero dell'Interno aveva comunicato l'arresto di un centinaio di presunti estremisti, diffondendo a riprova della giustezza dell'accusa un video in cui membri del gruppo affermavano di possedere una formula per fabbricare esplosivi ed esibivano una fotografia della massima autorità del Califfato, al-Baghdadi. D'altronde, si stima che i tunisini partiti per combattere in Siria e Iraq per lo Stato Islamico siano tra i 2500 e 3000. Tra questi potrebbe esserci stato anche Hatem Khachnaoui, originario di Kasserine, nella Tunisia centro-occidentale, come afferma la stampa tunisina, secondo la cui ricostruzione l'uomo aveva lasciato il Paese tre mesi fa e aveva mantenuto contatti con i suoi genitori dall'Iraq. L'altro attentatore, Yassine Laabidi, era noto ai servizi di intelligence per ammissione dello stesso premier Habib Essi, anche se, "non sono noti legami formali tra l'attentatore e un particolare gruppo terroristico". I servizi sapevano, dunque, del rischio esistente. Ma non è servito.
 

Quantitative Easing come dare i soldi a chi i soldi c'è l'ha, Draghi vaffanculo

Cosa nasconde il falso ottimismo sulla situazione economica in Europa?

E’ tornata a riempire le pagine dei giornali, riferita alla situazione economica, una parola che da anni era scomparsa dal vocabolario: ottimismo. E’ un fenomeno molto recente perché soltanto un paio di mesi fa il “sentiment” era completamente opposto.
Le stime di gennaio, sulla crescita economica, infatti, erano tutte al ribasso, cito solo, a mo’ di esempio, quelle del Fondo Monetario Internazionale, che ad inizio anno aveva più che dimezzato le previsioni sul Pil italiano per l’intero 2015 (+0,4%) rispetto a quelle pubblicate dallo stesso Istituto sovranazionale ad ottobre (+0,9%).
Ma il taglio aveva riguardato tutte le economie del Vecchio Continente, Germania compresa, con una sola eccezione: la Spagna.
Una cosa strana, molto strana, chissà perché la Spagna non avrebbe dovuto soffrire, neppur in minima parte, per le peggiorate condizioni economiche che invece influivano negativamente in tutti gli altri Stati, e non mi riferisco solo a quelli europei.
Certo nel momento in cui venivano rese note queste infauste previsioni non era ancora stato ufficializzato da parte della Bce l’inizio del Quantitative easing, ma da molti era praticamente dato per scontato.
Ebbene da allora, quindi in questi ultimi due mesi, sembra che la situazione sia notevolmente cambiata, estremamente migliorata, completamente ribaltata, i media continuano ad infondere grande ottimismo per quanto riguarda le prospettive economiche del nostro Paese ed in genere di tutto il Vecchio Continente.
Ma vi chiedo: nella vostra vita quotidiana avete, seppur in minima parte, in questi ultimi due mesi, avuto la percezione di un miglioramento? Perché al di là di singole esperienze, vi assicuro che il sito che dirigo mi offre un “osservatorio privilegiato” per capire i mutamenti della nostra società, anche solo nell’umore, e vi posso garantire che non solo non mi sono accorto di nessun miglioramento, ma, se possibile, la situazione economico/sociale, in Italia pare stia peggiorando, gli imprenditori continuano a suicidarsi e la frase che mi sento ripetere dalla gente con sempre maggior frequenza è “non ce la facciamo più ad andare avanti”.
Ed allora tutto questo ottimismo di cui parlano i media da dove trae origine? Leggendo i giornali nazionali sarebbero due le fonti principali, il basso prezzo del petrolio ed il Quantitative easing di Draghi.
Ed allora, iniziamo subito, il petrolio a buon mercato è una motivazione evidentemente falsa. Il prezzo del petrolio è crollato nel secondo semestre dello scorso anno, all’inizio di gennaio era già sceso ai livelli sui quali si trova ora (tra i 45 ed i 50 dollari al barile), quindi le revisioni al ribasso di cui parlavamo, quelle di gennaio, avevano già incorporato queste valutazioni.
Non solo, ma Draghi non perde occasione per ricordarci come il principale nemico da sconfiggere, proprio perché estremamente pericoloso, sia la deflazione, ed allora non possiamo certo dire che i bassi livelli dei prezzi petroliferi aiutino a vincere questa battaglia.
E poi, da che mondo è mondo, non ci può essere in atto una ripresa economica se la domanda di petrolio risulta estremamente più bassa dell’offerta, non occorre essere degli economisti per comprendere questi semplici concetti.
Demolita la giustificazione del basso prezzo del petrolio, passiamo al Quantitative easing. Per capire dove è andato a colpire il “bazooka di Draghi” occorre porsi la domanda: cosa è salito a rotta di collo in questi ultimi due mesi? Beh! Lo sanno tutti: le Borse.
Ecco che fine ha fatto il Quantitative easing, ecco a cosa è servito! A far gonfiare i prezzi dei titoli quotati, o meglio, quello è un effetto indiretto, per la precisione il Quantitative easing ha distrutto il mercato dei titoli di Stato.
Massacrando il mercato dei titoli governativi, che sono arrivati ad avere rendimenti negativi, una parte dei risparmi delle famiglie si è spostata sul mercato azionario, ingigantendo la bolla, mentre un’altra parte è tornata sui conti correnti.
Toh! Guarda te! Così, senza neppure volerlo, sono riuscito anche a dare una giustificazione sul perché sono aumentati i depositi sui conti correnti degli italiani. Renzi non riusciva a spiegarsi come mai, se c’è la crisi, le somme depositate sui conti correnti recentemente fossero cresciute ed andava in giro, non solo in Italia, ma per tutta l’Europa, a dire che nel nostro Paese la crisi non c’è, anzi  “gli italiani si stavano arricchendo”. Quasi quasi gli scrivo e provo a cercare di spiegargli questa mia teoria, magari, forse, è in grado di capirla.
Bene, ho fatto alcune riflessioni, ma non ho ancora risposto alla domanda che mi sono posto nel titolo, lo farò in un prossimo articolo, nel quale spiegherò cosa nasconde questo falso ottimismo e perché pervade in particolare la Spagna.
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

http://www.finanzainchiaro.it/cosa-nasconde-il-falso-ottimismo-sulla-situazione-economica-in-europa.html 

Quantitative Easing di Draghi non fa crescere l'economia e aumenta i divari tra chi ha e chi non ha

La Bce non può trincerarsi dietro il suo ruolo di semplice guardiano dell'inflazione

Il Qe parcheggiato nelle banche?

