Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 marzo 2015

Si può invadere impunemente uno stato, Yemen, in guerra civile da anni, per far vincere la fazione più utile all'invasore

Obiettivo Teheran


teheran-c-AFP-2015-Stringerdi Giulietto Chiesa - 26 marzo 2015
L’intera penisola arabica è ora in guerra. L’Arabia saudita ha costruito in pochi giorni un’alleanza di dieci paesi arabi sunniti per fronteggiare la “rivolta” sciita nello Yemen.

E' il caos. I fronti si moltiplicano: Isis contro Siria e Irak; adesso la nuova guerra al sud,  attorno a Aden; Sunniti contro sciiti. La Turchia, a nord, con i suoi progetti di rinascita turcomanna, contro la "scia" di Teheran, ma anche contro Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina  Contro il Califfo, ma anche, in parte, con l'Isis. Gli Usa che bombardano a casaccio. L'Mi5 britannico che paracaduta armi per l'ISIS. I curdi di Irak e Turchia contro tutti. E con chi li aiuta, senza andare troppo per il sottile. L'Egitto contro l'Isis, ma adesso con l'Arabia Saudita.
L'unica cosa che non si vede, o si vede poco, è Israele. Ma Israele non solo c'è:  è il co-protagonista dell'intero disastro- disordine.  Se si seguono le rotte dei caccia israeliani, che bombardano Bashar el-Assad e  le mosse di Netanyhau, lo si capisce fin troppo bene.

Un premier israeliano che va a Washington, senza nemmeno parlare con il presidente americano. E riceve l'ovazione del Senato (a riprova che Obama è ormai molto meno che un'anatra zoppa: è un'anatra moribonda.)

Dietro l'ISIS c'è ma mano di Israele, c'è quella di Rijad e del Qatar (ufficiali pagatori), c'è quella dei neocon repubblicani. Non c'è quella di Obama, se è vero, come pare, che Victoria Nuland avrebbe "abbaiato" al ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov questa frase: "non avete ancora capito che a Washington comanda Cheney, non Obama".
Ma leggiamo anche che Israele ha spiato i colloqui tra Europa-USA e Iran, per far fallire il negoziato.
Ecco che Di nuovo ricompare l'Iran sciita. Da qualunque parte di guardi questo incendio, è sempre l'Iran che appare dall'altra parte del fuoco.  Per l'Arabia Saudita è i paesi arabi del Golfo è il nemico mortale. Non sarebbero ricchi come sono se non fossero stati sotto l'ombrello americano in tutti questi decenni. Ma, se l'America tratta con Teheran, quell'ombrello rischia di chiudersi. E poi questa America appare sempre meno in controllo, sempre più incerta: meglio difendersi da soli.
Ma l'Iran è comunque, anche per Israele, il nemico irriducibile che minaccia la sua esistenza. Nemico del dio di Israele, che ha dato la Palestina al "popolo eletto".
E infine i neo-con americani, probabilmente i più fanatici di tutti: l'Iran demolito sarebbe l'ultimo diamante della collana di guerre USA, che daranno allo "stato speciale, designato dal Dio cristiano (e naturalmente ai suoi petrolieri molto cristiani), il controllo totale di tutte le riserve dell'area medio-orientale allargata.

La conclusione è ovvia: dietro tutto questo caos c'è l'"obiettivo Teheran". I motori dei cacciabombardieri e dei missili che bombarderanno la Persia si stanno scaldando.  In attesa, si darà qualche altra lezione a Germania e Francia, che manifestano resistenze e reticenze. Specie per quanto riguarda l'Ucraina. E, magari,  anche a Barack Obama, sempre più divenuto un peso scomodo.

Tratto da: it.sputniknews.com

http://www.antimafiaduemila.com/2015032754341/giulietto-chiesa/obiettivo-teheran.html 

Fronte Unico #No3GuerraMondiale, Giulietto Chiesa

GIULIETTO CHIESA: "ANDIAMO VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE"

giulietto chiesa.jpg
Con queste parole Giulietto Chiesa ha aperto l'incontro con i cittadini tenutosi mercoledì 25 marzo presso la sala Rossa del VII Municipio, per esercitare ciò che ormai latita negli spazi televisivi: il confronto.

Proprio sull'informazione Chiesa ha mosso le sue principali riserve.

Informare e comunicare è fondamentale, ha affermato, più delle idee stesse. Nel nostro Paese l'informazione è viziata, basata su racconti costruiti per manipolare l'orientamento della popolazione. Le immagini, specchio reale degli accadimenti nel mondo, sono accuratamente messe da parte o falsificate.

Si decide ciò che si deve vedere e, quindi, pensare. "L'uomo che vede, ragiona in un altro modo".

Saranno i nostri figli a pagare purtroppo il prezzo maggiore di tale manipolazione, costretti dalla velocità nella quale si muovono le immagini a cambiare il ritmo del sapere. Il rischio è l'annichilimento delle proprie capacità razionali.

Su questo piano muove la sua critica alle posizioni di Beppe Grillo sulla TV. Il Movimento 5 Stelle ha fatto una cosa bellissima. Ora, con le risorse risparmiate si dovrebbero aprire nuovi spazi di informazione televisiva. Una concorrenza in grado di parlare a sempre più persone e di far uscire

dall'indifferenza i gestori dell'informazione.

Sulla questione internazionale Giulietto Chiesa da la sua interpretazione dello scenario che ci attende.

Siamo alla fine di un'epoca storica, ha commentato. Il capitalismo del secolo scorso ci ha trasformati in una colonia, dove il benessere economico, assieme al patto tra classe politica ed opinione pubblica, ha mantenuto in equilibrio il sistema.

Ora quel patto si è rotto. Le popolazioni sono aumentate a dismisura, le risorse sono terminate e la crescita arrestata. Di contro si assiste all'avanzata del gigante cinese, forza autonoma e disobbediente ai dettami statunitensi.

È in questo contesto che si inserisce la previsione di Chiesa.

Gli Stati Uniti, consapevoli di un comando che sta sfuggendo loro di mano, reagiscono con un attacco frontale al suo principale oppositore: la Russia. L'aggressione in Ucraina, causando la morte di migliaia di russi, avrebbe avuto proprio lo scopo di provocare Putin portandolo all'invasione in quel territorio.

Le stesse sanzioni dell'agosto 2014, accusate pesantemente dalla Russia - a cui si aggiunge l'abbattimento del prezzo del petrolio e la speculazione finanziaria nei confronti del Rublo - farebbero parte del tentativo di mettere in ginocchio l'economia del Paese.

