Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 aprile 2015

Il Pd vuole far arricchire i padroni con il lavoro a gratis, una volta si dava almeno il pane...







 “Il lavoro si paga”. Fiorella Mannoia mette in riga il ministro. Ministero convoca Cremaschi
 “Il lavoro si paga”. Fiorella Mannoia mette in riga il ministro. Ministero convoca Cremaschi

L'operazione ideologica dei Renzi boys tesa a legittimare l'uso del lavoro gratuito sta incontrando – per fortuna – le dovute resistenze sul suo cammino. Ultima in ordine di tempo è la cantante Fiorella Mannoia che con sintesi ed efficacia ha dato il benservito al ministro Poletti che continua a vaticinare le opportunità del lavoro gratuito, all'Expo di Milano ma non solo. "La gente lavora tutta la vita, se ha la fortuna di trovarne uno, va in pensione a 67 anni che sono parenti prossimi di 70 e se è fortunato avrà una pensione da fame dopo aver speso tutto il tempo di una vita a pagare mutui, rate, bollette, tasse", ha scritto sulla sua pagina fb la cantante commentando le dichiarazioni del ministro del Lavoro Poletti al tg di Sky. "Ora - continua Fiorella Mannoia - volete rubare anche il tempo dell'adolescenza. Ma andate a lavorare voi che da una vita vivete con lauti stipendi pagati da noi. Andateci voi a fare volontariato. Il lavoro si paga!". Un ragionamento che non fa una grinza quello di Fiorella Mannoia, una artista che apprezziamo come tale ma anche per le sue incursioni nell'agenda politica.
Ma sulla strada dei sostenitori della bontà del lavoro gratuito ci sono anche altri ostacoli. Giovedi mattina infatti la sezione territoriale di Milano del Ministero del Lavoro ha convocato Giorgio Cremaschi e gli altri firmatari dell'esposto presentato la settimana scorsa dal Forum Diritti Lavoro contro il ricorso al lavoro gratuito all'Expo.
Infine segnaliamo una interessante inchiesta pubblicata oggi su Il Fatto, relativa all'uso e all'abuso dei voucher per pagare i giovani lavoratori da parte dei datori di lavoro. Il ricorso a questo strumento è praticamente esploso tra il 2012 e il 2013 e ancora più negli anni successivi. “Sempre più assistiamo al dilagare di voucher e stage nel settore del commercio” denuncia ad esempio la Filcams “Si tratta di una deriva pericolosa che erode posti di lavoro senza crearne di nuovi, ma aumentando il precariato. Perché i voucher e gli stage vengono a sostituire l’assunzione e i normali contratto di lavoro”.
Si conferma cos' che il Jobs Act non ha affatto cancellato le forme dello sfruttamento creativo della manodopera nel nostro paese. Il Jobs act non serve infatti a creare lavoro ma a pagare di meno e rendere più precario quello che c'è già. E proprio ai nefasti effetti del Jobs Act è è dedicato il convegno promosso dal Forum Diritti Lavoro a Roma venerdi 17 aprile (a partire dalle 10.00 nella sala di via Galilei 56).

http://contropiano.org/politica/item/30231-il-lavoro-si-paga-fiorella-mannoia-mette-in-riga-il-ministro-ministero-convoca-cremaschi

Turkish Stream, la giusta risposta della Grecia agli euroimbecilli

TempoReale

Grecia-Russia, l'accordo per il Turkish Stream potrebbe essere firmato nei prossimi giorni

Grecia-Russia, l'accordo per il Turkish Stream potrebbe essere firmato nei prossimi giorni


La Grecia e la Russia stanno lavorando a un memorandum d'intesa per la costruzione del Turkish Stream e l'accordo potrebbe essere siglato entro la prossima settimana.
Lo ha affermato, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Ana-Mpa, una fonte citando il ministro dell'Energia greco Panagiotis Lafazanis.
Il nuovo condotto, che dovrebbe portare le forniture di gas russo in Turchia e nel Sud Europa, entrerà in funzione a dicembre 2016 e il costo stimato è di 2 miliardi di euro, scrive Ana-Mpa.
 I lavori, scrive l'agenzia, dovrebbero essere condotti da costruttori privati ed essere pienamente in regola con la legislazione europea in materia.

http://www.italiaoggi.it/news/dettaglio_news.asp?id=201504171009412516&chkAgenzie=ITALIAOGGI 

ipocrisia all'ennesima potenza, la Grande Guerra fu causata dalla lotta tra le borghesie-capitalistiche su come spartirsi le colonie, come depredare l'Africa

LA STORIA CONTEMPORANEA
dalla prima guerra mondiale ad oggi

LE CAUSE DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

I FATTI - I TRATTATI - IL DOPOGUERRA

SPARTIZIONE DELL'IMPERO OTTOMANO

L'INGRESSO DEGLI STATI UNITI IN MEDIORIENTE

Dal Congresso di Vienna...

Dopo la caduta dell’impero napoleonico, il cui obiettivo era stato quello d’imporre con la forza i valori democratico-borghesi della rivoluzione francese, i vincitori ridisegnarono, col Congresso di Vienna (1815), l’assetto dell’Europa per restaurarvi l’assolutismo monarchico basato sul predominio dell’aristocrazia terriera.

A est della Francia vennero creati degli Stati cuscinetto per arginarla: Paesi Bassi (Belgio e Olanda), Confederazione svizzera, Confederazione germanica (39 staterelli sotto il dominio austriaco), Regno di Sardegna (Piemonte, Sardegna, Liguria e Savoia).

Al Congresso si creò anche la Santa Alleanza tra Austria Russia e Prussia, cui più tardi aderirà anche l’Inghilterra. Il fine era quello di reprimere in tutta Europa qualunque tentativo di modificare l’assetto stabilito al Congresso.

In realtà il Congresso riuscì solo a rallentare la crescita borghese e capitalistica dell’Europa. Infatti sin dal 1820-21 cominciano a crearsi le prime società segrete della borghesia, con finalità cospirative. L’attività di queste società veniva ovunque duramente repressa, ma a volte i sovrani erano indotti a concedere una Costituzione parlamentare, per quanto con poteri molto limitati.

Intanto in America latina e nell’impero ottomano scoppiarono moti rivoluzionari: nella prima contro i colonialisti spagnoli; nel secondo le popolazioni balcaniche (Grecia, Bulgaria, Romania, Serbia ecc.) volevano rendersi indipendenti dai turchi e venivano aiutate dalla Russia, col pretesto ch’erano prevalentemente di religione ortodossa, ma in realtà perché gli zar da tempo speravano di avere uno sbocco sul Mediterraneo. La dottrina della Santa Alleanza in questi territori non ebbe alcun effetto.

Gran Bretagna e Stati Uniti si sviluppavano enormemente a livello industriale-capitalistico grazie al progresso tecnico-scientifico. In questi paesi nascono i primi movimenti operai e sindacali.

L’Italia non sopportava più di stare sotto l’Austria (centro-nord), i Borboni (sud) e la Chiesa, che frenavano lo sviluppo borghese.

Il primo importante intellettuale che prepara un progetto insurrezionale nazionale è Mazzini. Tutti i suoi moti però furono fallimentari, poiché egli non riponeva fiducia nelle classi operaie e contadine ma solo in quelle borghesi.

L’anno cruciale delle rivoluzioni borghese-operaie contro i sovrani assolutisti e le classi aristocratiche fu il 1848: in Francia, in Germania, in Austria… In Italia scoppia addirittura la prima guerra d’indipendenza contro l’Austria, favorita dal regno sabaudo.

Tuttavia la reazione assolutista ha la meglio e tutte le rivolte vengono represse.

Il primo ministro piemontese, Cavour, pensò allora di chiedere aiuto alla Francia per liberarsi dell’Austria e, per dimostrare le sue intenzioni, inviò un contingente armato a sostegno dei francesi nella guerra di Crimea (1854).

In questa guerra Francia e Inghilterra impedirono alla Russia di vincere la Turchia, perché temevano che i russi potessero entrare nel Mediterraneo. Quella guerra fu una crepa nel trattato della Santa Alleanza.

Nella seconda guerra d’indipendenza, mentre la Francia stava vincendo l’Austria in Italia, improvvisamente i due paesi preferirono scendere a patti e con l’armistizio di Villafranca (1859) l’Austria cede la Lombardia al Piemonte ma si tiene tutto il resto.

Dalla grande delusione di Cavour nasce il progetto di Garibaldi di realizzare l’unificazione senza l’aiuto di un paese straniero. Di qui l’impresa dei Mille garibaldini che partono dalla Liguria, diretti in Sicilia, intenzionati a cacciare i Borboni da tutto il Mezzogiorno con l’aiuto delle popolazioni locali.

Garibaldi consegna la liberazione del Mezzogiorno ai piemontesi, senza porre condizioni politiche, e nel 1861 Vittorio Emanuele II di Savoia viene proclamato re d’Italia.

A questo punto i problemi da risolvere erano: come cacciare gli Austriaci dal Veneto; come risolvere la “questione romana” (togliere il potere temporale alla chiesa); come risolvere la “questione meridionale” (il sud non era ancora industrializzato e il capitalismo del triangolo industriale voleva un mercato unico nazionale).

Gli austriaci furono cacciati con la terza guerra d’indipendenza (1866), anche se rimase loro il Trentino; lo Stato della chiesa fu sconfitto con la breccia di Porta Pia (1870); al sud s’impose il capitalismo con la forza, il che determinò la nascita del brigantaggio, sconfitto il quale si formò un’emigrazione contadina di massa verso il nord d’Italia, il nord Europa e gli Stati Uniti.