Si può ripetere l'errore già fatto con i fondi Tltro
 di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** *già sottosegretario all'Economia ** economista 

C'è troppa «psicologia» e poca economia reale nel quantitative easing (Qe), l'allargamento quantitativo di Mario Draghi. E anche in molti commenti alla politica della Bce.
Il governatore centrale europeo afferma chiaramente che gli acquisti per 60 miliardi di euro, di bond dei debiti pubblici, di attività cartolarizzate (asset-backed securities) e di obbligazioni garantite, ogni mese fino a settembre 2016, ed eventualmente oltre, servono essenzialmente a far salire il tasso di inflazione fino al 2%. La mission del QE della Bce, quindi, è questo cosiddetto «medium term price stability».
Nel suo recente discorso al Center for Financial Studies di Francoforte dell'11 marzo ha ripetuto per almeno una dozzina di volte questa valutazione. Infatti, secondo la Bce, l'indicatore principale per poter dire se ci sono stabilità e ripresa oppure deflazione e crisi è costituito di fatto dal dato relativo all'inflazione. A noi sembra un approccio errato e fuorviante. Si tratta di una strana e limitativa idea, molto simile a quella che aveva il governatore della Fed, Ben Bernanke, negli anni del crac finanziario, quando intravedeva nell'andamento del mercato immobiliare americano l'oracolo per capire l'evoluzione della crisi globale. La domanda vera dovrebbe essere: quanta parte dei nuovi soldi immessi nel sistema andrà veramente a sostenere gli investimenti nell'economia reale e i redditi delle famiglie, generando maggiore occupazione?
Occorre tenere presente che le obbligazioni dei debiti pubblici saranno acquistate sul mercato secondario, di fatto quindi comprate dalle banche. Lo stesso dicasi per gli abs. Perciò la massa di liquidità fluirà nel sistema bancario e, ancora una volta, senza alcuna condizione. Infatti, al di la dei desideri del governatore Draghi, non c'è nessun impegno formale a che essa affluirà verso il sistema produttivo.
Del resto l'esperienza degli oltre mille miliardi di fondi Tltro, dalla Bce in passato messi a disposizione delle banche europee a bassissimi tassi di interesse, non è stata affatto positiva. Anzi, i crediti concessi dalle grandi banche ai settori non finanziari dell'economia sono addirittura diminuiti. Era di -3,2% a febbraio 2014, rispetto a dodici mesi precedenti, e si è ridotto a -0,9% lo scorso gennaio, ma resta sempre negativo. Soltanto le banche di credito cooperativo e quelle locali collegate al territorio hanno mantenuto e aumentato i flussi di credito alle Pmi e alle famiglie.
Mentre negli Usa l'accesso al capitale passa per due terzi attraverso il mercato e solo per un terzo attraverso il sistema bancario, in Europa è esattamente il contrario.
Draghi ammette che, acquistando titoli di Stato e abs, la Bce di fatto «pulirà» i bilanci delle banche che, di conseguenza, dovrebbero allargare i loro prestiti. In pratica, mentre è certo il beneficio al sistema delle grandi banche europee, non c'è affatto garanzia che esse aumenteranno i crediti alle industrie e alle altre attività volte alla modernizzazione e all'esportazione.
Certamente il QE della Bce farà scendere i rendimenti dei titoli dei debiti sovrani. Alcuni miliardi di euro di interessi saranno risparmiati. I bilanci degli Stati ne gioveranno. Si dovrebbero anche migliorare le condizioni di indebitamento delle imprese e delle famiglie. La maggior liquidità contribuirà a mantenere basso il cambio dell'euro nei confronti del dollaro e delle altre monete rendendo più competitive le esportazioni europee. L'altra faccia della medaglia sarà il maggior costo delle materie prime importate. Ovviamente gran parte di essa finirà per riversarsi sulle borse facendo salire i già gonfiati listini.
Le aspettative rosee della Bce si basano su delle desiderabili ricadute positive nel tessuto produttivo e nei consumi dell'intero continente. Si auspica un automatismo ancora tutto da verificare. Non vorremmo che fosse solo un pio desiderio.
Inevitabilmente, oltre alle grandi banche europee e ai loro alleati internazionali, i Paesi più solidi, come la Germania, saranno i maggiori beneficiari del QE in quanto la Bce distribuirà gli acquisti di titoli in relazione alle quote di partecipazione al suo capitale. La Grecia, purtroppo, ne resterà esclusa fintanto che non finirà il programma di revisione fiscale e di bilancio imposto dalla Troika.
Di fatto il gap tra il centro e le periferie dell'Europa, nell'economia e nella distribuzione del reddito, aumenterà invece di diminuire.
La scelta della Bce, per quanto importante e significativa, manca quindi di almeno tre elementi. Non impone delle regole di comportamento al sistema bancario. Non indica dei percorsi certi e controllati per far fluire la liquidità verso i nuovi investimenti. Non sollecita e non «guida» un vero programma di sviluppo, di investimenti e di infrastrutture che siano decisivi per la ripresa economica. La Bce, di fronte a queste sfide, si trincea dietro al suo mandato di semplice guardiano dell'inflazione. Noi riteniamo, invece, che tale giustificazione non sia accettabile rispetto alla necessità di un profondo e radicale cambiamento che l'Unione europea dovrebbe affrontare, pena la sua disgregazione.

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1972233&codiciTestate=1 

Governo nasconde i conti dello stato al Parlamento


Derivati: le tre ragioni del Tesoro per non svelare i contratti

Tre no ai deputati che chiedevano di vedere i contratti derivati siglati dal Tesoro negli anni Novanta con le banche d’affari. Li ha messi nero su bianco Maria Cannata, il dirigente che gestisce il debito pubblico italiano, rispondendo alla raccomandata di fine gennaio con la quale i parlamentari grillini domandavano di accedere a quegli atti. A un mese di distanza, il dirigente generale ha fissato con la forza dei riferimenti normativi un rigetto rivendicato già in audizione alla Camera, durante l’indagine conoscitiva sul tema, quando aveva parlato della necessità di garantire la riservatezza per evitare la speculazione e per non dare un vantaggio competitivo alle controparti del Tesoro, le banche stesse.

Nella lettera inviata in primis al deputato M5S Daniele Pesco si risponde alla richiesta di avere “conoscenza della reale rilevanza finanziaria degli impegni sottoscritti dallo Stato per meglio parametrare proposte di legge ed emendamenti necessitanti di copertura finanziaria”. In sostanza di quali perdite potenziali (legate ad andamenti di mercato o clausole accessorie) ci si deve preoccupare. Ma, in primo luogo, per l’Ufficio legislativo del Mef non ci sono obblighi di disclosure, nemmeno alla luce del decreto 33 del 2013 che ha riordinato gli obblighi di trasparenza della Pa.

Ciò detto, Cannata ricorda che “il mezzo proprio” per far domanda di quelle carte – visto che viene da parlamentari in relazione all’espletamento del loro mandato – sarebbe l’atto di sindacato ispettivo. Ma anche in questo caso, già nel 2003 e nel 2009 la Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha dato il suo parere. Secondo stop. Il terzo risale alla legge del 1990, la 241. Per la quale, ci vuole un “interesse personale, diretto, concreto e attuale” per accedere a un documento. Ma, scrive Cannata, nel caso specifico “le motivazioni poste a fondamento della richiesta d’accesso chiariscono che tale richiesta è preordinata a un controllo generalizzato dell’operato della pubblica amministrazione nella materia”. E proprio la legge del 1990 blocca per questa motivazione l’accesso agli atti. Per di più, “la richiesta non risponde alla soddisfazione di un’esigenza conoscitiva personale e diretta, attesa la natura del mandato parlamentare”. E la Res Publica, che non ha nulla di personale sul tema, attende.