Nel panorama dei cambiamenti il giornalista rileva anche la grande trasformazione che sta vivendo la Chiesa cattolica guidata dal nuovo Papa. Dopo una lunga fase di identificazione con l'Occidente e il capitalismo, la Chiesa sceglie ora il proselitismo di massa. Alla proposta dell'identità cristiana rispetto al mondo esterno si sostituisce la scelta del dialogo.

Rilevante sarà l'incontro prossimo che il Pontefice terrà con Gorbacev per una dichiarazione congiunta contro la guerra.

Molte sono state le domande poste dai partecipanti sui fenomeni attuali, dalle questioni dei territori dell'ex-Unione Sovietica, al ruolo dell'Europa nella contesa tra le grandi potenze, al pericolo ISIS.

A tal proposito Chiesa ha voluto chiarire la natura della guerra in atto.

Il fenomeno ISIS è ascrivibile ad una regia statunitense, supportata dai finanziamenti dell'Arabia Saudita e dal know-how israeliano. La tappa ultima, una volta fermata la Siria, sarà la sconfitta del nemico storico di Israele, l'Iran, prima che questo venga in possesso delle armi atomiche.

Nel finale Giulietto Chiesa pone dunque la domanda di molti. Come difendersi, come vincere la battaglia contro quella cerchia invisibile di proprietari universali che muove le fila?

La risposta sta nel radicamento nel territorio. Esperienze come la No Tav ci insegnano che la reazione e l'impedimento di decisioni prese sulle nostre teste finisce per toglier loro le forze.

La politica va intesa come la moltiplicazione di esperienze come quella.

E poi l'informazione. Quanta più gente saprà che potrà accadere una guerra, più saremo in grado di difenderci.

In questo Chiesa chiama il Movimento ad un salto di qualità: coinvolgere quel pezzo importante del nostro Paese che, sebbene esterno al M5S, ne condivide le motivazioni e gli obiettivi.
 

Energie pulite avanzano mentre Renzi pensa a trivellare l'Italia

"Market Design": le energie rinnovabili ridisegnano il mercato

    

assoRinnovabili e Althesys presentano a Roma i risultati della ricerca sul "Market Design"

Un nuovo disegno del mercato elettrico, volto ad un’integrazione strutturale delle fonti rinnovabili, potrebbe mettere a disposizione 9,5 GW di energia rinnovabile per i servizi di rete.
Per continuare a favorire la diffusione di energia pulita si rende, inoltre, necessaria una revisione del ruolo delle rinnovabili nel dispacciamento, e l’introduzione di meccanismi di stabilizzazione del mercato a medio termine.

Le rinnovabili, che soddisfano oltre il 30% del fabbisogno elettrico nazionale, in Italia potrebbero dare un contributo significativo ai servizi di rete, generando benefici per il sistema.
Il potenziale stimato al 2013 è di circa 9,5 milioni di chilowatt: impianti eolici e fotovoltaici contano rispettivamente per circa 4.400 megawatt e 410 megawatt, mentre il parco idroelettrico ad acqua fluente idoneo (cioè quello senza diga) è stimato in 4.600 megawatt. Tuttavia, alle condizioni attuali, i rischi per gli operatori sarebbero superiori ai possibili benefici.

Sono alcuni dei dati diffusi a Roma durante il convegno “Ripensare il mercato elettrico: evoluzione industriale e convergenza europea”, nel corso del quale sono stati presentati e discussi i risultati dello studio sul market design del settore elettrico italiano, commissionato da assoRinnovabili al professor Alessandro Marangoni, CEO della società di analisi economiche Althesys.
Obiettivo dello studio, fornire strumenti per individuare scenari evolutivi e opzioni di riassetto del mercato elettrico in Italia e formulare delle proposte di policy. Il lavoro analizza come i cambiamenti industriali e le modifiche normative abbiano influenzato l’evoluzione del mercato elettrico italiano, e come il crescente ruolo delle rinnovabili stia trasformando le dinamiche della formazione dei prezzi dell’energia all’ingrosso.

Altro spunto di riflessione emerso dalla relazione è come nel nostro Paese l'impatto economico dei servizi di dispacciamento - vale a dire il costo delle attività per il mantenimento in costante equilibrio del sistema elettrico - sul valore del mercato, pari oggi al 9%, non sia in realtà superiore a quello di altri Paesi con forte crescita delle rinnovabili (a parità di funzionamento dei mercati), come ad esempio la Spagna, dove raggiunge il 14% del valore del mercato.

Per conferire maggior affidabilità e competitività al sistema, si rende quindi necessario un percorso di riassetto del mercato elettrico che assegni alle rinnovabili un ruolo più strutturale, innanzitutto attraverso:
  • una sempre maggiore partecipazione delle rinnovabili ai servizi di rete, con l’introduzione di disposizioni tecniche e regolatorie e una remunerazione dei servizi ben definita;
  • la riduzione dei tempi di chiusura del mercato per avvicinarlo al tempo reale, in modo da ridurre consistentemente gli oneri di dispacciamento, come già avviene in Paesi come la Germania, dove incidono solo per il 4% del mercato.
"La trasformazione del settore elettrico italiano - dichiara Agostino Re Rebaudengo, Presidente di assoRinnovabili - richiede un processo organico e strutturato di ridisegno del mercato. E' quindi importante che a monte vi sia un atto di legislazione primaria a copertura dei principi generali qui enucleati, che comprenda tutti gli aspetti normativi ad esso collegati, quali ad esempio quelli fiscali. Qualsiasi revisione del sistema deve fondarsi sul principio basilare di tutela delle condizioni legislative in cui sono stati realizzati gli investimenti esistenti, prevedendo un assetto del mercato equilibrato in tutte le sue componenti, per assicurare un'adeguata prosecuzione al naturale percorso di integrazione delle FER."

