Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 maggio 2015

Expo, terra e acqua, agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare l'Italia non sta sul pezzo


Home - Aree geografiche - L’Asia, Expo e la coltivazione del riso
rice crop

L’Asia, Expo e la coltivazione del riso

Cosa ci si aspetta dai Paesi asiatici all’Expo 2015? L’Asia è il continente più popoloso del pianeta: tra le sue file i primi produttori di derrate alimentari, Cina e India, sono entrambi alle prese con la sfida dell’autosufficienza nella produzione del riso. Mentre molti tra i partecipanti dedicheranno parte dei loro padiglioni al problema della produzione sostenibile di cibo, la maggioranza dei Paesi asiatici sembra preferire un approccio meno impegnativo.
PRESENTI E ASSENTI – I Paesi asiatici che prenderanno parte all’Expo di Milano vanno dai più grandi – Cina, Giappone, Sud Corea, Malesia e Tailandia, ai più piccoli – Bangladesh, Nepal, Cambogia e Brunei. Tra gli assenti spiccano India, Indonesia e Filippine, le cui ingenti popolazioni dipendono ancora largamente dal settore agricolo. Nell’ultimo decennio il progresso e la modernità sono entrati stabilmente nella rappresentazione dell’Asia fatta propria dall’immaginario collettivo. Ci si aspetterebbero dunque grandi cose dai padiglioni asiatici, mentre ad oggi l’impressione generale è che ci si accontenti di un basso profilo forse per evitare di prendere posizione sui problemi più scottanti. La maggioranza ha infatti scelto di incentrare il proprio padiglione sulla rispettiva tradizione culinaria, piuttosto che su progetti innovativi e tecnologie di avanguardia diretti a risolvere i problemi sul tappeto tra cui l’uso efficiente delle risorse, l’agricoltura sostenibile e la sicurezza alimentare. In particolare, solo Bangladesh e Cambogia hanno scelto di aderire al cluster del riso, una risorsa alimentare di cruciale importanza per l’intero continente.
I PADIGLIONI – La Cina, ospite uscente dell’Expo, suscita alcune perplessità. Invece di affrontare almeno alcuni dei problemi più pressanti collegati al suo sbilanciato sviluppo agricolo, ha deciso di dedicare il suo padiglione temi più leggeri come i cicli dell’agricoltura tradizionale, le diverse scuole di cucina regionali e alcune innovazioni in campo agronomico. Corea del Sud, Tailandia e Malesia sembrano seguire la stessa linea, illustrando diversi aspetti della loro ricchissima e affascinante tradizione culinaria. Giappone e Vietnam saranno gli unici a collegare la loro cultura alimentare con il problema della fame e della scarsità di risorse idriche. Sforzi apprezzabili vengono invece da Cambogia e Bangladesh che manifestano una volontà decisa di migliorare la filiera produttiva del riso.
La coltivazione del riso in Cina
L’ASIA E IL RISO Il riso è la prima commodity al mondo per valore e la seconda per area coltivata dopo il grano. Se ne producono circa 745 trilioni di tonnellate l’anno, il novanta percento dei quali in Asia (dati FAOSTAT). A differenza del grano, coltivato prevalentemente nei Paesi sviluppati, il 94% percento dell’offerta mondiale di riso proviene da Paesi in via di sviluppo. Cina e India sono i primi produttori al mondo seguiti da Indonesia e in successione da altri sei Paesi asiatici. Da millenni il riso rappresenta la componente principale della dieta asiatica e si ritiene che la sua coltivazione, caratterizzata da alta intensità di lavoro, sia alla base della storica popolosità del continente. Data la sua importanza per l’occupazione e la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone, l’autosufficienza nella produzione di riso è sempre stata una priorità per i governi asiatici. La tumultuosa crescita economica degli ultimi decenni ha fatto sì che le popolazioni delle campagne si riversassero in centri urbani sempre più estesi. Non a caso l’ultima edizione di Expo a Shanghai aveva come tema “la città del futuro”. Tutto ciò a danno delle risorse fondamentali per l’agricoltura: terra e acqua. Inoltre, una parte consistente dei sistemi agricoli tradizionali di sussistenza sono stati convertiti in poli per la produzione di commodities destinate al mercato internazionale. L’agricoltura si è quindi progressivamente specializzata in un numero limitato di prodotti, il cui prezzo è sottoposto alle oscillazioni della domanda dell’offerta globale. Questa evoluzione ha reso più ardua la sfida dell’autosufficienza alimentare. La risposta banalmente sta nello sviluppo di sistemi di produzione sostenibili e cioè capaci di favorire l’uso efficiente delle risorse idriche e l’aumento delle rese.
IL CLUSTER RISO – L’Expo di Milano sarà organizzato intorno a diverse aree tematiche collegate a specifici ecosistemi o filiere agricole. Nel padiglione del riso verrà evocato il paesaggio delle risaie a cui si aggiungerà la descrizione  della sua storia, delle fasi della coltura e delle diverse varietà di riso. Rispetto ad altre colture, il riso necessita un’elevata quantità d’acqua, il che pone il problema di approntare adeguate infrastrutture idriche. Sin dai tempi della Green Revolution negli anni ‘70, il settore è stato al centro di una forte di attività di ricerca e sviluppo e oggi la maggioranza della produzione proviene da varietà modificate mediante ibridazione. Notevoli progressi sono stati fatti anche sul fronte della ricerca biomolecolare e della mappatura del genoma. Tuttavia i risultati ottenuti in termini di rese non sono stati sufficienti a innescare una nuova Green Revolution. In generale, sembra esserci accordo sul fatto che un ripensamento radicale dei sistemi di produzione sia necessario per risolvere la sfida alimentare nei PVS (Paesi in Via di Sviluppo). Questo però richiederà un poderoso sforzo finanziario che chiama in causa i colossi dell’agribusiness e costituisce una potenziale minaccia per il futuro di più di 150 milioni di piccoli produttori oggi attivi in tutto il mondo.
Valeria Giacomin

http://www.ilcaffegeopolitico.org/28014/lasia-a-expo-non-solo-riso 

Expo, nessuno ci dirà come le multinazionali rubano le terre di Africa e America Latina per arricchirsi sempre di più

land grabbing2014

Land grabbing: la strana corsa della finanza per la terra

Il fenomeno rischia di passare sotto silenzio ma una diretta conseguenza della crisi finanziaria partita dalle banche statunitensi nel 2007 è l’accresciuta disparità nella distribuzione delle risorse alimentari globali
UN FENOMENO IN CRESCITA – Il land grabbing, pur privo di statistiche ufficiali, sta assumendo dimensioni mondiali per estensione e per incidenza sulle relazioni tra Stati.
Multinazionali, fondi d’investimento, hedge funds e Stati sovrani hanno iniziato ad accaparrare terreni fertili da un decennio ma la tendenza è diventata massiccia dopo la crisi del 2007, quando l’esigenza di proteggere i capitali dalle imminenti, nuove e stringenti regolamentazioni si è fatta più sentita e contestualmente si è avvertita la necessità di diversificare gli investimenti. E’ così ricominciata la corsa alla terra ma con regole diverse da quella della conquista dell’est dei coloni ottocenteschi.
PERCHE’ L’ACQUISIZIONE – Africa e America Latina sono state le vittime, più o meno consapevoli, dei nuovi conquistadores. In cambio di un pugno di dollari e qualche posto di lavoro hanno svenduto ettari ed ettari alla nuova padrona dell’economia, la finanza. Chi sono i nuovi Cortés e Pizarro? Paesi che hanno disponibilità di capitali ma non spazio sufficiente per la propria sicurezza alimentare; come la Corea del Sud che ha comprato più di un milione di ettari in Madagascar. E paesi desertici che cercano di ridurre la propria dipendenza nutritiva dall’estero, come l’Arabia saudita.
La Cina, che vede crescere la domanda interna e di conseguenza l’inflazione, si è rivolta all’Europa dell’Est e si appresta anche a produrre vino avendo un piede nell’Unione Europea.
Ma c’è di più. La geopolitica del futuro sarà dominata dalla food security e dalla water security, armi più potenti di qualunque altra. Il sud est asiatico non sfugge alla regola del neo-colonialismo ed è preda di fondi giapponesi.
La sede della FAO a Roma
La sede della FAO a Roma
L’ASPETTO AMBIENTALE E LA GIUSTIZIA SOCIALE – L’accaparramento di terre presenta quindi aspetti agricoli. Operato su vastissima scala e spesso con monoculture intensive che sfruttano le risorse del terreno, attuato con massiccio ed incontrollato uso della chimica e lungi da qualunque programmazione o accordo di sostegno ai produttori locali sul modello della Pac europea, il land grabbing finisce per falsare la concorrenza in seno al Wto; il prezzo mondiale delle commodities, ad esempio il grano, non dipende più ormai dall’andamento del raccolto ma dalle contrattazioni nelle borse più importanti.
Il listino di Chicago governa il mondo del grano nell’occidente; le quantità aggiuntive fanno sì che al momento del raccolto il prezzo crolli per via della sovrapproduzione costringendo gli Stati ad acquistare quantitativi maggiori e facendo sostanzialmente fallire centinaia di produttori piccoli e non aggregati i quali sono costretti a cedere le produzioni future alle multinazionali ed ai fondi, ovviamente a prezzi ridicoli. A lungo andare il fenomeno potrebbe portare ad un oligopolio chiuso in grado di incidere pesantemente sulla geopolitica internazionale.
LE NUOVE ENERGIE RINNOVABILI – Un’altra finalità che ci spiega questa nuova “corsa alla terra” è la chiave di lettura energetica. Sappiamo che le energie fossili tra cinquanta anni finiranno ed il rischio è che il mondo si fermi. Nonostante gli allarmi lanciati le rinnovabili classiche, eolico e solare, sono ancora marginali. Ma i biocarburanti stanno avendo uno sviluppo incredibile, soprattutto in Brasile. Centinaia di migliaia di ettari vengono adibiti alla coltivazione di vegetali utilizzati come carburanti, in primis colza e mais. E’ vero che così si risparmiano emissioni e si rischia di centrare gli obiettivi di Kyoto ma si provocano altri tremendi danni. Le popolazioni locali hanno meno da mangiare perché sottraiamo intere regioni alla coltura di beni di sussistenza, magari bruciando la foresta pluviale per fare spazio alle cariossidi. E l’aumentata domanda ne farà salire il prezzo quindi finché lasceremo che la produzione agricola sia governata dalla regole della finanza gli equilibri geopolitici e la democrazia saranno decisamente a rischio.
IL RUOLO DELL’ONU – Le agenzie delle nazioni Unite che hanno sede a Roma (FAO) dimostrano ancora una volta la loro debolezza. Non riescono ad andare oltre ad una censura morale delle pratiche che abbiamo descritto perché alla fine debbono fare i conti con i governi nazionali; di fronte ad uno stato che non protesta perché cedere porzioni di terreno, magari poco utilizzato, a fronte di un (lievemente) aumentato reddito pro capite e a qualche posto di lavoro in più, viene visto spesso come un sacrificio non determinante (Stefano Liberti, Land Grabbing – Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, Minimum Fax). Forse il mondo sarà più ingiusto o forse stiamo andando verso la decrescita felice di Serge Latouche.
Andrea Martire

