Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 maggio 2015

Infrastrutture digitali, fibra ottica, il governo del corrotto Pd da un calcio a Telecom, perchè?


Ultrabroadband

Banda ultralarga, il Governo intreccia i fili elettrici alla fibra

Si ha la sensazione che la strategia di Governo incontri delle difficoltà. Non è chiaro il ruolo di Palazzo Chigi nel coinvolgimento di Enel e Terna nella partita
di Dario Denni | 15 maggio 2015, ore 15:30
Palazzo Chigi
Si ha la sensazione che la strategia del Governo incontri più di una difficoltà. Ne abbiamo contezza da tempo. Lo spettacolo che osserviamo tutti i giorni sui giornali sembra quello di una paralizzante indecisione dell’esecutivo su come procedere.

Se è vero che la mancata attuazione del piano banda ultralarga non ci fa progredire è ancora più vero che le velate minacce che emergono sui giornali sembrano degli avvertimenti alle aziende private di probabili ritorsioni. Tutto ciò non aiuta, ed anzi fa regredire.

A tal proposito, l’articolo di oggi sul Corriere della Sera a firma del Sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli non sembra aggiungere nulla di nuovo al panorama sconfortante che stiamo vivendo come osservatori a causa della scarsa capacità di azione del Governo per sbloccare il dossier della banda ultralarga. Il perdurare di questo periodo di indeterminatezza sembra la causa prima della paralisi degli investimenti da parte degli operatori privati, ma non è chiaro se di questo il premier Matteo Renzi abbia contezza e se qualcuno provi a spiegarglielo.

Abbiamo avuto già abbastanza da dire nei mesi scorsi sul possibile ingresso di Telecom Italia in Metroweb. E per mesi abbiamo valutato ogni aspetto fosse trapelato intorno a questa vicenda. Purtroppo tutto questo tempo è passato a discettare di un tema che ancora una volta si è dimostrato impraticabile, cioè quello di creare un condominio litigioso con operatori così eterogenei da non poter condividere alcuna strategia comune.

Archiviata dunque la vicenda Metroweb, in molti si sono fermati a valutare i resti di una battaglia che resta ancora tutta da interpretare. Infatti, dagli strascichi di questa vicenda, tra dichiarazioni pubbliche e accordi privati, possono nascere diversi dubbi interpretativi sul ruolo che è stato giocato ad esempio, da Franco Bassanini, Presidente di Metroweb e deus ex machina degli intrigati rapporti tra Governo e operatori telefonici.

Cronache recenti ci hanno restituito i documenti segreti che lasciano trapelare una volontà surrettizia delle parti di arrivare ad un accordo ma effettivamente poi a questa volontà non sono seguiti i fatti. Che cosa ci resta oggi allora?

Per capirlo basta guardare alla costruzione della figura di Enel come possibile risolutore del groviglio in cui si trova il Governo. Ed è di questi giorni la notizia che anche altri operatori non telefonici si siano uniti alla fila di volontari, disposti a posare la fibra ottica nel territorio nazionale italiano. Tra questi non possiamo non ricordare il ruolo delle Ferrovie dello Stato e di Terna, l’operatore elettrico che gestisce la rete dell’alta tensione.

Non è chiaro perché Terna – che si è affrettata a smentire il suo interesse per la banda ultralarga – abbia deciso di confidare al premier Matteo Renzi la sua volontà di affasciare la fibra ottica sul trefolo di guardia della sua infrastruttura elettrica. Crediamo che questa scelta dipenda unicamente dall’azienda, dai suoi investitori e dal suo Consiglio di Amministrazione.
A questo punto una domanda nasce spontanea: se esiste un forte commitment da parte di Terna a investire su business collaterali che riguardano campi in cui l’operatore elettrico non è naturalmente portato a operare, allora perché non procede speditamente e con denari privati in questa direzione?

Non è chiaro quanto e che tipo di ruolo abbia giocato il Governo su questa nuova partita. Non è chiaro nemmeno quali siano le reali intenzioni dei responsabili di Palazzo Chigi.