"Uno strumento di stabilizzazione del mercato a medio termine e, al contempo, di integrazione delle rinnovabili potrebbe essere quello dei contratti a lungo termine - spiega il professor Alessandro Marangoni, CEO di Althesys - Allo stato in Italia e in Europa, a differenza del resto del mondo, la regolazione non ne favorisce la diffusione. Per incentivare la loro stipula, anche nel mercato dell'energia, occorrerebbe dunque introdurre meccanismi regolatori che stimolino la domanda a contrattualizzare i propri consumi nel lungo periodo."
Fonte: assoRinnovabili
Data: 26/03/2015

http://orizzontenergia.it/news.php?id_news=4680&titolo=Market+Design+le+energie+rinnovabili+ridisegnano+il+mercato

Grandi opere, sperpero dei soldi pubblici

Tav: che fine ha fatto il progetto preliminare? Dal contraddittorio emergono nuove contraddizioni

Dal contraddittorio sul Tav emergono nuove contraddizioni
Da sinistra: ass. Mauro Gilmozzi, Marco Zeni, Andrea Fogato
RAVINA - Sembra un gioco di parole, quello del titolo, ma in realtà non lo è: sono, infatti, molte le contraddizioni sul progetto della nuova linea dell’alta velocità Brennero-Verona emerse nella serata di ieri a Ravina, organizzata dall’associazione L’Allergia e strutturata, appunto, nella forma del contraddittorio tra sostenitori e contrari alla grande opera. I primi rappresentati dall’assessore provinciale alle Infrastrutture e all’Ambiente Mauro Gilmozzi e i secondi dall’attivista del Movimento 5 Stelle Andrea Fogato.
Le contraddizioni sono emerse prima di tutto proprio sul progetto preliminare della circonvallazione Trento-Rovereto, di cui Gilmozzi ha negato l’esistenza. Non vi è un progetto, ergo non vi è alcun provvedimento della Provincia: «per fare un progetto preliminare ci vogliono 70 milioni di euro – ha spiegato Gilmozzi –, vi risulta di averli mai visti sul bilancio della Provincia? L’impegno è stato sottoscritto, ma i lavori per il progetto preliminare hanno ancora da cominciare ad essere fatti, tant’è che le perforazioni dei mesi scorsi andavano in questo senso e subito c’è stato l’allarme. Ma non c’è alcun progetto preliminare».
Affermazioni che sono state immediatamente confutate sia da Andrea Fogato che da alcune persone del pubblico, che hanno ripercorso puntualmente e con dati alla mano (un tablet che mostrava il frontespizio del progetto preliminare del lotto 3 è stato fatto passare tra il pubblico) l’iter di elaborazione del progetto, redatto nel 2008 da Rete Ferroviaria Italiana e Provincia di Trento e sottoposto ai Comuni interessati, al pubblico e infine approvato dalla Giunta Provinciale con apposita delibera.
Ma a questa notevole contraddizione, durante la carrellata di informazioni riportate dai due relatori ne hanno fatto seguito altre: dal numero di treni merci che transita per Trento – 130 al giorno secondo Gilmozzi, 66 secondo i dati di Rfi riportati da Fogato –, alla quantità di merce in grado di essere trasportata annualmente sulla linea storica – 18 milioni di tonnellate secondo Gilmozzi (ma erano 29 milioni nelle slide mostrate dalla Provincia alla serata informativa del giugno scorso a Lavis!), 40,5 milioni di tonnellate nette secondo Fogato.
Anche sui costi in capo all’Italia le cifre non convergono: ai circa 11,4 miliardi di euro delle stime governative illustrati nell'introduzione iniziale della serata (stime che tuttavia non sono aggiornate e non tengono conto dei costi delle tratte accessorie e dei cunicoli esplorativi) si contrappongono i 53 miliardi di euro delle stime indipendenti. Delle quali Andrea Fogato ha spiegato la ratio: «per quanto riguarda il tunnel di base del Brennero, l’Italia prevede una spesa totale di 9,7 miliardi di euro. Noi, invece, ci siamo basati sui dati della Corte dei conti austriaca, la quale ha dichiarato un costo per l'Austria pari a 12 miliardi di euro. Sappiamo che Austria e Italia si dividono a metà la spesa, quindi altri 12 miliardi di euro spettano all'Italia. Perché questa differenza? Il motivo è che la Corte dei conti austriaca conteggia anche gli oneri finanziari, tiene conto del debito pubblico e degli interessi che per i prossimi cinquant’anni graveranno sull’opera». Per i costi delle tratte di accesso sud, invece, di cui attualmente non esiste una stima completa, Fogato ha spiegato che la stima è stata fatta «dimezzando il costo al km austriaco, perché costa meno scavare nelle nostre montagne rispetto a quelle del Brennero, e moltiplicandolo per il numero di chilometri del tracciato, mentre per quanto riguarda i 23 km di tratte all’aperto abbiamo preso il costo consolidato della Milano-Bologna, che sono 53 milioni di euro a chilometro. A tutto questo abbiamo aggiunto altri 2 miliardi di euro per i cunicoli esplorativi e le gallerie finestra. Il totale fa appunto 53 miliardi di euro».
Ma la differenza fondamentale tra le due esposizioni, in fondo, stava tutta nella questione se il Tav sia o meno necessario. Per Gilmozzi non vi è altra soluzione «per raggiungere l’obiettivo dell’integrazione europea, per promuovere attraverso la ferrovia scambi di merci, di persone, collegamenti fra città». Obiettivi che la linea ferroviaria storica non riuscirebbe ad assolvere. Ma secondo l’assessore, il Tav è anche l’unica soluzione al problema dell’inquinamento atmosferico e acustico e alla prospettiva di aumento esponenziale dei flussi di traffico, «perché viviamo in una dimensione, quella alpina, particolarmente complessa, abitiamo in un territorio delicato, dove inquinamento, rumore e traffico sono davvero problemi notevoli e anche lo spazio è un problema notevole nella nostra valle, dove strade e ferrovia sono al limite del collasso».
Affermazioni anche in questo caso confutate da Fogato, a cominciare dai volumi di traffico, dei quali ha evidenziato una diminuzione nell’ultimo decennio a differenza di quanto affermato dall’assessore, eccezion fatta per l’inquinamento: «Il problema delle emissioni inquinanti c’è ed è molto grave – ha spiegato Fogato, illustrando i dati registrati dalle stazioni di rilevamento lungo l’asta dell’Adige, valori analoghi a quelli di città come Torino. Ma non è il Tav la soluzione». Soluzioni ce ne sono altre, ha spiegato l’attivista pentastellato, cominciando con l’attuare reali politiche di incentivo della rotaia e disincentivo della gomma, un po’ come fa la Svizzera con la «Borsa dei transiti alpini». In secondo luogo, con l’equiparare i pedaggi di tutti i valichi alpini, in modo da eliminare la prassi diffusa dei camion di passare dal Brennero, anche compiendo un tragitto più lungo, perché costa meno (il 60% dei camion lo fa). E poi introdurre divieti di circolazione notturna per i tir e divieti di circolazione settoriale in base alla merce trasportata. Utilizzare, infine, tasse e contributi per la ristrutturazione della ferrovia esistente sull’asse del Brennero, per ridurre i livelli di rumore in poco tempo, con materiali rotabili moderni, freni a disco, ruote silenziate, barriere antirumore e simili.
Gilmozzi, dal canto suo, ha ribadito senza soluzione che a prescindere da come la si pensi «il tunnel del Brennero è in costruzione, non è che stiamo discutendo se farlo o no, è già in costruzione». Ma ha poi corretto il tiro, rilanciando scenari partecipativi e ricordando dell’esistenza dell’Osservatorio, come luogo di confronto e condivisione per i soggetti e gli enti coinvolti dall’opera. Peccato solo, come qualcuno del pubblico ha fatto notare con veemenza, che tra i soggetti che compongono l’Osservatorio non ve ne sia nemmeno uno contrario all’opera, ma – ultima contraddizione della serata – siano tutti, in un modo o nell’altro, beneficiari e promotori.