http://www.ilcaffegeopolitico.org/15195/land-grabbing-la-strana-corsa-della-finanza-per-la-terra 

Expo e le multinazionali che controllano i prezzi, tutti zitti e allineati


Home - Aree geografiche - Il mercato delle commodities e gli intrecci con la finanza globale
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Il mercato delle commodities e gli intrecci con la finanza globale

Durante Expo 2015 i Paesi partecipanti presenteranno le loro proposte sui temi dell’alimentazione e dell’agricoltura sostenibile. Tuttavia, oggi la produzione delle commodities alimentari ha in gran parte una dimensione sovranazionale. Nelle economie sviluppate i consumatori hanno familiarità con i brand del cibo e della distribuzione, mentre pochi conoscono le aziende che controllano le fasi di produzione a monte.
COME FUNZIONA IL MERCATO DELLE MATERIE PRIME? – Il mercato delle commodities a livello globale (dalle derrate alimentari, ai minerali, fino agli idrocarburi) è generalmente caratterizzato da un’elevata volatilità dei prezzi. Ciò ha spinto gli operatori finanziari a sviluppare prodotti di copertura (i cosiddetti derivati: futures, options etc.) che permettono alle aziende di proteggersi dai rischi di forti oscillazioni.
Questi prodotti finanziari, tuttavia, sono diventati oggetto di operazioni speculative su larga scala e, anche se non è facile quantificarne l’impatto, questa “finanziarizzazione” sembra aver contributo ad accrescere ulteriormente la volatilità nel mercato delle commodities.
Proprio la volatilità ci aiuta a comprendere l’evoluzione e l’attuale struttura del settore agroalimentare e la sua dimensione globale. Fin dai tempi del boom della gomma naturale agli inizi del ‘900, al fine di ottenere un maggiore controllo sulla formazione dei prezzi, le società che gestivano gli scambi di queste commodities sul mercato internazionale sono state spinte a integrarsi verticalmente, acquisendo via via il controllo delle fasi produttive a monte. Durante il secolo scorso questo trend ha interessato molte compagnie che si occupavano di rifornire gli Stati occidentali con materie prime prodotte in Paesi in via di sviluppo (PVS). Le piccole aziende familiari che un tempo traevano i loro proventi dall’intermediazione sono oggi gigantesche società diversificate operanti in tutto il mondo. Quelle che per prime hanno realizzato il processo d’integrazione sono state in grado di sfruttare la loro dimensione per abbassare i prezzi, creando barriere all’entrata per i concorrenti più piccoli e dando vita a strutture oligopolistiche. Molte tra le compagnie di trading hanno sede in Svizzera e, non essendo note ai consumatori, sono spesso accusate di mancanza di trasparenza, di agire nell’ombra, valendosi di pratiche illecite a danno dei PVS.
ABCD E LE COMMODITIES AGRICOLE – Sebbene vi siano differenze anche notevoli tra le diverse tipologie di commodities, la struttura oligopolistica caratterizza anche la produzione di materie prime agricole. Secondo un rapporto di Oxfam il 90% delle esportazioni mondiali di grano e crescenti volumi di altri prodotti come soia, olio di palma e riso sono oggi controllati da quattro grandi società: le americane ArcherDaniels e Cargill a cui si affiancano Bunge e Louis Dreyfus, con sede in Svizzera, da cui l’acronimo ABCD. Tra le compagnie emergenti vi sono le asiatiche Olam, Sin Mar e Wilmar, che nascono come traders di olio di palma e stanno entrando in altri settori dell’agribusiness. Negli ultimi anni queste compagnie hanno esteso la loro presenza anche alle attività a valle (lavorazione; shipping; distribuzione; marketing) in modo che il prezzo di vendita non risulta più essere la determinante principale delle loro strategie. Da una parte, in quanto presenti a tutti i livelli della catena produttiva, ABCD possono utilizzare le informazioni di cui dispongono per trarre rendimenti elevati dalla speculazione su prodotti finanziari, sia che il prezzo salga o scenda. Dall’altra, essendo impegnate nella produzione di beni in cui le commodities sono un input (produzione di mangimi, biocarburanti e beni di consumo), i prezzi bassi possono aumentare i margini di queste attività. Quello che conta è mantenere alti i volumi di produzione in modo tale che le loro strutture tentacolari restino in movimento.
land grab
L’Africa è la regione più colpita dal fenomeno del land grabbing

LA FINANZIARIZZAZIONE E LA CORSA ALLA TERRA – La crescente “finanziarizzazione” delle commodities (sia alimentari che non) ha legato sempre di più la produzione del cibo al mondo della finanza e, di rimando, ha avuto un’influenza determinante sull’organizzazione dell’agricoltura nei Paesi in via di sviluppo. In primo luogo, le compagnie di trading sono coinvolte massicciamente nel settore finanziario: ABCD hanno tutte una o più divisioni che si occupano della gestione del rischio attraverso contratti derivati di copertura. Tuttavia, la linea di demarcazione tra copertura e speculazione è diventata molto sottile, tanto che alcune di queste agenzie si sono specializzate nella vendita di derivati e servizi di consulenza finanziaria, valendosi delle informazioni fornite dalla produzione – attività quasi al limite dell’insider trading. Questo fa sì, come si è detto, che i prezzi delle commodities agricole dipendano sempre meno dalle dinamiche dell’economia reale.
In secondo luogo, l’importanza di questi derivati ha fatto da battistrada all’ingresso del settore finanziario (banche d’affari, fondi sovrani, fondi speculativi, fondi pensione etc.) nella gestione dell’agricoltura a livello globale.  A causa dei limiti alla disponibilità di terra e della crescente domanda di cibo da parte della popolazione mondiale, la terra è tornata ad essere un investimento attraente in un’ottica di lungo periodo.
Tra il 2000 e il 2010 più di 100 milioni di ettari sono stati oggetto di negoziazione. (per pochi dollari-ettaro affitto x 99 anni, martelun) I flussi di investimento hanno seguito principalmente la direzione “nord-sud” e hanno avuto come obiettivo zone tropicali o semi tropicali. Una parte minore, anche se in crescita, ha riguardato la zona temperata in conseguenza degli investimenti effettuati dai Paesi arabi (Qatar e Arabia Saudita) per assicurarsi il rifornimento di frumento e carne bovina.
Data la fragilità delle strutture di governo in molte destinazioni d’investimento, si è assistito al fenomeno del land grabbing. Si tratta dell’occupazione di zone agricole, parti di foresta o terreni “improduttivi” appartenenti alle comunità di villaggio, attuata con il più o meno tacito assenso delle autorità locali.
Le compagnie di trading sembrano aver avuto un ruolo secondario in questo fenomeno rispetto agli istituti finanziari. La loro influenza segue un altro canale: facendo leva sul loro potere di mercato e sul loro accesso privilegiato alla domanda internazionale riescono ad imporre standard di produzione e forme organizzative ai produttori locali, senza necessariamente possedere la terra, il che spesso si traduce in una contrazione dei profitti per questi ultimi. Tutto ciò ha suscitato lo sdegno dell’opinione pubblica a livello internazionale – alimentata da NGOs globali come Oxfam o Greenpeace che evocano lo spettro del neocolonialismo a danno dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, se è vero che ABCD peccano di scarsa trasparenza nella comunicazione, andrebbero considerate anche le (dirette o indirette) conseguenze positive della loro attività in termini di occupazione, entrate fiscali e sviluppo del settore agricolo nel lungo termine. Inoltre, come sta accadendo nel caso del RSPO per l’olio di palma, quando queste compagnie si impegnano (per ragioni di reputazione) a promuovere standard di qualità e di sostenibilità dei prodotti, accelerano la loro adozione generalizzata e in questo modo sostengono il processo di sviluppo in questi Paesi.
Valeria Giacomin

Un chicco in più
Nel 2006 i prezzi delle maggiori commodities agricole (grano, soia, riso, zucchero e olio di palma) hanno subito una brusca impennata che ha allarmato molti paesi importatori di prodotti alimentari e densamente popolati (Cina, Filippine e alcuni Paesi arabi) spingendoli a riconsiderare le loro politiche agricole. Il rischio di non poter nutrire la popolazione, infatti, non è solo umanitario, ma anche politico, dato il legame osservato storicamente tra aumento del prezzo del cibo e le rivolte popolari.
Una rassegna delle evidenze a supporto della tesi neocolonialista riguardo l’agricoltura globale si può trovare nel libro della giornalista Franca Roiatti “Il Nuovo Neocolonialismo: Caccia alle terre coltivabili” (Università Bocconi Editore, 2010) recensito qui dal Caffè.

http://www.ilcaffegeopolitico.org/28878/il-mercato-delle-commodities-e-gli-intrecci-con-la-finanza-globale?utm_source=wysija&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter

Gratta gratta la Francia ha delle grandi responsabilità in Africa, nascono anche dalla sua politica i profughi

Chi arma i terroristi di Boko Haram in Nigeria? Forti sospetti sui servizi di intelligence della Francia di Hollande



maggio 01
10:21 2015

L’Esercito francese porta clandestinamente armi alla Nigeria destinati ai jihadisti di Boko Haram?

di Jacques Merlon .