L’Italia era riuscita a sconfiggere l’Austria perché aveva concertato con la Prussia un attacco simultaneo. Anche la Prussia riusciva a creare uno Stato unitario molto grande. Il Reich (impero tedesco) del 1871 era in grado di sconfiggere a Sedan i francesi e di avere a est i suoi confini con la Russia.

Francesi e tedeschi si trovarono tuttavia uniti quando si trattò di eliminare la Comune operaia di Parigi nel 1871.

Alla fine dell’Ottocento si verificano due fenomeni molto importanti: la seconda rivoluzione industriale, che dà a Inghilterra, Francia, Stati Uniti un predominio tecno-scientifico mondiale; e l’imperialismo, con cui le potenze occidentali si spartiscono il mondo intero.

Ormai le potenze del vecchio assolutismo feudale stanno uscendo dalla storia: l’impero austro-ungarico, che vorrebbe dominare i Balcani al posto della Turchia ma non è in grado di farlo (la dichiarazione di guerra alla Serbia, che farà scoppiare la I guerra mondiale, segnerà la sua fine definitiva); l’impero russo zarista, che viene sconfitto per la prima volta da una potenza molto più piccola: il Giappone (1905) e che nel 1917 verrà sconfitto da una rivoluzione interna, quella bolscevica; l’impero turco, su cui tutti vogliono mettere le mani, non è in grado di impedire l’indipendenza dei paesi balcanici, né di conservare i territori in Africa (Egitto, Libia) e non sarà in grado d’impedire durante la I guerra mondiale l’indipendenza dei paesi arabi del Medioriente, aiutati da Francia e Inghilterra.

Dal 1870 al 1914 si sviluppa la rivoluzione industriale e l’imperialismo, ma due potenze europee, essendo partite tardi nel loro processo di unificazione nazionale borghese, avvertono di avere bisogno di più colonie per svilupparsi in senso capitalistico: la Germania e l’Italia (in oriente il Giappone).

... alla Prima Guerra Mondiale

All'origine della I guerra mondiale vi è un forte contrasto imperialistico (dominio economico mondiale attraverso la conquista di colonie) tra Germania, da un lato, e Francia-Inghilterra dall'altro. E vi è anche il tentativo dei vecchi imperi feudali di non lasciarsi travolgere dalle nuove forze democratico-borghesi che al loro interno vanno emergendo, senza considerare che negli stessi paesi capitalistici si stanno formando forze chiaramente di tipo socialista, che destano vive preoccupazioni in tutti i governi in carica.

La Germania si era costituita come nazione capitalistica dopo la sconfitta di Sedan inflitta alla Francia nel 1870 (guerra franco-prussiana): la propria unificazione nazionale era avvenuta sotto l'egemonia della Prussia, uno dei suoi 25 Stati (lander). L'Impero tedesco fu proclamato nel 1871 e Guglielmo I ne fu l'imperatore.

Gli Stati della Germania erano presieduti da un governo centrale: il cancelliere (Bismarck), l'imperatore e lo stato maggiore, che disponevano di tutti i poteri, in quanto il parlamento non esercitava alcun vero controllo. Poi vi era il consiglio federale, costituito dai rappresentanti degli Stati, anch'esso con poteri molto limitati.

Bismarck realizzò un'intesa di tipo conservatore, tra le classi dominanti di quel periodo: gli junker (aristocrazia agraria, che occupava posti di rilievo nell'esercito e nella pubblica amministrazione) e gli industriali. Tale alleanza si era consolidata grazie all'esito favorevole della guerra contro la Francia e al raggiungimento dell'unità nazionale.

Bismarck condusse una politica repressiva nei confronti della classe operaia e del partito socialdemocratico che la rappresentava, impedendo che si emanassero leggi a favore della libertà di stampa, di riunione, ecc., anche se varò un sistema di assicurazioni sociali (per malattie, infortuni e vecchiaia) in modo da contenere le rivendicazioni dei ceti marginali. Egli era contrario anche al partito cattolico (specie dopo la proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia), ma trovò poi il modo di allearsi coi cattolici in funzione antisocialista.

Nel 1864 Bismarck, stabilita un'alleanza con l'Austria, attaccò la Danimarca, sottraendole i ducati dello Shleswig e dello Holstein (in posizione strategica a cavallo tra il Mare del Nord e il Mar Baltico) e nel 1866 dichiarò guerra alla stessa Austria costringendola a dare l'autonomia all'Ungheria, sicché dall'impero d'Austria nacque l'impero austro-ungarico con due capitali: Vienna e Budapest. All'Italia viene dato il Veneto.

Nel 1870 mise la Francia in condizioni di dichiarare guerra alla Prussia e a Sedan la sconfisse, facendo nascere il Reich tedesco (la corona di imperatore Guglielmo I la riceve addirittura a Versailles). La Germania si annette l'Alsazia e la Lorena.

Nel 1873 promosse il "Patto dei tre imperatori" (tedesco, austriaco e russo), che durò però molto poco a causa dei contrasti insanabili tra Austria e Russia nei Balcani. Qui infatti alcuni territori (principati danubiani, che si unirono in un solo Stato: la Romania, e poi la Serbia, il Montenegro, la Bosnia, l'Erzegovina e la Bulgaria) volevano liberarsi dell'egemonia ottomana e, siccome da soli non sempre erano in grado di farlo, chiedevano spesso l'aiuto alla Russia, che infatti nel 1877 dichiarò guerra alla Turchia, costringendola a riconoscere l'indipendenza o l'autonomia amministrativa di quegli Stati.

Questa situazione non piacque per nulla all'Austria, che minacciò di dichiarare guerra alla Russia. Per evitare lo scontro, Bismarck organizzò un congresso internazionale a Berlino nel 1878, col quale, da un lato, si riconobbe l'indipendenza di vari Stati balcanici, e dall'altro si assegnò all'Austria (con cui la Germania stipulerà una stretta alleanza nel 1879) una sorta di protettorato sulla Bosnia e l'Erzegovina (che sarebbe dovuto servirle per avere in futuro uno sbocco nel mar Egeo), mentre la Russia, che aveva vinto la guerra anti-turca, ottenne soltanto la Bessarabia (ch'era stata già sua).

L'Inghilterra dal congresso di Berlino ottenne il riconoscimento del possesso dell'isola di Cipro, posizione strategica per l'accesso al Mediterraneo orientale. L'Italia, pur facendo parte sin dal 1882, con l'Austria e la Germania, della Triplice Alleanza, in funzione anti-francese, in quanto rivendicava dei territori tunisini, conquistati dalla Francia nel 1881, non ottenne nulla, anche se il trattato prevedeva compensi all'Italia in caso di espansione dell'Austria verso i Balcani.

Il risultato del congresso fu che la Russia si avvicinò sempre di più alla Francia in funzione anti-tedesca e anti-austriaca, anche se nel 1887 la Germania fece con la Russia un "Trattato di Contro-Assicurazione", ottenendo, in cambio di un proprio disimpegno nei Balcani, che la Russia rimanesse neutrale nel caso in cui la Francia avesse dichiarato guerra alla Germania.

Nel 1908, l'Austria, approfittando di un colpo di stato in Turchia, compiuto dai "Giovani Turchi", che volevano modernizzare il loro paese, trasformandolo da feudale a borghese, annette definitivamente al proprio territorio la Bosnia e l’Erzegovina, assicurandosi il riconoscimento di Germania e Italia. Sarà proprio questa annessione forzata che provocherà la nascita di un movimento irredentista slavo, la cui ala serba eliminerà l'erede al trono austriaco, l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo (eccidio di Sarajevo del 1914), scatenando la ritorsione dell'Austria contro la Serbia e quindi lo scoppio della I guerra mondiale.

Dopo Bismarck il kaiser Guglielmo II (1888-1918), consapevole che la Germania aveva raggiunto una notevole espansione economica (specie nei settori meccanico, chimico, tessile ed elettrico), grazie anche allo sfruttamento dei giacimenti di ferro e carbone nell'Alsazia e nella Lorena, sottratte alla Francia, ha intenzione di creare in Europa una grande area dominata nettamente dal suo impero (pangermanesimo), recuperando velocemente il tempo perduto: di qui le forti esigenze di tipo coloniale.

Quando iniziò la propria espansione coloniale, la Germania incontrò subito forti resistenze da parte di Francia e Inghilterra, in Africa, Asia e Medio Oriente. Nonostante questo riuscì ad occupare nel 1883-85 i seguenti territori:
- Togo e Camerun (Africa occidentale);
- Africa sud-occidentale (Namibia)
- Uganda e Tanganika (Africa sud-orientale);
- Nuova Guinea e arcipelago "Bismarck" (oceano Pacifico)
- Isole Marianne e Caroline (acquistate dalla Spagna)
- Baia di Kiao-Ciao (ottenuta in affitto dalla Cina nel 1898).

Guglielmo II provvide a costruire una flotta navale in grado di competere se non addirittura di distruggere quella inglese, e cominciò a preparare la Germania a una guerra contro la Francia e l'Inghilterra.

Infatti già durante un conflitto greco-turco per l'isola di Creta, la Germania spalleggiò i Turchi, ottenendo in cambio la concessione di costruire la ferrovia di Baghdad, che dal Bosforo doveva arrivare fino al golfo Persico, minacciando gli interessi inglesi in India. Per tutta la I guerra mondiale la Germania resterà alleata della Turchia.

Nel 1893, la Francia, avendo già sentore di quanto stava avvenendo in Germania e intenzionata a recuperare l'Alsazia e la Lorena perdute dopo la sconfitta di Sedan, si alleò con la Russia, cui si unì nel 1907 anche l'Inghilterra (Triplice Intesa).

Nel 1904 Francia e Inghilterra regolamentano, con un'Intesa cordiale, i rispettivi interessi coloniali in Africa, in modo da evitare dei contenziosi che avrebbero potuto essere nocivi nel caso fosse scoppiata una guerra contro la Germania.