http://www.trentino-suedtirol.ilfatto24ore.it/index.php/cronaca/2481-tav-che-fine-ha-fatto-il-progetto-preliminare-dal-contraddittorio-emergono-nuove-contraddizioni

Aumento delle tasse, taglio degli investimenti e incremento della spesa corrente, questo è il governo Renzi e mancano i 10 miliardi degli 80 euro

Le due velocità di Renzi su legge elettorale e riforme economiche

Avanti tutta sulla legge elettorale e ancora indietro, come nel passato, su tasse e spesa corrente entrambe aumentate come confermava ieri Mario Draghi. Matteo Renzi spinge sull’Italicum per cogliere l’attimo favorevole di una minoranza Pd divisa, della debolezza estrema di Forza Italia e anche dei suoi alleati di Governo. Ma l’altro attimo favorevole da cogliere, molto più importante anche solo per meri fini elettorali, è la ripresa economica.
Ieri il presidente della Bce ha confermato le previsioni di crescita per l’Italia (la spinta di un punto di Pil per effetto del bazooka) ma ha aggiunto che bisogna intervenire con riforme strutturali per migliorare la produttività, per favorire la crescita di imprese che restano di dimensioni troppo piccole. E poi sulla finanza pubblica ha ricordato che il consolidamento dei conti è avvenuto, come altrove e nel passato, su aumento delle tasse, taglio degli investimenti pubblici, incremento della spesa corrente. È questo quadro che Renzi deve cambiare per cogliere l’attimo, magari non fuggente, della ripresa che ci offre la congiuntura. Inutile ripetere la combinazione di effetti positivi innescati dal quantitative easing ma la politica monetaria non può fare tutto. Tutto il resto, ha detto Draghi, spetta ai governi. E qui spetta a Renzi che è pronto ad accelerare sull’Italicum ma è più indietro sui capitoli dell’economia. È come se il premier programmasse a velocità diverse riforme ugualmente necessarie. È vero, ieri c’era il dato positivo sull’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato ma proprio la congiuntura favorevole e i primi segni – deboli - di risveglio rischiano di far allungare i tempi di provvedimenti necessari.
Necessari come il taglio di spesa per trovare le risorse in grado di evitare l’aumento automatico dell’Iva. La tagliola delle clausole di salvaguardia può deprimere le previsioni positive sul Pil. Insomma, se per il leader Pd è arrivato il momento di accelerare sull’Italicum è tanto più il momento per attuare quella spending review rimasta nel limbo per molti mesi. Anzi, anni se si pensa che il primo commissario, Enrico Bondi, risale al Governo Monti 2012. Il Governo dovrà presentare nella prima settimana di aprile il Def ed è lì che si comincerà a vedere se le intenzioni del premier di toccare la spesa e alleggerire il carico fiscale sono altrettanto serie di quelle che ha sulla legge elettorale. Su quella spinge, preme, inverte in calendario e anticipa a prima del voto regionale il via libera alla Camera. La stessa celerità potrebbe metterla anche sul capitolo fiscale per aiutare un vento che spira a favore della ripresa dopo anni di gelo.
La domanda è quante velocità ha Renzi? Il dubbio è che metterà l’Italicum sul circuito di Formula uno, mentre le riforme economiche le terrà a una velocità da crociera cullandosi sull’effetto del quantitative easing di Draghi. Del resto, la fretta sulla legge elettorale è comprensibile, dal suo punto di vista. L’attimo favorevole è adesso, con la minoranza Pd divisa e con davanti la campagna elettorale per le regionali. Spaccarsi sarebbe un suicidio e poi nemmeno l’opposizione vuole le urne, quindi, è il tempo giusto. Resta un pericolo. Che alla Camera, con il voto segreto, possa passare qualche emendamento che costringa la legge a tornare ancora al Senato. Un rischio che sembra il Governo voglia aggirare immaginando un voto di fiducia. Ma è solo immaginazione, il Quirinale li riporterebbe alla realtà.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-03-27/le-due-velocita-renzi-legge-elettorale-e-riforme-economiche-063830.shtml?uuid=AB2slIGD

Pensioni, gli interessi degli italiani sono ignorati dal governo, un flebile vagito dal Parlamento

27 marzo 2015
- Esperto di Lavoro

Pensione anticipata 2015, Quota 97 e flessibilità: governo Renzi scavalcato, è l’ora X

Pensione anticipata 2015, Quota 100 e flessibilità: governo Renzi scavalcato, si spera in un intervento del Parlamento.

Pensione anticipata 2015, Quota 100 e flessibilità
Prosegue senza apparente sosta il dibattito in tema di pensione anticipata 2015 e previdenza. Gli ultimi significativi interventi, neanche a dirlo, sono targati Cesare Damiano, che rivolgendosi al premier Renzi ha ribadito con forza la propria posizione circa il futuro percorso di riforma relegando per un istante in secondo piano il sistema a Quote (Quota 100 e Quota 97 le più 'sponsorizzate' dall'ex ministro) e ponendo l'accento sul ddl fermo in Commissione Lavoro. Ad affiancare Damiano il PCdI, entrato di recente nel dibattito previdenziale al pari di Maurizio Landini, leader della FIOM e guida della Nuova Coalizione Sociale. Il pull di soggetti e attori politici che vanno ad interessarsi al processo di riassetto del comparto pensionistico cresce in definitiva di giorno in giorno, con il governo Renzi che appare accerchiato, quasi intrappolato in una morsa dalla quale rischia di non uscire indenne. Dovessimo leggere i segnali l'impressione corrente è che l'Esecutivo Renzi possa essere 'scavalcato' dal Parlamento, con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che potrebbe giocare un ruolo decisivo in tal senso. Ad invocarne l'intervento è stata in passato la Lega Nord, ecco che un suo discorso rivolto alle Camere potrebbe contribuire ad accelerare i lavori parlamentari.

