Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 aprile 2015

Brava Italia

Sensazionale: in Africa si "irriga" dal Sole con il Made in Italy
10 aprile 2015



Resa agricola più che triplicata, consumo idrico abbattuto del 70 per cento e costo dell’energia elettrica dimezzato grazie a nuovi impianti fotovoltaici e pompe ad alta efficienza. Le sfide vinte dal progetto FREDDAS, promosso da MAECI, Green Cross ed ENEA come partner tecnico-scientifico. Un’occasione anche per le imprese italiane.
Coltivare terreni a rischio desertificazione utilizzando tecnologie innovative che abbinano impianti fotovoltaici con elettropompe ad alta efficienza per l’irrigazione. È quanto sta accadendo in Africa, nel nord del Senegal, grazie a know how italiano applicato nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con il supporto di un gruppo di tecnici ENEA.

Gli esperti dell’Agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile hanno curato la progettazione e la realizzazione dei due impianti fotovoltaici da 100 kWp e 50 kWp che alimentano sistemi di irrigazione goccia a goccia, utilizzando l’acqua del fiume Senegal e di alcuni pozzi. In questo modo il consumo idrico si riduce del 70% ed è possibile coltivare circa 60 ettari di terreno, assicurando il fabbisogno alimentare di oltre 900 persone.

L’energia elettrica prodotta dai moduli è pressoché costante nell'arco dell'anno e, nei periodi in cui non serve per il pompaggio, viene utilizzata per conservare i prodotti in celle frigorifere. Un piccolo generatore diesel integra la produzione fotovoltaica per le richieste di picco.

“Finora per pompare l’acqua le famiglie utilizzavano motopompe diesel, con un costo di produzione di 40-50 centesimi a kilowattora - spiega Marco Stefanoni, il tecnico ENEA che ha progettato gli impianti. Con l’ ‘irrigazione solare’, invece, la spesa si dimezza ed è possibile ottenere fino a tre raccolti annuali, aumentando sia la resa agricola che il reddito dei beneficiari’’.

L’utilizzo di questi nuovi impianti favorisce inoltre il miglioramento delle attività di conservazione e trasformazione dei prodotti alimentari, un aspetto fondamentale per un continente dove la popolazione raddoppierà da 1 a 2 miliardi entro metà secolo.



“Per una realtà come quella dell’Africa con un’economia che quadruplicherà in meno di 40 anni, ma dove ad oggi solo 300 milioni di persone hanno accesso all’energia elettrica, il ricorso alle rinnovabili sarà decisivo non solo per contrastare la povertà – sottolinea Giovanni De Paoli, responsabile per l’ENEA del progetto FREDDAS - ma anche per limitare l’uso dei combustibili fossili e contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici’’.

“Nonostante l’insolazione particolarmente favorevole tutto l’anno, in Africa lo sviluppo del fotovoltaico incontra ancora molti ostacoli quali la scarsa qualità dei componenti, la mancanza di tecnici locali, le difficoltà di accesso al credito e i rischi legati alle situazioni politico sociali. Progetti come FREDDAS – aggiunge De Paoli - consentono di superare queste barriere“.

Prima di costruire gli impianti, i tecnici ENEA - agronomi, ingegneri e biologi – hanno lavorato per 2 anni insieme alle comunità locali per individuare le soluzioni tecniche ed economiche più appropriate. Oltre alla formazione di tecnici locali, il progetto FREDDAS ha realizzato un modello di simulazione, fruibile sul web, per l’analisi tecnico-economica delle prestazioni dei sistemi fotovoltaici off-grid, cioè non collegati alla rete.

“Oggi sono già presenti in Africa imprese cinesi, indiane, coreane che si occupano di elettrificazione – conclude De Paoli. Ora, perché l’Italia che è a un passo dall’Africa non deve sfruttare la grande opportunità di mercato rappresentata dall’elettrificazione off grid dell’Africa? In particolare l’ENEA, grazie alle conoscenze interdisciplinari di cui dispone, può svolgere un ruolo fondamentale nel potenziamento e nella qualificazione dei progetti promossi dalla Cooperazione Italiana e nel favorire l'ingresso di imprese italiane nei nuovi mercati africani di tecnologie verdi”.

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NoTav, quanti soldi pubblici buttati al vento, perchè?

Coldiretti si sfila dalle lobby per la Tav

coldiretti no tav
(Alinews.it) – Torino 11 apr 2015 – Coldiretti Torino non ci sta a farsi prendere in mezzo dalle lobby si tav. Pende tempo, ma il suo distinguo è come se fosse un no. L’appello alla pacificazione della Valsusa siglato qualche giorno fa a casa di Telt da tutti, istituzioni, associazioni di categoria, sindacati , per 29 sigle complessive, non convince l’associazione degli agricoltori che spesso non ha nascosto un atteggiamento critico sulla Tav, tanto che le bandiere ella Coldiretti si sono mischiate a volte con quelle no tav nei cortei della Valsusa.In una nota Coldiretti Torino fa spaere che “non ha firmato il cosiddetto “Appello per la pacificazione in valle” di Telt, società Tunnel Euralpin Lyon Turin, responsabile dei lavori di realizzazione e gestione della nuova ferrovia Torino-Lione – questa l’affermazione di Sergio Barone, vice presidente Coldiretti Torino, che aggiunge –: nei giorni scorsi abbiamo partecipato, a Torino, a un incontro, dove l’appello è stato presentato da Telt, alla Coldiretti, come ad altre 29 realtà appartenenti ad associazioni di categoria, sindacati e rappresentanti delle istituzioni».
Sergio Barone precisa: “La pacificazione si propone in tempo di scontri. Secondo noi, in valle, in questo momento, si tratta semplicemente di operare secondo le normali regole democratiche che governano il civile confronto. In questa riunione, nella sede Telt di Torino, non abbiamo quindi siglato alcun documento. Semplicemente si è preso atto della proposta che ora stiamo esaminando e discutendo al nostro interno. A breve prenderemo posizione rispetto all’appello proposto da Telt. Coldiretti, da lunga data, partecipa agli incontri dell’Osservatorio Tav, con spirito critico e costruttivo, lo stesso che terremo anche in questa occasione”.

http://www.alinews.it/2015/04/11/coldiretti-si-sfila-dalle-lobby-per-la-tav/

Def e il doppione Tav, perchè il pagliaccio al governo spreca soldi pubblici? Non c'è logica, razionalità, non è funzionale

DEF, FRACCARO (M5S): “CANCELLA TRATTE ACCESSO SUD TAV BRENNERO”

DEF, FRACCARO (M5S): “CANCELLA TRATTE ACCESSO SUD TAV BRENNERO”
“Il Def stravolge le prospettive della nuova ferrovia del Brennero. Come si evince dall’Allegato Infrastrutture, in cui vengono individuate 25 opere prioritarie sulle quali convogliare le risorse disponibili, il Governo ha deciso di realizzare solo il Tunnel di base del Brennero e di scartare le tratte di accesso sud, quelle che dovrebbero collegare Verona a Fortezza. In questo modo viene completamente meno ogni presunta funzionalità del progetto. È inaccettabile sprecare soldi pubblici per opere inutili, invitiamo il Ministro Delrio a fermare anche il Tunnel di base del Brennero”. Lo dichiara il deputato del MoVimento 5 Stelle eletto in Trentino-Alto Adige, Riccardo Fraccaro.
“Il Politecnico di Milano ha elaborato una valutazione indipendente sull’Analisi Costi Benefici del progetto – aggiunge Fraccaro – evidenziandone gli errori metodologici, la sovrastima dei benefici e la sottostima dei costi. Per questo, secondo i ricercatori Paolo Beria e Raffaele Grimaldi, l’analisi deve essere rifatta con dati aggiornati. Il M5S ha depositato lo scorso novembre una risoluzione in Commissione Trasporti alla Camera per chiedere al Governo di far predisporre una nuova analisi da un istituto indipendente per verificare l’utilità socio-economica del Tunnel di base del Brennero. L’opera non è coperta dai finanziamenti necessari e, secondo lo stesso Allegato Infrastrutture del Def, è stata realizzata solo per il 7%. Il Ministro dimostri di voler realizzare solo opere utili, blocchi questo progetto in modo da valutare tutte le sue alternative”.

http://www.secolo-trentino.com/22837/politica/def-fraccaro-m5s-cancella-tratte-accesso-sud-tav-brennero.html

equiparare indebitamente il nazismo al comunismo si dice di non provare più a cambiare il mondo

In Ucraina comunismo uguale nazismo, Fusaro: "Messa fuori legge l'idea di cambiare il mondo"
11 aprile 2015, Andrea De Angelis
L'Ucraina ha approvato una legge che equipara il nazismo al comunismo, considerato un regime criminale. Il provvedimento è stato approvato a larga maggioranza dalla Rada, il parlamento ucraino, con 254 a favore su 307 presenti. Il progetto governativo vieta i simboli dei due regimi, la loro propaganda e la negazione del loro carattere «criminale». Per i trasgressori sono previsti sino a 5 anni di reclusione.
IntelligoNews ne ha parlato con il filosofo Diego Fusaro...