Si torna sempre li, quell'11 settembre 2001 quando tre torri crollano a causa di due aerei

No non si vuole assolutamente arrivare a nessuna verità. Non si vuole dire che il terrorismo è sempre e solo salafita, contro gli sciiti e contro gli occidentali perchè qualcuno a tavolino ha deciso che bisognava costruire la #Guerradiciviltà, doveva avere la motivazione per invadere l'Afgnanistan, l'Iraq, la Libia, la Siria, al latere il Mali. Di qui la grande scenografia del'11 settembre 2001, quando tre torri crollano a causa di due aerei e tanti troppi morti di gente innocente. Non è solo il petrolio la motivazione di tutti questi morti è la decisione fredda di avere il comando sul mondo costi quel che costi, con le armi, con le morti con le distruzioni con le menzogne, con l'asservimento del circo mediatico alla Volontà di Potenza della Consorteria Guerrafondaia Statunitense. È sempre utile leggere le stupidaggini di questi rappresentanti.

martelun

Perché i politici fanno credere che l’Islam è estraneo alla violenza

di Redazione
21 marzo 2015, pubblicato in Commenti
Pipes2
di Daniel Pipes da The Washington Times del 9 marzo 2015
Pezzo in lingua originale inglese: Why Politicians Pretend Islam Has No Role in Violence
Traduzioni di Angelita La Spada


Importanti personaggi politici non musulmani hanno mostrato imbarazzo nel negare il nesso evidente tra l’Islam e lo Stato islamico (Isis) e la violenza islamista di Parigi e Copenaghen, pur sostenendo che questo è contrario all’Islam. Cosa sperano di ottenere attraverso queste menzogne e che senso esse hanno? Innanzitutto, qualche esempio di discorsi ambigui.
Il presidente Barack Obama dice al mondo che l’Isis “non è islamico” perché le sue “azioni non rappresentano alcuna fede, di sicuro non la fede musulmana”. Egli sostiene che “non siamo in guerra con l’Islam [ma] con chi lo ha distorto”.

Il segretario di Stato John Kerry gli fa eco: l’Isis è costituito da “spietati assassini camuffati da movimento religioso” che promuovono “un’ideologia dell’odio che non ha nulla a che vedere con l’Islam”. La sua portavoce, Jen Psaki, va oltre e dice che i terroristi “sono nemici dell’Islam”.
Jeh Johnson, segretario della Sicurezza nazionale statunitense, è d’accordo: “L’Isil non è islamico”. Ma il mio preferito è Howard Dean (foto a sinistra), l’ex governatore democratico del Vermont, che parlando degli gli autori della strage di Charlie Hebdo afferma: “Sono musulmani quanto me”.

Gli europei fanno gli stessi discorsi. David Cameron, il premier conservatore britannico, dice che i miliziani dell’Isis sono “estremisti che intendono approfittare dell’Islam” e “distorcono la fede islamica”. Egli definisce l’Islam “una religione di pace” e asserisce che i membri dello Stato islamico non sono musulmani ma “mostri”. Il suo ministro dell’Immigrazione, James Brokenshire, sostiene che il terrorismo e l’estremismo “non hanno nulla a che fare con l’Islam”.
Da parte laburista, l’ex premier britannico Tony Blair ritiene che l’ideologia dell’Isis “si basa su una perversione totale della fede islamica”, mentre Jack Straw, ex ministro degli Interni, denuncia “la barbarie medievale dell’Isis” che a suo dire è “del tutto contraria all’Islam”.
Oltremanica, il presidente francese François Hollande insiste sul fatto che i criminali autori delle stragi di Charlie Hebdo e al supermercato kosher “non hanno nulla a che fare con la fede musulmana”. Il suo primo ministro, Manuel Valls concorda: “L’Islam non ha nulla a che vedere con l’Isis”.
Il premier olandese Mark Rutte riprende lo stesso tema: “L’Isis è un’organizzazione terroristica che sfrutta l’Islam”. Daniel Cohn-Bendit, un politico tedesco di sinistra, definisce fascisti, e non musulmani, gli assassini di Parigi. Dal Giappone, il primo ministro Shinzo Abe è d’accordo: “L’estremismo e l’Islam sono cose due completamente diverse”.
Non si tratta di una nuova visione. Ad esempio, gli ex presidenti americani Bill Clinton e George W. Bush hanno espresso pubblicamente le loro idee su ciò che è e non è l’Islam, anche se in modo meno deciso.
Riassumendo queste affermazioni, che sembrano uscite dal programma islamista: l’Islam è puramente una religione di pace, pertanto la violenza e il barbarismo non hanno categoricamente nulla a che fare con la fede islamica; infatti, essi “distorcono” l’Islam e “si spacciano per” esso. Di conseguenza, è necessario che l’Islam faccia molto di più per risolvere questi problemi “barbari” e “mostruosi”.
Ma, naturalmente, questa interpretazione non tiene conto dei testi sacri dell’Islam e della storia dei musulmani, pregni di un senso di superiorità verso i non musulmani e della convinzione che la violenza del jihad sia legittima. Paradossalmente, ignorare l’impulso islamico significa rinunciare allo strumento migliore per sconfiggere il jihadismo. E quindi, se il problema non deriva da un’interpretazione dell’Islam, ma da cieche pulsioni malvagie e irrazionali, come si potrebbe contrastarlo? Solo riconoscendo il retaggio dell’imperialismo islamico potranno aprirsi nuove strade per reinterpretare i testi sacri della fede in modo moderno, moderato e pacifico.
Perché, allora, i potenti politici fanno osservazioni ignoranti e controproducenti, che sicuramente sanno che sono false, vista soprattutto la diffusione dell’Islam violento (si pensi a Boko Haram, Al-Shabaab e ai talebani)? Certamente, la codardia e il multiculturalismo hanno una loro importanza, ma altri due motivi ne hanno ancora di più.
Innanzitutto, essi non vogliono offendere i musulmani, per timore che questi siano più inclini alla violenza qualora avvertissero che i non musulmani perseguono “una guerra contro l’Islam”. In secondo luogo, essi si preoccupano del fatto che concentrare l’attenzione sui musulmani significhi apportate cambiamenti fondamentali all’ordine laico, mentre negare un elemento islamico permette di evitare problemi fastidiosi. Ad esempio, ciò permette al personale addetto alla sicurezza aerea di cercare le armi dei passeggeri piuttosto che impegnarsi in interrogatori in stile israeliano.
Ecco la mia previsione. Il negazionismo continuerà se non aumenterà la violenza. Col senno del poi, le 3.000 vittime dell’11 settembre non hanno scosso l’indulgenza dei non musulmani.
I quasi 3.000 morti a causa del terrorismo islamista da allora non hanno alterato la linea ufficiale. Forse 300.000 morti metteranno da parte la sensibilità islamista e una certa riluttanza ad apportare profondi cambiamenti sociali, cedendo il passo alla determinazione a combattere una ideologia utopistica radicale. Ma tre milioni di morti saranno sicuramente sufficienti.
Senza però queste vittime, i politici probabilmente continueranno a negare perché è la soluzione più facile. Me ne rammarico, ma la preferisco all’alternativa.
Foto: Stato Islamico, AP, Reuters

http://www.analisidifesa.it/2015/03/perche-i-politici-fanno-credere-che-lislam-e-estraneo-alla-violenza/ 

le sanzioni alla Russia sono stupide

Sanzioni UE contro la Russia, la parola a chi è contrario
 Le sanzioni antirusse sono un peso enorme per l' economia italiana