Vero è che tutto questo discettare intorno a tematiche non attuali e talvolta peregrine ci allontana sempre di più temi veri di cui si dovrebbe occupare almeno uno dei tanti responsabili designati dal Governo su queste materie.

http://www.key4biz.it/banda-ultralarga-il-governo-intreccia-i-fili-elettrici-alla-fibra/119686/

Cina e India, due giganti che accrescono la multipolarità

Cina e India tra competizione e rincorsa

Venerdì, 15 Maggio, 2015
Asia
Antonio Armellini


Come sono cambiati i rapporti fra Cina e India con l’avvento di due leader carismatici quali Modi e Xi Jinping?

Il rapporto fra India e Cina si mantiene costante fra competizione e rincorsa. La crescita degli ultimi anni dell’interscambio commerciale fra i due paesi è la dimostrazione di una relazione sempre più stretta, che però mantiene ancora forti elementi di criticità. Infatti non è ancora stato firmato un trattato di pace a seguito degli scontri del 1962 che opposero l’esercito cinese a quello indiano sulla frontiera himalayana.

Modi e Xi Jinping vogliono indubbiamente stabilizzare il contrasto, mossi da una tentazione reciproca di superare la logica del conflitto grazie alla cooperazione economica che rende oggi molto costoso compromettere tale coesistenza. In questo senso ci potrà essere la definizione di rispettive aree d'influenza. D’altronde, sul lungo periodo è improbabile immaginare assetti di stabilità regionali che non si fondino su di un dialogo fra Cina e India.



Via della Seta e Aiib: l’attivismo cinese cosa può portare all’India?

Le recenti iniziative cinesi possono essere considerate come parte di un “Grande gioco asiatico”: sono elementi che vanno legati proprio al tema del riconsiderare le sfere d'influenza regionali di Cina e India. In particolare i cinesi stanno rivedendo di molto la loro proiezione internazionale con uno sguardo rivolto all’Asia centrale e al sud-est asiatico. Ed è proprio in quest’area che si potranno definire le rispettive sfere d’influenza.

Se da un lato l’attivismo cinese preoccupa necessariamente gli indiani, dall’altro ne possono nascere importanti opportunità per rafforzare ulteriormente l’interscambio economico. D’altra parte all’India non può non piacere un’iniziativa come quella dell’Aiib che si pone come alternativa al sistema retto dall’Imf. In questa partita la Cina è stata più rapida degli altri e l’India ne ha approfittato per salire su un carro che le conviene.



Le visite di Xi Jinping e gli accordi commerciali in Sri Lanka, Pakistan e Afghanistan oltre alla crescente influenza cinese in Bangladesh e Myanmar possono causare una “sindrome da accerchiamento” per Nuova Delhi?

La Cina è sicuramente l’ossessione indiana fin dall’indipendenza dall’Impero Britannico e la sua crescente influenza fra i vicini dell’India non è ben vista da Nuova Delhi. L’attivismo viene percepito come antagonista e come reazione l’India sta rilanciando la sua politica estera – la cosiddetta “look East policy” – in modo che possa rispondere all’accerchiamento. La strategia cinese è quella di estendere leve di controllo sull’India attraverso rapporti molto stretti sia con amici storici come il Pakistan sia con paesi come l’Afghanistan grazie al graduale disimpegno americano. L’India ora è impegnata a tenere gli occhi molto aperti sulle iniziative cinesi.

Che ruolo mantengono gli Usa nel rapporto con i due paesi?

Gli Stati Uniti con la politica del presidente Obama del Pivot to Asia hanno investito sull’India come possibile alleato nella politica di contenimento della Cina, ma è possibile che i risultati non siano quelli attesi. Dovendo pensare a come si configurano i rapporti fra questi tre paesi si può immaginare una sorta di "triangolo con addendi". Infatti l’influenza degli Usa nella regione è destinata a decrescere e altri attori possono avere un ruolo. Soprattutto l’Australia sembra aver preso finalmente coscienza del fatto di essere una potenza asiatica con i relativi carichi di responsabilità e non un’altra Europa dall’altra parte del globo. Attorno all’asse Cina-India si profila così un equilibrio composto da due grandi potenze interne - India e Cina, appunto - un grande soggetto esterno come gli Stati Uniti e, infine, potenze di secondo livello come Giappone e Australia.