In Ucraina comunismo uguale nazismo, Fusaro: 'Messa fuori legge l'idea di cambiare il mondo'
Come giudica questa legge?

«Il senso di queste leggi è quello di plagiare, addirittura mettendolo fuori legge, ogni tentativo di progettare una società diversa da quella capitalistica. Equiparando indebitamente comunismo e nazismo si dice di non provare mai più a cambiare il mondo». 

L'Europa che tanto si è occupata dell'Ucraina negli ultimi mesi non sembra aver dato grande peso a questo provvedimento: ai cosiddetti poteri forti fa dunque piacere?

«Esattamente e aggiungo anche che per vedere i crimini non c'è bisogno di volgere lo sguardo al passato, ma basta osservare il presente. Se oggi penso a crimini e violenze non vedo il braccio teso di Hitler o il pugno chiuso di Stalin, ma l'Unione Europea, i licenziamenti, la disoccupazione, la precarietà. Ma questi non vengono messi fuori legge, non vengono equiparati al nazismo o allo stalinismo. Su questo dobbiamo interrogarci».

C'è la possibilità che altre nazioni legiferino allo stesso modo dell'Ucraina?

«Credo di sì, per me si andrà sempre più verso quella direzione che è la demolizione delle libertà del pensiero. Il pensiero unico vuole cioè che dire comunismo, nazismo o tutto ciò che non è la democratica non libertà occidentale significhi essere dei criminali». 

No, il corrotto Pd non può fare una legge contro se stesso

Piercamillo Davigo: "La legge sulla corruzione? Non è detto che serva a qualcosa. Colletti bianchi ancora intoccabili"

Pubblicato:
DAVIGO 
La nuova legge sulla corruzione? "Non è detto che serva a qualcosa". Parola di Piercamillo Davigo, ex pm di Mani Pulite e oggi giudice di Cassazione, che intervistato da Qn sottolinea: "Mancano almeno due elementi. Primo: una fortissima norma premiale, con riduzione di pena o non punibilità a favore del primo che parli tra i soggetti coinvolti. Secondo: la possibilità di operazioni sotto copertura".
"Il nostro - afferma l'ex pm - è un codice spaventapasseri, che fa paura solo guardandolo da lontano. In realtà il sistema è costruito in modo tale per cui per certi reati in galera non si può andare". Davigo riflette sull'intoccabilità dei colletti bianchi: "Prendiamo il settimo comandamento: non rubare. Se lo applichiamo ai ladri normali si tratta di furto. E poiché è impossibile compiere un furto senza una o due aggravanti, le pene arrivano fino a dieci anni e si va in carcere. Se invece riguarda i colletti bianchi si chiama appropriazione indebita ed è punita con pene fino ai tre anni. Le eventuali aggravanti non incidono sulla circostanza che in carcere non si va".

http://www.huffingtonpost.it/2015/04/11/davigo-legge-corruzione-non-e-detto-serva-_n_7045420.html

il verminaio del corrotto Pd è impossibilitato a fare una legge sulla corruzione

Corruzione, Davigo boccia la legge: "Colletti bianchi ancora intoccabili"

http://www.ilgiorno.it/milano/corruzione-davigo-boccia-la-legge-colletti-bianchi-ancora-intoccabili-1.840661

La corruzione si annida nel verminaio annidato nel Pd, esce fuori in tutti gli scandali, attraverso consorterie, clan, famigli, clientele

Il Papa e il Giubileo: «La corruzione piaga putrefatta della nostra società»

La «Bolla» è una mini-enciclica di tredici pagine che descrive il senso del pontificato di Francesco. Il simbolico inizio dell’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione e 50esimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II

di Gian Guido Vecchi


CITTÀ DEL VATICANO - Tredici pagine per indire il Giubileo della Misericordia, una «Bolla» intitolata «Misericordiae vultus» che si legge come una mini-enciclica e va al cuore del pontificato di Francesco: «Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia», scrive, ma ora «è il tempo del ritorno all’essenziale» perché «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre» e «l’architrave che sorregge la Chiesa è la misericordia». Un invito alla conversione che raggiunge, con parole nette, anche mafiosi o delinquenti («uomini e donne che appartengono a un gruppo criminale») e corrotti: «Non portiamo il denaro con noi nell’al di là. La violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti, presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui nessuno potrà sfuggire».
«Annidato nei gesti quotidiani»
E ancora, a proposito di corruzione: «Questa piaga putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la vita personale e sociale. La corruzione impedisce di guardare al futuro con speranza, perché con la sua prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri. È un male che si annida nei gesti quotidiani per estendersi poi negli scandali pubblici. La corruzione è un accanimento nel peccato, che intende sostituire Dio con l’illusione del denaro come forma di potenza. È un’opera delle tenebre, sostenuta dal sospetto e dall’intrigo». Soprattutto, il testo di Francesco è un segnale forte in vista del Sinodo sulla famiglia, che dovrà affrontare tra l’altro le situazioni “irregolari” o “difficili” per la Chiesa. Centrali, in questo senso, i capitoli 20 e 21 sul rapporto tra giustizia e misericordia, l’ammonimento a non cadere nel legalismo perché la fede viene prima della legge: «Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza della legge. (...) Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza».
«Misericordia di Dio non è idea astratta»
Nella Bolla c’è un’immagine bellissima: «La misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio». L’«Anno Santo della Misericordia» inizierà l’8 dicembre di quest’anno e si concluderà il 20 novembre 2016, «Domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo e volto vivo della misericordia del Padre». Anche la data di inizio scelta da Francesco, nel giorno dell’Immacolata Concezione, è significativa: la Porta Santa in San Pietro si aprirà nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965, quando Paolo VI indicò il Buon Samaritano come «paradigma spirituale» dell’apertura della Chiesa al mondo. L’indizione solenne del Giubileo è avvenuta sabato pomeriggio con una cerimonia solenne in San Pietro. Nell’omelia Francesco ha ricordato le persecuzioni dei cristiani: «La pace, soprattutto in queste settimane, permane come il desiderio di tante popolazioni che subiscono la violenza inaudita della discriminazione e della morte, solo perché portano il nome cristiano. La nostra preghiera si fa ancora più intensa e diventa un grido di aiuto al Padre ricco di misericordia, perché sostenga la fede di tanti fratelli e sorelle che sono nel dolore, mentre chiediamo di convertire i nostri cuori per passare dall’indifferenza alla compassione». La misericordia come attributo essenziale di Dio è presente anche nell’ebraismo e nell’Islam e quindi, scrive il Papa, rappresenta un terreno di dialogo tra le religioni: «Questo Anno Giubilare vissuto nella misericordia possa favorire l’incontro con queste religioni e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione».
Sarà Giubileo in tutte le diocesi
Il Giubileo, con relative indulgenze, avverrà a Roma ma anche in tutte le diocesi del mondo: «La terza domenica di Avvento si aprirà la Porta Santa nella Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano. Successivamente, si aprirà la Porta Santa nelle altre Basiliche Papali», spiega Francesco. «Nella stessa domenica stabilisco che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l’Anno Santo una uguale Porta della Misericordia». Il vescovo potrà scegliere anche i santuari. «Il Giubileo, pertanto, sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno visibile della comunione di tutta la Chiesa». 