Nella conferenza di Algesiras del 1906 la Francia può imporre il proprio protettorato sul Marocco, ma in cambio deve riconoscere alla Germania alcune strisce di terra nel Congo.

Nel 1907 la Russia stipula un accordo con l'Inghilterra per regolamentare i rispettivi interessi in Persia, Afghanistan e Tibet.

Il progetto modernizzatore dei Giovani Turchi, che diventa moto rivoluzionario nel 1908, era ispirato al liberalismo europeo: infatti volevano una Costituzione laica, l'abolizione dei tribunali speciali contro gli oppositori politici, l'inviolabilità della corrispondenza, la libertà di stampa e di associazione, l'equiparazione delle diverse etnie e religioni dell'impero. Ma quando videro l'Austria annettersi subito dopo la Bosnia-Erzegovina, la Bulgaria dichiarare la propria indipendenza e la Grecia occupare Creta (che considerava sua per motivi storici), l'ispirazione liberale lasciò il posto a un risentimento nazionalista e il regime costituzionale si trasformò ben presto in una feroce dittatura, che, tra il 1911 e il 1913, perseguitò duramente tutte le minoranze etniche (soprattutto quella armena, soggetta a genocidio, il primo del Novecento), stringendo stretti rapporti d'alleanza con la Germania imperiale.

Nel 1912-13 scoppiano due guerre balcaniche, il cui scopo è quello di liberarsi definitivamente del dominio turco. Esse furono condotte, la prima, dalla Lega balcanica (Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia) che si concluderà vittoriosamente, e la seconda condotta dalla Bulgaria (appoggiata dall'Austria) contro Grecia, Montenegro e Serbia (cui poi si unirà anche la Romania) per questioni di ripartizione territoriale. Poiché la Bulgaria perse la guerra, il territorio della Macedonia venne suddiviso tra Serbia e Grecia (quest'ultima ottenne anche la Tracia occidentale e l'isola di Creta), mentre la Romania ebbe dalla Bulgaria la Dobrugia meridionale. Dal canto suo l'Austria era riuscita ad appoggiare con successo l'indipendenza dell'Albania dai turchi e a imporre un principe tedesco a capo del governo. Ma con l'occupazione serba e greca della Macedonia e di Salonicco, l'Austria dovrà rinunciare definitivamente alle mire espansionistiche verso l'Egeo.

Addendum

Spesso gli storici sostengono che la I guerra mondiale scoppiò senza che nessuno se l'aspettasse, senza che nessuno la volesse. Capitò come un fulmine a ciel sereno. Eppure, se è vero uno dei principi fondamentali della dialettica hegeliana, secondo cui una serie di determinazioni quantitative può produrre, ad un certo punto, una nuova qualità, bisogna dire ch'essa fu in realtà un risultato più o meno inevitabile degli eventi, la cui scontatezza era dovuta proprio al fatto che al trend crescente di conflittualità locali e regionali non si riuscì ad opporre un'efficace resistenza in grado d'impedire uno svolgimento internazionale di quei conflitti.

In particolare quel che mancò furono due fattori: uno all'interno del capitalismo avanzato dell'occidente, e cioè una lotta di classe condotta dalle forze socialcomuniste; l'altro all'interno dell'area coloniale del capitalismo occidentale, e cioè l'opposizione ferma e risoluta da parte delle tribù indigene o degli Stati che le governavano.

I motivi di questa fiacca resistenza sono molteplici ma sostanzialmente si riconducono a due: nell'area metropolitana lo sfruttamento delle colonie tendeva a garantire al proletariato industriale e agli intellettuali di sinistra condizioni di vita accettabili, per cui vi erano tendenze più favorevoli al riformismo e al sindacalismo che non alla rivoluzione (gli unici ad apparire rivoluzionari erano gli anarchici, che però si limitavano a eliminare i rappresentanti più significativi delle istituzioni, senza riuscire a creare una vera organizzazione di massa).

Nell'area periferica delle colonie i governi esistenti erano soltanto intenzionati, generalmente, a cercare compromessi con le potenze occidentali; oppure le varie tribù ed etnie non riuscivano a coalizzarsi contro un nemico comune.

Che esistessero dei conflitti significativi prima della Grande Guerra è fuor di dubbio. Semmai i dubbi vengono quando si tratta di connetterli, tutti insieme, come causa remota, alla guerra mondiale vera e propria.

Quando parliamo di "età dell'imperialismo", intendiamo un colonialismo selvaggio, senza risparmio di mezzi, ampiamente sostenuto dagli Stati, totalmente privo di riserve morali, esteso a quasi tutto il pianeta. Intendiamo una corsa sfrenata all'acquisizione di quante più terre possibili dal 1870 circa, cioè in conseguenza della grave crisi di sovrapproduzione del periodo 1873-96, sino appunto allo scoppio della guerra del 1914.

Agli inizi del Novecento si può parlare di Belle époque, cioè di superamento della crisi, proprio perché essa era stata interamente pagata dalle colonie europee presenti in Africa e Asia. Praticamente negli ultimi 30 anni dell'Ottocento le potenze europee avevano raddoppiato i milioni di kmq di colonie già in loro possesso, arrivando alla astronomica cifra di 40 milioni.

In questa colossale spartizione del pianeta, la fetta maggiore se la presero Francia e Regno Unito, in Europa, mentre gli Stati Uniti facevano la loro parte nel nuovo continente e cominciavano ad affacciarsi sul Pacifico, dove qui stava emergendo il Giappone militarista. A tutte le altre nazioni capitalistiche andarono solo le briciole. Francia e Inghilterra s'arricchirono così tanto che nessun paese poteva pensare di non dipendere da loro o di non essere in qualche modo influenzato dai loro commerci, dal loro stile di vita.

Tra i paesi esclusi dalla grande spartizione del mondo, il più significativo fu indubbiamente la Germania, ch'era riuscita ad annettersi soltanto la Tanzania, la Namibia, il Togo e il Camerun, oltre ad alcune isole del Pacifico. Era impossibile che questa nazione (che si faceva chiamare, pomposamente, "impero prussiano" e che aveva una produzione industriale di alto livello qualitativo e quantitativo) non venisse a scontrarsi con la Francia confinante, che già aveva sconfitto a Sedan nel 1870, ponendo fine al secondo impero napoleonico, sottraendole altresì l'Alsazia e la Lorena e obbligandola a un'enorme indennizzo di danni di guerra.

La Germania sapeva bene di non poter tenere sotto occupazione la Francia né di poterle requisire le colonie; per questo mirava a espandersi, più che in Africa, verso l'Europa orientale, a spese della Polonia, dell'Ucraina, della Bielorussia e, possibilmente, della stessa Russia. Ecco perché durante la I guerra mondiale considerava come suo obiettivo principale occupare quanti più territori possibili del mondo slavo. E lo zar sarà costretto ad accettare la sfida non solo per difendersi, ma anche perché la guerra costituiva ormai l'unica valvola di sfogo per impedire che scoppiasse all'intero del suo impero decadente, già sconfitto nella guerra contro il Giappone, già scosso dalla prima rivoluzione russa del 1905, una guerra civile che ponesse fine alla dinastia feudale dei Romanov.

Ora, i conflitti regionali che rischiarono di far scoppiare una guerra di dimensione ben più ampia furono i seguenti:
guerra ispano-americana, che praticamente iniziò a fine Ottocento e che comportò il controllo di tutta l'America latina e delle principali isole del Pacifico (sino all'arcipelago delle Filippine nel 1898) da parte degli Usa;
guerra anglo-boera, voluta dagli inglesi, i quali, dopo aver occupato l'Egitto nel 1882, agli inizi del Novecento avevano raggiunto, seguendo una linea verticale, l'odierno Sudafrica, già colonizzato dagli olandesi. La guerra, per molti versi spietata, in quanto, per la prima volta, ci si accorse di aver ammazzato più civili che militari, durò dal 1899 al 1902;
intervento armato in Cina da parte di varie potenze agli inizi del Novecento (Germania, Austria, Francia, Italia, Gran Bretagna, Russia, Stati Uniti e Giappone), che posero fine alla dinastia imperiale e fecero nascere la Repubblica Cinese, che durò fino al 1949, quando divenne comunista;
guerra russo-nipponica del 1904-05, con cui il Giappone riuscì ad annettersi la Manciuria, la Corea e l'isola di Sakhalin. Fu in seguito a questa guerra che scoppiò la rivoluzione russa del 1905-07;
crisi in Bosnia nel 1908, in seguito all'annessione di Bosnia-Erzegovina da parte dell'impero austro-ungarico, appoggiato dalla Prussia;
crisi in Marocco nel 1911, dovuta al fatto che la Prussia era intenzionata a occuparlo per impedire che se lo spartissero Francia e Spagna, le quali però ottennero il consenso degli inglesi (la Germania dovette accontentarsi di alcuni territori francesi nel Congo);
guerra italo-turca nel 1911, in cui l'Italia approfitta dello sfacelo dell'impero ottomano per occupare la Libia e il Dodecaneso, col consenso degli altri paesi europei;
due guerre balcaniche, poco prima dello scoppio della Grande Guerra, con cui i paesi danubiani, appoggiati dalla Russia, riuscirono a liberarsi dell'oppressione ottomana (tuttavia l'Austria, per impedire alla Serbia d'affacciarsi sull'Adriatico, impose la nazione dell'Albania).

Perché l'Italia entrò in guerra?