Antonio Armellini, ex ambasciatore in India - See more at: http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cina-e-india-tra-competizione-e-rincorsa-13306#sthash.mZyrDqbQ.dpuf

dall'imbecille al governo non ci si può aspettare altro, è un traditore

Renzi svende le meraviglie d’Italia. Al Salone del libro la denuncia di Settis e Montanari

Renzi svende le meraviglie d’Italia. Al Salone del libro la denuncia di Settis e Montanari
“Italia, salone delle meraviglie” è il titolo della fiera del libro che entra nel vivo al Lingotto di Torino con decine di conferenze dedicate al patrimonio d’arte, alla conoscenza e alla tutela di una tradizione unica al mondo e straordinariamente fusa con il paesaggio. Di tutto questo, e da varie prospettive, parlano al Salone del libro 2015 critici e storici dell’arte, scrittori, archeologi e divulgatori, fino a lunedì18 maggio.
A emergere non sono solo la storia, la fantasia creativa, la lingua viva dell’arte italiana. Ma anche l’ignoranza e le scellerate politiche liberistiche di “de-tutela” messe in atto negli ultimi vent’anni e senza soluzione di continuità dai governi Berlusconi e ora dal governo Renzi.
La denuncia parte da voci autorevoli come quella di Salvatore Settis, ex direttore della Normale e oggi alla guida del comitato scientifico del Louvre. Nel libro Se Venezia muore (Einaudi) denuncia la distruzione della laguna causata in primis dalle grandi navi, vere e proprie navi grattacielo che inquinano e deturpano il paesaggio. Di questa emergenza, ma anche della bellezza di Venezia le cui mura, come un palinsesto, recano iscritti secoli di storia umana, il professore parla domenica alle 17 in sala Rossa, in una lectio che si annuncia affollatissima.
Svolge una critica serrata alla riforma Franceschini voluta dal governo Renzi nel suo intervento al Salone lo storico dell’arte Tomaso Montanari, che sabato alle 13 in sala Rossa presenta il suo nuovo, sferzante, pamphlet Privati del patrimonio (Eianudi). Un libro in cui il docente dell’Università Federico II di Napoli critica aspramente il modo in cui il governo Renzi apre all’ingresso dei privati nella gestione dei beni culturali, contemporaneamente indebolendo le soprintendenze e il loro ruolo strategico nella tutela, e con lo Sblocca Italia esponendo il paesaggio al rischio di nuove colate di cemento.
Negli anni Novanta provvedimenti di cartolarizzazione e di svendita caratterizzarono le politiche ultra liberiste del centrodestra, ricorda Montanari nel suo libro, richiamando Italia Spa (Einaudi) scritto da Settis nel 2002. Allora anche grazie alla “finanza creativa” di Tremonti fu messo in atto un assalto al patrimonio pubblico che pareva senza pari. Ma ora – denuncia Montanari – è l’attuale consigliere di Renzi, Marco Carrai, a rilanciare l’idea di Italia Spa. «È un circolo vizioso – rileva Montanari -. Si svende il patrimonio pubblico perché non c’è alcuna intenzione di recuperarlo e riutilizzarlo. E la svendita genera nuovo bisogno di costruire. Senza contare che la dismissione di questo tipo di monumenti non va a detrimento delle classi alte. Chi non ha una casa aveva almeno delle case pubbliche: adesso non avrà più neanche quelle».
La traduzione in legge dello Sblocca Italia, di fatto, ha ulteriormente peggiorato il quadro, denuncia lo storico dell’arte: «Perché è stato abrogato il comma di una legge del 2013 che permetteva al ministero dei Beni culturali di intervenire nella scelta dei beni da alienare. Ora il Mibact non ha più nemmeno diritto di parola. Di fronte a tutto questo il ministro Franceschini si sarebbe dovuto dimettere, invece non ha nemmeno protestato. Per assurdo ora gli Uffizi potrebbero essere messi in vendita senza che il ministero possa nemmeno fiatare».
 @simonamaggiorel
 
http://www.left.it/2015/05/15/renzi-svende-le-meraviglie-ditalia-al-salone-del-libro-la-denuncia-di-settis-e-montanari/