Quantitative Easing brucia i risparmi, fanno ingrassare le banche e creano bolle azionarie


Il QE è un fallimento: “Brucia risparmi, impoverisce e la crescita resta piatta”

draghi

“Il gioco non valeva la candela”. Alla fine, dopo mesi di dibattiti e trattative per partorire un quantitative easing targato Bce anche nell’area euro, il bilancio di quello fatto negli Usa dalla Federal Reserve rischia di non essere esaltante. Ne scrive il Financial Times, basandosi soprattutto su un rapporto di Swiss Re. Il gigante delle riassicurazioni elvetico ha infatti calcolato che il Qe avrebbe “bruciato” 470 miliardi di dollari dei risparmiatori americani, in mancati interessi.E questi sono solo danni diretti, a cui vanno aggiunti quelli che potrebbero derivare dalle bolle favorite dalla manovra di allentamento quantitativo.
Il solo vero scopo del QE  Banchiere Attali: servono 1000 miliardi per ricapitalizzare le banche europee
Come se non bastasse il Qe ha causato un peggioramento delle disuguaglianze, perché sempre secondo lo studio solo i più ricchi ne avrebbero tratto un chiaro beneficio. Per le altre fasce sociali i vantaggi sono discutibili. Anche in termini di crescita, che è tornata a dare segnali di cedimento negli ultimi mesi nonostante tassi di interesse che restano a zero. Una mancata ripartenza che diventa ancora più evidente se si guarda al Giappone, dove a sua volta la Banca centrale ha operato massicci allentamenti quantitativi.
Banche inondate di cartastraccia, parte il QE della Bce
Nell’area euro il Qe della Bce è partito appena un mese fa. Al ritmo di 60 miliardi di euro al mese, principalmente acquisti di titoli di Stato, la sua mole dovrebbe superare la fatidica soglia dei 1.000 miliardi dato che l’istituzione conta di portalo avanti fino al settembre del 2016. Mercoledì prossimo tornerà a riunirsi il Consiglio direttivo, che potrà quindi fare un primo punto sull’avvio del programma.
Secondo gli economisti di Bnp Paribas Paul Mortimer-Lee e Ken Wattret, dal direttorio dovrebbe emergere un accresciuto ottimismo sulle prospettive economiche. Tuttavia “permangono rischi che la crescita resti debole” e dal resoconto dell’ultimo direttorio sono emersi alcuni scetticismi sulle previsioni economiche riviste al rialzo dai tecnici. La questione chiave è proseguire con una piena attuazione del programma previsto, avvertono Lee e Wattrett, perche le stime di ripresa di economia e prezzi si basano proprio su questo presupposto.

http://www.imolaoggi.it/2015/04/11/il-qe-e-un-fallimento-brucia-risparmi-impoverisce-e-la-crescita-resta-piatta/

i risparmiatori sono avvertiti, mantenetevi liquidi, la bolla sta arrivando

BlackRock e Allianz: ci attende il disastro, restate sul cash




Mercati che corrono e gestori patrimoniali che frenano. Un controsenso? Forse, ma solo in apparenza. Fino a qualche tempo fa l’economia statunitense ha visto un rialzo perenne grazie alle mosse di accomodamento monetario da parte della Federal Reserve, la prima ad aver avviato la strategia di ampliamento della base monetaria con lo scopo di svalutare il dollaro e stimolare la circolazione della moneta.

Def, il verminaio Pd che da decenni mangia a quattro ganasce sulla sanità pubblica, ha deciso di eliminarla

Sanità, in arrivo tagli per 2,3 miliardi. I medici: "Ssn alla deriva"
Da governo ipotesi taglio Asl, ma la Fiaso replica: "Non è così che si risparmia"



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di Federico Finocchi
Giorni caldi per la sanità pubblica, tra approvazione del Documento di economia e finanza (Def) per il 2015 e l'appuntamento di mercoledì prossimo 15 aprile con una Conferenza Stato-Regioni che si annuncia calda. Anzi rovente. Esecutivo e governatori dovranno infatti definire dove e come tagliare i circa 2,3 miliardi che, alla voce sanità, contribuiranno per oltre la metà al sacrificio da 4 miliardi imposto alle Regioni dalla legge di Stabilità 2015. A quanto apprende l'Adnkronos da fonti regionali, il grosso dei risparmi - circa 1,5 mld - arriverà dai tagli sull'acquisto di beni e servizi, anche attraverso lo strumento della rinegoziazione dei contratti. Altre risorse arriveranno invece dalla riorganizzazione della rete ospedaliera. Ma non è escluso un intervento anche sulla spesa farmaceutica.
Ma si profilano anche altre ipotesi. Ieri, nel corso della conferenza stampa post Consiglio dei ministri, il premier Renzi ha escluso tagli alle regioni e ai comuni. "Semmai - ha spiegato - ci saranno delle razionalizzazioni nella spesa sanitaria. Vi pare possibile che ci siano regioni con 7 province e 16 Asl?", ha detto ai giornalisti presenti.
I DIRETTORI GENERALI DELLE ASL - Ipotesi che non convince la Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso): "Non è una bocciatura, ma un'ipotesi difficile da attuare e i cui risultati e risparmi si potrebbero avere tra diversi anni". E' il giudizio di Ilde Coiro, coordinatore regionale della Fiaso. "Renzi - ha aggiunto - può avere ragione nei numeri, 22 Asl sono troppe ma occorre ragionare sul bacino di utenza delle Regioni - spiega all'Adnkronos Salute Coiro - nel Lazio non sarebbe possibile un accorpamento o un taglio con un popolazione così numerosa per ogni distretto sanitario".
LUCA ZAIA - A Renzi risponde anche il governatore del Veneto Luca Zaia : “Di fronte a tanta sfrontatezza, condita dalla scarsa conoscenza delle caratteristiche della realtà di cui parla, c’è da rimanere allibiti . Caro Renzi #staisereno perché anche sul numero delle Asl, da ben prima che lui lo usasse a sproposito ieri, stiamo lavorando e sono imminenti grosse sorprese, proprio perché in Veneto non si taglia e non si aggiungono tasse e ticket. Renzi pensi alla sua sconquassata e sprecona machina statale, che al Veneto ci pensano i Veneti".
Intanto, come previsto, le uniche misure economiche concrete contemplate nel Def approvato ieri dal Consiglio dei ministri sono quelle della manovra di contenimento della spesa prevista dalla legge di stabilità e recepita dalle Regioni per un importo di oltre 2,3 mld a partire dal 2015. Si riduce così il Fondo sanitario che passa dai 112,062 miliardi del Patto siglato a luglio scorso ai 109,7 del Def per il 2015. Ridotto anche quello del 2016 che passa da 115,444 miliardi del Patto ai 113,1. Resta da capire - come spiegano all'Adnkronos fonti regionali vicino al dossier - se si tratterà di un taglio strutturale o se in qualche modo quanto sforbiciato ora verrà in un prossimo futuro restituito al Ssn.
LA REAZIONE DEI MEDICI - Sacrifici, in nome dei bilanci, che proprio non piacciano ai medici. "Invece di tagliare gli sprechi - spiega all'Adnkronos Costantino Troise, segretario nazionale del principale sindacato della dirigenza medica, Anaao Assomed - governo e Regioni riducono i servizi ai cittadini. Questi tagli - aggiunge - rappresentano un ulteriore elemento di deriva del Servizio sanitario nazionale, che si impoverisce sempre di più. Di risorse economiche e umane. In un'ottica tutta proiettata verso un pareggio di bilancio che sembra sempre più lontano da essere conseguito. Insomma - sottolinea Troise - governo e Regioni ci propongono ricette vecchie".
Reazione piccata ma ironica da parte del segretario nazionale della Fp Cgil medici, Massimo Cozza, che su Twitter replica così al premier Renzi, che ieri nel corso della conferenza stampa post Cdm ha ribadito il concetto del costo della siringa, "che in Calabria deve costare come in Lombardia": "A forza di continuare con i tagli il problema per i cittadini - scrive Cozza - sarà trovarla la siringa". E all'Adnkronos aggiunge: "Ma i risparmi sulla spesa previsti dal Patto per la Salute non dovevano essere reinvestiti in sanità?".