Alcune fonti, di provenienza dalle regioni dell’Africa francofona, hanno rivelato quale sarebbe la vera ragione dello scalo effettuato dal presidente francese Francois Hollande nell’aeroporto internazionale di Mosca lo scorso 6 Dicembre. Secondo varie fonti, diffuse attraverso i social media, la vera ragione dello scalo di Hollande sarebbe stata la detenzione nell’aereoporto di Kano (Nigeria), nella notte del venerdì 5 e del Sabato 6 di Dicembre di vari militari francesi facenti parte dell’operazione militare Liza.

I militari francesi, la cui base logistica si trova a Ndjamena nel Ciad, erano a quanto sembra, l’equipaggio di un aereo da carico “russo” con una falsa registrazione, che trasportava un grande quantitativo di armi e munizioni la cui destinazione finale era Ndjamena (dove si trova il quartiere generale dell’Operazione Liza). L’aereo si è visto obbligato ad atterrare per ragioni tecniche nell’aeroporto internazionale di Aminu Kano, nel nord della Nigeria. Dopo l’atterraggio le autorità nigeriane hanno scoperto un importante arsenale a bordo dell’aeronave senza che vi fossero documenti giustificativi.

L’Ambasciata della Russia in Nigeria era stata immediatamente informata e aveva qualificato come falsa l’iscrizione del carico e dell’aeromobile, specificando che il Governo russo non era coinvolto in nessuna operazione coperta di invio di armi.

Da questo episodio reso pubblico, le autorità nigeriane accusano il Ciad di appoggiare le operazioni terroriste di Boko Haram come attore principale degli attacchi mortali avvenuti contro varie località del nord della Nigeria durante le precedenti settimane.

La stampa nigeriana, così come quella del Camerun, ha accusato la Francia e gli USA di nascondersi dietro di Boko Haram per raggiungere un obiettivo occulto: la divisione della Nigeria e del Camerun.

In questo contesto , mediante una operazione coperta utilizzando un aereo camuffato, come se fosse un aereo della Federazione Russa, a Francois Hollande non è rimasta altra soluzione se non quella di fare uno scalo a Mosca con l’intenzione di “risolvere diplomaticamente” le conseguenze del fallimento dell’operazione.

L’operazione era stata un completo disastro dato che era stato il pilota francese del falso aereo russo che aveva richiesto il permesso delle autorità nigeriane dell’aeroporto per atterrare per causa di un guasto meccanico.
Nell’incontro urgente (per evitare qualsiasi emergenza) di Vladimir Putin con Francois Hollande ed a richiesta di quest’ultimo, tale incontro era stato “giustificato” come una riunione per parlare dell’Ucraina all’interno delle sale dell’aeroporto internazionale di Mosca, cosa che è sembrata abbastanza ridicola.


La realtà che la Francia ha messo in evidenza è quella di essersi trovata in imbarazzo per essere stato scoperto casualmente il traffico illegale di armi (probabilmente su richiesta di Washington attraverso l’AFRICOM) e Hollande si è sentito obbligato a far conoscere al presidente Putin le circostanze del fatto e “dare spiegazioni”.

A seguito di questo, Mosca e le autorità nigeriane hanno risposto a questo attacco di ingerenza francese con una nuova alleanza militare fra i due paesi.

Alla Nigeria era stato negato qualsiasi aiuto militare da parte degli USA e di Israele

Secondo Jeune Afrique, gli Stati Uniti si rifiutano di offrire aiuto alla Nigeria nella lotta contro i gruppi di Boko Haram, bloccando qualsiasi vendita di armi a questo paese ed hanno fatto pressioni su Israele per fare lo stesso. A suo tempo la Nigeria era stata in grado di di ottenere armi nella sua lotta contro il gruppo terrorista islamista in Ucraina.

Questo accade simultaneamente con l’arrivo di istruttori nordamericani, israeliani, francesi e britannici che sono sbarcati in Nigeria dopo il sequestro delle collegiali di Chibok, avvenuto l’anno scorso. Le domande rimangono senza risposta……

Perchè gli occidentali si sono presi tanto tempo per rinnovare l’equipaggiamento dell’Esercito nigeriano? E’ colpa di Washington, dicono le autorità nigeriane. Preoccupati per le accuse di abusi contro i soldati nigeriani nell’aprile di del 2014, gli USA hanno promesso che avrebbero venduto armi ed equipaggiamenti militari alla Nigeria.

La Nigeria aveva provato a convincere il suo vecchio alleato Israele, che era disposto a fornire elicotteri Cobra, tuttavia, una volta in più, Washington ha utilizzato la sua influenza per bloccare la vendita. La Nigeria pertanto ha dovuto acquistare in Ucraina che, all’inizio dello scorso Febbraio, ha provveduto a consegnare elicotteri e veicoli blindati.
Grazie a queste forniture l’esercito nigeriano ha potuto portare a termine alcune operazioni di contro guerriglia fra le quali il dissequestro di una buona parte delle 200 bambine e 93 donne sequestrate dai miliziani di Boko Haram.

A seguito di questi episodi, esistono grossi dubbi su quale siano i veri obiettivi politici delle strategie portate avanti in Africa dagli USA, da Israele e dal fido alleato francese.

Naturalmente di questo episodio e delle notizie circolate in Africa ed in altri paesi, nessuna menzione sui media occidentali.

Fonte: El Espia Digital

Traduzione e sintesi: Luciano Lago per Controinformazione

Nella foto in alto: i miliziani di Boko Haram in Nigeria

http://www.informarexresistere.fr/2015/05/01/chi-arma-i-terroristi-di-boko-haram-in-nigeria-forti-sospetti-sui-servizi-di-intelligence-della-francia-di-hollande/

l'Arabia Saudita si muove


Chi è Mohammed bin Salman, il potentissimo giovane dell’Arabia saudita

30 - 04 - 2015Rossana Miranda
Chi è Mohammed bin Salman, il potentissimo giovane dell’Arabia saudita
Giovane, intelligente e coraggioso. Il principe saudita Mohammed bin Salman è uno degli uomini più potenti del mondo. Attualmente alla guida del ministero della Difesa dell’Arabia saudita, è stato nominato ieri secondo erede nella fila di successione dal padre Salman bin Abdulaziz. Il re ha cominciato a preparare il terreno per lasciare il trono al suo figlio prediletto. Il primo passo di quest’operazione è avvenuta ieri ed è stata la rimozione dall’incarico del figlio Moqren bin Abdelaziz. Una scelta concordata, secondo la tv Al Jazeera, ma decisamente inusuale.
UOMO FORTE
Bin Salman è considerato nel mondo arabo “l’uomo forte” dell’Arabia saudita. Due mesi dopo l’arrivo di suo padre al trono, ha deciso di iniziare l’intervento militare nello Yemen contro i ribelli sciiti houthi. Il decreto reale che ieri l’ha nominato secondo nell’ordine di successione del trono sottolinea le sue “grandi capacità strategiche”. È stato nominato secondo vice primo ministro e direttore del Consiglio di affari economici e di sviluppo.
Secondo Bruce Riedel, ex ufficiale della Cia e direttore di The Brookings Intelligence Project a Washington, Bin Salman occupa “una posizione di potere immenso all’interno della monarchia assoluta”. Controlla la sicurezza del Paese in coordinamento con il ministro dell’Interno, Mohamed ben Nayef, nominato ieri principe ereditario, e con il principe Mitab bin Abdalá, attuale ministro della Guardia Nazionale.
FORMAZIONE ACCADEMICA
Bin Salman è nato nel 1985. Ha creato la fondazione Misk Foundation per promuovere lo sviluppo della gioventù saudita. La fondazione ha pubblicato una sua biografia nella quale si raccontano “dieci anni di carriera professionale e attività in business e filantropia”. È laureato in Legge all’Università del re Saud e nel 2009 è diventato consigliere del padre a Riad. Ad aprile del 2014, Bin Salman è stato nominato segretario di Stato, ministro della Difesa; il 23 gennaio del 2015, quando suo padre è arrivato al trono, è stato nominato capo del gabinetto reale.
AGGRESSIVO E AMBIZIOSO
Ha reputazione di essere molto aggressivo e ambizioso, ma gode di popolarità nel Paese. Su Twitter si leggono molti apprezzamenti: “È forte e coraggioso… anche se non ha nessuna esperienza diretta in guerra”, si legge in un tweet. “Gode di buona immagine per il modo esemplare in cui hanno gestito militarmente e politicamente questa guerra (nello Yemen)”, scrive un altro utente.
INTERLOCUTORE INTERNAZIONALE
In molte fotografie si vede Bin Salman che accompagna leader internazionali. Fonti diplomatiche asseriscono che il principe forte dell’Arabia saudita ascolta molto i militari. Nawaf Obaid, esperto di relazioni internazionali di Harvard, sostiene che nella monarchia saudita “influiscono rappresentanti a capo delle operazioni militari”.

http://www.formiche.net/2015/04/30/chi-mohamed-bin-salman-il-giovane-potente-dellarabia-saudita/ 

e Renzi si approssima a distruggere la P.A.