Bolivia, il partito di Morales una battuta di arresto

Lezioni boliviane

Con il ballottaggio di domenica 3 maggio, in Bolivia si è concluso il processo delle elezioni amministrative iniziato lo scorso 29 marzo.
15 maggio 2015 - Marco Consolo
Minero
Le elezioni, che hanno coinvolto circa 6 milioni di persone, rinnovavano le cariche dei 9 dipartimenti (regioni) e dei 339 comuni. Il partito Movimento al Socialismo- Strumento Politico della Sovranità del Popolo, (più conosciuto come MAS) del presidente Evo Morales, è stato ratificato come la principale forza politica del Paese, ma ha subito alcune sconfitte importanti. Ha ottenuto poco più del 50 % del totale dei voti, anche grazie alla frammentazione delle forze di opposizione. Un salto all’indietro, se li si compara con i risultati di appena cinque mesi fa, quando, per la terza volta, con il 62 % dei consensi, Evo Morales è stato rieletto Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia.

Il MAS ha vinto in 6 dipartimenti (Pando, Oruro, Potosí, Cochabamba, Chuquisaca e Beni), ha perso in 3 (La Paz, Tarija e Santa Cruz). Ha vinto inoltre in circa 228 comuni.
Ma il dato politico significativo (e che fa più male), è stata la sconfitta nel Dipartimento e nel Comune di La Paz, capitale e sede del governo, oltre a quella nel comune di El Alto, confinante con La Paz e roccaforte storica del MAS e delle dure lotte sociali che lo hanno portato al governo.
In altri termini, nel Dipartimento di La Paz, il Movimento al Socialismo (MAS) ha subito una triplice sconfitta: ha perso El Alto, dove ha vinto il candidato di Unità Nazionale (UN) Soledad Chapetón; ha perso il governatore di La Paz, contro Félix Patzi di Soberanía y Libertad (Sol.bo), (un movimento con pochi mesi di vita) ed anche la capitale, in cui è stato riconfermato con un ampio margine il sindaco Luis Revilla, ex alleato del MAS, che si è presentato con Sol.bo.
Tra le città simbolo, dove brucia la sconfitta del MAS, c’è anche Cochabamba, teatro negli anni scorsi della cosiddetta “guerra dell’acqua”, contro la privatizzazione del liquido vitale.

Nella loro crudezza, i numeri dicono che il MAS ha subito un serio retrocesso nelle principali città della Bolivia, specialmente nel cosiddetto “asse troncale”, dove si concentra la maggior parte degli elettori. Infatti, nelle mani dell’opposizione rimangono otto dei 10 sindaci delle grandi città: La Paz, El Alto, Santa Cruz, Cochabamba, Oruro, Trinidad, Tarija e Cobija, mentre il MAS vince a Sucre e Potosi.

La debolezza dei dirigenti locali

“Nelle città, le elezioni comunali sono sempre difficili,non abbiamo molta leadership come movimento politico. Nelle elezioni comunali, ciò che conta non è tanto la visione del programma, i principi, ma più un programma locale e l’individuo. E forse in alcune città ci sentiamo ancora un po’ emarginati come movimento popolare”, ha detto a caldo Evo Morales.

Il Presidente ha accusato il colpo e ha detto, in maniera autocritica e senza mezzi termini: “Dove abbiamo perso è colpa dei sindaci del MAS, hanno fatto una cattiva gestione, è un voto contro la corruzione, così lo percepisco (…). Certo fa male perdere La Paz. Ci sono state forti accuse di corruzione. Se questo è vero,e se c’è stato un voto castigo, mi congratulo con la popolazione paceña”.
L’autocritica di Evo Morales è un tentativo importante di recuperare uno spazio politico di trasformazione, appannato da questo risultato. Quello di Evo è un governo che ha ancora la possibilità di non seguire la strada dell’immobilismo di altri “governi progressisti” della regione.