Non solo risparmi, tagli e sacrifici. Nella terza sezione del Def, vale a dire il Programma nazionale di riforma, nel capitolo welfare e salute, il Governo fissa per il prossimo triennio alcuni obiettivi già contenuti nel Patto per la Salute, e che definiscono i contorni del Servizio sanitario nazionale dei prossimi anni. Nell'ordine:
RIPENSARE IL SERVIZIO SANITARIO IN UN'OTTICA DI SOSTENIBILITÀ ED EFFICACIA - "Il Servizio sanitario nazionale - si legge nel documento - ha oggi di fronte una sfida assistenziale imponente per conciliare il mantenimento degli standard e dei risultati conseguiti con le esigenze di razionalizzazione della spesa pubblica. In questo comparto vi sono gli spazi per la riduzione di aree di spreco e per l'allineamento delle spese ai costi standard. La sostenibilità finanziaria del Ssn nel medio-lungo periodo, anche in relazione alle tendenze demografiche in atto, ha come punto di partenza lo sviluppo del modello di governance del settore sanitario. Allo stesso tempo si basa sul ripensamento dell'attuale modello di assistenza, con l'obiettivo di garantire prestazioni rivolte a chi ne ha effettivamente bisogno".






Per il Governo, una delle prime azioni da mettere in campo è quella di "predisporre il nuovo Piano nazionale di prevenzione, attraverso la modifica e l'aggiornamento dello strumento vigente, prestando attenzione: alla prevenzione di tutti i comportamenti a rischio, alle tossicodipendenze, al piano nazionale per le vaccinazioni e agli interventi per la sicurezza sul lavoro". E ancora. "Sistematizzare la raccolta di dati in modo da rendere operativo il fascicolo sanitario elettronico a aiutare così anche le valutazioni dei decisori. In generale dare impulso all'informatizzazione dei processi di assistenza, allo sviluppo e alla diffusione della sanità elettronica in modo che la sanità in rete divenga una componente strutturale del Ssn".
PATTO PER LA SALUTE TRIENNIO 2014-2016 - "In tema di programmazione sanitaria,sarà fondamentale perfezionare il nuovo Patto per la salute per il triennio 2014-2016, sancito con l’intesa Stato-Regioni del 10 luglio 2014 in fase di avanzato confronto con le Regioni, definendo gli aspetti finanziari e programmatici tra Governo e Regioni correlati al Ssn". Nello specifico: "avviare il riordino della rete ospedaliera nel rispetto dei nuovi standard qualitativi, strutturali, tecnologici e qualitativi e consolidare in tutte le Regioni le forme organizzative innovative della medicina territoriale fondate sulle aggregazioni dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta per consentire l'ulteriore trasferimento di attività a livello territoriale e favorire l’appropriatezza dei ricoveri ospedalieri. Individuazione dei costi e dei fabbisogni standard".






RIDISEGNARE IL PERIMETRO DEI LEA - Contemporaneamente a tali attività "il ministero dovrà dotarsi dei dati necessari per la costruzione degli strumenti di monitoraggio sistematico dei livelli essenziali di assistenza (Lea) attraverso una lettura integrata delle prestazioni erogate ai cittadini nell'ambito dei diversi livelli assistenziali, a partire da quelli ospedaliero e territoriale, con particolare riferimento all'assistenza residenziale, semiresidenziale e domiciliare e con l'aggiunta di quelle prestazioni erogate in ambiti assistenziali a cavallo tra ospedale e territorio (emergenza-urgenza). Aggiornare i Lea per adeguare l'attività assistenziale alle innovazioni cliniche e tecnologiche verificatesi negli ultimi anni, in particolare nelle aree dell'assistenza specialistica e dell'assistenza protesica ai disabili, e potenziare le attività socio-sanitarie svolte a favore della popolazione non-autosufficiente e con condizioni di fragilità".
REVISIONE AGGIORNAMENTO DEL SISTEMA DI REMUNERAZIONE DELLE PRESTAZIONI SANITARIE - "Si procederà con maggiore sostegno nelle attività di affiancamento, supportando le Regioni in provvedimenti d iniziative volte a rendere più efficaci ed uniformemente distribuite sul territorio le prestazioni erogate. Proseguiranno le attività sugli accordi sui Piani di rientro dai disavanzi sanitari, che rivolgono la loro attenzione in maniera sempre più attenta e specifica al miglioramento qualitativo del servizio sanitario regionale, cui è conseguente il controllo e l'efficientamento della spesa sanitaria. Si proseguirà nell'azione strategica finalizzata al riassetto organizzativo e funzionale dell’assistenza primaria, che comporti un maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, secondo una logica di rete, in modo da consentire la presa in carico globale del paziente, costantemente nel tempo, da parte di un team multiprofessionale e multidisciplinare con competenze diversificate".
LEGGE CORNICE SULL'AUTISMO - Nel Pnr si fa infine riferimento al via libera della commissione Igiene e Sanità alla prima legge-cornice sull'autismo. "Il ddl - si legge - dedica spazio al capitolo formazione. Formazione che significa potenziare il canale scolastico prevedendo nella legislazione nazionale una preparazione ad hoc degli insegnanti di sostegno, ma anche puntare su interventi a tutto tondo, frutto di addestramenti mirati sul territorio, di un'integrazione sociosanitaria necessaria per l'attuazione della legge, della valorizzazione del volontariato e del terzo settore". 

http://www.adnkronos.com/salute/sanita/2015/04/11/giorni-caldi-per-sanita-arrivo-tagli-per-mld-nel-def-gli-obiettivi-dei-prossimi-anni_GOnjd4QPex4xqDITBquLBN.html 

il verminaio Pd distrugge la scuola pubblica

DEF

Istruzione, la spesa pubblica scenderà per i prossimi 15 anni

Lo dice il Documento di programmazione economica e finanziaria

di Valentina Santarpia


La spesa pubblica per istruzione continuerà a scendere per i prossimi quindici anni: lo dice il Def, il Documento di programmazione economica e finanziaria approvato venerdì sera dal Consiglio dei ministri. Secondo le previsioni del ministero dell’Economia, la previsione della spesa per istruzione in rapporto al Pil (prodotto interno lordo) presenta una sostanziale stabilità fino al 2016, ma solo perché i tagli («le misure di contenimento della spesa per il personale previste dalla normativa vigente») trovano compensazione nelle risorse stanziate dalla Legge di Stabilità per la riforma Renzi. Ma negli anni successivi le cose cambieranno: la spesa «mostra un andamento gradualmente decrescente che si protrae per circa un quindicennio».
L’inversione di rotta (tra 20 anni)
E prima di vedere un’inversione di rotta passerà del tempo, almeno stando alle previsioni del Def: la spesa pubblica per istruzione, che partiva dal 3,9% del Pil del 2010, passerà dal 3,7% del 2015 al 3,5% del 2020, al 3,4% del 2025, al 3,3% del 2030 e del 2035. Poi ricomincerà leggermente a salire, fino al 3,5% del 2060. Ma in realtà a partire dal 2020 la riduzione è «trainata dal calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche», quindi significa che sostanzialmente ci saranno sempre meno studenti nelle aule e la spesa calerà.
Ultima in Europa
Secondo l’Istat, l’Italia è il Paese che spende meno in istruzione rispetto agli altri Stati europei membri in rapporto al proprio Pil. Secondo l’annuario italiano pubblicato a gennaio scorso, l’Italia ha speso nel 2014 complessivamente (quindi considerando non solo le spese dirette ma anche quelle indirette, come i sussidi alle famiglie) il 4,6% del Pil, molto meno che nel resto d’Europa. Dalla Danimarca (che guida la classifica con il 7,9%) al Regno Unito, dalla Francia al Belgio, dall’Olanda alla Svezia e alla Finlandia, la spesa si attesta sopra il 6%. Anche Portogallo e Spagna fanno meglio, con il 5,5%. 

Grecia, il debito pubblico è matematicamente impossibile pagare ma gli euroimbecilli arraffano tutto il possibile

#Grexit: perché questa volta potrebbe essere vero

Fin dallo scoppio della drammatica crisi economica greca, 5 anni fa, si è paventato il rischio di una uscita del Paese dall’Europa e dall’Euro.