Dopo l'attentato di Sarajevo il kaiser Guglielmo II informa Vienna che la Germania è pronta per la guerra. Senza questa assicurazione, l'Austria non si sarebbe mossa, perché era un impero in declino, o comunque l'avrebbe fatto solo nel caso in cui sarebbe stata sicura di vincere e non poteva di certo esserlo vedendo che la Russia spalleggiava la Serbia. Va detto tuttavia che spesso proprio gli imperi in declino si servono di azioni estreme, come appunto le guerre, per distogliere le loro popolazioni dall'affronto dei problemi interni. La politica estera viene usata per supplire alle deficienze della politica interna.

Il governo italiano non viene informato dell'ultimatum austriaco lanciato allo Stato serbo, perché, pur facendo parte della Triplice Alleanza sin dal 1882 (il trattato, di tipo difensivo, era stato rinnovato nel 1912), l'Italia non veniva considerata un partner affidabile. Infatti nel 1913, alla fine della prima guerra balcanica, Italia e Austria, pur accordandosi per impedire l’accesso all’Adriatico della Serbia (l’intesa determinerà la creazione del Regno autonomo di Albania), non erano in buoni rapporti, in quanto l'Austria pareva intenzionata a impadronirsi di tutti i Balcani, sostituendosi alla Turchia, e l'Italia aveva più volte sostenuto che l'indipendenza della Serbia era considerata essenziale all'equilibrio balcanico. D'altra parte fin dal 1887 all'Italia era stato dato il diritto d'interferire nelle questioni balcaniche, ma questo non le aveva permesso di ottenere alcunché.

Dopo la dichiarazione di guerra alla Serbia, il governo italiano preferisce restare neutrale, benché gli ambasciatori austro-tedeschi premano in direzione opposta. D'altra parte l'Italia, dopo la guerra di Libia, ha un esercito a pezzi e non ha i capitali per risanarlo, e comunque è nel suo diritto non intervenire, visto che è stata l'Austria a dichiarare guerra per prima e per giunta senza neppure interpellare il nostro governo.

Grazie alla neutralità dell'Italia e alla guerra tra Russia e Germania, la Francia può sguarnire la frontiera alpina e concentrare tutte le sue forze sulla Marna, bloccando l'urto a sorpresa dei tedeschi e obbligandoli a una logorante guerra di posizione. Intanto l'Inghilterra dichiara guerra alla Germania.

A questo punto il governo italiano cerca di sfruttare la propria neutralità, chiedendo all'Austria la città di Trento e altri territori alpini. Tuttavia, se accetta di entrare in guerra dalla loro parte, i paesi della Triplice Intesa le promettono non solo Trento ma anche Trieste, alcuni territori della Dalmazia, la conferma del dominio del Dodecaneso e la rettifica a suo vantaggio delle frontiere dei possessi africani. Il governo (allora guidata da Salandra) vorrebbe aderire immediatamente, ma il capo dello Stato Maggiore, il maresciallo Luigi Cadorna, insiste nel dire che militarmente non siamo ancora pronti.

Intanto vari movimenti premono sul governo perché entri in guerra: nazionalisti, futuristi, irredentisti, socialisti rivoluzionari, sindacalisti rivoluzionari..., guidati da vari intellettuali: Corradini, Prezzolini, D'Annunzio, Corridoni, Bissolati... Invece Giolitti è dell'idea che, sfruttando la neutralità, si possono chiedere all'Austria tutte le terre irredente.

La molla che fa scattare la decisione di entrare in guerra è l'imponente sciopero proletario che va dal 7 al 12 giugno 1914 ("settimana rossa"): non essendo in grado di affrontare i problemi generati da un forsennato sviluppo capitalistico del nord Italia, il governo si spaventa e pone all'Austria delle condizioni che suonano come un ultimatum. Pretende la cessione immediata del Trentino (inclusa la provincia di Bolzano), una frontiera più larga nella zona di Tarvisio e nella Venezia-Giulia, la costituzione di Trieste in stato autonomo con porto franco, la cessione di tutte le isole dalmate da Spalato a Ragusa, la sovranità su Valona.

Nonostante queste richieste esorbitanti, l'Austria sembra disposta a cedervi, anche perché in Galizia e Bucovina ha la peggio con le truppe russe. Il nostro governo non si aspettava una reazione del genere, sicché alza il prezzo: ora vuole anche Gorizia, Gradisca e l'arcipelago delle Curzolare.

Poiché il governo austriaco, pur essendo disposto alle cessioni, non vuole però farlo immediatamente, il governo italiano decide di firmare segretamente il Patto di Londra, senza neppure informare le forze armate. Si voleva la guerra a tutti i costi.

Giolitti compie un ultimo tentativo, forte dell'appoggio di 300 deputati e 100 senatori, assicurando che l'Austria è disposta a cedere, ma gli interventisti dilagano, ora anche con Cesare Battisti e Benito Mussolini. Il governo è costretto a dimettersi, perché vede che in Parlamento non ha la maggioranza sufficiente per poter dichiarare guerra, ma, poiché Giolitti rifiuta di assumere l'incarico al posto di Salandra, il re Vittorio Emanuele III lo richiama al suo posto e dichiara guerra all'Austria: la Camera approva con 407 voti contro 74.

Vedi anche www.emerotecaitaliana.it e www.storiologia.it

Il ruolo particolare della Russia

Dai tempi di Napoleone gli europei hanno cominciato seriamente a pensare a come impadronirsi degli sterminati territori del continente russo. Quando il governo zarista sconfisse le truppe francesi, per un momento le aristocrazie europee pensarono di poter continuare a dominare ancora per lungo tempo, nonostante gli incredibili progressi della rivoluzione industriale.

Tuttavia quanto più la borghesia europea mostrava d'essere intenzionata a sostituirsi all'aristocrazia nella guida politica delle nazioni europee, tanto più difficile diventava per la Russia zarista continuare a svolgere il ruolo di bastione della reazione tardo-feudale, anche perché, in questo suo ruolo, essa non trovava alcun vero appoggio da parte dell'altro impero feudale europeo (quello austro-ungarico), intenzionato a espandersi nei Balcani, ove da secoli vivevano slavi di religione ortodossa protetti dalla Russia, anch'essa desiderosa d'aver un accesso al Mediterraneo (almeno attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli).

Le potenze europee, borghesi e feudali, proprio per impedire alla Russia di penetrare nei Balcani, le impedivano di eliminare l'altro impero feudale, ormai alle corde, quello ottomano, o comunque non le fornivano alcuno aiuto.

La prima guerra russo-turca era avvenuta nel 1828-29 e aveva permesso alla Russia di occupare il delta del Danubio e la costa orientale del mar Nero, obbligando i turchi a concedere autonomia amministrativa a Grecia, Serbia, Moldavia e Valacchia.

La seconda vittoria la ottenne nel 1853 quando sbaragliò la flotta navale turca nel mar Nero, ma, proprio mentre l'accesso agli stretti sembrava assicurato, Francia e Inghilterra (cui si unì il Regno di Sardegna dei Savoia) dichiararono guerra alla Russia (guerra di Crimea, 1853-56), che si concluse in maniera sfavorevole ai russi: nulla di militare potevano più tenere nel mar Nero e nessun protettorato potevano esercitare nei Balcani (intanto Moldavia e Valacchia, nonostante l'opposizione di austro-ungheresi, inglesi e turchi, si unirono per formare lo Stato rumeno, poi riconosciuto nel 1862).

Il terzo conflitto contro i turchi la Russia l'ebbe nel 1877-78, dopo che nel 1875 aveva appoggiato la rivolta anti-turca in Bosnia e l'anno la rivolta bulgara. Ebbe di nuovo la meglio, rendendo indipendenti dai turchi Romania, Serbia, Montenegro, Bulgaria, Bosnia ed Erzegovina. Col trattato di Santo Stefano era nato un grande Stato bulgaro, inglobante quasi tutta la Macedonia e con uno sblocco nell'Egeo.

I risultati di questo conflitto allarmarono notevolmente Inghilterra, Germania e Austria-Ungheria che, col trattato di Berlino (1878), imposero che la Bulgaria per i due terzi restasse sotto i turchi (senza Macedonia e senza sbocco marittimo) e che Bosnia-Erzegovina fossero controllate dall'Austria. Alla Russia si fecero concessioni nel Caucaso e si accettava l'idea che Serbia, Montenegro e Romania potessero esercitare una loro indipendenza politica.

La Russia zarista cominciava seriamente a preoccupare e nel 1904-1905 gli inglesi aiutarono volentieri i nipponici a sbaragliare la flotta navale russa di stanza nella baia di Port Arthur. Dopo quella catastrofe scoppiò in Russia la prima rivoluzione borghese del 1905-1907. In quel periodo lo zar dovette accordarsi con gli inglesi permettendo loro di controllare buona parte della Persia e dell'Afghanistan.

In cambio del riconoscimento dell'annessione della Bosnia-Erzegovina, la Russia chiese all'Austria-Ungheria, nel 1908 (dopo che in Turchia era stata fatta la rivoluzione democratico-borghese), il libero passaggio delle proprie navi da guerra negli stretti controllati dai turchi, ma Francia e Inghilterra si opposero risolutamente e lo fecero anche durante la guerra italo-turca (1911).

Intanto la Grecia, approfittando della svolta impressa dai Giovani Turchi, si annette Creta; Ferdinando I di Sassonia si proclama zar della Bulgaria e la Serbia comincia a pensare, vendendo l'annessione della Bosnia, che l'Austria è intenzionata a sostituirsi ai turchi nel controllo dei Balcani.

E infatti, quando, nel 1912, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia fecero l'Alleanza dei Balcani, per liberarsi definitivamente dei turchi, la loro vittoria preoccupò moltissimo il blocco austro-tedesco, che convinse la Bulgaria ad attaccare la Serbia.