RIFORMA PA, CGIL CISL E UIL: “STAFFETTA TRUFFA, RIDICOLO CHIAMARLA RIFORMA”
Roma, 30 aprile 2015 - “Staffetta truffa, dirigenti ricattabili e arretramento dal territorio. Ridicolo chiamare riforma un provvedimento che, ad ogni passaggio parlamentare, si fa più striminzito rispetto agli annunci e più dannoso rispetto agli effetti”, così Rossana Dettori, Giovanni Faverin, Giovanni Torluccio e Benedetto Attili - segretari generali di Fp-Cgil Cisl-Fp Uil-Fpl e Uil-Pa - dopo l'approvazione al Senato della delega sulla riforma della Pa.“Se questo deve essere un passo verso un'Italia più semplice, allora è un passo falso”, attaccano i segretari di categoria ironizzando sul tweet del ministro Marianna Madia. “Dov'è la staffetta generazionale? Considerando che per i prossimi quattro anni sono previste 128 mila uscite, l'immissione di 70 mila unità è di fatto un nuovo taglio al personale. Tanto più se per finanziare il ricambio, si fanno pagare ai lavoratori vicini alla pensione i contributi per passare al part-time”, rimarcano. “Un vero turn-over si fa assumendo almeno altri 100 mila giovani competenti e motivati. Ma per questo serve coraggio, perché bisogna tagliare le consulenze e riequilibrare il rapporto tra lavoratori e management”.

Dai sindacati una bocciatura senz'appello anche per le misure sulla dirigenza pubblica: “Dirigenti licenziabili? Meglio dire ricattabili. I dirigenti sono già licenziabili, ma un conto è licenziare chi non fa il suo lavoro, un altro è licenziare chi non è gradito alla politica. Questo è spoil system all'amatriciana. E poi dove sta, secondo il ministro, la Pa più vicina ai cittadini? Nella riforma si fa poco o niente, e quello che si fa si fa male.

http://parcodeinebrodi.blogspot.it/2015/04/riforma-pa-cgil-cisl-e-uil-staffetta.html

e Renzi si approssima a distruggere la sanità pubblica


Manovra sanità. La sproporzione nei tagli a farmaci e dispositivi

Il Def taglia quasi lo 0,9% della spesa totale (7,5 miliardi su 800) ma il 2,4% di quella SSN (2,6 miliardi su 110), in proporzione quasi tre volte tanto. Farmaci e dispositivi pesano il 2,75% della spesa pubblica totale (22 miliardi su 800) ma contribuiscono ai tagli proporzionalmente sei volte e mezzo tanto, il 18% (1,35 su 7,5). Ma tagliare farmaci e dispositivi significa penalizzare innovazione e tecnologia.

01 MAG - Guardando ai tagli del Def e alle voci loro componenti sulla sanità, ho elaborato qualche analisi di confronto i cui risultati mi sembrano di un certo interesse e spero di stimolo a discussione e commenti.

Il Def da 16,8 miliardi, di cui 6,8 da benefici finanziari di provenienza “esogena” (Draghi, QE, interessi sul debito, spread, ecc.), prevede che dei restanti 10 da ottenere con il programma di riforme, 2,5 vengano da riduzioni di detrazioni e deduzioni fiscali, quindi più entrate tributarie, e 7,5 da tagli alla spesa pubblica (arrotondo le cifre per comodità di calcolo).

Della spesa pubblica, quindi, il Def taglia lo 0,9%, 7,5 miliardi sugli 800 totali circa. Una sforbiciata in percentuale molto esigua.

Però molto orientata sulla sanità: circa un terzo di quei 7,5 miliardi - 2,6 - vengono dal SSN. Pesando la sanità sul totale della spesa pubblica circa un ottavo (110 miliardi su 800, quasi il 14%) contribuisce ai tagli appunto per più di un loro terzo (2,6 miliardi su 7,5), il 35% dei risparmi del Def. Prende il 14% ma dà il 35%.

Il Def taglia quasi lo 0,9% della spesa totale (7,5 miliardi su 800) ma il 2,4% di quella SSN (2,6 miliardi su 110), in proporzione quasi tre volte tanto.

In quei 2,6 miliardi la bozza recita che oltre la metà, 1,35, vengano da farmaci e dispositivi, la cui spesa nel SSN è di circa 22 miliardi, il 2,75% della spesa pubblica totale (22 miliardi su 800).

Quindi il 2,75% della spesa pubblica contribuisce al 18% dei risparmi del Def (1,35 miliardi su 7,5). Prende il 2,75% ma dà il 18%.

Riassumendo:
- La sanità è quasi il 14% della spesa pubblica totale (110 miliardi su 800) ma ne contribuisce ai tagli nel Def col 35% (2,6 miliardi su 7,5)
- Il Def taglia circa lo 0,9% della spesa pubblica (7,5 miliardi su 800), ma in proporzione quella SSN è tagliata quasi il triplo, il 2,4% (2,6 miliardi su 110) e quella per farmaci e dispositivi oltre il sestuplo, il 6,2% (1,35 miliardi su 22)
- Farmaci e dispositivi pesano il 2,75% della spesa pubblica totale (22 miliardi su 800) ma ne contribuiscono ai tagli nel Def proporzionalmente sei volte e mezzo tanto, il 18% (1,35 su 7,5).

È evidente la macroscopica sproporzione nelle scelte dei comparti dai quali risparmiare. Tagli non lineari, auspicabili certamente in linea di principio, ma proprio perché da effettuare su settori dove ci sia effettivamente ridondanza e minore impatto negativo.

Non certo la sanità pubblica già tra le meno finanziate in EU e con già elevate criticità e iniquità di funzionamento, non su farmaci e dispositivi la cui spesa è già in assoluto tra le più basse in EU e OCSE. “Bastona il cane che affoga” scriveva Mao.

Naturalmente sono numerose le aree della spesa pubblica più “ridondanti” dove potere recuperare quel modestissimo 1% di riduzione chiesto dal Def (già solo nelle regioni quelle identificate qui su QS da Cesare Fassari).

Si può disquisire se le vere ragioni di queste scelte così mirate a sanità, su farmaci e dispositivi, siano strategiche, come la volontà di revisione del welfare e di rimodulazione del rapporto tra sanità pubblica in favore della privata, soprattutto nel finanziamento.

Oppure siano meramente tattiche, come scaricare lo scomodo onere alle regioni, o come tagliare, farmaci e dispositivi perché, a differenza di altro, è operativamente più facile e immediato (prezzi e mercato regolati), meno scomodo e di “disturbo” nel sistema, meno politicamente impopolare vista anche l’opinione pubblica non benevola verso “Big Pharma” e Co.

Certo è che tagliare farmaci e dispositivi significa penalizzare innovazione e tecnologia, gli strumenti principe per rendere più efficiente (meno inefficiente) la sanità e aiutarne la sempre più incerta sostenibilità futura. Insomma, appare poco lungimirante. Diceva De Gasperi riprendendo una citazione di Clarke, che il politico pensa alle prossime elezioni, l’uomo di Stato alle prossime generazioni.


Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia sanitaria 

http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=27732

Siria, e dopo i soldi le armi i mecenari arrivano direttamente i soldati statunitensi. Profughi, chi li crea?

Siria: 123 soldati Usa in Turchia per addestrare ribelli moderati
  01 MAG 2015

(AGI) - Roma, 1 mag. - In Turchia sono arrivati 123 soldati americani per addestrare i ribelli moderati siriani che combattono contro le forze del presidente siriano Bashar al-Assad. Lo riferisce il quotidiano Hurriyet, spiegando che 80 militari Usa hanno raggiunto la base aerea di Adana, mentre altri 23 sono stati trasferiti nella base di Hirfanli, nella provincia di Kirseir (Anatolia centrale).

https://www.agi.it/estero/notizie/siria_123_soldati_usa_in_turchia_per_addestrare_ribelli_moderati-201505011126-est-rt10025

e poi il Ministero di Economia e Finanza che rifiuta di dare informazione al Parlamento, richieste esplicite del M5S

Derivati: dal 2011 l’Italia da sola perde più che tutta l’Eurozona
di | 1 Maggio 2015

Dal 2011, l’Italia sta perdendo 17 miliardi di euro grazie alla stipulazione dei derivati, più di tutta l'eurozona. Il governo si difende dietro le necessità di riservatezza.


Nell’ultimo periodo, una nota trasmissione televisiva e alcune testate della carta stampata hanno portato alla ribalta l’argomento dei contratti derivati - swap - sottoscritti dall’Italia e le perdite che questi avrebbero provocato dal 2011 al 2014.
La notizia trova conferma anche oltreconfine e, in particolare, Bloomberg le dedica uno spazio elaborando dei dati presi da Eurostat, con l’aggiunta di alcune dichiarazioni da parte dei preposti del Ministero delle Finanze e dei “responsabili” della gestione del debito italiano.
Ti interesserà anche: Report e i derivati «coltello» che potrebbero affossare definitivamente l’Italia
Il risultato è sul grafico che riporta l’impatto totale delle perdite da derivati e le passività nette sul cambiamento del debito pubblico dal 2011 al 2014 (