Senza dilungarsi sulla tristissima storia recente della Grecia, dal 2010, sono state adottate (contro)riforme durissime, che hanno portato il popolo greco alla disperazione e alla fame (spesso nel senso letterale del termine), riportando un Paese fino a pochi anni fa sviluppato e ricco a condizioni peggiori di tanti altri da noi considerati del “terzo mondo”.

Ci è stato detto che era una giusta punizione per un popolo che aveva vissuto sopra le proprie possibilità, tralasciando di dire però che per anni le istituzioni europee hanno fatto finta di non vedere gli eccessi di spesa della Grecia (a partire dalle olimpiadi del 2004) e molte banche estere (tedesche in primis) hanno persino lucrato prestando soldi alla Grecia.

Questi 5 anni di “austerity”, “Troika” e (contro)riforme sono serviti soltanto a fare sì che le banche estere che avevano investito in Grecia, salvassero i propri soldi e smobilizzassero le proprie esposizioni sul Paese.

I creditori della Grecia e le istituzioni europee, pur sapendo che il debito pubblico è matematicamente impossibile da ripagare, invece di salvare l’economia greca, hanno preferito arraffare tutto il possibile (mascherando le operazioni come “riforme” e “privatizzazioni”), esattamente come fa un qualunque strozzino.

Ci è stato detto (spesso mentendo spudoratamente) che i Greci avevano vissuto sopra le proprie possibilità, che avevano troppi benefici e che, quindi, un po’ se lo sono meritato tutto questo.



Anzi, hanno usato come monito la Grecia, per convincerci che il problema sono le pensioni, la sanità pubblica, i contratti di lavoro con qualche garanzia contro i licenziamenti, non il fatto che i politici non sono responsabili di come spendono i nostri soldi e spesso lo fanno su cose totalmente inutili e che nessun cittadino vuole (gli esempi potete farli da voi).

In Italia e altrove nell’Eurozona (cioè quei Paesi dell’Unione europea che hanno aderito all’Euro), sono state fatte simile “riforme”, da Mario Monti in poi. Di lui almeno ammiravo la limpidezza, nel senso che appariva per come era e non faceva mistero delle politiche draconiane che il suo governo era incaricato di realizzare.

Chi lo ha seguito, continua esattamente la stessa politica di aumento delle tasse e riduzione indiscriminata dei servizi pubblici, ma lo fa mentre annuncia di fare il contrario e di “cambiare verso”, con un apparato di propaganda subdolo e molto ben organizzato alle spalle (non solo nelle televisioni, ma anche nei social network).

Tornando alla Grecia, mentre avveniva tutto questo, si succedevano ad intervalli quasi regolari, centinaia di allarmi di un imminente fallimento del Paese con “conseguenze disastrose” per loro e per tutti noi. Ogni mese circa, sentivamo qualche annuncio eclatante del tipo “La Grecia ha solo X giorni dopodiché non potrà più pagare stipendi, pensioni, ecc.” al quale segue una estensione del credito effettuata nel silenzio dei media.

Seguiva il solito teatrino della “Merkel cattiva” che veniva sempre convinta in extremis dalle istituzioni europee ad “aiutare” la Grecia, in cambio soltanto di qualche modesta riforma. Non mi dilungo su quali e quante sono state queste “riforme” in Grecia e cosa hanno portato alla popolazione. E basta vedere il grafico qui sotto per capire che la Germania aveva tutto l’interesse a guadagnare tempo.



In questi giorni, sembra che stia avvenendo lo stesso “bluff”, ma ci sono alcuni elementi che mi fanno ritenere che potrebbe essere diverso questa volta e la Grecia potrebbe essere davvero “lasciata andare”.

Primo: l’emorragia di liquidità. Da mesi, i depositanti greci stanno ritirando miliardi di euro dai depositi bancari. Nessuna banca, neppure la più solida, può durare a lungo.



Secondo: già sono pronti piani precisi per il ritorno alla dracma. Già sono pronti da oltre un anno i bozzetti delle eventuali nuove dracme. Ancora più preoccupante, i tecnici del governo greco in questi giorni stanno preparando dettagliatissimi piani di azione per un eventuale ritorno alla dracma, uscita dell’Euro e nazionalizzazione delle banche, come ha riportato il Telegraph qualche giorno fa.



Terzo: le banche tedesche hanno ridotto le loro esposizioni sul debito greco. Dal primo grafico, si evince che, al momento, solo il 17% del debito pubblico greco è in mano privata, il resto è in pancia alle istituzioni internazionali ed europee. Pertanto, una eventuale uscita delle Grecia non porterebbe al tanto temuto “contagio” che si sarebbe avuto nel 2010.

Quarto: i CDS (Credit Default Swaps, cioè polizze assicurative per coprirsi dal rischio di default) della Grecia, sono salite esponenzialmente negli ultimi giorni. Questo fa pensare che nel mondo della finanza (quello che, di solito, viene a sapere prima le cose) si teme concretamente un fallimento sul debito pubblico della Grecia.



Quinto: ormai parlare di “Grexit” non è più un taboo a livello politico. Il presidente cipriota Nikos Anastasiades, solo per citare l’ultima personalità autorevole, ha dichiarato che “seppure non voglia credere a questo rischio … ha già preparato un piano per poter far fronte a questo scenario”.
L’unico forte ostacolo a questa scenario, tuttavia, verrebbe proprio da Bruxelles e Francoforte, dove da anni insistono a volerci convincere della assoluta “definitività dell Euro”, come se si trattasse di qualche fenomeno naturale al pari della legge di gravità o il teoriema di Pitagora.

Le politiche di austerità imposte alla Grecia negli ultimi 5 anni sono servite solo a far guadagnare tempo ai suoi creditori, ma per il resto il debito pubblico è aumentato e il prodotto interno lordo si è ridotto drasticamente.

Chi pagherà? Nella finanza come in ogni altro campo, nulla si crea e nulla si distrugge.
Basta guardare ai dati economici delle Grecia e dell’Area Euro per capire che si tratta oggettivamente di una situazione insostenibile. Qualcuno, prima o poi, dovrà pagare.Se la Grecia dichiarerà default, saranno i creditori a rimetterci.

Ma la storia insegna che spesso il debito pubblico (stipulato da politici corrotti e a vantaggio estero) viene fatto pagare ai cittadini, con misure di esproprio e tagli dei servizi essenziali (come fece la Romania negli anni ’70).

Al di là dell’esempio di Cipro di due anni fa, già si pensa a misure più fantasiose.
Dalla Germania propongono di congelare i conti correnti dei ricchi cittadini greci sospettati di evasione fiscale, senza alcun criterio oggettivo, praticamente solo sulla base di stereotipi..

Questa situazione, al di là dell’esito che avremo, credo vada tenuta d’occhio anche in Italia.
Commenti

Alessandro Rosanio
10 aprile 2015

i risparmiatori correntisti pagheranno i magheggi dei banchieri senza controllo

Austria non garantirà più depositi bancari. Fallimenti? Addio risparmi di una vita
di: Laura Naka Antonelli | Pubblicato il 09 aprile 2015

Entra in vigore il regime del "bail in". Occhio alla mappa: le banche più sicure e l'Italia al 4° posto tra paesi a rischio per i correntisti.
Il grafico mostra i paesi che rischiano più di tutto il bail in. Da notare al primo posto la Grecia, e al quarto l'Italia.

Il grafico mostra i paesi che rischiano più di tutto il bail in. Da notare al primo posto la Grecia, e al quarto l'Italia.
ROMA (WSI) - In Austria, a partire da luglio, entrerà ufficialmente in vigore il regime del "bail in", ovvero quella situazione in cui sono i creditori ad accollarsi le perdite di un eventuale crack di una banca o di una corsa agli sportelli.

La decisione era già stata in qualche modo anticipata con la notizia del buco monstre della bad bank di Hypo Alpe Adria. In quell'occasione, il ministero austriaco delle finanze aveva ricordato che, sulla base della nuova normativa, i creditori possono essere di fatto costretti a contribuire alle perdite, in modo tale che i contribuenti non debbano accollarsi l'intero peso.