© Sputnik. Vladimir Sergeev


Le sanzioni sono una lama a doppio taglio e i Paesi europei lo hanno già sperimentato. Non tutti possono permettersi di sopportare le perdite economiche dovute ai capricci di Washington. Tra le fila serrate dell'Unione Europea c'è stata una scissione.
"Sputnik" ha raccolto i commenti degli analisti dei Paesi che più forte dichiarano il loro disaccordo con la politica europea di sanzioni contro la Russia.
Orietta Moscatelli, responsabile della redazione di informazione diplomatica dell' agenzia stampa AskaNews, Italia
"In questo momento l'Italia si oppone all'espansione delle sanzioni esistenti per diversi motivi. In primo luogo per i problemi economici e commerciali derivanti dalle sanzioni stesse. Nel 2014, solo nel periodo da agosto e dicembre, le nostre perdite dirette ammontano ad 1,3 miliardi di euro. Il governo ascolta le imprese con molta più attenzione, in quanto il Paese vive una crisi economica prolungata e dolorosa e il rilancio della produzione industriale nazionale rappresenta la principale speranza per una via d'uscita.
Nella regione del Mediterraneo cresce sempre più l'instabilità, ogni giorno che passa la minaccia terroristica diventa più incombente e reale per l'Europa. Nel governo italiano è sempre più forte la convinzione che la Russia possa fornire l'assistenza necessaria per risolvere le difficoltà in Libia, Siria e in altre regioni problematiche.
L'Italia conta sul fatto che a luglio sarà possibile rimuovere le sanzioni ed infine "resettare" i rapporti con Mosca." 
Gabor Stier, editorialista del quotidiano ungherese conservatore "Magyar Nemzet"
"L'Ungheria pensa che non serva avere fretta per allargare le sanzioni, in quanto l'esecuzione degli accordi di Minsk può essere valutata solo alla fine dell'anno. Budapest è tra quelli che si relazionano alle sanzioni con cautela. A seguito delle sanzioni, secondo i calcoli degli analisti, l'Ungheria ha subito un danno di circa 80 milioni di euro in un anno. Penso che il futuro delle sanzioni dipenda dalla situazione nella parte orientale dell'Ucraina, ma di fatto si potrà parlare di cambiamenti solo alla fine dell'anno. Tuttavia è già chiaro che le sanzioni non sono nell'interesse dell'Ungheria né tantomeno nell'interesse dell'Europa." 
Theodoros Tsakiris, direttore del Dipartimento energetico ELIAMEP a Nicosia
"Non credo che la Grecia e Cipro insistano sull'abolizione delle sanzioni europee esistenti. Inoltre iniziare ad intavolare discorsi sull'eliminazione delle sanzioni in vigore va oltre le capacità diplomatiche di entrambi i Paesi. Ma serve che Mosca capisca che la Grecia e Cipro possono e resisteranno insieme ad altri Paesi, come l'Ungheria e la Slovacchia, all'espansione delle sanzioni, come al contrario spingono la Polonia e i Paesi baltici. In questo senso la Grecia e Cipro possono neutralizzare le tendenze antirusse più estreme in seno al Consiglio europeo. Credo che entro la fine di luglio mantenere le sanzioni sarà molto difficile."
Javier Morales, professore presso l'Università Europea di Madrid ed analista del "Fondo Alternativo"
"Le sanzioni sono controproducenti per tutti. Dopo tutto l'obiettivo dell'Unione Europea era quello di cambiare la posizione della Russia sull'Ucraina, ma non è accaduto. Le sanzioni sono state un errore. L'unica cosa che sono riuscite fare è stato complicare i negoziati per risolvere il conflitto armato in Ucraina. Le economie della UE e della Russia sono troppo interdipendenti per utilizzare queste misure."
Nikolaos Stelya, politologo greco
"Sulla questione delle sanzioni, la Grecia rimane tra due fuochi. Nel corso della storia la Grecia e Cipro hanno sviluppato rapporti speciali e di amicizia con la Russia. Ma la Grecia è parte dell'Europa, un membro dell'Unione Europea, e il nuovo governo sta vivendo grandi difficoltà a seguito della sua duplice posizione. Sostiene la necessità di rinunciare alle sanzioni non solo Tsipras, ma con lui solidarizza la maggioranza della popolazione della Grecia, convinta che contro la Russia sia iniziata una nuova guerra fredda, e la Grecia non può sostenere un tale sviluppo degli eventi. Ma dal punto di vista diplomatico ed economico Atene è stata messa in un angolo." 
Karl Hartleb, capo del dipartimento del commercio estero della Camera di commercio austriaca (Wirtschaftskammer Österreich)
"Non posso parlare a nome del governo austriaco. Ma per la Camera di Commercio austriaca era chiara fin dall'inizio l'opposizione all'introduzione delle sanzioni contro la Russia. Le sanzioni non possono contribuire alle decisioni politiche, che invece necessitano della ricerca del dialogo. Naturalmente siamo contrari all'estensione o al rinnovo delle sanzioni. I nostri Paesi hanno forti legami economici, molti progetti di investimento. Ora registriamo un calo significativo per l'incertezza riguardo l'ulteriore sviluppo della situazione."
Vladimir Bachishin, professore presso l'Università paneuropea a Bratislava
"La Slovacchia, anche se membro dell'Unione Europea, tende a conservare una politica estera relativamente indipendente. Il primo ministro non ha esitato a schierarsi contro la burocrazia europea, affermando che le sanzioni reciproche che si scagliano l'una contro l'altra la UE e la Russia non hanno senso."

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la concorrenza del Capitalismo Finanziario inizia a farsi vera in Asia

Aiib, che cosa nasconde la diatriba fra Usa ed Europa sulla banca di sviluppo cinese