Ma le sole “colpe dei sindaci” non sembrano essere motivo sufficiente per spiegare questa battuta d’arresto elettorale del MAS.
I risultati sembrano avere a che vedere più con l’incapacità di formare dirigenti locali, con alleanze sbagliate, con l’apertura a personaggi equivoci ed opportunisti saltati sul carro del vincitore, con battaglie interne e cambi di linea del MAS, più che con una strategia premeditata, razionale e coordinata delle diverse forze dell’opposizione nelle regioni.
A che mi riferisco ? Cerco di spiegarmi con qualche esempio concreto.

La triplice sconfitta nel dipartimento di La Paz

Colpisce che a El Alto a vincere sia un partito del centro-destra classico, la UN (UnidadNacional), in una città in mano al MAS dal 2002. Anche se diversi analisti sostengono che più che votare il partito, gli alteños abbiano votato la candidata Soledad Chapetón, una giovane con un’immagine di trasparenza e freschezza in grado di sedurre l’elettorato.

Una candidata contrapposta a quello del MAS, marcato da una gestione inefficiente e da serie e gravi accuse di corruzione, che però il MAS ha voluto a tutti i costi ripresentare ignorando le critiche della propria base. In questo caso, più che di infiltrazione opportunista dal di fuori, si tratta quindi di corruzione, interna alla gestione del governo locale.

Il governatorato di La Paz, oggi è in mano a Félix Patzi, un “ex-masista” con aspirazioni presidenziali, che stravince con piu del 50%, distanziando di più di 20 punti la candidata del MAS.

Nel lontano 2010, Patzi era stato eletto governatore con il MAS che però non lo ha più ricandidato dopo che era stato arrestato dalla polizia per guida in stato di ubriachezza. Oggi Patzi riesce a vincere con un discorso di inclusione che recupera parte del simbolismo che molti nel MAS hanno lasciato alle spalle: “Bisogna lavorare con le organizzazioni sociali, con i comitati civici, con gli imprenditori, con tutti gli attori…”. Un simbolismo che, insieme all’ideologia, aveva fatto la differenza negli anni passati, quando si era saputo amalgamare la sinistra marxista tradizionale con la forza del movimento dei popoli originari e il suo bagaglio di saperi collettivi.

L’arrembaggio sul carro dei vincitori

Ma chissà il dato più preoccupante è quello dell’arrembaggio degli opportunisti saltati sul carro del MAS, grazie all’atteggiamento di “apertura”, di “ampiezza”, di “inclusione” verso settori che provengono direttamente dalla destra e che in alcuni territori controllano le dinamiche locali.
E’ il caso di Tarija, dove Melciades Peñaloza, un imprenditore di lunga militanza di opposizione, si è trasformato prima in senatore del MAS e poi nel responsabile di fatto della campagna “masista”, sostenendo una candidatura a governatore di un altro riciclato dell’opposizione. Come si potrà immaginare, una demotivata base del MAS ha voltato le spalle ai candidati imposti dall’alto, con il risultato della vittoria di un esponente dell’estrema destra, Adrián Oliva, di Unidad Departamental Autonomista (UD-A).
Le critiche dei settori interni più radicali si concentrano sulla mancanza di principi dei “pragmatici e opportunisti” all’interno del MAS,che sarebbero i responsabili del retrocesso rispetto ai risultatidello scorso Ottobre, in cui si erano già manifestati segnali preoccupanti come la perdita di consensi a La Paz. Secondo quei settori critici, in nome del “pragmatismo” e della necessità di riconquistare il voto della “classe media”, si sono aperte le porte a figure dell’opposizione già sconfitte, ridandogli fiato e potere nelle file del MAS.

Santa Cruz: capitalismo andino o socialismo comunitario ?