Pensione anticipata 2015, Quota 100 e flessibilità: governo Renzi scavalcato, è l'ora X - L'intervento di Mattarella potrebbe essere decisivo

Parlando di pensione anticipata 2015 rileva senz'altro l'ultima dichiarazione rilasciata da Cesare Damiano nel corso di un'intervista concessa al Garantista: l'ex ministro ha evidenziato la necessità di introdurre nuove elementi di flessibilità prevedendo al contempo nuove formule di uscita dall'impiego. Un po' a sorpresa Damiano non ha riproposto il sistema a Quote - fino a qualche settimana fa erano continui e reiterati i riferimenti a Quota 100 o Quota 97 - individuando in altre soluzioni la via maestra da dover perseguire. L'ex ministro vuole infatti una pensione anticipata 2015 flessibile che consenta ai lavoratori di interrompere il percorso professionale una volta raggiunti 62 anni di età più 35 di contributi o 41 anni di contribuzione a prescindere dall'età anagrafica. Ormai da mesi Damiano punta su soluzioni di questo genere, tutte proposte messe per iscritto all'interno dell'ormai famoso ddl in discussione presso la Commissione Lavoro: a sorprendere e non poco è la recidività dimostrata dal governo Renzi nel non essersi occupato neanche una volta delle proposte formulate dall'ex ministro del lavoro e attuale membro del PD, che ha così deciso di 'organizzarsi' schierandosi con l'ala riformista del partito.

Una pensione anticipata 2015 che presenti la giusta dose di flessibilità - con o senza l'introduzione di Quota 100 o Quota 97 - rappresenta ad oggi l'unica concreta via atta ad imprimere una svolta all'intero dibattito previdenziale, e se il governo Renzi continuerà a tenere il consueto atteggiamento il Parlamento potrebbe intervenire scavalcandolo in tutto e per tutto. Come già accennato un intervento di Sergio Mattarella potrebbe essere decisivo in questo senso anche e soprattutto considerata la gravità della situazione con la quale si ha a che fare oggi. A completare il quadro il fatto che mentre in Parlamento si discute il ddl Damiano il MEF retto da uomini del governo Renzi promuove nuove misure atte ad irrigidire i requisiti di accesso al prepensionamento - per sfruttare il pensionamento anticipato, a partire dal 2016 serviranno 42 anni e 10 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 10 mesi alle donne -, strada opposta questa a quella che sta cercando di perseguire lo stesso ddl. Che dire, l'ora X sembra ormai giunta. Non resta che attendere. 

il posto fisso ha valore per questo il governo esulta, il precariato è deleterio

Boom di contratti a tempo indeterminato, Renzi e Poletti esultano
18:16 26 MAR 2015

(AGI) - Roma, 26 mar. - "Oggi e' un giorno importante, tra qualche ora saranno diffusi i dati sui contratti a tempo indeterminato che sono davvero sorprendenti perche' c'e' una crescita a doppia cifra nei primi due mesi dell'anno". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arrivando al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
A gennaio e a febbraio, infatti, sono stati attivati 79 mila contratti a tempo indeterminato in piu' rispetto a gennaio-febbraio 2014. L'annuncio e' arrivato dal Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, secondo il quale a gennaio 2015 i contratti a tempo indeterminato sono stati il 32,5% in piu' di gennaio 2014; per i giovani 15-29enni la variazione tendenziale e' pari a 43,1%. A febbraio scorso, l'aumento percentuale e' stato del 38,5% e per i giovani e' arrivato al 41,4%. Illustrando i dati nel corso di una conferenza stampa su Garanzia giovane alla Regione Lazio, alla presenza del commissario europeo per l'occupazione Marianne Thyssen e il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, Poletti ha spiegato che non si puo' sapere al momento se i contratti a tempo indeterminato sono aggiuntivi o se si tratta di trasformazioni di contratti a tempo determinato: in ogni caso - ha fatto notare - "l'orientamento a stabilizzare i rapporti di lavoro e' un dato assolutamente positivo". I dati - si legge in un report del ministero del Lavoro - sono da leggere anche in relazione ai forti incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato (decontribuzione triennale piu' sgravio permanente dell'Irap per i datori di lavoro) introdotti con la legge di stabilita' 2015. "Si sta attuando un cambiamento radicale", ha sottolineato il ministro del lavoro. "E' una grande soddisfazione pensare che tante persone che avevano un contratto a tempo adesso hanno un contratto a tempo indeterminato" ha dichiarato nel corso di un convegno su garanzia giovani. Negli ultimi anni le assunzioni non erano a tempo indeterminato, erano qualsiasi altra cosa. Migliaia di italiani avranno un contratto a tempo indeterminato che prima non avevano, ha concluso il ministro, pur riconoscendo che, al momento, non si e' "in grado di dire che questi contratti siano aggiuntivi o di conversione".

http://www.agi.it/economia/notizie/boom_di_contratti_a_tempo_indeterminato_renzi_e_poletti_esultano-201503261816-eco-rt10155

empirismo logico nel fare politica deve fare i conti con l'idealismo

Dopo 40 anni non siamo ancora guariti dal “male americano”