19 - 03 - 2015Patrizia Licata
Aiib, che cosa nasconde la diatriba fra Usa ed Europa sulla banca di sviluppo cinese
Ecco i nuovi grattacapi di Washington tra adesioni Ue, "frustrazioni" dei paesi emergenti e mancata riforma del Fmi. Mentre Tokyo teme un ridimensionamento del peso della banca di sviluppo asiatica
La conferma ufficiale dell’ingresso di Italia, Francia e Germania come membri fondatori nella Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la banca di sviluppo promossa dalla Cina, ha scatenato le reazioni degli Stati Uniti. Non più solo vaga irritazione, ma critiche aperte. Mentre la stampa americana commenta impietosa il “disastro diplomatico” che ha reso più “isolata” e “messo in imbarazzo” l’amministrazione Obama, l’America attacca gli alleati e cerca di correre ai ripari puntando su una rapida ratifica della riforma della governance del Fondo monetario internazionale in stallo da anni.
LE ADESIONI UE
“La AIIB, quale nuova banca d’investimento che lavorerà con le banche multilaterali di sviluppo e di investimento esistenti, può svolgere un ruolo di rilievo nel finanziamento dell’ampio fabbisogno infrastrutturale dell’Asia. In questo modo, la AIIB promuoverà lo sviluppo economico e sociale nella regione e contribuirà alla crescita mondiale”, ha dichiarato il nostro ministero del Tesoro, Pier Carlo Padoan. “Francia, Germania e Italia, operando in stretto raccordo con i partner europei e internazionali, intendono lavorare con i membri fondatori della AIIB per costruire un’istituzione che segua i migliori principi e le migliori pratiche in materia di governo societario e di politiche di salvaguardia, di sostenibilità del debito e di appalti”. Intanto il ministro delle Finanze del Lussemburgo ha confermato che il Paese ha presentato richiesta per entrare nell’AIIB e la Commissione europea ha approvato l’ingresso dei paesi Ue come strumento per rispondere alle necessità di investimento globali e preziosa opportunità per le aziende Ue.
“Welcome Germany! Welcome France! Welcome Italy!” ha scritto l’agenzia di stampa cinese Xinhua News alla quale il professor Stefano Gatti della Bocconi di Milano ha detto che “non c’è niente di poco trasparente” nell’ingresso dei paesi Ue nell’AIIB ma solo la volontà di investire in una grande economia emergente.
Un portavoce del governo dell’India (che pure è nell’AIIB) ha fatto sapere che i membri della banca di sviluppo cinese si incontreranno ad Almaty, in Kazakhistan, il 29-31 marzo per discutere gli articoli dell’accordo.
WASHINGTON: “PENSATECI BENE”
Washington non ha usato mezze parole nei confronti dei suoi alleati occidentali invitandoli a “pensarci due volte” prima di firmare il loro ingresso definitivo nella rivale della Banca mondiale. In particolare, il segretario americano al Tesoro Jacob Lew ha criticato il supporto europeo alla banca di sviluppo cinese mettendo in dubbio la governance del nuovo istituto: “Quello che ci preoccupa è se aderirà agli alti standard che gli istituti finanziari internazionali hanno sviluppato”, ha detto Lew parlando al Comitato sui Servizi finanziari della Casa dei rappresentanti. “Proteggerà i diritti dei lavoratori e l’ambiente, affronterà in modo adeguato il problema della corruzione? Spero che prima che venga ratificato l’impegno finale, chiunque voglia legare il proprio nome a questa organizzazione si assicuri che questi temi siano adeguatamente affrontati”.
IL NODO DEL FMI
La partecipazione dell’Europa riflette il desiderio di essere parte dell’economia cinese, la seconda più grande al mondo. Ma non solo. L’Unione europea e i governi asiatici sono “frustrati” dal fatto che il Congresso Usa ha bloccato la riforma dei diritti di voto all’interno del Fondo monetario internazionale – riforma che darebbe alla Cina e ad altri paesi emergenti come i Bric più voce sulla governance economica globale.
“L’AIIB è un progetto fortemente voluto dalla Cina e viene vista da molti osservatori come una ‘concorrente’ di Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e Asian Development Bank, dove gli Stati Uniti hanno un ruolo di primo piano nel capitale e nelle scelte strategiche – ha scritto  Il Sole 24 Ore. - Da tempo la Cina chiede una riforma della governance di queste istituzioni per dare maggior peso ai paesi emergenti, ma i progetti sono in stallo al Congresso americano. La divisione delle sfere d’influenza delle istituzioni nate a Bretton Woods prevede che a capo dell’Fmi sieda un europeo e alla testa della Banca mondiale un americano, mentre nell’Asian Development Bank, la cui sede è a Manila, è forte l’influenza del Giappone. Pechino ha tentato, finora invano, di modificare questi equilibri”.
Il Congresso americano, tenendo in stallo la riforma per cambiare la governance del Fmi, mina gli interessi economici e di sicurezza nazionale degli Usa, ha indicato lo stesso Lew al Comitato sui Servizi finanziari. “La nostra credibilità e influenza internazionale è minacciata. Non è un caso che le economie emergenti guardino ad altri istituti perché sono frustrati dal fatto che gli Stati Uniti esitano ancora su delle riforme del tutto ragionevoli del Fmi”. Questo mette a rischio, ha continuato Lew, la leadership americana nelle istituzioni finanziarie globali. L’approvazione rapida della riforma della governance del Fmi da parte degli Usa “aiuterebbe a convincere le economie emergenti a restare ancorate al sistema multilaterale che gli Stati Uniti hanno contribuito a forgiare e che guidano”, ha concluso Lew.
Scott Morris, ex del ministero del Tesoro Usa, concorda. “Diversi paesi condividono la stessa sensazione: vorrebbero rendere disponibili più capitali per le infrastrutture attraverso le banche di sviluppo multilaterali ma gli Stati Uniti si ergono a ostacolo. La conseguenza è che gli Usa si sono ritrovati isolati”, afferma Morris.
LA POSIZIONE DEL GIAPPONE
Il Giappone si è allineato alla posizione americana esprimendo forti dubbi sulla credibilità della banca di sviluppo che la Cina sta creando e che minaccia di ridurre l’influenza dell’Asian Development Bank (ADB).
“Sarà in grado questa banca di assicurare una equa governance?”, osserva il Capo segretario di gabinetto giapponese Yoshihide Suga. “Terrà conto della sostenibilità dei prestiti o finirà per infliggere perdite ad altri creditori?”.
Anche per il Giappone il successo della banca di sviluppo cinese è una cattiva notizia, visto che il primo ministro Shinzo Abe sta cercando di ritagliare per il suo paese un ruolo di maggior peso sul panorama globale e di rafforzare il legami con gli Usa e altri governi per risolvere le dispute territoriali ancora in atto con la Cina.
“Washington e Tokyo si preoccupano che la Cina ora potrà espandere ulteriormente la sua influenza nella regione a loro spese”, commenta Jeff Kingston, professore di studi asiatici alla Temple University Japan.
Ma per alcuni osservatori giapponesi, “Usa e Giappone avrebbero potuto impegnarsi di più sia nell’ambito della Banca mondiale che del Fmi per accogliere gli interessi della Cina e allentare il predominio del Giappone sull’ADB. Non riuscendo a dare voce alle economie emergenti queste instituzioni rischiano di veder marginalizzato il loro ruolo nel lungo periodo. Il Giappone dovrebbe cercare di entrare nell’AIIB e usare la sua influenza dall’interno. Singapore, unica economia asiatica avanzata tra i membri fondatori dell’AIIB, spera che il Giappone entri e la aiuti a dare peso alle iniziative per forgiare la governance del nuovo istituto”.
OPPORTUNITA’ IN ASIA
Ovviamente l’AIIB non ha le stesse dimensioni dell’ADB. La banca di sviluppo cinese ha un capitale di 50 miliardi di dollari, un terzo di quello della banca asiatica controllata da Giappone e Usa (153 miliardi a fine 2014). L’ADB ha anche 67 membri contro circa 30 per l’AIIB. Inoltre l’ADB ha messo in conto di espandere le sue operazioni di lending nei paesi in via di sviluppo che ne fanno parte (15-17 miliardi di dollari dal 2017, contro gli attuali 13 miliardi). Ma l’Asian Development Bank esiste da 50 anni, quella cinese, formalmente lanciata nel 2013, sta ancora definendo il suo statuto e raccogliendo adesioni. Il ritmo di crescita potrebbe essere veloce e sia Washington che Tokyo sono intenzionate a fare di tutto per frenarlo: il ministro delle Finanze giapponese Taro Aso ha sottolineato che la firma del memorandum of understanding fatta dai paesi che hanno aderito all’AIIB permette ancora di uscirne se le loro richieste, in termini di standard e governance, non sono garantite.
“Entrando nella banca di sviluppo cinese senza trattare su adeguati standard di governance, le nazioni europee hanno dimostrato che quando si tratta della Cina si lasciano guidare dal portafoglio”, critica Thomas Wright, fellow e director del Project on International Order and Strategy della Brookings Institution. “Questo è un duro colpo ai tentativi di Usa e Giappone di convincere l’Europa ad agire per motivi diversi dalle opportunità commerciali e assumere un approccio strategico all’Asia”. Ma Kingston della Temple University Japan non è d’accordo: “Attaccarsi non porta da nessuna parte. Mi sembra perfettamente sensato per dei paesi democratici partecipare perché questo aiuterà a migliorare la governance e la trasparenza del nuovo istituto”, dice. Le necessità infrastrutturali dell’Asia sono enormi (700 miliardi di dollari annui secondo alcune analisi) “e le nuove risorse dell’AIIB non possono che essere le benvenute”.