Nel caso di Santa Cruz, storico bastione delle opposizioni, ed una delle regioni economicamente più ricche e dinamiche, il modello “post-neoliberale” del governo del MAS, lungi dall’intaccare la base materiale del potere economico del blocco cruceño della classe dominante, al contrario lo ha paradossalmente rafforzato. Secondo dati recenti dell’Istituto Boliviano del Commercio Estero (IBCE), Santa Cruz è la regione produttrice di alimenti per eccellenza, con circa il 68% del suo territorio utilizzato a questo scopo. Genera il 76% della produzione agricola e di allevamento, il 70% degli alimenti consumati in Bolivia, e il 74% del valore delle esportazioni agricole.
E’ così che molti imprenditori (non certo simpatizzanti del MAS) hanno dichiarato più volte di star facendo “più soldi che mai”. In altri termini, la sconfitta politica degli anni passati non ha significato la perdita della base materiale del potere. Ciò gli ha permesso di continuare a fare buoni affari e di mantenere egemonia, ironicamente attraverso successivi accordi con il governo centrale del MAS, che aveva ottenuto la maggioranza assoluta nelle elezioni nazionali.
Questo “blocco sociale” ha saputo mantenere il territorio come enclave di resistenza politica, arrivando a patti con il governo centrale, incapace di disputarne l’egemonia a livello locale. Un modello di sopravvivenza non certo nuovo, che ripercorre quello del 1952, con lo schema “adattarsi per non morire”.
Il pragmatismo del MAS nell’avvicinamento del Governo agli imprenditori cruceños con l’invito a “fare affari e non politica” ed una certa svolta moderata nelle elezioni nazionali del 2014, fanno così arrivare al pettine alcuni nodi politici.
Uno di questi si deve al miraggio della “ vittoria elettorale” a Santa Cruz nell’Ottobre 2014 e la tesi del Vice-Presidente Álvaro García Linera sulla “irradiazione territoriale dell’egemonia”, come base dell’espansione del MAS verso quelle zone. Ma, in questo caso, quella tesi sembra scontrarsi con un riposizionamento del “blocco sociale di potere”, la cui egemonia ha forse mutato forma, ma nella sostanza pare mantenersi intatta.

Il crescente protagonismo elettorale dei popoli originari

Le elezioni hanno dimostrato, ancora una volta, il forte protagonismo, anche elettorale, dei popoli originari nella politica boliviana da quando Morales è salito al governo un decennio fa, come primo presidente e loro rappresentante. Ora gli “indigeni” si presentano non solo con il MAS di Evo Morales, ma anche con le forze dell’opposizione che, così facendo, migliorano i propri risultati. E’ di origine aymara Soledad Chapetòn, appena eletta sindaca di El Alto, così come Felix Patzi, oggi governatore di La Paz e molti altri rappresentanti dell’opposizione. E’ una tendenza in crescita, apparentemente irreversibile e che darà filo da torcere al governo di Evo.
Non è certo un caso che, negli anni passati, la missione diplomatica statunitense abbia avuto come priorità la “tematica indigena”, cercando di utilizzare a proprio favore alcuni errori commessi dal governo. La USAID (United States Agency for International Development), poi espulsa dal governo del “Palacio Quemado” è stata in prima fila nella cospirazione e nel tentativo di cooptazione di diversi dirigenti “indigeni”.

Si consolida l’opposizione ?

Se non si vuole nascondere la testa nella sabbia, bisogna ammettere che l’opposizione ha avuto una parziale rivincita dopo la cocente sconfitta dello scorso Ottobre, solo pochi mesi dopo che Morales aveva vinto il suo terzo mandato con quasi il 62 % dei voti.
Con queste elezioni, si consolidano tre forze dell’opposizione: i “Democratici”, forti nella regione orientale, regione di classe media e di scarsa popolazione originaria; in Occidente “Unità Nazionale”, guidata dall’imprenditore Samuel Doria Medina, al secondo posto nelle elezioni dello scorso Ottobre; e la nuova formazione “Sovranità e libertà” (Sol.bo.), a cui appartiene il sindaco di La Paz, Luis Revilla, e Félix Patzi.
Allo stesso tempo, però, è vero che per il momento non c’è da parte di queste tre forze una capacità di unificazione o quanto meno di azione unitaria, nonostante gli sforzi dell’ambasciata statunitense.

E il MAS ?