in azzurro gli aumenti del debito, in viola le riduzioni
I derivati, sottoscritti originariamente - si dice - per tutelarsi contro improvvise variazioni dei tassi di interesse o dalla volatilità dei tassi di cambio, hanno portato perdite per 16,95 miliardi di euro tra il 2011 ed il 2014.
E se nel 2014 i costi di finanziamento del debito sono scesi di 2,76 miliardi di euro, i derivati sono costati 5,46 miliardi di euro.
Quindi, la diminuzione dei costi del finanziamento del debito è stata erosa e “doppiata” dalle perdite sui derivati.
Ma la cosa che più si nota e stona, nei numeri citati da Bloomberg sui dati di Eurostat, è che l’Italia da sola, in 4 anni, perde più che l’intera Eurozona.
Infatti, mentre l’Italia arriva quasi a 17 miliardi di euro in perdite, l’Eurozona si ferma “appena” dopo i 16 miliardi; mentre distanziate, con delle perdite molto più contenute troviamo, Olanda, Austria, Germania e Spagna. Portogallo, Finlandia, Belgio, Grecia e Francia (questa più degli altri) hanno invece avuto un ritorno positivo dagli swap.
La richiesta di spiegazioni, relativamente a questi contratti, avanzata avverso il ministero, ha trovato come risposta da parte del portavoce del ministero stessoun “no comment”.
Da parte del ministro sono state paventate esigenze di privacy che non permetterebbero di enucleare il contenuto degli swap, perché questo «avrebbe effetti negativi su tutta la gestione del debito».
Indipendentemente dal fatto che si vogliano commentare o no i numeri relativi alle perdite sui derivati di questi anni, oppure che non se ne possa o voglia valutare il contenuto “in pubblico” - una sorta di ammesso ma non concesso - per questioni di “privacy”, resta il risultato evidente di una gestione fallimentare e disastrosa che ha pesato, non poco, sull’incremento del debito pubblico.
Quindi, nel periodo della crisi perenne, dei tagli e della lotta contro qualsiasi genere di spreco e sperpero di denaro pubblico, quello della spending review perpetua con sempre nuovi commissari e che finisce per tartassare, altrettanto sempre, i servizi, ecc., la lungimiranza dei “preposti“ alla gestione del debito italiano è arrivata a sottoscrivere derivati che hanno portato a 17 miliardi di perdite.
Ed oltre il danno, la beffa. Dopo le perdite causate, i preposti alla gestione del debito non si sono nemmeno degnati di dare una spiegazione.
Così, mentre il governo da una parte festeggia uno pseudo tesoretto, trovato non si sa bene dove ma sicuramente frutto di contabilità creativa, dall’altra, il suo ministro delle finanze “perde”, nel 2014, più di 5 miliardi in “scommesse” sui tassi di interesse.
Una gestione talmente disastrosa degli swap da portare l’Italia ad avere più perdite da sola che tutta l’Eurozona, considerata nel suo complesso, non può essere interpretata come una giusta causa di licenziamento?

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Derivati, miliardi annui che diamo alle banche stranieri

L'impreparazione
sui derivati di Stato

di Fabrizio Pezzani
01 maggio 2015ECONOMIA
 
La bolla da tempo annunciata dei “derivati di Stato” si sta addensando sopra la nostra testa con rumori sinistri ed aspettative di alto rischio per la tenuta complessiva dei già precari conti pubblici. Il tema viene da lontano e solo una colpevole omertà ha permesso di tenere la polvere sotto il tappeto fino a quando non è stato più possibile. Nel libro “È tutta un’altra storia. Ritornare all’uomo ed all’economia reale” edito nell’aprile del 2013 ma presentato per la stampa nel dicembre del 2012 scrivevo, a pag. 160, in riferimento alle operazioni di copertura con i derivati fatte nel 1993: “Le entrate dalle vendite (delle aziende di Stato, l’alimentare italiano andato in una notte) non sarebbero servite a modificare la dimensione del debito perché portate in gran parte a sostenere la spesa corrente e non a ridurre il debito. La tensione sulla lira suggerì di ricorrere a forme di copertura finanziaria innovative in quegli anni: per la copertura del debito si stipularono derivati per un valore che non è mai stato chiarito del tutto ma che oggi essendo ancora in essere queste operazioni, secondo i dati di Bloomberg, ci costerebbero “mark-to-market” dai 25 ai 30 miliardi di euro per chiuderli. Ma d’altro canto la finanza era da considerarsi una verità incontrovertibile da non mettere in discussione”. Il dato oggi è peggiorato e si avvicina ai 43 miliardi di euro con in più una tassa-interessi annua da 3 miliardi di euro a cui si aggiungono i derivati fatti dalle pubbliche amministrazioni locali. È da allora che ci trasciniamo quel segreto di Pulcinella che nessun Governo ha voluto vedere per non sporcarsi le mani e quindi la varie finanziarie sono filate via sotto banco in una sorta di omertà collettiva come quella attuale che prevede perfino la costituzione di un collaterale di liquidità all’estero a garanzia della controparte bancaria. Eppure l’articolo 54 della Costituzione dice “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. I ministri giurano la trasparenza e la rendicontazione ma sembra che oggi siano più disposti a giurare su “Topolino” o “Tex Willer”. Parole come “onore” e “disciplina” sembrano antichi suoni di parole perse nel vento.
Ora il tema è di assoluta criticità ma per capire il senso della copertura opportunistica fatta nel 93 è necessario percorrere, in sintesi, la storia che ci sta mettendo di fronte a problemi di natura straordinaria perché tali sono le crisi che si verificano quando un modello socioculturale collassa. I nodi vengono sempre al pettine ma da un po’ di tempo sembra che i denti del pettine siano così larghi da far passare i nodi.
Siamo da tempo entrati nel mondo della finanza razionale come verità incontrovertibile, diventata una sorta di pietra filosofale in grado di cambiare la pietra in oro e di rendere tutti vittime della sindrome di Re Mida. La moneta-mezzo ed intermediario degli scambi come la intendeva già Aristotele è diventata moneta-fine, la crematistica denunciata da lui come finalità esclusivamente accumulativa di ricchezza senza redistribuzione.
Abbiamo sovvertito l’ordine delle cose mettendo la finanza sopra l’economia reale; già il grande Keynes, passato per il dissesto finanziario della grande depressione diceva: “Se la finanza rimane una bolla sopra le intraprese economiche può essere innocua se le intraprese economiche diventano una bolla sopra la finanza è la fine”. Il processo di finanziarizzazione dell’economia reale e della sua deificazione acritica è cominciato agli inizi degli anni 70 quando Nixon dichiarò lo sganciamento del dollaro dalla parità aurea - 28 dollari stampabili ogni grammo d’oro - perché i creditori degli Usa non fidandosi della massa monetaria del dollaro volevano essere pagati in oro riducendo all’osso le riserve auree del Paese, come sta succedendo oggi. Di fatto la Fed, sempre lei, rifiutandosi di riscattare in oro i dollari posseduti da altre banche centrali stracciò l’ordine monetario stabilito a Bretton Wood nel 1944; di colpo il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di tassi di cambi fluttuanti che cambiò radicalmente il sistema monetario basato sul dollaro in un gigantesco sacro tempio della speculazione i cui sacerdoti venivano ammantati di sacralità infallibile. L’operazione del “petrodollaro” funzionale a creare la domanda per la montagna di dollari stampati e scaricare l’ondata inflattiva su altri paesi come il nostro, inaugurò così la progressiva sudditanza ad un sapere fondato non su ipotesi scientifiche corrette; un approccio non scientifico l’avrebbe definito Friedrich von Hayek nel suo discorso di accettazione del Nobel nel 1974, ma subito in modo acritico. Proprio la “Mont Pelerin Society” fondata dal liberismo austriaco dell’economia scienza sociale con radici nel pensiero e nella cultura europea fatta di storia, filosofia, politica, passò a Milton Friedman portatore dell’economia scienza positiva, esatta e dei mercati razionali che non sbagliano mai nell’allocazione delle risorse. Il mantra sarebbe diventato legge a cui sottomettersi con devozione anche opportunistica.
Dagli inizi degli anni settanta il campo della finanza diventò sempre più il gioco del monopoli con pochi vincitori e tanti sconfitti, la finanza contribuì a definire un ordine mondiale essendo usata come arma di dominio egemonico sia nei mercati che nell’indirizzare le scelte di geopolitica. Da allora le innumerevoli crisi finanziarie che si sono susseguite come un tremendo “tsunami” - le crisi del petrolio (1973 e 79), black Monday (1988), banking strains (1991), dotcom-crash (2000) poi la bolla internet ed infine oggi - si sono sempre più allungate ed approfondite per scaricarsi con l’ultima tuttora in corso sul mondo intero e mettendo in discussione il senso della storia dell’uomo: siamo arrivati alla fine di un modello socioculturale che ci sta trascinando al caos. Il pifferaio magico ha portato il citizenship (la società gregge) alla fine della strada e dentro al fiume dove rischiamo di annegare. Gli Usa per primi stanno sperimentando l’effetto devastante di una finanza che sta portando la loro società ad un collasso socioculturale e non diversamente la Gran Bretagna.
La svolta è avvenuta con la rapida implosione dell’impero russo che ha reso dominate quel modello culturale che aveva già affondato le radici in una progressiva erosione della democrazia politica a favore di un’oligarchia finanziaria: stava arrivando il momento dei derivati di Stato.
Il Paese già indebolito dalla crisi petrolifera si trovò ad affrontare un attacco speculativo della finanza funzionale ad indebolire la lire ed a compromettere la sua partecipazione allo SME; nel 1992 quasi contemporaneamente alla nomina del Governo Amato, secondo la prassi sperimentata, Moody’s declassa a sorpresa il Paese senza che gli equilibri di bilancio lo giustificassero, esattamente come nel settembre del 2011 quando Standard & Poor’s declassò di notte ed a sorpresa il Paese. Il Paese fu costretto ad inseguire la liquidità necessaria per fare fronte alla crisi creata con la vendita della aziende di Stato (Il Britannia) e con la stipula di quei derivati di copertura che oggi ci sono sopra come la spada di Damocle; anche i depositi dei conti correnti contribuirono a ridurre l’effetto della mattanza. In condizioni di sudditanza e di fonte alla legittimazione accademica di questi nuovi strumenti finanziari ci siamo legati ad un debito il cui detentore ci tiene sotto scacco.
I “derivatives” avevano già avuto il battesimo di fuoco nel crollo del Dow Jones il 19 ottobre 1987, le finanziarie acquistavano contratti a termine, i “futures” non di ditte specifiche ma su interi indici borsistici, a valori inferiori ma anche superiori alle azioni stesse; la bolla speculativa si avvalse della tecnologia dei pc programmati per operare rapidamente in caso di discesa dei prezzi che mandarono in tilt il sistema. Era nata la nuova borsa simile a Las Vegas dove la gran parte delle scommesse non sono coperte, nasceva la trappola per gli stati e per i risparmiatori, la liquidità ed il credito facile avrebbero portato tutti all’indebitamento ed a gettarsi sul miracolo di una finanza che prometteva a tutti l’arricchimento facile ma poi anche la garrota.
Gli anni novanta hanno preparato il terreno per il disastro del nuovo secolo e creato quella sudditanza verso un sapere che non ammetteva critiche; come si fa a non usare strumenti come i derivati fatti da fisici nucleari, matematici puri, statistici in un mondo siderale lontano dall’economia reale anni luce ma ricoperti dai nobel dall’Accademia; Merton e Scholes nel 1977? Se lo dicono loro anche se nessuno ne capisce nulla perché non fidarsi e qui sta la trappola mortale in cui siamo caduti preda di troppo opportunismo e di garanzie fasulle. All’inizio del secolo i derivati sarebbero diventati “commodities” anche per le pubbliche amministrazioni locali in grado di garantire l’indebitamento senza sforare il patto di stabilità e così via, tutti a farli tanto poi ci poteva essere il premio per il politico e la corruzione sarebbe dilagata.
La storia sta drammaticamente dimostrando che quelle operazioni erano fatte in contesti di assoluta asimmetria informativa, che la verità della razionalità dei mercati è priva di fondamento scientifico e che le banche d’affari possono manipolare fraudolentemente il mercato - lo spreaded il rating sono un gioco da “jukebox”; il Dipartimento di Giustizia Usa ha condannato per questo sia Standard & Poor’s che le principali banche d’affari di Wall Street. Alla luce di queste considerazioni gli attuali contratti di derivati hanno una forma di debolezza nei contenuti tale da essere impugnati per la loro validità? Non possiamo andare avanti all’infinito con la pistola puntata alla tempia e nascondendo i problemi dietro un dito; “quod differtur non aufertur”.