http://www.formiche.net/2015/03/19/banca-sviluppo-cinese-usa-europa-italia/

venerdì 20 marzo 2015

Tunisia, un paese islamico che funziona, l'Isis prende i soldi dal Qatar e Arabia Saudita, gli ebrei hanno paura, il nichilismo domina in occidente


Tunisi, prove tecniche di penetrazione Isis in Italia. Parla il prof. Sapelli

20 - 03 - 2015Michele Pierri
Tunisi, prove tecniche di penetrazione Isis in Italia. Parla il prof. Sapelli
Conversazione di Formiche.net con lo storico ed economista Giulio Sapelli, dal 1996 al 2002 nel cda Eni, dal 1994 ricercatore emerito presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e autore del pamphlet “Dove va il mondo” (edizione Guerini)
La strage di Tunisi non è altro che uno dei test che alcuni fermenti jihadisti, nati dalla propaganda dello Stato Islamico, stanno realizzando per infiltrare l’Europa, sbarcando sulle coste italiane. A crederlo è Giulio Sapelli, che in una conversazione con Formiche.net spiega perché quel che accade nel Paese nordafricano ci riguarda molto da vicino.
Ecco l’opinione dello storico ed economista, dal 1996 al 2002 nel cda del Cane a sei zampe e dal 1994 ricercatore emerito presso la Fondazione Eni Enrico Mattei.
Professore, che cosa è accaduto a Tunisi?
È una storia che si ripete e che dunque si poteva prevedere. Non è il primo attentato, altri c’erano già stati. D’altronde la Tunisia è riuscita a non crollare solo perché è uno Stato piccolo, facilmente controllabile e ha un modello di State building che le ha consentito di reggere ai sommovimenti delle primavere arabe, così come l’Egitto. Non è una nazione indebolita dall’influenza di una struttura tribale e ha la fortuna di non avere petrolio, che la renderebbe oggetto di maggiori attenzioni. Ma non è immune dai problemi del territorio in cui si trova. Parliamo di Paesi dove le frontiere non esistono.
Perché i jihadisti hanno deciso di colpire di nuovo il Paese nordafricano?
I jihadisti sopportano poco che possa esistere un posto dove, pur tra mille problemi, si prova a costruire una società islamica che funzioni. Non è un caso che si siano attaccati per la prima volta i turisti (anche italiani), che rappresentano, assieme all’agricoltura, una parte rilevante delle poche entrate dello Stato. Ma la cosa più importante, a mio avviso, è che quel che accadono a Tunisi sono le prove generali della penetrazione dell’Isis nel nostro Paese.
Cosa intende?
Nessuno può davvero pensare che il Califfato nero, se vuole colpire l’Italia e l’Europa, decida di inviare terroristi attraverso la Libia. Quello di Tripoli è un territorio troppo instabile. Molto meglio la tranquilla Tunisia, anch’essa a due passi dalle nostre coste.
Come impedire che questo incubo prenda forma?
Un’altra delle fandonie che circola sui media è che l’Isis ottenga la maggior parte dei suoi guadagni dal controllo di alcuni pozzi petroliferi e da razzie varie. La verità è che questo movimento terrorista viene lautamente finanziato e manovrato da “protettori” come il Qatar e l’Arabia Saudita. Se non si chiudono questi rubinetti, c’è poco da fare.
Basterà questo a pacificare Paesi in fiamme, come la Libia?
Una volta fatto ciò, bisognerà poi agire militarmente. Non si riuscirà a sradicare questa gramigna e a a pacificare la regione solo con i negoziati, seppur importantissimi. Se l’Occidente non vuole sporcarsi le mani, allora lo faccia fare alle potenze regionali, come Il Cairo. La Libia è ancora una nostra colonia, ma in un’accezione moderna del termine. Dobbiamo decidere se avere ancora un’area d’influenza. Io vorrei di sì e non solo nel nostro interesse, ma anche in quello di Tripoli. La Storia ha dimostrato che quando un Paese con quei problemi non è “colonizzato” economicamente da uno industrializzato, cade in mano o a terroristi o a speculatori che ne depredano le ricchezze.
Che effetti può avere la riconferma di Benjamin Netanyahu al governo d’Israele?
Importantissima, ma non per la riconferma di Netanyahu in sé. Gli israeliani lo hanno rivotato perché sono dominati dalla paura. Spero che questo spinga gli americani a legare al negoziato con l’Iran il riconoscimento dello Stato d’Israele. Più facile a dirsi, che a farsi, ma avrebbe senza dubbio un grandissimo effetto stabilizzatore.
L’editorialista Stefano Cingolani ha evidenziato su Formiche.net la necessità di indignarsi e manifestare per quanto accaduto a Tunisi.
Ha perfettamente ragione. La gente, ormai, s’indigna solo per i valori di Giuliano Pisapia, che a Milano ha tagliato i servizi agli anziani per destinare risorse al bike sharing in centro.  Ci si indigna solo per queste cose radical chic. Non mi stupirei se la gente manifestasse per prendere le parti di Elton John o Dolce e Gabbana, ma non per la strage di Tunisi. Solo che Cingolani sbaglia a dare a questi avvenimenti una connotazione politica: il problema risiede in una società ormai individualistica e priva di valori. Prima i giovani partivano per combattere in Spagna contro Franco. Allora abbiamo descritto queste cose come forme di fanatismo. Ora ci rendiamo conto che erano espressione di un impegno civile che non esiste più.

http://www.formiche.net/2015/03/20/isis-tunisi-museo-bardo-parlamento-terrorismo-jihad/

Edward Luttwak non è mai banale e rispecchia in parte il pensiero della Consorteria Guerrafondaia Statunitense, con correzioni in corso d'opera

INTERVISTA

Luttwak: «Guerra all'Is? Non va combattuta»

Vincere contro i jihadisti? «Impossibile». Il Califfato? «Lasciamo che trovi il suo equilibrio».  Il papa? «Sull'islam moderato dice cretinate». Edward Luttwak a L43.

19 Marzo 2015
Non chiamatelo Isis. Non se parlate con Edward Luttwak. «Si chiama Stato islamico, Isis è un eufemismo buonista». E lui, di certo, buonista non è.
Economista, politologo e saggista romeno è consulente strategico del governo americano e membro del National security study group del dipartimento della Difesa Usa.
Gran parte dei suoi studi, dunque, sono stati dedicati al terrorismo e all'islam, e niente di quello che sta accadendo adesso, nemmeno la strage del museo di Tunisi, può stupirlo. «Lo Stato islamico riesce ad attrarre volontari in tutto il mondo, non si può eliminarlo con un guerra». C'è solo una soluzione possibile: «Non combatterla».
 