Perché si giunse a questo? I fatti della prima guerra balcanica (ottobre 1912-maggio 1913) andarono così. Serbia e Bulgaria s'erano accordate per una spartizione della Macedonia. La Bulgaria, che confidava anche nel fatto che fruiva della protezione dell'Austria, era riuscita a occupare Adrianopoli e ad avvicinarsi al Bosforo. Quando le potenze europee si resero conto che per i turchi era finita, convinsero i bulgari (in un incontro a Londra nel 1913) a lasciare ai turchi il controllo degli stretti e a permettere che si creasse uno Stato indipendente albanese per impedire a quello serbo di avere uno sbocco nell'Adriatico.

Per tutta risposta la Serbia chiese alla Bulgaria di concederle maggiori territori in Macedonia; anche la Romania fece analoghe richieste ai bulgari e la Grecia non li voleva sul litorale. A questo punto la Bulgaria s'era sentita indotta a dichiarare guerra ai propri ex-alleati, convinta d'aver l'Austria dalla propria parte. Invece subì una sconfitta clamorosa, al punto che dovette restituire ai turchi Adrianopoli.

Col trattato di Bucarest (1913) tutta la Macedonia centrale, oltre al Kosovo, venne assegnata alla Serbia, mentre la Grecia ottenne la Macedonia meridionale. Alla Bulgaria restava soltanto una piccola parte della Macedonia orientale e un piccolo porto sull'Egeo. L'Austria non era intervenuta militarmente, anche se, a partire da quel momento, il rapporto tra tedeschi e turchi divenne particolarmente stretto.

Dopo il 1908 la principale preoccupazione dell'Austria era diventata quella di ridurre al massimo l'elemento nazionale serbo, parteggiando decisamente per i cattolici croati, che in Bosnia-Erzegovina erano una minoranza (21%, contro il 42% dei serbi e il 34% dei musulmani). L'arciduca ereditario Francesco Ferdinando, militarista intransigente, insensibile ai movimenti nazionali, sostenitore della politica della chiesa cattolica, era intenzionato a egemonizzare tutti i Balcani e stava cercando solo un pretesto per indurre la Serbia a fare un passo falso. L'ideale imperiale dell'Austria era quello di creare un forte Stato centralizzato, unitario (anche se dopo il 1867 era stata costretta ad accettare il "compromesso" coi magiari), militarizzato, germanizzato e destinato, dopo aver eliminato il concorrente serbo, a occupare l'intera penisola balcanica, esercitando un protettorato persino sulla Grecia. Se questo piano si fosse realizzato, per la Russia non ci sarebbe stata alcuna possibilità di entrare nei Balcani.

Non può infatti essere considerato un caso che l'Austria abbia dichiarato guerra alla Serbia subito dopo l'attentato di Sarajevo contro l'erede al trono Ferdinando (1914), senza intavolare alcuna trattativa. L'imperatore chiese al governo serbo di rispondere entro 48 ore alle sue richieste di reprimere i movimenti nazionalistici che non riconoscevano l'annessione della Bosnia e di epurare l'intera amministrazione dagli elementi ostili al governo imperiale; infine chiedeva che in Serbia vi fossero funzionari austriaci preposti a controllare l'effettiva applicazione delle condizioni. La Serbia non poteva accettare un ultimatum che le minava la propria sovranità.

Non può neppure essere considerato un caso che, subito dopo aver offerto il proprio appoggio all'Austria, la Germania, vedendo la mobilitazione generale della Russia per il sostegno alla Serbia, dichiarasse guerra sia alla Russia che alla Francia (vincolato dal patto dell'Intesa). Era evidente che da tempo la Germania e l'impero Austro-Ungarico si stavano preparando a una guerra in grande stile, i cui nemici da abbattere dovevano essere la Russia e naturalmente le nazionalità balcaniche, mentre con Francia e Inghilterra, dopo aver limitato la loro potenza, si sarebbe potuto scendere a trattative.

L'impotenza della II Internazionale

La prima guerra mondiale rappresentò anche un'enorme sconfitta del movimento operaio europeo, che non seppe impedire, attraverso lo strumento della Seconda Internazionale (fondata nel 1889 a Parigi dai partiti socialisti e laburisti europei) che il nazionalismo s'imponesse sull'internazionalismo, né che la guerra s'imponesse sul negoziato, né seppe approfittare della guerra per compiere una rivoluzione socialista contro le forze reazionarie e imperialiste.

D'altra parte la II Internazionale non era un "partito mondiale", non era in grado d'imporre una disciplina sovranazionale alle organizzazioni aderenti, come farà poi la III Internazionale voluta da Lenin nel 1919.

La decisione di difendere gli interessi nazionali venne presa quando si vide che a fianco della Serbia sarebbe intervenuta la Russia zarista, che in quel momento si temeva molto di più dell'Austria e della Germania.

In Germania la socialdemocrazia (partito socialista) nel 1912 aveva il 34% dei seggi in parlamento, tuttavia nel 1914 votò a favore dei crediti di guerra, sia perché in cambio aveva ottenuto un'imposta diretta sul reddito dei ceti borghesi e possidenti, sia perché vedeva la Russia, alleata della Serbia, come una barbarie dispotica che veniva dall'Oriente. Rosa Luxemburg e Carlo Liebknecht, contrari alla guerra, furono assassinati.

In Francia il partito socialista unificato aveva 104 seggi e la maggioranza relativa, eppure, dopo che il suo leader Jean Jaurès fu assassinato da un giovane nazionalista, ratificò l'Union sacrée e votò i crediti di guerra. Lo fece subito dopo che la Germania, occupando il Belgio neutrale, aveva intenzione d'invadere anche la Francia: i tedeschi venivano visti come barbarici e autocratici.

L'Italia era alleata con Germania e Austria dal 1882 (Triplice Alleanza) e sia i giolittiani che i cattolici che i socialisti riformisti (Turati...) non volevano fare alcuna guerra, anche perché erano convinti che Trento e Trieste si sarebbero potute ottenere per via diplomatica. Nel 1914 vi fu la "settimana rossa" organizzata dal sindacalismo rivoluzionario per l'abbattimento dello Stato monarchico e capitalistico. Quando questa esperienza fallì (anche perché non sostenuta dai socialisti) molti sindacalisti rivoluzionari si convinsero ad aderire alla guerra, pensando di poterla sfruttare per compiere la rivoluzione. All'interno del partito socialista la pensava allo stesso modo anche la corrente massimalista di Mussolini, direttore dell'Avanti!, che aveva impresso al partito una linea sovversiva e antimilitarista, che non fu però accettata dai socialisti riformisti, i quali ad un certo punto lanciarono nel 1915 il motto "non aderire né sabotare" (neutralismo), preferendo difendere la patria piuttosto che compiere la rivoluzione. Si illusero sino all'ultimo che il pericolo della guerra sarebbe stato scongiurato dalla diplomazia.

L'Internazionale si sciolse nel 1916, ma di fatto già nell'agosto 1914. Lenin fu l'unico che riuscì a trasformare la guerra in una rivoluzione.

Popolazioni e nazionalità dell'impero austro-ungarico (1910, in milioni)

Tedeschi 12
Magiari 10,1
Cechi 6,6
Polacchi 5
Ruteni (*) 4
Croati 3,2
Rumeni 2,9
Slovacchi 2
Serbi 2
Sloveni 1,3
Italiani 0,7
Totale 50,8


(*) Nei possedimenti asburgici (Rutenia subcarpatica), alla fine dell'Ottocento, si designavano come ruteni i soli ucraini seguaci della Chiesa greco-cattolica rutena, che si era unita alla Chiesa cattolica nel 1596. Altri ruteni invece appartenevano alla Chiesa ortodossa. Vivevano a cavallo di Ucraina, Slovacchia e Polonia e in aree circostanti dell'Europa orientale. Sono oggi concentrati nella Polonia meridionale, nella Slovacchia nord-occidentale (regione di Prešov) e nell'oblast' di Transcarpazia in Ucraina.

Confronto in percentuale tra 1880 e 1910 nelle grandi aree dell'impero austro-ungarico



Austria 1880 1910
Tedeschi 36,8 35,6
Cechi - Slovacchi 23,8 23
Polacchi 14,9 17,8
Ruteni 12,8 12,6
Serbo-Croati 2,6 2,7
Rumeni 0,9 1






Ungheria 1880 1910
Magiari 41,2 48,1
Rumeni 15,4 14,1
Tedeschi 12,5 9,8
Slovacchi 11,9 9,4
Croati 9 8,8
Serbi 6,1 5,3
Ruteni 2,3 2,3






Bosnia-Erzegovina 1910
Croati 21
Serbi 42
Musulmani 34


Vedi anche Spartizione dell'impero ottomano

Fonti
Mulligan William, Le origini della prima guerra mondiale, 2012, Salerno
De Lucchi Gianluca, La prima guerra mondiale, 2008, Giunti Editore
La prima guerra mondiale. Vol. 1, 2007, Einaudi
La prima guerra mondiale. Vol. 2, 2007, Einaudi
La Rosa Giorgio, L'inizio della fine. La prima guerra mondiale e le sue conseguenze sulla storia d'Europa tra pensiero politico, istituzioni e cultura, 2007, EPAP
Robson Stuart, La prima guerra mondiale, 2002, Il Mulino
Intellettuali ed economisti di fronte alla prima guerra mondiale, 2010, Franco Angeli
Keegan John, La prima guerra mondiale. Una storia politico-militare, 2004, Carocci
Rallo Michele, Il coinvolgimento dell'Italia nella prima guerra mondiale e la «vittoria mutilata». La politica estera italiana e lo scenario egeo-balcanico dal patto di Londra..., 2007, Settimo Sigillo-Europa Lib. Ed
Fromkin David, L'ultima estate dell'Europa. Il grande enigma del 1914: perché è scoppiata la Prima guerra mondiale?, 2005, Garzanti Libri
Del Boca Lorenzo, Grande guerra, piccoli generali. Una cronaca feroce della prima guerra mondiale, 2007, UTET
Ferguson Niall, La verità taciuta. La Prima guerra mondiale: il più grande errore della storia mondiale, 2002, Corbaccio
Vottari Giuseppe, La prima guerra mondiale, 2001, Alpha Test
Liddell Hart Basil H., La prima guerra mondiale. 1914-1918, 2001, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Ponsi Alberto, Il mondo arabo. Storia, politica e religione dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, 2005, Newton Compton
Van Wehrt Rudolf, La battaglia della Marna. L'inizio della prima guerra mondiale: 1914, 2005, Araba Fenice

http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/premesse.htm

Sant'Egidio, scoperchiare il sistema economico-finanziario mafioso-massonico su cui poggia è un dovere, non ci possono essere convivenze