http://www.opinione.it/economia/2015/05/01/pezzani_economia-01-05.aspx 

il Pd traditore della Patria ha venduto l'Italia alle banche straniere

In solo quattro anni lo Stato ha pagato 13 mld di euro a causa dei derivati andati male

Esplode la bomba dei derivati

È sconsiderato ritenerli una polizza di assicurazione
 di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** * già sottosegretario dell'Economia ** Economista 

Negli anni passati i governi italiani hanno sottoscritto con 17 banche internazionali e 2 banche italiane vari tipi di derivati finanziari che, a dicembre 2014, avevano un valore nozionale di 163 miliardi di euro.
Oggi essi hanno una valutazione di mercato (mark to market) negativa per oltre 42 miliardi.
Questa è la somma che si dovrebbe sborsare se dovessero essere conclusi adesso.
Non lo si deve fare subito. Ma ciò dimostra la pericolosità dei derivati e l'irresponsabilità di chi li ha negoziati.
In ogni caso, dal 2001 al 2004, in 4 anni lo Stato ha già pagato ben 13 miliardi di euro a causa di derivati andati male.
Questi soldi sono usciti quatti quatti dal bilancio pubblico per arrivare sui conti delle solite banche «too big to fail», troppo grosse per poter fallire.
Contemporaneamentemente, lo si ricordi, ci si strappava i capelli per trovare qualche centinaia di milioni per i lavoratori, per i disoccupati, per i precari, per i pensionati e per le Pmi.
Forse era una messa in scena perché i riflettori non venissero puntati sui miliardi che silenziosamente fluivano verso le banche internazionali.
«L'esperienza pregressa faceva presumere che ». Con queste parole inizia sempre la giustificazione per le incompetenti, e a volte fraudolenti, operazioni fatte con i derivati. Più che una insostenibile scusa, esse rivelano il fallimentare pensiero che ha dominato la politica economica in Italia e anche nel resto del cosiddetto mondo avanzato.
I dati statistici sono molto utili per le analisi economiche. Lo studio delle passate esperienze è senz'altro importante per evitare di ripetere certi errori.
Ma le decisioni di politica economica per il presente e per il futuro non possono basarsi sui precedenti, sul passato.
L'economia esige una capacità di analisi vera delle sue leggi e degli andamenti per compiere scelte, decisioni e azioni corrette.
Come funziona l'economia reale? Qual è il ruolo del credito? Quali devono essere i limiti della finanza?
Sono alcune delle domande alle quali non si può rispondere con la statistica.
Occorre essere in grado di formulare delle politiche giuste, anche nell'ipotesi di una totale mancanza di dati statistici. Politiche misurabili durante il loro percorso attuativo.
Nella finanza, voler invece perseguire col metodo di un continuo e identico «passo dopo passo», soltanto perché, fino a quel momento, è andato tutto bene, può portare alla catastrofe sistemica.
Infatti all'inizio tutte le speculazioni e le bolle finanziarie eccitano la fantasia, stimolano maggior avidità e ingenerano quasi un senso di onnipotenza.
Il comportamento truffaldino della speculazione illude e nasconde la verità. Però quando poi si cade, impreparati e illusi, ci si fa veramente male.
Eppure la crescita progressiva ed esponenziale dei derivati più pericolosi, come quelli Otc, Over the counter (otc), stipulati fuori dei mercati regolamentati e non riportati nei bilanci, avrebbe dovuto suonare l'allarme per tutti gli economisti ed in particolare per i governi.
Questa bolla era iniziata nel 1998 dopo l'eliminazione del Glass-Steagall Act, la legge voluta nel 1933 dal presidente F. D. Roosevelt dopo la Grande Depressione.
Proibendo alle banche commerciali di giocare con i depositi dei risparmiatori ai casinò della speculazione, tale legge aveva avuto effetti positivi sia negli Usa che nel resto del mondo occidentale
I derivati otc, sotto gli occhi di tutti, negli anni sono cresciuti a dismisura con la complicità più o meno consapevole degli organi preposti ai controlli bancari e finanziari.
Nel 1998 ammontavano a 30 trilioni di dollari. Poi vi è stata una continua crescita:140 trilioni nel 2002, 250 nel 2004, 420 nel 2006, 600 nel 2007.
A giugno del 2008, alla vigilia del crac della Lehman Brothers e della crisi globale, erano pari a 683 trilioni. Attualmente gli Otc si mantengono intorno ai 700 trilioni di dollari.
È a dir poco sconcertante il fatto che non si sia compresa la gravità di tale abnorme andamento.
È sorprendente che qualcuno possa ancora ritenere che i derivati siano una specie di «polizza di assicurazione».
Perché i contratti in derivati sono mantenuti nel segreto per paura di destabilizzazioni finanziarie?
Si sa che essi sono gestiti, quasi tutti, da una ristretta «loggia» di una dozzina di banche too big to fail.
Si mettano da parte le definizioni accademiche del derivato e si affronti, nelle competenti sedi governative europee ed internazionali, la dura realtà speculativa dei derivati e delle loro bolle.
Non farlo sarebbe esiziale per l'economia mondiale.
È ben noto che in piccolissime dosi anche i veleni possono essere utili. Pasteggiare con il cianuro no!

http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1983305&codiciTestate=1 

il Pd corrotto va avanti senza una visione paese

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A cura di Corradino Mineo

Non è successo niente


Redazione 30 aprile 2015

Fiducia, la trentasettesima. Più che la fiducia -scrive Michele Ainis- ormai serve la fede. Un atto religioso, non politico. Un giuramento, non un voto. Ieri il governo ha chiesto (e ottenuto) la fiducia dai parlamentari; ma è come se l’avesse chiesta a tutti gli italiani, separando gli infedeli dai fedeli”. “Febbre a 38”, titola il manifesto. “Solo 38”, scrive il Giornale, “si squaglia la resistenza dei democratici al premier dittatore”. “La fiducia dei tengo famiglia” - scrive il Fatto- “90 mollano la Ditta e passano con Renzi”.
E ora? “Non ci saranno espulsioni -assucura Guerini- ora confronto nel partito”. E come sarebbe? Prima li spianate, poi li tenete? La tecnica non è nuova: in certe imitazioni post sessantottine del centralismo democratico, la minoranza alla fine doveva aderire con entusiasmo. Perchè i leader senza base, e perciò umiliati derisi, purtroppo corrispondono a un largo disagio nelle fila della maggioranza. Perchè il vincitore vuole fare una politica di destra narrandola di sinistra. Così oggi i retroscenesti -Martini, Stampa, e Bei, Repubblica- scrivono del prezzo che Renzi può pagare: un capogruppo ai responsabili, aperture sulla scuola, uso del tesoretto per “gli incapienti”, e soprattutto -udite, udite!- la riscrittura della riforma del Senato. “Sono già stati chiesti pareri di autorevoli costituzionalisti per sostenere l’ipotesi di una riapertura dell’articolo 2, quello che riguarda appunto la composizione del Senato con i consiglieri regionali”. Finocchiaro, Boschi, Renzi avevano scherzato quando mi allontanarono dalla Commissione e quando dissero che il Senato delle Garanzie, di Chiti era una sciocchezza.
Tra le macerie. I commentatori guardano ai guasti che questo strano confronto produce: “la maggioranza -scrive Franco- marcia sulle macerie dei partiti. Può permetterselo perché è sostenuta da un Parlamento provocato sulle riforme e spaventato dall’idea di un fallimento. Fino a che non si capirà se la ripresa economica è finzione o realtà”. “Il premier ora sarà costretto a trovare una formula per tentare di ricucire un dialogo a sinistra”, scrive Claudio Tito, “se il voto del 31 maggio sarà positivo, allora sarà più agevole imboccare la strada di una riedificazione dei rapporti a sinistra. Altrimenti quella che porta alle elezioni anticipate potrebbe diventare la via maestra”. “Ma la governabilità - scrive Michele Ainis- dipende dalla politica, non dalla matematica. Non basta trasformare i deputati in soldatini, e non basta un deputato in più per conseguirla”. E cita Sciascia e Woody Allen.
Benvenuti! Lo scrivo da tempo: il leninista Matteo potrà continuare a spianare, ad asfaltare, a vincere all’alba, e pure al tramonto, ma senza un’idea d’Europa, una nuova (non quella di Marchionne) idea per lo sviluppo, una per il Mediterraneo e una di democrazia continuerà a girare intorno sebza meta, come nella regia marina borbonica. E i suoi oppositori? Condannati dalla storia, quanto e più di lui, se non avranno il coraggio di misurarsi con le idee, anzichè con gli emendamenti e la formazione delle liste elettorali.
Il corpo del Re (Berlusconi), quello che, secondo Kantorowicz, è innaturale e non muore, nella fattispecie il suo impero, se lo stanno contendendo Bolloré e Murdoch. Bene,scrive Federico Fubini, “purché non replichino le stesse distorsioni di mercato di quando Berlusconi era premier e tycoon”. Perciò è un disastro la legge sulla Rai,perché non prevede regole e ignora i conflitti d’interesse.
Un default greco? Fuori dalla realta”, secondo Moscovici, ma la Stampa scrive che “Germania e Bce vorrebbero far cadere Tsipras e sostituirlo con un tecnico che gestisca un fallimento pilotato”