Postato il mar 27 2015 - 10:07am di Adriano Scianca
Iran-anti-USARoma, 27 mar – Giunge benvenuta la notizia, da parte della casa editrice Settimo Sigillo, della ristampa anastatica de Il male americano, un libro che ha segnato una generazione di lettori non conformi e che sembrava da tempo introvabile.
Uscito originariamente su Nouvelle Ecole n° 27 – 28 nel 1976, il testo (in seguito pubblicato in italiano, in tedesco e in… afrikaans) non è altro che un lungo articolo intitolato “Il était une fois en Amérique” e firmato originariamente da Robert De Herte e Hans-Jürgen Nigra.
Se il primo nome già da qualche anno non suonava nuovo alle orecchie della destra francese come pseudonimo storico di Alain de Benoist, del secondo si sapeva poco o nulla e fino a qualche anno fa non mancavano siti antifascisti che parlavano di un misterioso “neonazista tedesco”. Hans-Jürgen Nigra era in realtà l’italianissimo Giorgio Locchi.
Il testo, firmato a quattro mani, sarà determinante per certificare in modo indelebile la “svolta antiamericana” della Nouvelle maleamericanoDroite, che aveva iniziato la sua avventura culturale intorno al ’68 all’insegna di un anticomunismo intellettuale raffinato, culturalmente solido, ma che contemplava inizialmente anche una certa simpatia per gli Usa.
In quel periodo, l’interesse per il “realismo biologico”, sulla scia dell’insegnamento di Dominique Venner, si coniugava filosoficamente con una curiosa passione per l’empirismo logico da parte dello stesso de Benoist. Sarà proprio il contatto con Locchi, a Parigi come corrispondente del Tempo, a determinare da un lato la “conversione” filosofica dei neodestristi, a cominciare dal loro esponente di punta, al nietzscheanesimo, e dall’altra appunto una marcata coscienza della specificità culturale europea che non poteva non confliggere con l’egemonia d’oltre Atlantico.
Le circostanze di questo “cambio di paradigma” sono state ricordate una quindicina d’anni fa da Guillaume Faye in Archeofuturismo: “Agli inizi degli anni ’70, il Grece, in linea con l’anticomunismo dominante nella destra, era filoamericano e partigiano dell’Occidente. In un vecchio numero di Nouvelle Ecole si può leggere, sotto una foto del Rockfeller Center di New York, la seguente didascalia: ‘L’energia nel cuore della potenza’. Ma nel 1975, grazie al buon Giorgio Locchi, cambiammo spalla al nostro fucile, quando apparve un numero eccezionale di Nouvelle Ecole, realizzato da Alain de Benoist e Locchi, che spezzava l’unità di civiltà tra gli Stati uniti e l’Europa matriciale”.
Il testo si distingueva e si distingue ancora oggi dall’anti-americanismo alla Noam Chomsky, che degli Usa critica soprattutto “l’imperialismo”, il “militarismo” quando non apertamente un onirico “fascismo”. Locchi e de Benoist ci parlano di un’America ben diversa, che non comprende e in fondo odia la figura del soldato, che non di meno manda in giro per il mondo a difendere i suoi interessi, ma con cattiva coscienza, tanto da dover poi fare i conti con la tipica figura del reduce “che non è più se stesso”. In Europa chi torna da una guerra e non sa riadattarsi alla vita civile fa una rivoluzione, negli Usa fa una strage in un centro commerciale.
uncle samWashington, in questa visione, diventa addirittura “la capitale del neomarxismo”, rompendo quella falsa opposizione fra comunismo e capitalismo, fra Est e Ovest, così tipica della retorica della Guerra fredda. Gli autori spiegano invece che i due contendenti altro non sono che due facce della stessa medaglia.
Il messaggio, come detto, era innanzitutto destinato “all’interno”, cioè in primo luogo alla “destra”, sia vecchia che nuova. Nelle prime pagine leggiamo, non a caso: “Quegli stessi che si gloriano di difendere la tradizione di una Europa imperiale e padrona della propria storia non intravedono altra via d’uscita al loro combattimento che all’ombra (o con l’appoggio) degli Stati uniti. L’equivoco non potrebbe essere più profondo. Esso dimostra la debolezza spirituale di un’Europa pronta (persino nei suoi migliori elementi) a rifugiarsi dietro le apparenze fallaci di un preteso ‘Occidente’ o di un’inesistente solidarietà delle ‘razze bianche’”.
Parole che andrebbero rilette e affisse in ogni sezione di qualsiasi movimento nazionalrivoluzionario europeo, anche oggi, soprattutto oggi.
Dieci anni dopo, nel 1985, Giorgio Locchi tornerà sull’argomento in un articolo scritto per la rivista Intervento (oggi ripubblicato in Definizioni), in cui parlerà degli equivoci sorti attorno alla traduzione italiana del testo, datata 1978: “Il vero ‘americanismo’, quello che minaccia la cultura o più esattamente – rinunciando a questo termine di cultura che non significa più nulla – l’anima dell’Europa, è concretato dall’adesione cosciente o inconscia al cosiddetto ‘mito americano’, al ‘sogno americano’. È questo il ‘male americano’ di cui soffre l’Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist. Male ‘americano’ dell’Europa e non già male dell’America come fin troppi lettori di quel saggio sembrano aver compreso. E male, del resto, che non viene all’Europa come una contagione, bensì male che l’Europa da sempre porta con sé”.
Nella visione locchiana, gli Usa altro non sono che lo “spurgo” dell’Europa, spurgo che però l’Europa ha essa stessa generato dalla sua storia e dalla sua cultura. L’Europa deve quindi re-inventarsi come qualcosa che non si è mai visto, come nietzscheana “terra dei figli”. Il compito, l’unico per cui valga davvero la pena combattere e “fare politica”, è ancora davanti a noi.
Adriano Scianca

http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/ristampa-saggio-il-male-americano-locchi-de-benoist-19930/ 

venerdì 27 marzo 2015

la crescita è una bufala


Cala il fatturato e dite che siamo "in ripresa"? In evidenza

  • Claudio Conti
  • 228
Cala il fatturato e dite che siamo "in ripresa"? Un editoriale, peraltro abbastanza preoccupato, di Lucrezia Reichlin sul Corriere della sera di oggi, iniziava con queste parole: "È da qualche settimana che si parla con insistenza di ripresa in Europa e, finalmente, anche in Italia. I dati di tutti i settori e i sondaggi sulle aspettative di imprese e consumatori segnalano che il tasso di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) del primo trimestre del 2015, che sarà pubblicato a maggio, confermerà il dato positivo di fine anno. È molto probabile che la ripresa sia cominciata nella seconda metà del 2014."
Purtroppo il consenso rispetto a un'idea non necessariamente si traduce in fatti. E in mattinata l'Istat si è trovata a smentire in modo piuttosto clamoroso sia il consenso che l'idea: "A gennaio 2015 il fatturato dell'industria, al netto della stagionalità, diminuisce dell'1,6% rispetto a dicembre, registrando flessioni dello 0,9% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero".
E lo stesso accade, anche se con minore evidenza,  se si prendono in esame gli tre mesi (novembre-dicembre-gennaio): la caudta è leggermente minore (-0,1%), ma sempre caduta è.Nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo diminuisce dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,6% per il fatturato interno e +1,0% per quello estero).
Peggio ancora se si fa, com'è dovuto, la "correzione per gli effetti di calendario" (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 21 di gennaio 2014, quindi il calcolo va fatto come se si fosse lavorato un giorno di più):  "il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 2,5%, con cali del 3,7% sul mercato interno e dello 0,3% su quello estero". Un autentico crollo, che coinvolge persino il settore delle esportazioni, il più favorito dalla debolezza dell'euro e dalla depressione dei salari nazionali.
A trascinare la corsa al ribasso soprattuto l'energia (-13,6%), per effetto della caduta dei prezzi che si trasferisce inevitabilmente sul fatturato. Ma sono andati molto male che i beni strumentali (-2,2%) e anche i beni di consumo hanno proseguito nella tendenza egativa che li caratterizza da anni (-0,4%).
"L'indice grezzo del fatturato cala, in termini tendenziali (ovvero su base annuale, ndr), del 5,6%: il contributo più ampio a tale flessione viene dalla componente interna dell'energia".
Ma per interpretare correttamente le tendenze a breve periodo si usa guardare agli ordinativi, ossia alle commesse che le aziende ricevono e cui faranno fronte nei prossimi mesi. Ma anche qui è notte fonda: "Per gli ordinativi totali, si registra una diminuzione congiunturale del 3,6%, sintesi di un aumento dello 0,7% degli ordinativi interni e un calo del 9,0% di quelli esteri". Sottolineiamo il dato delle esportazioni, ancora una volta...
"Nel confronto con il mese di gennaio 2014, l'indice grezzo degli ordinativi segna una variazione negativa del 5,5%".
Vedremo nei prossimi giorni se gli altri settori (prima-agricoltura e servizi) hanno registrato andamenti diversi, talmente positivi da compensare la caduta nel settore industriale. Ma è in genre piuttosto difficile che ci possa essere "crescita economica" con il settore industriale che cala; e da otto anni.
La Reichlin era comunque giustamente preoccupata perché, anche in attesa di dati molto più positivi di questi, comunque la disoccupazione europea "fisiologica" veniva prevista intorno al 10%. Un dato abnorme, che "proprio normale non è". E chiedeva alle istituzioni dell'Unione Europea, nonché agli altri decisori dell'area, di mettere al centro dell'attenzione la necessità di creare occupazione, perché un esercito di disoccupati quelle dimnsioni, peralto distribuito in modo molte ineguale sul piano territoriale e su quello generazionale, è certamente un problema sociale suscettibile di diventare politico.
Ma se addirittura la produzione industriale scende...
Il rapporto completo dell'Istat: pdfFatturato_e_ordinativi_dellindustria_-_27_mar_2015_-_Testo_integrale.pdf376.03 KB
Le serie storiche: zipFatturato_e_ordinativi_dellindustria_-_27_mar_2015_-
 _Serie_storiche.zip14.45 KB