  • Edward Luttwak, consulente strategico del governo Usa (©Getty Images).
DOMANDA. Dopo Iraq e Siria l'Isis si è spostato dal Medio Oriente al Nord Africa. Prima la Libia, ora la Tunisia.
RISPOSTA.
Prima di tutto chiamiamolo col suo nome, lo Stato islamico: è il movimento islamico di maggior successo perché è il più autentico islam.
D. Non è un movimento estremista?
R.
Presidenti e papi che dicono che non ha niente a che fare con l'islam mentono. È una bugia benevola, politicamente furba, ma è una bugia. È lo Stato islamico.
D. E questo cosa comporta?
R.
Riesce ad attrarre volontari (pagati, mercenari, martelun)in tutto il mondo. Arrivano, combattono e si sacrificano. Contro di loro ci sono dei soldati salariati, spesso di governi che hanno poca legittimità, come ad esempio in Siria e Iraq.
D. L'attacco del 18 marzo in Tunisia è particolarmente significativo perché colpisce un Paese che sta facendo grossi sforzi di democratizzazione. O no?
R.
Si sapeva da tempo che da quel Paese veniva un numero sproporzionato di volontari dello Stato islamico. La Tunisia è piccola, ma si parlava di 3 mila uomini, più di quelli del grande Egitto. C'era una radice fondamentalista (menzogna, la fame l'estrema povertà produce mercenari, martelun) in Tunisia che ha prodotto questo.
D. Come si può combattere lo Stato islamico?
R.
Per prima cosa bisogna dire la verità: non è un'anomalia dell'islam, è l'islam (la guerra è portata avanti dai salafiti nei confronti dei sciiti, l'arma preferita è quella degli attentati terroristici, martelun). Bisogna smettere con queste commedie, come ha fatto Obama che ha invitato al vertice anti-terrorismo di Washington tutta questa gente per parlare di estremismo, dicendo che non aveva niente a che fare con l'islam. Però non ha invitato dei presbiteriani o dei metodisti (?!?!). Ha invitato dei musulmani.
D. E poi?
R.
Quando si combatte lo Stato islamico in Mesopotamia si paga un prezzo geopolitico altissimo, perché indebolendo lo Stato islamico si rinforza l'Iran (la lingua batte dove il dente duole, l'Iran è il tasto dolente, l'Iran è un paese allineato ai voleri del pensiero unico, martelun), che ha già messo le mani su Baghdad, Damasco, Yemen e ha enorme influenza anche a Beirut.
D. E infatti Israele non vede la lotta allo Stato islamico come una priorità.
R.
Lo Stato islamico è arrivato sul Golan da molto tempo, ma non ha fatto niente contro lo Stato di Israele. Così come al Qaeda non aveva fatto niente contro Israele.
D. Come mai?
R.
Non è solo perché hanno paura degli israeliani, e sanno che la risposta sarebbe tremenda, ma anche perché combattono gli sciiti, che per Israele sono la minaccia numero 1 sia per l'Iran sia sulla frontiera col Libano, con Hezbollah che è armato da Teheran. Gli israeliani sarebbero dei cretinetti a impegnarsi contro lo Stato islamico come fanno altri irresponsabili.
D. Israele quindi non può essere un alleato dell'Occidente. E l'Arabia Saudita?
R.
Prima di tutto la religione saudita è la stessa identica religione dello Stato islamico, l'affinità ideologica è totale. Basti pensare che in Arabia Saudita hanno distrutto la tomba di Maometto e dei suoi seguaci a La Mecca. Se l'avessero fatto i cristiani o gli ebrei ci sarebbe stato il mondo islamico in fiamme. Ma l'hanno fatto i sauditi e nessuno ha detto niente.
D. Nessuna possibilità che l'Arabia Saudita faccia qualcosa contro lo Stato islamico, dunque.
R.
Di fronte all'avanzata dell'Iran sciita, i sauditi non vogliono fare niente contro lo Stato islamico. Hanno fatto finta di fare qualcosa all'inizio, ora non fanno neanche finta.
D. Non è che l'Occidente ha le sue colpe?
R.
Sicuramente quella di aver inventato l'islam, che è una derivazione di cristianesimo ed ebraismo. Poi l'Occidente fa, gli altri non fanno. Quando succede qualcosa si può sempre dire che è colpa dell'Occidente.
D. Per esempio?
R.
L'Occidente ha inventato tivù, stampa, mass media. Tutto ciò che permette allo Stato islamico di fare propaganda. In più loro vogliono restaurare il VII secolo ed è chiaro che noi occidentali abbiamo fatto moltissime cose per cambiare la situazione dal VII secolo.
D. Perché tutto questo odio l'Occidente?
R.
Perché ha delle idee velenose per loro, come per esempio che le donne non sono animali domestici, che hanno il diritto di andare a fare la spesa invece di aspettare che gliela porti un figlio con più di 13 anni, o il marito o il padre.
D. E la guerra in Iraq?
R.
Finché l'Occidente esiste esprime lo spirito europeo, che è lo spirito di creazione, guerra e conquista. E quando fai guerre e conquiste ne sbagli una su due. Rimuovere Saddam è stato sicuramente un errore, basato sull'idea che ci potesse essere democrazia nel mondo arabo. Errore ripetuto in Libia con Gheddafi e anche in Tunisia con Ben Ali.
D. Anche in Tunisia?
R.
Certo. Oggi i tunisini sognano i giorni di Ben Ali, che rubava un po' e governava bene.
D. E perché sui giornali non si è detto questo?
R.
I media hanno trasformato una rivolta islamica (rivolta per la fame, il pane era arrivato a prezzi insostenibili, martelun) in una rivolta democratica. Stessa cosa fatta in Egitto e negli altri Paesi.
D. Gli Stati Uniti sono passati dall'interventismo di Bush a una strategia quasi opposta con Obama.
R.
Sì, fanno molto meno, perché quando hai l'islam contro non puoi fare sviluppo economico e politico, né la guerra. Combattono, non si arrendono. Non puoi vincere, puoi solo sforzarti e perdere tempo. La Libia è stato l'ultimo grave errore.
D. Rinunciare ad agire è stato un errore o era l'unica possibilità?
R.
No, tutti questi tentativi di portare la democrazia nel mondo musulmano sono falliti. L'islam non accetta la democrazia. Dicono che la Turchia è democratica, ma dimenticano che è stato il governo pre-islamico a portare la democrazia in Turchia, da quando ci sono gli islamici riducono la democrazia giorno per giorno.
D. È possibile vincere la guerra con lo Stato islamico?
R.
No, è possibile non combatterla. Ed è un'ottima idea. Lasciare che loro trovino il loro equilibrio. Oggi è assurdo attaccare i nemici dell'Iran. Teheran è la minaccia strategica in Medio Oriente ora, non lo Stato islamico. E se l'Occidente attaccherà lo Stato islamico l'Arabia Saudita si schiererà sempre più al suo fianco. Magari non con truppe, ma coi soldi. È l'unica difesa che hanno sul territorio contro lo Stato islamico.
D. Lo Stato islamico può rappresentare un nuovo blocco di potenze in grado di prendere il posto dell'Unione sovietica?
R.
Sarebbe un grande blocco di potenze al livello del VII secolo. Lo Stato islamico va bene contro gli eroi persiani, non contro un battaglione occidentale in grado di attraversare tutta la Mesopotamia da una parte all'altra. Basta vedere cos'è successo in Palestina: per ogni perdita israeliana ce n'erano sette per Hamas, solo limitandosi ai combattimenti di fanteria.
D. Non possono organizzarsi?
R.
Se conquistano l'Egitto possono al massimo produrre armi leggere. Non creare potere. Il loro focus non è il potere globale, ma quello di impedire alle donne di fare cose disgustose come andare in giro senza marito e senza velo integrale. Ambiscono a questo.
D. E noi cosa possiamo fare per difenderci dagli attacchi terroristici?
R.
Finirla con le cretinate. Quando il papa ha invitato in un gruppo interfede un rappresentante islamico ben selezionato, lui a un metro dal pontefice ha fatto una dichiarazione in arabo che è finita su YouTube, dove dice: «Allah, assicuraci la conquista e il governo di questo giardino».
D. E nessuno se n'è accorto?
R.
Neanche uno dei cretini di Sant'Egidio e Vaticano, che hanno organizzato l'incontro, sapeva l'arabo. È finito su YouTube e ha fatto ridere 1 miliardo di musulmani. Il papa, cretinamente, invita un rappresentante musulmano che pensavano mansueto e che invece ha invocato la conquista di Roma.
D. Cosa possiamo imparare da questo?
R.
L'ignoranza non fa bene, la bugia nemmeno. Bisogna riconoscere la verità: lo Stato islamico è un movimento religioso di stretta fede islamica. Quando facciamo atterrare Qatar Airways in Italia stai permettendo allo Stato islamico di atterrare in Italia. E dico specificamente Qatar, non Emirates o Etihad. Ma Qatar.