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venerdì 1 maggio 2015

La violenza degli Antagonisti è strumento del terrorismo di stato per ri-creare la strategia della tensione e perpetuare il potere del Pd

FOLLIA FONDAMENTALISTA

Antagonisti, è allerta massima

"Forti segnali" di possibili azioni nel giorno dell'inaugurazione

++ TAV: NO TAV OCCUPANO BINARI ROMA TERMINI ++
Gli antagonisti sono in fibrillazione e il rischio per la giornata inaugurale dell’Expo, che si terrà domani a Milano, è alto. L’allarme arriva dall’intelligence, che denuncia «forti segnali» di analisi tali da giustificare l’attenzione dei servizi su minacce interne. Il tema è stato al centro dell’audizione, davanti al Copasir, di Giampiero Massolo, direttore generale del Dis, che ieri ha parlato anche dell’Isis dicendo che comunque c’è massima attenzione anche sui jihadisti. Il pericolo, inoltre, arriva dai movimenti anarco-insurrezionalisti. Secondo quanto riferito da Il Tempo già il 17 aprile scorso, fonti investigative hanno rivelato che per la giornata inaugurale dell’Esposizione universale il rischio è molto alto: «Vogliono fare come a Genova durante il G8». Un clima rovente, con i primi segnali arrivati già martedì, quando la Digos di Milano ha effettuato perquisizioni nelle zone occupate dai «No Expo», nel quartiere Giambellino, rivendendo e sequestrando martelli, picconi, mazze e alcune bottiglie di liquido incendiario. Alla fine un tedesco è stato arrestato perché trovato con materiale esplosivo, 15 francesi e 6 italiani denunciati a piede libero. Fermati anche altri tre tedeschi, per i quali nel pomeriggio di martedì il gip non ha convalidato l’arresto. Per questi è stato chiesto un nuovo decreto di espulsione. Ieri mattina, poi, gli uomini della Questura di Milano hanno effettuato un secondo blitz, con nuove perquisizioni e controlli nella stessa zona. Durante le operazioni è stato trovato e sequestrato altro materiale, tra cui 5 maschere antigas, guanti in lattice e dei contenitori di colla, lanciati dalla finestra di un palazzo occupato abusivamente dagli antagonisti quando si sono accorti dell’arrivo della Digos. Il bilancio del secondo blitz è di 12 persone denunciate per occupazione abusiva, nove italiani e tre tedeschi, in via degli Apuli e via Odazio in zona Giambellino-Lorenteggio. La polizia ha scoperto che i tre tedeschi, portati in Questura con gli altri, erano gli stessi per cui il giorno prima il giudice non ha autorizzato l’espulsione dal territorio nazionale dopo la prima operazione della Digos. Durante il secondo fermo sono stati trovati all’interno di un appartamento occupato insieme a due italiani. È lo stesso gruppo che all’arrivo della Digos ha lanciato fuori dalla finestra un borsone con le maschere antigas. I giudici decideranno oggi se accogliere la richiesta della Questura di Milano di espellere dall’Italia i tre tedeschi, due giovani e un uomo di 56 anni, che trascorreranno la notte in Questura. Ci vorranno invece 10 giorni per l’espulsione dei 15 francesi perquisiti sempre nel corso del blitz di martedì. A causa di difficoltà nelle procedure di identificazione, perché trovati senza documenti, la Prefettura non ha potuto emettere un decreto di espulsione ordinaria. Oggi pomeriggio, invece, si terrà l’udienza di convalida per il tedesco arrestato martedì.
Francesca Musacchio 

Agid, la Consorteria di Comunione e Liberazione ha piazzato il suo uomo

Chi è Antonio Samaritani, il nuovo direttore dell’Agid

Attualmente il nuovo direttore dell’Agenzia per l’Italia digitale italiana è responsabile Ict della Regione Lombardia. Un profilo tecnico e sostenuto anche dal centrodestra
SAMARITANIDa responsabile ICT della Regione Lombardia a direttore dell’Agenzia per l’Italia Digitale: è Antonio Samaritani il successore di Alessandra Poggiani, a quanto annunciato ieri sera dal presidente del Consiglio Matteo Renzi al Consiglio dei Ministri.
Il Governo ha scelto quindi un profilo tecnico e allo stesso tempo un profondo conoscitore della macchina amministrativa nel compito, parecchio complesso, di guidare la travagliata Agenzia, che finora non ha avuto una vita lineare. Poggiani ha lasciato dopo appena sette mesi (scegliendo di andare in campagna elettorale in Veneto nella lista di Alessandra Moretti). E prima di allora, già con Agostino Ragosa, l’Agenzia aveva faticato tantissimo per imporre cambiamenti, digitali, nelle pubbliche amministrazioni. 
La scelta di Samaritani sembra venire direttamente dalla ministra alla Pubblica Amministrazione Marianna Madia ed era fortemente nell’aria già da qualche giorno. Lo si può considerare anche come un “ripescaggio”, dato che Samaritani correva alla stessa poltrona anche nella precedente candidatura, quella poi vinta da Poggiani.
Madia ha sottolineato che il Governo ha scelto Samaritani per dare continuità al lavoro fatto da Poggiani. Giorni fa aveva detto appunto che il nuovo direttore porterà avanti i dossier quali la fattura elettronica, l’identità digitale e l’anagrafe unica, che sono per altro le stesse priorità scelte da Francesco Caio, consulente del Governo Letta ai tempi di Ragosa. Le parole di Madia sono ben meditate. Servono come rassicurazione nei confronti della paura principale che si è diffusa dopo l’addio di Poggiani: che la governance del digitale in Italia è impossibile. In verità era una idea già bene affermata da tempo e ha inciso nelle stesse dimissioni di Poggiani. Le quali però rischiavano di rendere ancora più drammatica la situazione. Al momento possiamo dire che il Governo è sulla carreggiata giusta per evitare questo rischio: nomina fatta in tempo record (Poggiani poteva tecnicamente restare sino a fine mese) e a favore di qualcuno che è capace da subito di continuare il lavoro fin qui svolto. Samaritani, classe 1963, conosce bene l’Agenda digitale avendola costruita in Regione. Ha inoltre avuto un ruolo nel progetto E015 (del Cefriel) per l’Expo 2015 e lavora da circa vent’anni nei sistemi informativi (anche in Ibm). La sfida sarà forse fare scalare dall’ambito territoriale a quello nazionale le competenze fin qui maturate. Ma anche Poggiani, del resto, veniva da una esperienza locale (a Venezia). E rispetto a lei, Samaritani ha senza dubbio un profilo più tecnico (è più simile a quello di Ragosa).
Ma se Poggiani era espressione della sinistra di Governo, non lo stesso si può dire di Samaritani, considerato vicino agli ambienti di Comunione e Liberazione e sostenuto, nella nomina,  da Maurizio Lupi, il ministro dimissionario di Centro-Destra. E Samaritani non era certo il solo profilo tecnico disponibile, tra i 189 candidati al posto di direttore generale dell’Agid; molti dei quali avevano già lavorato non solo per la pubblica amministrazione digitale ma anche nella stessa Agenzia.
Samaritani resta una nomina dal sapore tecnico, più che prettamente politico, e infatti è stata sostenuta – pare- anche da Caio. Si dice abbia inciso anche il giudizio favorevole del super consulente economico di Renzi, Andrea Guerra.
Insomma, quella di Samaritani sembra una scelta equilibrata, bipartisan.  E non poteva essere altrimenti, dato che la competizione era forte.
Tutto questo non deve comunque farci dimenticare che la nomina del direttore è solo una parte della soluzione. La governance dell’Agenda digitale resta complicata, dato che il potere decisionale sui cambiamenti da fare è ora frammentato fra tanti ministeri. Anche per questo motivo qualcuno si auspicava un direttore che fosse diretta espressione politica di Renzi. In modo da imporre con più forza i cambiamenti ai recalcitranti. Così non è stato. La nomina di Samaritani è in continuità con Poggiani, dice Madia. Vero. Ma questo significa anche che è in continuità anche la situazione di contesto, con cui da subito l’Agenzia dovrà fare i conti.

http://www.wired.it/attualita/politica/2015/04/30/direttore-agid-antonio-samaritani/

Siria, i migranti profughi sono creati dai soldi degli statunitensi ed europei che li danno alla Rivoluzione a Pagamento

Dal Mondo

Vescovo siriano: alleati occidentali, smettete di finanziare i jihadisti in Siria

Loda le riforme del Presidente Assad

Mgr Jean-Clément JEANBART, archevêque melkite d'Alep (Syrie) Alain PINOGES/CIRIC





La guerra civile in Siria, che dura ormai da più di quattro anni, potrebbe terminare molto più rapidamente se gli Stati Uniti esercitassero pressioni sui loro alleati perché smettano di aiutare i gruppi estremisti, afferma un presule di una delle città più assediate del Paese.