Detto più semplicemente: avete depositato i vostri risparmi in una banca che poi fallisce? Amen, lo stato non vi garantirà più. Sarete voi stessi a essere chiamati in causa.

L'annuncio forte è arrivato oggi: l'Austria non garantirà più i depositi bancari; lo stato eliminerà insomma le garanzie finora assicurate ai depositi bancari, dopo aver ricevuto il via libera dall'Unione europea. D'altronde, la nuova legislazione sul bail in è stata approvata dalla stessa Ue due anni fa. Ed è molto probabile che l'Austria dia il via a un trend che si espanderà poi non solo in Europa, ma anche in altri paesi del mondo.

Il rischio è talmente concreto che il sito Goldcore ha presentato un grafico, elencando i paesi che corrono il pericolo di vedere introdotto il tanto temuto regime (quello in cui i correntisti rischiano di perdere i loro depositi nel caso di crack della banca dove sono custoditi i loro risparmi).

Al primo posto c'è la Grecia; seguono Portogallo e Spagna. Al quarto posto l'Italia; poi Francia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone.

Il grafico elenca anche le aree geografiche in cui le banche sono più sicure: palma d'oro alla Svizzera; seguono Germania, Singapore, Canada, Australia, Norvegia, Olanda, Hong Kong.

Tornando al caso Austria, ecco come cambieranno le cose: al momento, gli austriaci hanno depositi garantiti fino a un valore di 100.000 euro; esattamente, la prima metà dalla banca, la seconda dallo stato. Le cose cambieranno a partire da luglio, quando lo Stato non garantirà più i depositi.

Di conseguenza, le banche, per far fronte all'eventualità di buchi di bilancio, dovranno creare un fondo speciale di assicurazione per i depositi bancari. Una volta costituito, il fondo sarà rimpinguato gradualmente nel corso dei successivi dieci anni, arrivando a un valore di 1,5 miliardi di euro.

In caso di fallimento di una grande banca nel periodo precedente, la legislazione permetterà al fondo di contrarre prestiti all'estero sebbene, stando alla fonte che ha riportato la notizia, Die Presse, non sia chiaro chi fornirà i finanziamenti e sulla base di quali termini.

In ogni caso, è chiaro che anche se il fondo fosse alla fine dotato dei finanziamenti previsti, il suo aiuto sarebbe ridicolo. L'ammontare di 1,5 miliardi di euro si confermerebbe infatti inadeguato a salvare i correntisti dal fallimento di una banca. La cifra rappresenta appena lo 0,8% dei depositi totali in Austria.

Die Presse cita l'esempio di Bank Corp in Bulgaria. Quando la banca fallì, aveva depositi per 1,8 miliardi di euro; ma sul fondo di assicurazione sui depositi, era presente solo 1 miliardo di euro.

Torna alla mente la dichiarazione del ministro delle finanze irlandese Michael Noonan che, il 27 giugno del 2013, affermò: "il bail in è ora la regola". Noonan definì rivoluzionaria la decisione di non considerare più i depositi sacrosanti.

Ben presto anche i depositi di altre banche dell'Unione europea potrebbero non essere più al sicuro.

Il giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten scrive: "i correntisti dovranno effettuare ricerche in modo attento sulla situazione della banca in cui decideranno di parcheggiare i loro risparmi". Con l'ammissione: peccato che "questo compito sia estremamente difficile, causa i comunicati finanziari poco chiari e la complessità delle interdipendenze nel sistema bancario". (Lna)


venerdì 10 aprile 2015

Gli Houthi non hanno mai compiuto atti terroristici contrariamente ad Arabia Saudita e Qatar che li promuovono


La lettera. Non solo Yemen, ecco tutti i crimini dell’Arabia Saudita in M.O.

naft-789748
Rafa Khalaf, cittadino svedese di origine mediorientale, ha scritto al ministro degli esteri della Svezia dopo che quel paese ha rotto i rapporti militari con il regno dell’Arabia saudita.
Gentile Ministro,
sono molto preoccupato e addolorato per quanto accade in Medioriente, e per come questo possa colpire noi anche qui, in Svezia. Sono un cittadino come tanti altri. Sono lieto di aver messo insieme, nella mia storia personale, il Medioriente “arabo” e la Svezia “europea”.
Le scrivo a proposito del regno dell’Arabia saudita, anche sulla base della mia possibilità di un rapporto diretto con il mondo arabo grazie alla mia madrelingua. Richiamo qui alcuni fatti, in riferimento in particolare a Yemen e Siria:
  • I ribelli Houthi dello Yemen, attualmente bombardati dall’Arabia saudita con il concorso di altri paesi e con un grave bilancio di vittime civili, non hanno mai compiuto atti terroristici né hanno mai rapito persone a scopo di riscatto, e negli anni scorsi hanno sempre combattuto contro i gruppi di Al Qaeda in azione in Yemen, i quali attualmente risultano avvantaggiati dai bombardamenti aerei sauditi;
  • L’Arabia saudita, fra altri, sostiene in molti modi gruppi armati dell’opposizione in Siria, da anni
  • Arabia saudita e Qatar nel 2011 hanno partecipato direttamente alla distruzione della Libia
  • Arabia saudita e altre monarchie del Golfo hanno provocato, con i loro finanziamenti, la crescita di Al Qaeda in Afghanistan
  • Arabia Saudita e Qatar hanno sostenuto attivamente gruppi estremisti in Iraq
  • L’Arabia saudita ha un sistema legale che discrimina pesantemente le donne e tutti quelli che non abbracciano la sua visione dell’Islam.
Sulla base di questi fatti, possiamo vedere che Arabia saudita e Qatar alla fine hanno promosso l’Isis (Daesh, come si dice nei paesi arabi) e al Qaeda in Iraq, Libia e Yemen. Oggi possiamo vedere che l’Arabia saudita non smetterà di bombardare lo Yemen finché i suoi agenti non lo controlleranno nuovamente. Lo stesso vale per la Siria. Ma cos’è successo in Libia quando agenti locali dei petromonarchi sono arrivati a controllare Tripoli?
MI soffermo anche sul numero di rifugiati nel prima e dopo queste operazioni. E’ questo che vogliamo? Più rifugiati, più morti e distruzioni? Anche France e Gran bretagna hanno sostenuto e aiutato negli anni scorsi l’Arabia saudita e il Qatar a portare avanti i loro piani, e quindi anche questi paesi europei hanno aiutato al Qaeda e Daesh…Oggi continuano in Yemen.
Ma la Svezia si è distinta: perché di recente ha coraggiosamente affermato che i sauditi sono un regno antiumanitario.
Mi permetto dunque di suggerire alla Svezia quanto segue:
  • Che si ritorni a normali rapporti politici, economici e diplomatici on la Siria, come ha fatto la Tunisia giorni fa;
  • Discutere con esperti di Medioriente in sede di Parlamento europeo rispetto al ruolo delle monarchie del Golfo;
  • Insieme alla Germania, fare pressione sull’Arabia saudita così da essere un esempio per altri paesi che finora si sono rifugiati nell’impunità;
  • Il porto di passaggio del terrorismo verso l’Europa sarà soprattutto la Turchia. Suggerisco di insistere con quel paese affinché cambi la sua politica e rescinda i legami con i fondamentalisti ed estremisti, i quali stanno costruendo là i propri nidi in attesa che Ankara entri nell’Unione europea per spargere il loro veleno nel corpo del continente. Per controllare queste presenze in Turchia occorre smettere di sostenere i “ribelli” in Siria.
La libertà è il più importante dei diritti umani. Sono una persona comune in Svezia e sono felice di godere di questa libertà. Ma non dovremmo interferire con sistemi stabili altrove a meno di essere sicuri che non provocheremo danni. E che non aiuteremo al Qaeda e Daesh e l’Arabia saudita. Sappiamo tutti che nel regno saudita decapitare teste e mozzare mani è legale. Una mia amica ha detto che l’Arabia saudita e gli altri del Golfo sono la vergogna del mondo arabo. Io direi che sono la vergogna del mondo intero, se permettiamo questi sistemi violente e disumane…
Rafa Khalaf, cittadino svedese di origine mediorientale

http://spondasud.it/2015/04/la-lettera-non-solo-yemen-ecco-tutti-i-crimini-dellarabia-saudita-in-m-o-8436