http://contropiano.org/economia/item/29906-cala-il-fatturato-e-dite-che-siamo-in-ripresa 

un agire appassionato che, quando anche la situazione sembra disperata e senza possibilità di riuscita, non abbandona l'ottimismo militante della volontà

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Viterbo - Sabato pomeriggio alle 17.30 presenterà il suo ultimo libro "Il futuro è nostro"

Diego Fusaro
























































































































































Diego Fusaro

VITERBO - Sabato pomeriggio alle 17.30, appuntamento con gli speciali.
 
Ospite al Consorzio delle biblioteche Diego Fusaro. Studioso della “filosofia della storia” e delle strutture della temporalità storica, presenta il suo ultimo libro “Il futuro è nostro” (Bompiani 2014). 

Un colpo di frusta alla retorica della realtà come situazione immutabile, all’abitudine di prenderne atto anziché costruirne una migliore. Sostiene Fusaro, come il primo compito di una filosofia resistente sia quello ripensare il mondo come storia e come possibilità, creare le condizioni per cui gli uomini si riscoprano appassionati ribelli in cerca di un futuro diverso e migliore.
A partire da questo pensiero in rivolta, si può combattere il fanatismo dell’economia: e, di qui, tornare a lottare in vista di una più giusta “città futura”, un luogo comune di umanità in cui ciascuno sia ugualmente libero rispetto a tutti gli altri.
Opportunità da cogliere, spinta  da un sistema economico che, a differenza dei regimi del passato, non pretende di essere perfetto: semplicemente nega l’esistenza di alternative.

L’appuntamento si terrà presso la sala conferenze “Cardarelli” del Consorzio. Viale Trento 18/e.


l'imbecille al governo cerca i 10 miliardi degli 80 euro per il 2015 altrimenti l'Iva schizza al 25% e nel calderone vuole vendere anche i gioielli di famiglia che non appartengono a lui ma sono Beni degli italiani

Tesoro al lavoro sul Def, tagli spesa per scongiurare rialzi Iva



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Il Tesoro al lavoro per la preparazione del Def. Il testo va presentato alla Camera il 10 aprile, quindi l'obiettivo è di portarlo in cdm qualche giorno prima di quella scadenza. Dopo il via libera parlamentare il Documento di economia e finanza approderà a Bruxelles, entro il 30 aprile, come di prassi per tutti i paesi europei nel quadro del monitoraggio sull'andamento dei bilanci.
E nell'elaborare le stime e far quadrare i conti, la mission che il Mef ha ben in mente è scongiurare, se il rischio si palesasse, che nel 2016 scattino le clausole di salvaguardia. Per questo dovrebbe ricorrere ad un nuovo giro di vite ai rivoli della spesa pubblica. La migliorata congiuntura economica, tra l'impatto del Qe della Bce, il calo dei prezzi petroliferi e i ribassi dell'euro che spingono l'export sono una boccata d'ossigeno per l'economia che tuttavia potrebbe non essere sufficiente.
Da qui la possibilità di una nuova tornata di spending review per evitare aumenti automatici di Iva e accise che rischiano di avere ricadute sulle tasche delle famiglie per 842 euro l'anno, secondo i calcoli di Adufbef e Federconsumatori Sul fronte della crescita nel documento dovrebbe esserci un rialzo, probabilmente lieve, della stima sul pil rispetto al +0,6% nel 2015 delle ultime previsioni del governo.
Già il governatore di Bankitalia Ignazio Visco al Forex di febbraio ha parlato di una revisione verso l'alto della crescita italiana a (+0,5% nel 2015) e anche l'Ocse di recente ha elevato l'asticella del prodotto interno lordo a +0,6%: in entrambi i casi però si partiva da valori più bassi di quelli del governo (+0,4%). Ottimista sulla crescita anche il Centro studi Confindustria che ieri ha previsto un aumento del prodotto interno lordo dello 0,2% nel primo trimestre con prospettive di un ulteriore miglioramento.
Nel Def e in particolare il Pnr, il programma nazionale di riforme, il governo metterà nero su bianco lo stato dell'implementazione delle riforme dell'agenda Renzi, sia quelle istituzionali che economiche sulla scorta del lavoro fatto nell'ultimo anno e che ha visto tra gli altri interventi anche il via libera al Jobs Act. Nel documento si terrà inoltre conto anche del nuovo piano di investimenti della Commissione Ue e dell'intesa dei leader europei sulla flessibilità per escludere queste spese dal calcolo del deficit. Si farà anche il punto sulle privatizzazioni.
L'obiettivo del governo resta quello di proseguire con la vendita di quote di società pubbliche per ricavare somme pari allo 0,7% del Pil l'anno per tre anni. Il tutto con l'obiettivo di tagliare l'alto debito pubblico come richiesto dalle norme Ue.

http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2015/03/26/tesoro-lavoro-def-tagli-spesa-per-scongiurare-rialzi-iva_mssGQEyRyJXIV7CF9mlwjM.html