Case roulotte: "Perché si indagano solo gli occupanti e mai Sant'Egidio?"
Il pm ha chiesto l'archiviazione dell'indagine per abuso edilizio avviata un anno fa. Ma i denuncianti si appellano al Gip, chiedendo di accertare, tra le tante, il ruolo della Comunità di Sant'Egidio: "Godeva di impunità"
Ginevra Nozzoli 17 aprile 2015

Di alcuni mezzi l'ente è il diretto intestatario, altri li riceve in donazione da benefattori, li assegna e li mette in strada. In nessun caso i membri risultano indagati. I denuncianti però non hanno molti dubbi: “La Comunità di Sant'Egidio ha goduto di evidenti impunità nel corso delle indagini”. Un'ombra, fra le tante per la parte lesa, che emergerebbe dalle carte dell'inchiesta sulle roulotte per senza tetto, quella che la Procura ha deciso di archiviare, in un muro contro muro con i legali. 

L'esposto è arrivato a piazzale Clodio un anno fa, con l'abuso edilizio come ipotesi di reato. A chiedere di accertare presunte illegalità nelle case mobili per clochard, i consiglieri regionale e municipale, Fabrizio Santori e Marco Giudici, a poche settimane dall'uccisione di Carlo Macro. Il 30enne fu trovato il 17 febbraio 2014 in una pozza di sangue accanto a una roulotte di via Garibaldi, ucciso per mano del senza fissa dimora che ci viveva. 

Un anno di sequestri, rimozioni, identificazioni. Decine di roulotte attribuite dalle carte a Sant'Egidio, e altrettante carte che parlano, a vario titolo, di manufatti “abusivi”. Nella lista degli indagati non c'è nessuno dell'ente cattolico. E ora il pm Francesco Dall'Olio, titolare del fascicolo, chiede l'archiviazione, ritenendo che non ci sia niente di penalmente rilevante.

Che l'associazione gestisca una rete di roulotte sparse sul territorio romano, con più ampia concentrazione a Monteverde dove ha la sede, è un fatto. Quello che i denuncianti chiedono al Gip è di non chiudere il fascicolo prima di aver approfondito un sistema che a detta loro avrebbe "garantito all'ente la più totale impunità”.
INDAGATI SOLO I SENZA TETTO – Sono molte le roulotte immatricolate di proprietà di Sant'Egidio, come si evince dalle carte, ma il reato è contestato solo ai clochard. Vedi piazza San Gaspare del Bufalo, via Beccari, Circonvallazione Tuscolana. Sono 14 gli iscritti nel registro degli indagati, nessuno ha cariche all'interno dell'ente cattolico. 

Poi ci sono le roulotte senza targa, le sole poste a sequestro. Qui, come ovvio, non si risale al proprietario, ma la Polizia Locale le riconduce comunque alla Comunità, delineando, nel rendicontare al pm le attività svolte, un sistema di gestione tramite volontari che assegnano e curano mezzi e occupanti. Neanche in questo caso però si contesta il reato a Sant'Egidio. 

Uno “stratagemma” quello della contraffazione dei mezzi che sembrerebbe quasi fatto apposta, sostengono i denuncianti nell'atto di opposizione al gip, “per gestire i mezzi uti dominus, da possessori, disconoscendo però l'attività di assistenza davanti all'Autorità Giudiziaria”. Detto altrimenti, si occuperebbero delle case mobili ma senza essere intestatari, rendendo difficile la diretta contestazione del reato. 

Sono le stesse forze dell'ordine a far presente, in un'annotazione datata 23 luglio 2014 e inviata al Comando, il problema dei giacigli privi di elementi identificativi. “I mezzi forniti dalla Comunità di Sant'Egidio sono privi di targa e assicurazione. Queste soluzioni apparentemente accettabili, creano difficoltà per le funzioni della Polizia Locale”. Si scrive che sono forniti dall'associazione, e si parla di "condotta illegale" da parte dell'ente. Ma sempre senza indagati.  

Solo in un caso di sequestro di roulotte senza targa, in viale delle Mura Gianicolense, viene fermato e inquisito un volontario. Ma la segretaria generale dell'ente si difende dichiarando a verbale: “Non è responsabile della Comunità", semplicemente "si occupa delle persone senza fissa dimora”. 
LA FUGA DI NOTIZIE – Un ruolo quello dei volontari che emerge in un altro aspetto della vicenda, “inquietante” per i denuncianti: l'ipotesi di una fuga di notizie a favore dell'ente cattolico, avanzata dal pm Michele Nardi, primo pm assegnatario del fascicolo, e comunicata al numero uno di piazzale Clodio, il Procuratore Pignatone. 

“Sono emersi a mia sommessa opinione, elementi che farebbero ritenere esistenti reati contro la PA, come la violazione del segreto di ufficio e il favoreggiamento personale” scriveva in data 12 settembre, per poi chiedere la riassegnazione del fascicolo, che è infatti passato nelle mani del Procuratore Dall'Olio. Lo stesso che adesso ha deciso di chiudere la causa. Chi violava il segreto d'ufficio? 

Stando a quanto ricostruito dalla polizia locale nell'informativa inviata al Pm, “la Comunità di Sant'Egidio veniva informata preventivamente sulle attività programmate di questa U.O.”. Gli stessi volontari, è spiegato nella stessa informativa, hanno dichiarato sul luogo di un blitz di sapere il dove e il quando del prossimo sequestro in agenda. Conseguenza? Che le roulotte venivano spostate prima delle rimozioni, sfuggendo agli sgomberi. Un altro spunto investigativo che con la richiesta di archiviazione rischia di cadere nel vuoto. 

http://www.romatoday.it/politica/roulotte-ruolo-sant-egidio-indagini_.htmlCase roulotte, Sant'Egidio è proprietaria o le gestisce ma si indagano solo i clochard



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I pedaggi autostradali sono comprensive delle mazzette indirette che i concessionari danno a questi partiti

Pedaggi lievitati del 70% in 15 anni Così paghiamo 2 volte le autostrade

Nella Sblocca-Italia una norma che consente la proroga automatica delle concessioni in caso di accorpamenti delle tratte. I costruttori attaccano: società di gestione favorite

di Sergio Rizzo

È lì soltanto da pochi giorni e il nuovo ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio già deve affrontare un paio di faccende mica da ridere. La più impellente è la sostituzione del presidente dell’Anas Pietro Ciucci. Ma quanto a difficoltà non è niente al confronto della battaglia sulle concessioni autostradali.
Urge un riepilogo. La scorsa estate la potente lobby dei gestori mette a segno un colpo da maestro. Il governo Renzi fa passare nella cosiddetta legge Sblocca-Italia una norma che consente la proroga automatica delle concessioni in caso di accorpamenti delle tratte. La motivazione è quella di favorire gli investimenti, ma questo non impedisce che scoppino furiose polemiche. Anche perché salta fuori che dal ‘99 (anno della privatizzazione della società Autostrade) al 2013 le tariffe sono salite del 65,9% a fronte di un’inflazione del 37,4%. E che nel 2014 c’è stato un altro aumento medio del 3,9 contro un rincaro del costo della vita dello 0,2. Bilancio finale: in 15 anni i pedaggi sono lievitati quasi del 70%, praticamente il doppio dell’inflazione.

Le super proroghe delle concessioni
Ma il governo non si fa impietosire, e in Parlamento l’ammorbidimento della norma è pressoché impalpabile. Per riaprire i giochi ci vuole il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, che bolla quel beneficio assegnato dalla legge ai concessionari come contrario alla concorrenza. Siamo all’inizio di febbraio scorso, e il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi fa elegantemente spallucce, ricordando come Bruxelles abbia appena approvato una proposta del governo francese del tutto simile a quella italiana.
La risposta di Lupi non dice però che le concessioni francesi sono state ottenute con una gara a monte, cosa che non vale per molte concessioni italiane, frutto invece di semplici acquisizioni. Né dice che le proroghe delle concessioni francesi sarebbero mediamente di 2 anni e 11 mesi, mentre da noi si andrebbe ben oltre. I gestori italiani hanno presentato tre domande, sottoposte al vaglio dell’Ue. Mentre non è nota la proroga della concessione delle Autovie Venete, impegnate a un miliardo e mezzo di investimenti, per le sette concessioni del gruppo Gavio sarebbe in media di 16 anni a fronte di 5,2 miliardi di investimenti. Per l’Autobrennero l’allungamento risulterebbe addirittura di 20 anni, con 3 miliardi di lavori.