Turkish Stream, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria dicono si, gli euroimbecilli tra cui gli italiani, al palo

  Le garanzie di fornitura stabile di gas russo sono importantissime per l`Europa
In Europa sta nascendo una coalizone a sostegno di Gazprom
© Sputnik. Ramil Sitdikov
14:24 09.04.2015(aggiornato 11:04 10.04.2015) URL abbreviato
1064160
“Turkish Stream”: 5 paesi confermano il loro interesse
In Europa sta nascendo una nuova coalizione a sostegno di Gazprom. Dopo l'insuccesso del gasdotto South Stream, orchestrato dai dirigeni UE e dagli Stati Uniti, i paesi che potenzialmente potrebbero partecipare al progetto alternativo del gasdotto Turkish Stream (Grecia, Serbia, Macedonia, Ungheria e Turchia) hanno deciso di elaborare in anticipo una posizione consolidata. Secondo i dati del quotidiano russo "Kommersant", a questo gruppo potrebbe unirsi anche l'Austria.
Pochi giorni fa a Budapest si è tenuto un incontro dei ministri degli Esteri di Grecia, Serbia, Macedonia, Ungheria e Turchia, nel corso del quale si è parlato della loro partecipazone al nuovo progetto di Gazprom. In qualità di osservatore all'incontro era presente anche un rappresentante della Commissione europea. Alla fine dell'incontro è stata firmata una dichiarazione che promuove cooperazione volta a creare un canale "economicamente motivato" per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e delle rotte di transito di metano dalla Turchia verso l'Europa.
In tal modo, le parti hanno praticamente confermato la loro intenzione di partecipare al progetto sulla base della rotta annunciata dal presidente Putin nel corso della sua visita in Ungheria, e cioè dalla Russia attraverso il mar Nero in Turchia e poi fino all'hub di Baumgarten in Austria. Il nuovo progetto nasce come alternativa a South Stream, al quale Gazprom ha rinunciato in dicembre scorso. Questa decisione è stata presa a seguito di opposizione da parte della Commissione europea che, insieme a Washington, esercitava una fortissima pressione sui paesi che avevano aderito al progetto, in particolare sulla Bulgaria. Per quanto riguarda le condizioni di partecipazione al nuovo progetto di Gazprom, ogni paese le dovrà concordare separatamente.
Una fonte del ministero degli Esteri di Budapest ha spiegato a "Kommersant" che gli incontri dei 5 paesi saranno regolari e che è stato deciso di creare un gruppo per lo sviluppo dell'infrastruttura per il trasporto di gas. Il gruppo sarà responsabile anche di questioni relative a investimenti, prezzi, fonti di gas e accesso di terzi all'infrastruttura. Il nuovo ministeriale è programmato nel mese di luglio, me le trattative bilaterali cominceranno prima.
La prima ad avviarle sarà la Grecia: quello del gas potrebbe essere uno dei temi chiave delle trattative nell'ambito della visita in Russia del premier greco Alexis Tsipras.
Se le parti riescono a raggiungere accordo sulla costruzione del tratto terrestre del gasdotto, Gazprom potrà effettuare le forniture aggirando l'Ucraina, ma senza serie modifiche dei contratti con i suoi consumatori in Europa. Quello che conta però non sono soltanto i contratti. Nelle condizioni del conflitto con l'Occidente per la Russia è importante avere un rapporto speciale con Ungheria, Grecia (già membri dell'Unione Europea), Macedonia, Serbia e Turchia, che sono candidati, perché proprio questi paesi cercano di essere indipendenti da Bruxelles nella loro politica e non solo nel problema del gas russo. A questo nuovo gruppo di sostenitori del progetto russo potrebbe aderire anche l'Austria. Rainer Seele, che per 5 anni ha guidato Wintershall ed è conosciuto come "grande amico della Russia e di Gazprom", da poco è diventato amministratore delegato dell'austriaca OMV.
Uno dei problemi più difficili che la nuova coalizione dovrà risolvere riguarda il finanziamento del progetto. Nel caso di South Stream la logica era diversa: la società russa doveva finanziare da sola il progetto, costruire la pipeline ed gestirla. Oggi però per Gazprom è difficile attingere alle risorse delle banche occidentali e, per giunta, la legge europea impone l'obbligo di separazione delle funzioni di trasportatore e di fornitore.
Secondo il "Kommersant", per finanziare il progetto Gazprom sta discutendo la possibilità di creare un consorzio europeo. 