Infrastrutture digitali, fibra ottica, Renzi decide di non decidere, Telecom perde tempo dietro a un governo pasticcione


26/03/2015

Caos banda larga, il tempo delle decisioni è scaduto

Il 31 marzo vanno presentate le offerte ma manca il decreto attuativo. Telecom decide su Metroweb
(John W. Adkisson/Getty Images)

(John W. Adkisson/Getty Images)

«O questa cosa riesce a decollare entro 4/8 settimane o non ce la si fa». Così diceva il 12 marzo Andrea Guerra a Giovanni Minoli su Radio 24, a proposito della banda larga. O, meglio, dell’operazione che avrebbe permesso a Telecom Italia di guidare la realizzazione del Piano per la banda ultra-larga, la soluzione preferita dal consigliere economico del premier Renzi. Ma mentre passano i giorni, nessuna soluzione è vicina.
Dal ministero dello Sviluppo economico confermano che la causa principale è lo stop arrivato dal ministero dell’Economia e delle finanze: è in dubbio la copertura per il 2015
Prima di tutto, manca il decreto attuativo dello Sblocca Italia relativo proprio al piano per lo sviluppo della connessione a Internet ad alta velocità (30 Mb e 100 Mb). Dal ministero dello Sviluppo economico confermano che la causa principale è lo stop arrivato dal ministero dell’Economia e delle finanze, che sta scrivendo il decreto attuativo assieme al Mise. La Ragioneria dello Stato vuole vederci chiaro sull’ammontare del delta negativo tra minore Ires e maggior gettito Iva. Il problema della copertura non è sull’intero piano di sviluppo, previsto in cinque anni: da qui al 2020 i sei miliardi di euro di dote promessi ci dovranno essere. Il motivo di preoccupazione riguarda il 2015: se gli operatori presenteranno piani per troppi progetti, ci sarebbe un problema di copertura e si dovrebbe decidere quali avrebbero la precedenza.
Non è l’unica incognita: a oggi non è stato chiarito a quanto ammonterà il credito di imposta per gli interventi di stesura della fibra. Il decreto Sblocca Italia parla di un credito che può arrivare fino al 50%. Ma sarà realisticamente attorno al 40%, se non al 30 per cento. A decidere dovrà essere il Cipe.
Credits: ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images

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Così come oggi non è chiaro l’orientamento della Commissione europea sull’eventuale presenza di aiuti di Stato. A essere in bilico non è tutto il piano, ma solo i finanziamenti che riguardano le aree più sviluppate. Nelle aree chiamate bianche (quelle nei cluster D, C e B2, ovvero soggette a fallimento di mercato totale e parziale) non ci dovrebbero essere problemi da parte dell’Ue. Più problematico il discorso nei cluster B1 e soprattutto A, cioè le aree (soprattutto nelle grandi città) dove gli investimenti degli operatori starebbero in piedi anche senza incentivi. Se per le aree A con la copertura a 30 Mb è scontato il no dell’Europa, nelle stesse aree la copertura con 100 Mb potrebbe essere considerata finanziabile. Per avere una risposta chiara da Bruxelles su questo punto, dicono dal Mise, potrebbe passare anche un anno, anche se il governo ha chiesto che la Commissione si esprima prima dell’entrata in vigore del decreto attuativo. I conti non tornano, calendario alla mano, anche perché il tempo stringe.
In queste condizioni di incertezza, gli operatori devono presentare le proprie offerte per le varie aree entro il 31 marzo
In queste condizioni di incertezza, gli operatori devono presentare le proprie offerte per le varie aree entro il 31 marzo. Cioè con quasi certezza prima che ci sia il decreto attuativo. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il 25 marzo il sottosegretario del Mise Antonello Giacomelli ha detto che il decreto sarà pronto “nei prossimi giorni”. Quello che ragionevolmente succederà è che gli operatori selezioneranno le aree a tappeto, in attesa di capire come sarà il decreto attuativo. Al momento sono esclusi slittamenti di questa deadline.

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Quello che ragionevolmente succederà è che gli operatori selezioneranno le aree a tappeto, in attesa di capire come sarà il decreto attuativo
La scadenza più importante è però quella del 31 maggio. È a quella data che le generiche manifestazioni di interesse si dovranno tramutare in piani di sviluppo concreti, che saranno vincolanti. Il contesto dovrà essere chiarito prima e magari con anticipo, per dare il tempo alle aziende di predisporre i singoli progetti.
Non che gli operatori stiano dando una mano a sbrogliare la questione. La soluzione che sembrava più probabile, perché sponsorizzata da Andrea Guerra in più occasioni, era l’entrata di Telecom Italia in Metroweb, la società che ha già cablato Milano negli anni scorsi e che per sopportare uno sviluppo su scala nazionale avrà bisogno di un aumento di capitale da realizzare attraverso di uno o più soci. L’ex monopolista ha deciso di non presentare un’offerta di fronte all’impossibilità di controllare Metroweb con il 51% delle azioni. Nella partita si è inserita Vodafone, che ha firmato una lettera d’intento con F2i, azionista di Metroweb. Come socio potrebbe entrare anche Wind. Le condizioni di Vodafone sono state chiare: gli altri soci privati in Metroweb devono avere pari peso e il controllo della società deve restare a F2i, Cdp o un altro soggetto pubblico. Un chiaro no al piano di Telecom.
Oggi, 26 marzo, a Venezia si terrà un cda di Telecom Italia il cui ordine del giorno è stato cambiato e impostato proprio sulla questione della banda larga. Si dovrebbe quindi capire se l’ex monopolista troverà una soluzione intermedia - come il congelamento dei diritti di voto per la quota eccedente la maggioranza - o se andrà avanti per la sua strada. «Non esiste un solo caso al mondo in cui una soluzione consortile abbia funzionato» ha detto l’ad di Telecom Marco Patuano nei giorni scorsi ad Affari & Finanza di Repubblica. In realtà, fanno notare persone vicine alla questione, c’è spazio per una corsa a due, con Telecom da una parte e Metroweb (con Vodafone e Wind) dall’altra. Perché il piano di sviluppo della banda ultralarga prevede sia una copertura da 30 Mb (che sarebbe coperta dalla tecnologia di Telecom, con la fibra che arriva fino alle cabine e il rame che arriva fino alle case) sia una copertura da 100 Mb, la soluzione di Metroweb che porta la fibra fino alle singole case. Per la copertura a 30 Mb l’obiettivo è il 45% quest’anno, il 75% nel 2018 e il 100% nel 2020. Per quella a 100 Mb gli obiettivi sono minori: 1% quest’anno, 40% nel 2018 e 85% nel 2020.

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