Gli appalti esterni
Non bastasse la presa di posizione di Cantone, ecco l’uscita di scena dello stesso Lupi a rendere lo scenario ancora più fluido. Al punto che ogni pronostico sulla sopravvivenza di quella proroga automatica è ora assai difficile. Per non parlare della nuova offensiva dei costruttori contro i gestori. Ai parlamentari che lo convocano in audizione, il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti porta un documento ustionante di 23 pagine. Lì si ricorda che nel 2009, quando al governo c’era Silvio Berlusconi e alle Infrastrutture Altero Matteoli, passò la regola che consentiva ai concessionari di realizzare il 60% dei lavori «in house», cioè usando esclusivamente le proprie aziende. La motivazione fu che era necessario garantire gli investimenti previsti dalle convenzioni. Peccato però, sostiene l’Ance, che da allora quegli investimenti sono stati realizzati solo per poco più di tre quarti: 78%. La prova? I dati secondo cui gli appalti esterni dei concessionari autostradali sarebbero diminuiti da un miliardo 403,3 milioni del biennio 2007-2208 ad appena 119,8 milioni nel periodo 2013-2014.
L’esposto dell’Ance
L’Ance cita il caso Pavimental, controllata del gruppo Atlantia-Autostrade, che grazie ai lavori in house ha avuto dalla casa madre commesse per 1 miliardo e 133 milioni in cinque anni, scalando la classifica delle maggiori imprese italiane fino al posto numero 12. Spiegazione dell’amministratore delegato di Autostrade, Giovanni Castelucci: «Con Pavimental i tempi medi di esecuzione sono stati di tre anni, con soggetti terzi da cinque a nove anni. L’Ance ci chiede di rivolgerci a Pavimental perché così i subappaltatori vengono pagati».
Ma se le imprese terze toccano poche palle, fa capire il documento dei costruttori, i concessionari autostradali guadagnano due volte. La prima con le tariffe, la seconda con i lavori assegnati a se stessi. Cosa che ha indotto l’Ance a presentare un esposto europeo nei confronti della Società autostrada tirrenica, concessionaria (grazie a ripetute proroghe) fino al 2046 della Civitavecchia-Livorno, che sta realizzando in house il tratto fra Civitavecchia e Tarquinia: fino a tre anni fa controllata da Autostrade, ora metà del capitale è controllato dal gruppo Caltagirone e dalle coop. Da 13 anni è presieduta da Antonio Bargone, ex sottosegretario ai Lavori pubblici con Prodi, D’Alema e Amato. 

Il Pd completa la distruzione della scuola pubblica, loro sono i nemici e come tali dobbiamo trattarli


La Buona Scuola: una farsa con finalità distruttive. Lettera

di redazione

Gianfranco Pignatelli - Nel PD democrazia fa rima con autocrazia. La destrezza lessicale a quel toscanaccio di Renzi, non manca. La retorica è arte sua, ma stavolta casca male. Gioca sporco proprio con chi le parole le conosce, le soppesa e le insegna pure. I docenti danno valore alle parole e le spendono quotidianamente per concetti di valore, come la democrazia, fatta di démos e cràtos, ovvero di popolo e potere, e mi verrebbe da aggiungere, potere del e per il popolo. Applichiamolo alla scuola e alla cosiddetta riforma.
Ben al di là dell’accattivante etichetta “Buona Scuola” è un furto di democrazia degno di un novello caudillo. Nasce da un travaglio durato oltre cinque anni, al quale, non mi vergogno a dirlo, ho partecipato con continuità e passione, credendo fosse una cosa seria e costruttiva. Invece, a leggerla è una farsa con finalità distruttive. Non c’è nulla di quanto detto e scritto nelle decine di giornate di lavoro, confronto e studio di questi cinque anni. Tra i tanti, un golpe ideologico, funzionale e strategico è quello di dare lo scettro al preside revocando il libero pensiero e la libera espressione al démos, al popolo della scuola.
Collegio dei docenti non più convocato per proporre ed elaborare ma solo per il rito del ratificare. Consiglio d’istituto più che mai modellato e governato dal dirigente scolastico. Mai più libertà d’insegnamento, sempre più nepotismo, sudditanza e caporalato. La vera novità la potremmo definire “cattedropoli”. Mi spiego. Il preside, da coordinatore e mediatore, si tradurrà in un autocrate reclutatore/censore dei suoi insegnanti. Per farlo avrà bisogno di fedeli servitori e prodighi delatori.
Se un docente rientrerà nel cerchio magico della sua orbita resterà nella scuola in cui è titolare da anni, altrimenti finirà nel buco nero della precarietà, in una sorta di blacklist chiamata albo. In effetti, sarà un elenco dei rifiutati, una discarica professionale dalla quale attingeranno le scuole delle aree degradate e disagiate delle periferie sociali e geografiche del Paese.
Non c’è che dire, ci son voluti cinque anni perché un sedicente partito democratico arhitettasse una scuola non più pubblica, ovvero di tutto e per tutto il démos. C’è voluto un sedicente progetto di “Buona scuola” per espropriare i docenti di ogni residua autonomia e autorevolezza. È del tutto evidente che ogni alunno, ogni genitore, in regime di caporalato, by-passerà l’insegnante e si rivolgerà direttamente al suo datore di lavoro o DS che dir si voglia. Sarà quindi il chiacchiericcio fatto alle spalle del docente ad essere l’oggetto di valutazione della sua professionalità. Il futuro dell’attività docente non sarà più quella di formare buoni studenti ma solo quella di tenersi buoni gli studenti e i loro genitori, essere loro più simpatico che utile, assecondare acriticamente il DS in ogni sua iniziativa. Perché si sa, Renzi crede che un uomo solo valga più del démos.
Anzi, che una voce sola possa zittire tutte le altre, un pensiero unico possa spegnere qualunque altro, specie se divergente. Della scuola, il capo di un governo cosiddetto democratico e di un partito autoproclamatosi democratico cosa conosce? La moglie non più precaria, forse. La sua devastante esperienza di alunno, certamente.
E poi? Troppo poco per decidere su un settore che reputa, non a caso, strategico. Strategico non già per orientare e consolidare il consenso ma strategico perché è mirato a generazioni in formazione, al loro futuro. Perché è la scuola a promuovere nei giovani la consapevolezza della pluralità dei saperi e delle idee, a sviluppare in loro curiosità e capacità di cercare, approfondire, confrontare, valutare e scegliere con spirito critico e libertà. A tal fine, è bene informare Renzi che i presidi manager non esistono, sono un disturbo mentale suo e dell’Aprea. Non hanno alcuna formazione manageriale. L’università di venti o trent’anni fa non li ha preparati a null’altro se non alla materia che poi hanno insegnato. Per la verità, gli atenei non gli hanno neanche insegnato ad insegnare. Questo lo hanno appreso sulla pelle dei ragazzi che gli sono stati affidati, se e quanto la propria dedizione li ha spinti a migliorarsi giorno dopo giorno. Hanno sostenuto un concorso all’italiana: dapprima, preparandosi sì e no; copiando e raccomandandosi, durante; manipolando e oliando, per concludere. Sono, quindi, solo degli insegnanti, sovente di materie insignificanti e ordini minori, che, spesso, hanno due ragioni per abbandonare l’arte nobile dell’educatore. La prima, è affrancarsi da un lavoro che non hanno mai amato o non hanno mai saputo fare. La seconda, è la sete di potere e di denaro. Proprio quella ingordigia che il totalitarismo aziendalista renziano vuole incentivare. Come? Col potere assoluto, certamente. Con più soldi, ipoteticamente. E così capita che un ministro per caso dia risposte a caso ai rappresentanti della scuola militante. Sempre la solita, quella in balia di politici incompetenti, ignoranti e insignificanti. Quella che sopravvive grazie alla dedizione e all’applicazione dei suoi docenti che, lì dov’è possibile, fanno squadra mentre il loro preside resta asserragliato col proprio cerchio magico a setacciare finanziamenti per progetti onerosi e infruttuosi, fomentatori solo d’ingordigia e conflittualità.
Progetti altisonanti dei quali pavoneggiarsi, a discapito dell’ordinaria gestione e della generale qualità dell’istituto. Se alla scuola, e alle future generazioni che questa provvede da sempre a preparare, si vuole dare una prospettiva migliore occorre una buona scuola, non di nome ma di fatto. E una ben più seria proposta politica, magari, fatta da un ministro che conosca la scuola non perché ha avuto un coniuge o un figlio nella scuola ma perché ha avuto degli studenti che lo ricordano ancora per la dedizione, la passione, la coerenza e l’efficacia della sua funzione educativa.