i ricchi continuano a togliere ai poveri vogliono spolparli fino alla morte

La fine della sovranità

di Luca Bagatin
10 aprile 2015 POLITICA
 
Come siamo arrivati alla crisi economica globale ? Come siamo arrivati a perdere potere d'acquisto ? Come siamo arrivati ad essere spremuti come limoni da Stati europei che hanno, conseguentemente,  ridotto drasticamente il welfare, i servizi pubblici e privatizzato indiscrimente? Come siamo arrivati, dunque, a perdere la nostra sovranità nazionale in favore di un'economia globalizzata, governata da lobby, multinazionali e sistema bancario ? Alain De Benoist, scrittore, filosofo ed intellettuale francese dei nostri giorni ce lo spiega in un bellissimo ed agile saggio che andrebbe letto da ogni cittadino e da ogni personalità politica intellettualmente onesta, pubblicato in Italia da Arianna Editrice con introduzione di Eduardo Zarelli e dal significativo titolo: “La fine della sovranità – Come la dittatura del denaro toglie potere ai popoli”.
De Benoist ci spiega che la fine del mondo è avvenuta. Pressoché senza che ce ne rendessimo conto, spalmata su più decenni. Nel “vecchio mondo” i bambini sapevano leggere e scrivere, venivano ammirati gli eroi e non le vittime, la politica non era ancora al servizio dell'economia e vi erano frontiere che garantivano ai popoli di vivere tranquillamente, all'interno di una società che conoscevano. Il “nuovo mondo”, diversamente, ha spazzato via tutto. E' diventato liquido, in nome dell'ideologia del danaro, del capitalismo, del libero-scambismo, dell'ideologia del desiderio – ovvero dell'egoismo - e, nei fatti, ha reso schiavi i popoli e li ha omologati. Un mondo osannato sia da quella che De Benoist definisce la “destra finanziaria” che dalla “sinistra multiculturale”, che si regge su quella che è definita la governance, ovvero una sorta di cesarismo finanziario che governa i popoli tenendoli in disparte rispetto a qualsiasi decisione democratica e civile.
E' così che, l'Europa, sotto la spinta delle politiche di austerità, sta scivolando nella recessione, con un costante aumento della disoccupazione e l'altrettanto costante smantellamento dei servizi pubblici ed il conseguente crollo del potere d'acquisto delle persone, che, sempre più, stanno scivolando nella povertà. Alain De Benoist, profondo critico del capitalismo, spiega nel suo saggio come un tempo l'internazionalizzazione degli scambi commerciali non ha mai implicato l'integrazione delle diverse comunità umane in un'unica società di mercato. Le merci potevano circolare liberamente, ma ciò non ha mai impedito ai singoli Stati di esistere.
Attualmente, invece, assistiamo sia all'esportazione di capitali attraverso investimenti all'estero, sia al fenomeno della delocalizzazione delle imprese, che sfruttano manodopera a basso costo in Paesi ove è più conveniente reperirla - o che magari hanno legislazioni meno restrittive in materia ambientale - , causando pertanto disoccupazione ove la manodopera è ritenuta più costosa e danni all'ambiente e all'ecosistema. Il capitalismo speculativo e finanziario, dunque, ha preso il posto del capitalismo industriale e di mercato e pertanto, siamo completamente sottomessi alla logica del profitto e l'economia, di fatto, governa sulla politica e sui cittadini.
La globalizzazione o, come la definisce De Benoist, la mondializzazione, volendo integrare il mercato locale in un grande mercato planetario, ha soppresso ogni misura protezionistica, a tutto svantaggio, peraltro, delle colture e dei prodotti tipici locali, impoverendone i produttori e costringendoli a chiudere le loro imprese. La globalizzazione, dunque, il cui processo è diventato inarrestabile nel corso degli Anni '80 e '90, non consiste più tanto in scambi commerciali, quanto piuttosto nella circolazione mondiale dei capitali. Il reddito finanziario diventa così ben più importante rispetto alla funzione produttiva e così i mercati si distaccano totalmente dalla produzione reale di beni e servizi e, come spiega ottimamente De Benoist, l'impennata dei dividendi degli azionisti in borsa impone che i salari dei lavoratori diminuiscano, pur in presenza di un'elevata produttività del lavoro! I veri perdenti della globalizzazione, dunque, sono i cittadini. Sino a qualche decennio fa la politica degli Stati si fondava su tre pilastri: sovranità economica, sovranità militare e sovranità culturale. Oggi non è decisamente più così.
E' così che i sostenitori della globalizzazione e del capitalismo hanno trovato il sistema per porre gli Stati al loro servizio attraverso l'indebitamento dei medesimi con il sistema bancario privato e, a loro volta, gli Stati si sono messi al servizio dei mercati finanziari e delle agenzie di valutazione, al fine di rendersi più “appetibili” nei confronti degli investitori privati. E' così che la gran parte degli Stati europei, dagli Anni '90, ha iniziato un'attività di privatizzazione selvaggia, indiscriminata e spesso di svendita e di regalìa. I politici che alle privatizzazioni si opponevano, del resto - come Bettino Craxi in Italia - sappiamo bene come sono stati liquidati (sic !). I mercati, poi, sono stati ulteriormente deregolamentati ed il welfare state è stato ridotto all'osso, così come sono stati ridotti all'osso i bilanci di scuola, ricerca e santità e la legislazione sul lavoro è stata resa sempre più flessibile, ad uso e consumo del capitale e dell'oligarchia finanziaria.
La scuola, come scrive De Benoist nel suo saggio, è stata trasformata – da luogo di cultura e formazione – in luogo di prestazione di servizi e anticamera del lavoro. Conseguentemente gli Stati hanno iniziato a rinunciare alla loro sovranità giuridica affidandosi ad organismi internazionali; alla loro sovranità finanziaria affidandosi, come già detto, alle banche private ed infine hanno riununciato alla loro sovranità di bilancio affidandosi alla Commissione europea, oggi Unione europea. L'unico ambito nel quale gli Stati non hanno ceduto sovranità e, anzi, hanno investito, è la cosiddetta “lotta al terrorismo” (sic !). Diversamente da quanto sostenuto dai neo-liberali e dai capitalisti, l'arricchimento da parte di tutti i Paesi, la riduzione delle ineguaglianze e l'arricchimento di tutte le economie non c'è stato. Anzi.
La povertà, l'ineguaglianza e l'esclusione sociale è aumentata a dismisura e oggi il 10% delle persone controlla controlla l'85% delle ricchezze mondiali ! L'esperienza dimostra, infatti, che è un'elevata protezione sociale e non politiche di austerità che favoriscono l'espansione economica. Ovvero l'esatto opposto di quanto sta avvenendo ora nella quasi totalità degli Stati d'Europa. Venendo alla questione del debito pubblico, Alain De Benoist dedica un'intero capitolo alla questione. Innanzitutto ci spiega a chi dobbiamo pagare questo debito, ovvero alle banche private, alle assicurazioni, ai mercati finanziari ed ai fondi pensionistici. Gli istituti finanziari, poi, a loro volta, scambiano il debito che hanno “acquistato” in prodotti finanziari per poter speculare a loro volta sui mercati.
Il debito di ogni Stato europeo è, pertanto, in mano ad azionisti privati stranieri ! Come se non bastasse gli Stati europei, fra il 2008 ed il 2009, hanno malauguratamente deciso di salvare le banche dal fallimento e, pertanto, hanno dovuto a loro volta contrarre prestiti sui mercati finanziari, aumentando così il loro già elevato debito pubblico ! Come se non bastasse, le banche salvate, si sono trovate così creditrici nei confronti dei propri Stati-salvatori. Il cosiddetto “cane che si morde la coda”, insomma ! Fra la fine degli Anni '40 e la metà degli Anni '70, anche le famiglie si sono indebitate a dismisura con le banche private, attraverso l'accensione di mutui per l'acquisto di immobili...sino a che si è giunti al 2007 allorquando le famiglie statunitensi – incapaci di risparmiare - non sono più state in grado di restituire i prestiti che avevano contratto. Ecco l'inizio della crisi globale. Si consideri, poi, che dalla metà degli Anni '70, negli USA, non è stato più possibile convertire le monete in oro e ciò ha favorito la creazione di moneta sostanzialmente virtuale e, dunque, non più legata ad un valore reale.
Per quanto riguarda gli Stati europei possiamo dire che la gran parte dei debiti pubblici si trova nei conti correnti delle banche private, non essendo peraltro possibile alla Banca Centrale Europea prestare danaro agli Stati. Le banche private, invece, possono continuare a chiedere prestiti alla BCE a un tasso ridicolo dell'1%, per poi prestarlo agli Stati ad un tasso che va dal 3,5% al 7%. Se non è un vero imbroglio legalizzato a tutto vantaggio del capitalismo finanziario questo !!!! Va da sé, dunque, che il debito pubblico degli Stati – con tanto di interessi - sia impagabile, per quanto gli Stati medesimi ci stiano imponendo assurde, inutili e dannose misure dittatoriali di austerità, con aumenti delle imposte dirette e indirette, con lo smantellamento dei servizi pubblici, con riduzioni del bilancio di settori chiave dell'economia nazionale, con politiche di flessibilità del lavoro.
L'effetto, dunque, è che la crisi economica, anziché arrestarsi, finisce per aggraversi ogni giorno di più, con conseguente disoccupazione, perdita del potere d'acquisto e suicidi sempre più in aumento. Il capitalismo finanziario, dunque, non va sottovalutato e si sta rivelando la peggiore e più pericolosa delle dittature che l'Europa abbia mai subìto. Quali le soluzioni suggerite da Alain De Benoist? La BCE dovrebbe avere la possibilità di prestare danaro agli Stati o, meglio ancora, il debito pubblico andrebbe cancellato, ma ciò sarebbe possibile solo se tutti gli Stati fossero d'accordo nel chiederne la cancellazione. Come se non bastasse, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), istituito nel 2012, stabilisce che ogni Stato membro deve contribuire in ragione del proprio PIL ad aumentare il capitale inizialmente fissato in 80 miliardi di euro, sino ad aumentarlo progressivamente a 700 miliardi di euro e, lo Stato contravvenente, potrà essere processato dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea! Va da sé che gli Stati dell'UE hanno completamente perduto ogni sovranità e che i Parlamenti dei medesimi hanno solo formalmente la possibilità di dibattere sugli orientamenti di bilancio e sulla messa in opera.
Alain De Benoist spiega che l'uscita dall'euro potrebbe essere una soluzione, in quanto permetterebbe la svalutazione delle monete nazionali, ma avrà senso ed efficacia solo se tutti i Paesi decideranno, di concerto, di uscirvi. Oltre a tale misura – per uscire dalla dittatura del capitalismo finanziario e dei meccanismi dell'UE - andrebbe applicato un protezionismo europeo e nazionalizzate le banche, socializzando il credito. Nel saggio “Le fine della sovranità”, De Benoist mette inoltre in guardia i lettori ed i cittadini tutti di fronte all'istituzione del “Grande Mercato Transatlantico” (TTIP, martelun) che di fatto ingloberà l'Europa nel mercato statunitense, con immensi svantaggi per i nostri mercati, le produzioni locali, l'ambiente, i diritti dei lavoratori.
“La fine della sovranità” è dunque un testo di Resistenza. Un saggio per menti pensanti che desiderano resistere ad una nuova dittatura che, questa volta, ha il volto “rassicurante” dello speculatore finanziario, del governatore europeo, del banchiere, del politico che si è fatto corrompere. Un testo agile per chi vuole capire e non vuole farsi inglobare all'interno di un mercato che non ha scelto; da logiche che altri - nei salotti buoni di Bruxelles o di Washington - hanno stabilito per lui.

http://www.opinione.it/politica/2015/04/10/bagatin_politica-10-04.aspx