L'arcivescovo Jean-Clement Jeanbart, dell'arcidiocesi cattolica greco-melchita di Aleppo, sta visitando Boston, New York e Washington, D.C., per chiedere l'aiuto statunitense per porre fine alla guerra e aiutare i cristiani assediati a rimanere nella loro terra ancestrale. Il suo viaggio negli Stati Uniti è finanziato dall'associazione caritativa internazionale cattolica Aiuto alla Chiesa che Soffre.

Jeanbart ha incontrato un rappresentante di Aleteia lunedì presso il Roosevelt Hotel di New York City e ha discusso il background che ha dato origine al conflitto, l'effetto che ha avuto sulla popolazione cristiana in Siria e ciò che pensano i leader cristiani del Presidente Bashar al-Assad.

Come è iniziata la crisi attuale, a suo avviso? A cosa la fa risalire?

Temo che debba essere attribuita alla Primavera Araba. Ci si è avvalsi di un certo numero di cittadini siriani che non concordavano molto con ciò che stava accadendo in Siria, nel Governo, e di un'opposizione che voleva che nel Paese ci fosse più democrazia, più libertà. Presto, però, questo movimento è diventato una rivoluzione, e più di una rivoluzione: un'opposizione violenta e la guerra tra l'opposizione e le forze governative. Non sono sicuro che l'origine sia stata completamente interna al Paese. È stata spinta dall'esterno con gente interna.

Cosa intende?

Alcuni Paesi e certi poteri nella regione e forse in Occidente... La Siria è in una posizione decisiva a livello strategico in Medio Oriente – è nel cuore del Medio Oriente. È sulla via dei traffici commerciali, ha petrolio e gas...

Lei e i membri del suo gregge avete subito ripercussioni per via della crisi?

Ad Aleppo la nostra gente non era toccata da questi problemi. Nella maggior parte dei casi le persone non erano coinvolte nella politica. Non erano interessate alla politica. Erano abituate a curare gli aspetti economici della vita e si occupavano dei propri affari, delle proprie attività. È per questo che sono state vittime di questa guerra e sono state prese di mira dall'opposizione, non venendo a volte capite davvero né dal Governo né dall'opposizione. Dobbiamo dire, però, che il Governo non le ha danneggiate negli ultimi due o tre anni. Il Governo non è stato malvagio nei confronti dei cristiani o delle altre minoranze.

Cosa pensa di Bashar al-Assad?

È una domanda molto difficile. Dico quello che sento, quello che penso. Per essere onesto con Dio, non è malvagio. Nella guerra è stato violento, ma dalla sua ascesa abbiamo pensato che nel Paese ci fosse stato qualche miglioramento e che molte cose fossero cambiate in senso positivo. Ha cercato di fare delle riforme ed è riuscito a emendare rapidamente la Costituzione, e la nuova Costituzione è in vigore ormai da due o tre anni. Ha annullato l'esclusività del partito Ba’ath . Ha limitato il mandato della presidenza. Ha aperto l'elezione alla presidenza, trasformandola da plebiscito a elezione tra vari candidati, ecc. È stato avviato un buon numero di riforme. Non solo io, ma la maggior parte dei leader cristiani di tutte le denominazioni ha una buona opinione del Presidente. Non è ritenuto una persona cattiva. Ha fatto degli errori? Sì, probabilmente. Alcuni di coloro che lo circondavano erano malvagi – sì, probabilmente, ma ha provato a fare del suo meglio.

Quando una persona come il Presidente Assad sposa una donna britannica, che ha un'educazione britannica e francese, che è portatrice dei valori della democrazia in Gran Bretagna, significa che gli piace quello stile di vita e che ama questa apertura nei Paesi. Non avrebbe sposato quel tipo di ragazza se non avesse apprezzato quel tipo di qualità. È per questo che è un segno di quali potrebbero essere i suoi sentimenti. In Siria incontriamo raramente autorità che rispettano il popolo, che rispettano il clero e gli anziani come fa lui. Dall'altro lato, non sono un politico e non so cos'abbia dentro di sé, ma vi dico quello che i miei colleghi e i leader religiosi pensano di lui - i leader cristiani. Alcuni leader musulmani sono con lui, altri contro di lui. Le minoranze in genere concordano con lui...

E la sua vita: la moglie insegna ai loro figli, e lui si prende cura della famiglia. Si sente come se avesse una vita normale. Non è la persona che passa il tempo nei nightclub o cose del genere.

Cosa serve per ripristinare la pace e una società in cui i diritti di ciascuno vengano protetti?

Penso che sarà la decisione del vostro Paese e dei Paesi europei di porre fine a tutto questo. Possono chiedere ai loro alleati nella regione di smettere di finanziare, di supportare, di permettere ai combattenti e ai mercenari di entrare in Siria, e penso che le cose si risolveranno rapidamente in un modo o nell'altro.

Parla di finanziare gruppi terroristici come l'ISIS?

Sì, dell'ISIS. Chi finanzia l'ISIS e gli altri gruppi di opposizione, perché ci sono parti dell'opposizione moderate, ma non sono numerose. La maggior parte dell'opposizione è fondamentalista: ISIS, Nusra... E ci sono Paesi interessati a vedere la Siria collassare. E questi Paesi arabi stanno facendo ciò che stanno facendo per aiutare l'opposizione – e non solo l'opposizione, i gruppi jihadisti –, per aiutarla a prevalere e a fare ciò che sta facendo.

Direbbe che l'Arabia Saudita è il principale finanziatore di questi gruppi?

Non necessariamente. C'è anche la Turchia, ce ne sono altri.

La Turchia come finanziatore?

No, la maggior parte dei combattenti passa attraverso la Turchia, quindi forse se la Turchia potesse fare attenzione a non farli passare renderebbe le cose più semplici.

Altri Paesi stanno finanziando, alcuni inviano armi. Tutti i combattenti sono ben “alimentati”. Molte famiglie nei Paesi poveri sono felici di mandare i propri figli al jihad, la guerra per Dio...

Cos'è che spinge maggiormente i giovani uomini degli Stati Uniti, della Gran Bretagna o della Francia ad andare in Siria per prendere le armi con l'ISIS?

Dagli Stati Uniti non ne partono molti. Ce ne sono alcuni che sono nuovi arrivati, appena giunti negli USA, per cui la loro mentalità, il loro modo di pensare, è stato forse modellato prima del loro arrivo, o è stato nutrito da qualche sceicco lì presente. In Europa, però, ci sono molti problemi sociali e molte ragioni per far sì che un ragazzo viva nella disperazione, e in molti Paesi europei molti giovani si tolgono la vita o direttamente con il suicidio o buttandosi nelle droghe o nel terrorismo. C'è un senso di vuoto, manca qualcosa, vogliono trovare qualcosa che dia significato alla loro vita, ed è per questo che rispondono ai fondamentalisti. Molti di loro hanno compreso la religione musulmana in modo errato, non conoscono nemmeno l'arabo e il Corano. Sono stati influenzati e condizionati dai fondamentalisti... e dal denaro. C'è una situazione economica molto negativa; non hanno lavoro, non hanno entrate e vedono che saranno ben nutriti e in buone condizioni. E dicono che è un'avventura, forse hanno parlato loro del successo di questa campagna che non durerà molto e finirà nell'arco di qualche mese, e diventeranno molto ricchi, chi lo sa?

Com'è ora la situazione ad Aleppo?

Negli ultimi 15 giorni ho visto cose terribili ad Aleppo. Dopo Pasqua siamo stati colpiti varie volte con razzi e bombe – l'arcivescovado, la chiesa, tre chiese su quattro sono state distrutte, 15 persone sono state uccise in casa propria e vari edifici rasi al suolo. Ieri il mio vicario generale mi ha chiamato e mi ha detto che c'è stata una forte esplosione vicino alla città vecchia, nei pressi di dove siamo noi, il mio arcivescovado. E la nostra chiesa è stata colpita di nuovo e un'altra è stata distrutta, e l'arcivescovado è stato gravemente danneggiato. Tutto è in cattive condizioni.

Aleppo aveva migliaia di industrie e mulini – c'erano 600 industrie e mulini, ed è stato tutto distrutto. In genere c'erano 1.200.000 lavoratori; ora sono senza lavoro perché le industrie sono state distrutte, così come le scuole, gli ospedali. È una cosa terribile. Questo ci rende molto tristi perché cinque anni fa Aleppo era una città splendida – molto vivibile e ricca, una delle città più importanti del Medio Oriente a livello economico. Non avevamo petrolio ma avevamo gente che lavorava sodo e industrie, turismo. L'Università di Aleppo aveva 160.000 studenti – e tutti studiavano gratis. Studiare in Siria era molto semplice: ogni stadio dell'educazione, dall'inizio all'università, era gratuito. Aleppo aveva un'intera città per studenti, con 15.000 giovani, che venivano anche da luoghi poverissimi. Questo permetteva ai giovani che non avevano speranze nella vita di ottenere un titolo universitario. Permetteva a molti poveri di diventare benestanti e di acquisire una posizione nel Governo e altri posti di rilievo nella società.

Quando si vede qual è la situazione attuale viene da piangere.

[Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]