http://www.orizzontescuola.it/news/buona-scuola-farsa-finalit-distruttive-lettera

venerdì 17 aprile 2015

il Rottamatore che non rottama è un pagliaccio parolaio

Manager pubblici, il governo getta la spugna sui requisiti di onorabilità

di 17.04.2015 
Mauro Moretti
Mauro Moretti Flickr/Ministro per la Coesione territoriale
Ricordate i famosi requisiti di onorabilità? Era il modo in cui prima il governo Letta (la direttiva Saccomanni), poi quello Renzi dicevano di voler preservare da imputati e condannati le società partecipate dallo Stato, in cui il MEF (Ministero dell’Economia e Finanza) detiene una quota maggioritaria.
Era poco più di un anno fa, la parola d’ordine scritta sulla sabbia era ‘rottamazione’ e le principali aziende italiane, ENI e Finmeccanica su tutte, venivano coinvolte in pesanti inchieste per corruzione.
L’ENI era guidata da Paolo Scaroni, indagato per corruzione, reduce da Tangentopoli, già rinviato a giudizio assieme a Fulvio Conti (ex ad ENEL) per la vicenda della centrale di Porto Tolle: per entrambi l’accusa pesantissima di disastro ambientale. Finmeccanica invece collezionava inchieste e aveva visto due degli ultimi AD (Guarguaglini e Orsi) finire sotto inchiesta. Orsi a novembre è stato condannato per false fatturazioni.
Ma le varie assemblee degli azionisti non erano d’accordo. Così Terna, Finmeccanica ed ENI non si dotarono di questi requisiti. Solo ENEL accettò di prevedere la decadenza e l’ineleggibilità degli imputati e condannati per alcuni reati. Non tutti, ovviamente.
Del resto neanche il governo faceva così sul serio, tanto che alla guida di Finmeccanica, nel ruolo di amministratore delegato, mise Mauro Moretti, ‘solo’ imputato per disastro ferroviario colposo, incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. La vicenda è quella relativa alla strage di Viareggio del giugno 2009 in cui morirono 32 persone.
L'esecutivo aveva un concetto di onorabilità molto 'ampio': alla presidenza di Finmeccanica rimase Gianni De Gennaro, capo della Polizia durante le torture della scuola Diaz. Emma Marcegaglia divenne presidente ENI, nonostante il fratello Antonio, amministratore delegato dell'azienda di famiglia avesse patteggiato una pena di 11 mesi per una tangente…ad Enipower.
Un anno dopo il governo getta ufficialmente la spugna. “Il ministero dell’Economia guidato da Pier Carlo Padoan – ha anticipato ieri Il Sole 24 Ore - azionista di controllo di queste società, ha rinunciato a richiedere l’inserimento negli statuti dei gruppi della clausola di onorabilità per i vertici prevista dalla “direttiva Saccomanni” del 2013. La clausola fu bocciata dalle assemblee degli azionisti di Eni, Finmeccanica e Terna nel maggio 2014”. Amen.

http://it.ibtimes.com/manager-pubblici-il-governo-getta-la-spugna-sui-requisiti-di-onorabilita-1398812 

l'Avvocatura dello Stato serva della Consorteria Guerrafondaia Statunitense contro gli interessi degli italiani


Palermo
Il Cga rigetta la sospensiva
Muos, resta lo stop ai lavori

Venerdì 17 Aprile 2015

Il Cga di Palermo ha respinto la sospensiva della sentenza del Tar che il 13 febbraio scorso ha bloccato i lavori dell'impianto satellitare della Marina statunitense in costruzione a Niscemi. La richiesta era stata avanzata dall'Avvocatura dello Stato.

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PALERMO - Il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) di Palermo ha rigettato la sospensiva della sentenza del Tar che il 13 febbraio scorso ha bloccato i lavori del Muos, l'impianto satellitare della Marina militare statunitense in costruzione in contrada Ulmo a Niscemi (Caltanissetta). La richiesta era stata avanzata dall'Avvocatura dello Stato. L'udienza nel merito era stata già fissata per il prossimo 8 luglio davanti al Cga.

Nell'ordinanza del collegio, presieduto da Raffaele Maria De Lipsis, si legge che "le numerose e articolate questioni, di fatto e di diritto, al centro del ricorso, necessitano di un approfondito e sollecito esame nel merito", nell'udienza pubblica dell'8 luglio prossimo. "A fronte degli ultimi accertamenti tecnici - si legge ancora - effettuati nel corso del 2014, l'integrazione delle verifiche disposte nel giudizio di primo grado del Tar, il pregiudizio allegato dalla difesa appellante non appare attuale. Anche nella stessa prospettiva del Ministero, il sequestro preventivo frattanto disposto dal giudice penale - cui è riservata la concreta definizione dei puntuali poteri di conservazione, che spettano al custode, in relazione alla natura del bene in oggetto - rende, allo stato, provvisoriamente non modificabile la situazione". (ANSA)

la bolla scoppierà non sappiamo come ne quando ma scoppierà e si abbatterà come un maglio di ferro su tutte le economie


RED ALERT: la bolla speculativa ed il kit di sopravvivenza
Scritto il 17 aprile 2015  da Danilo DT
red-alert
Credo sia difficile per tutti dare la corretta chiave di lettura dei mercati, proprio per l’anomalia degli stessi.
Come fare le giuste valutazioni del mercato azionario facendo dei paragoni con il mercato obbligazionario?
Vogliamo usare il Price Earning? E’ un metro difficile da considerare come valido in questo periodo. Preferiamo usare il P/E di Shiller? Ci può aiutare ma non è ancora la soluzione giusta.
shiller-pe-USA
P/E Shiller per la borsa USA

Se poi paragoniamo il dividendo delle azioni o semplicemente l’utile per azione, e lo confrontiamo con il rendimento del mondo obbligazionario, allora il quadro diventa ancora più folle. Impossibile fare questi ragionamenti.

Lo so che sono ripetitivo, ma la colpa o il merito di tutto questo è dovuto al keynesiamo atteggiamento delle banche centrali di tutto il globo.

Il quantitative easing, il taglio dei tassi, la ZIRP policy, insomma l’intraprendenza e l’interventismo delle banche centrali di tutto il globo hanno fatto la differenza.

Non tutti i QE riescono col buco. O forse si…

Secondo molti il QE, soprattutto negli USA, ha funzionato.
In effetti è innegabile che il QE americano ha avuto effetti positivi su economia e borse. Effetti che sono quantomai da dimostrare come possibili anche sull’Eurozona per i noti motivi ormai descritti mille volte.
Ma attenzione, credo che ormai sia chiaro a tutti il messaggio che ha lanciato più di una volta la FED.

Il Quantitative Easing ha portato grossi miglioramenti QUANTITATIVI, ma non di certo QUALITATIVI. E ne è la dimostrazione una più profonda analisi del mondo del lavoro.

Tutto questo è noto. E nell’anomalia del momento, prendete nota, dobbiamo essere CONSAPEVOLI (ricordate? È questo che voglio, far maturare in voi la consapevolezza e poi poter prevedere il futuro ed il timing è tutta un’altra cosa) che la nuova grande folle era (io l’ho battezzata The New Normal) ha caratteristiche più UNICHE che rare. Il che rende tremendamente difficile fare anche delle analisi previsionali. Il motivo? Non ci sono precedenti, il che potrebbe anche essere MOLTO peggio in quanto non c’è un saggio o una scuola che abbia studiato una strategia di difesa nel caso in cui le cose iniziassero ad andare male.
E questa New Era è unica in quanto, facendo la somma dei dati

a) il 45% di tutti i titoli di stato, oggi, hanno un rendimento INFERIORE all’1%. Lasciamo perdere tutte le belle teorie sul “premio al rischio”, sulla duration e quant’altro. Diventa difficile vedere prospettive sul mercato obbligazionario. Ok, potrebbe nella follia collettiva anche crescere ancora un po’. Ma un quadro del genere, che è assolutamente unico nella storia, può continuare per lungo tempo?

b) Bond di Italia e Spagna hanno rendimenti mai visti nella storia. Se poi parliamo proprio in questi due casi di “premio al rischio”…

c) Bund Germania: ormai sono negativi i titoli fino ad 8 anni. Quadro di follia assoluta, guidato dalla logica dimanica del QE progressivo della BCE.

d) Il T-Note ha un rendimento a 10 anni che è simile solo a quello visto in periodo bellico. Senza poi tener conto che i tassi, negli USA, sono previsto in rialzo.
http://intermarketandmore.finanza.com/files/2015/04/tassi-interesse-eurozona-panoramica.png
Panoramica sui tassi di interesse nell’Eurozona

Già solo questi 4 punti meritano di essere stampati ed appesi al frigo. Oppure scritti su un foglio, messi in una bottiglia e buttati a mare. Di certo tra qualche anno chi troverà la bottiglia non potrà che dire: “ma come hanno fatto a non capirlo…”

Ma aggiungiamo altri interessanti dati. Il mercato obbligazionario globale vale oggi circa 100.000 miliardi di USD. Il 10% di questa montagna di bonds rappresenta la GARANZIA che le banche hanno in pegno per poi aver generato ben 551.000 miliardi di derivati.
RIscho bolla speculativa: arriva il KIT di sopravvivenza!
Pensate che il rischio bolla è talmente sentito nelle alte sfere che il ministero del Tesoro USA ha consegnato alle grandi banche USA un “kit di sopravvivenza” da utilizzare nel caso in cui la bolla scoppiasse improvvisamente oppure se una nuova imprevista crisi si andasse ad abbattere sui mercati. Pensate sia una mia esagerazione? Allora leggete voi stessi.
http://intermarketandmore.finanza.com/files/2015/04/kit-sopravvivenza.jpgThe Department of Treasury is seeking to order survival kits for all of its employees who oversee the federal banking system, according to a new solicitation.
The emergency supplies would be for every employee at the Office of the Comptroller of the Currency (OCC), which conducts on-site reviews of banks throughout the country. The survival kit includes everything from water purification tablets to solar blankets. (Source) 

Perché il kit? Semplicemente perché si sono resi conto che il QE non ha dato gli effetti sperati ma soprattutto ha generato degli effetti collaterali che possono rendere molto fragile il sistema finanziario. Ma questo non è che un aspetto di quanto stanno facendo “sottobosco” le “mani forti” per tutelarsi in caso di sistema che finisce “Out of control”.

Un esempio della follia del QE USA è il seguente. Lo sapete quanto è costata alla FED la creazione di uno ripeto UN posto di lavoro? Sembra una barzelletta ma non lo è. Ben 390.000 USD. 

Preferisco non mettere ulteriore carne al fuoco parlando di BCE e di BOJ, anche perché molto ho già detto.
E non voglio fare terrorismo psicologico ma semplicemente dirvi le cose come stanno. I mercati poi, potranno anche salire ancora per mesi o anni. Ma sappiate qual è la fragilità del sistema finanziario. Ed un bel giorno i nodi verranno al pettine.

http://intermarketandmore.finanza.com/red-alert-la-bolla-speculativa-ed-il-kit-di-sopravivenza-72032.html