Tunisi, sempre e solo loro, i salafiti

 Attacco a Tunisi: l'inquietante videomessaggio ai jidahisti
Ouanes Fékih, capo del gruppo terroristico Ansar al Sharia ha invitato i suoi giovani seguaci a difendere la loro religione
Ouanes Fékih, capo del gruppo terroristico Ansar al Sharia
Sembra una coincidenza, ma potrebbe non essere così. Prima dell'attacco al Museo del Bardo a Tunisi, Ouanes Fékih, capo del gruppo terroristico Ansar al Sharia (solo omonimo di quello libico), in un messaggio video ha invitato i suoi giovani seguaci a "difendere la loro religione". L'uomo chiuse il videomessaggio dicendo che "i giorni a venire saranno pieni di avvenimenti".

L'operazione condotta dalla procura anti-terrorismo di Tunisi non sembrerebbe quindi un atto che rimarrà isolato. In più c'è da ricordare l'operazione condotta dalla procura anti-terrorismo di Tunisi, che proprio lunedì scorso ha arrestato dieci terroristi che dall'Algeria volevano entrare in Tunisia.

Ansar al Sharia è una delle componenti dell'islam integralista armato tunisino che, nell'arco degli ultimi due anni, ha visto alimentate le proprie file da giovani di credo salafita o, peggio, takfirista, la corrente più estrema ed aggressiva. Anche se l'offensiva dello Stato tunisino c'è stata e c'è ancora, la lotta al terrorismo islamico appare lontana dall'essere portata a buon fine.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70939&typeb=0

Tunisi, come sempre, episodi eclatanti e menzogne sparse a piene mani

Attacco a Tunisi, i sette punti ancora oscuri

Dall’identità dei terroristi alle (presunte) rivendicazioni: quello che non torna
Forze speciali tunisine davanti al museo Bardo
19/03/2015
L’identità degli attentatori uccisi
Anche sui nomi dei due terroristi uccisi, gli unici di cui si conosce l’identità, c’è confusione. Il personaggio chiave è Jabeur, o Sabeur, Khachnaoui, che però il primo ministro tunisino Habid Essid ha identificato in un primo momento come Hatem Khachnaoui. Le verifiche sui sociale fanno però propendere per il primo nome. Originario di Kasserine, la città nella regione montagnosa del sud-ovest dominata dagli islamisti, era probabilmente il leader del commando. L’altro, Yassine Laabidi, viveva invece in un sobborgo di Tunisi, Ibn Khaldoun. Il quartiere è stato circondato nel pomeriggio dalle forze di sicurezza ed è stata arrestata la sorella di Laabidi. Entrambi, secondo il sito Tunisie-Secret, erano però nati a Sbetla, nella provincia di Kasserine. “Uomini delle montagne”, cresciuti nella roccaforte degli islamisti.

Il gruppo di appartenenza
Sempre Tunisie-Secret ha ricostruito gli ultimi movimenti dei due terroristi. Erano stati nello Stato islamico, in Siria e forse in Iraq. Sono rientrati in Tunisia il 28 dicembre. Khachnoui si era però fermato in Libia in un campo di addestramento dell’Isis, probabilmente a Sirte. In Tunisia però si entrambi si erano appoggiati al gruppo Ubqa Ibn Nafi, una costala tunisina di Al Qaeda che dalla scorsa estate si sta avvicinando all’Isis pur non avendo ancora fatto giuramento di fedeltà al califfo Abu Bakr al Baghdadi.

Le rivendicazioni
L’Isis, 24 ore dopo l’attentato, ha rilasciato un audio di tre minuti con la rivendicazione dell’attacco al museo del Bardo, “pieno di idoli sacrilegi”, e lo descrive come “un’invasione benedetta di uno dei covi degli infedeli, kuffar, nella Tunisia musulmana”. Il portavoce dell’Isis invita ad attaccare turisti americani, inglesi, francesi e attribuisce l’attacco a due “martiri”, Abu Anas al Tunisi and Abu Zakariyya al Tunisi, due nomi di battaglia. Il secondo però era già stato usato per un altro “martire”, un combattente tunisino morto a Sirte, in Libia. Anche i sostenitori del gruppo Uqba Ibn Nafi, più legata ad Al Qaeda che all’Isis, hanno rivendicato l’attacco su Twitter. Sembra una corsa a “mettere il cappello sull’attentato”, un po’ come dopo gli attacchi del 7-9 gennaio a Parigi.

Il numero dei componenti del commando
Il governo tunisino ha detto che sono stati arrestati altre “tre componenti del commando” mentre un quarto “è ricercato”. Il numero totale sarebbe quindi di sei persone, prima si era parlato di cinque. Sembra comunque che le forze di sicurezza stia smantellando una cellula nella capitale, in particolare nel famigerato quartiere Ibn Khaldoun, praticamente sotto assedio. Più una rete di supporto che un gruppo che abbia partecipato materialmente all’attacco. Il gruppo di fuoco è verosimile fosse composto solo da due terroristi.

Armi, divise e cinture esplosive
Sull’equipaggiamento dei terroristi le contraddizioni sono ancora più evidenti. La prima versione era che indossassero divise militari per potersi avvicinare al palazzo del Parlamento, obiettivo primario. Ma alcune foto pubblicate sul Web mostrano due giovani uccisi, vestiti casual, uno con un felpa rossa, scarpe da ginnastica ai piedi. Chi ha ragione? Erano armati solo di due kalashnikov senza calcio, più facili da nascondere sotto i giubbotti. Il ministro degli interni ha poi aggiunto che avevano “cinture esplosive sofisticate” ma non sono state fornite immagini.

L’obiettivo dell’attacco
Il tipo di equipaggiamento si lega all’obiettivo primario dell’attacco. La versione ufficiale sostiene che fosse il Parlamento, che in quelle ore stava ricevendo una delegazione di generali e stava per discutere la nuova legge anti-terrorismo, molto severa. Se però i terroristi erano vestiti casual la tesi non regge più. E cresce l’ipotesi che i turisti e il museo fossero il vero obbiettivo.

I legami con i Fratelli Musulmani
Il sito Tunisie-Secret, legato agli ambienti della rivoluzione che ha rovesciato Ben Ali nel 2011, sostiene che Khachnaoui apparteneva ai Fratelli musulmani del partito Ennahda. Il sito ha postato una foto (sopra) trovata sulla pagina Facebook (poi chiusa da qualche sostenitore) del terrorista che lo mostra assieme all’imam Abdelfattah Mourou, già vicepresidente del Parlamento nella passata legislatura. Una foto che imbarazza il partito islamico che gioca ancora un ruolo, anche se molto minoritario, nell’attuale governo.