Per quanto riguarda il MAS-IPSP, si conferma la sua centralità politica, anche tenendo da conto i risultati nella cosiddetta “mezza luna”, la zona più ricca del Paese. Nel caso di Pando, ha avuto il candidato più votato a livello nazionale, con il 66%. E anche a Riberalta, la città più popolosa del Beni, il MAS ha ottenuto una vittoria importante. In altri termini sembra di assistere a una riconfigurazione politica della cosiddetta “mezza luna”, al centro dell’azionare golpista nel recente passato e dove si confermano i progressi ottenuti da Morales nello scorso Ottobre.

Più in generale, si è parlato di un risultato elettorale “normale”, dato che “le amministrative non riflettono il quadro nazionale”. Si è detto anche che questo risultato non scalfisce di un millimetro la forza nazionale del MAS che rimane intatta. Tutto vero, ma solo in parte.
Non c’è dubbio che il MAS per il momento sia l’unica organizzazione con forza in tutto il territorio nazionale, ma che sia rimasta intatta non pare così vero: le dispute interne sulle candidature locali hanno prodotto divisioni a causa della scelta di candidati sbagliati, senza consenso e quindi perdenti.
Sembra evidente che siamo di fronte a una scarsità di dirigenti regionali e territoriali di peso da parte del MAS,che ha difficoltà nel fare emergere figure che godano di un ampio consenso. Così come è vero che, per il momento, a livello nazionale Evo Morales non ha rivali. Per questo, l’attuale Presidente ha recentemente fatto appello alla necessità di formare dirigenti locali con proiezione nazionale, anche in vista delle prossime elezioni politiche del 2019.
In ogni caso, le amministrative hanno messo in luce diversi errori del processo di cambiamento che ha davanti a sé un bivio: o si fa pulizia in casa, si ordinano le priorità e si reinventa la maniera di fare politica, ascoltando la propria base ed i movimenti sociali, o prima o poi si pagherà il prezzo della sconfitta.
La riserva morale è ancora rappresentata dai movimenti e dalle organizzazioni sociali. Il sale della democrazia è la capacità di costruire egemonia sapendo mantenere il dissenso, facendo autocritica di fronte agli errori, attraverso l’apprendimento continuo, la costruzione collettiva dal basso, il “comandare obbedendo” zapatista.
Non c’è dubbio che il popolo ha una buona memoria, passa la fattura per gli errori commessi e questa volta ha parlato chiaro. La massima morale citata spesso da Evo “ama sua, ama llulla, ama k’ella” (non essere ladro, non essere bugiardo, non essere pigro !) , è una bussola di riferimento vigente e valida per tutti.

Il Movimento Al Socialismo ha davanti a sé due sfide parallele: da una parte cercare di rafforzarsi nelle regioni in cui ha perso le elezioni. Dall’altra, gestire in modo efficiente e partecipato le amministrazioni in cui i candidati del MAS hanno prevalso. Se è vero che il MAS non ha stravinto (come nell’Ottobre 2014), neanche l’opposizione ha avuto un risultato storico, a differenza di quanto sostengono i media conservatori mainstream del continente, secondo i quali “il processo di cambiamento è arrivato al capolinea”. Nella nuova mappa politica regionale, il MAS rimane, chiaramente, la prima forza politica del Paese.
Il messaggio principale di questa tornata elettorale è la necessità di ri-orientare il processo di cambiamento recuperandone le origini, quelle che ne hanno fatto un esempio sia in America Latina, che nel mondo intero. Un esempio che oggi mostra incrinature, ed errori che non possono ripetersi. C’è bisogno di un’umiltà che ancora fatica a farsi strada.
Fortunatamente le parole autocritiche del Presidente Evo Morales sono un buon viatico ed una chiara bussola di riferimento. Saranno sufficienti a cambiare rotta ?
 
http://www.peacelink.it/latina/a/41703.html 

Francesco attore di pace

BERGOGLIO DONA AD ABU MAZEN L’ANGELO DELLA PACE

Elisabetta Moretti

E’ durato circa venti minuti il colloquio tra Papa Francesco e il presidente dell’Anp, Abu Mazen, nel Palazzo apostolico del Vaticano. Un incontro che, secondo quanto viene riferito dalla Sala Stampa della Santa Sede, è stato cordiale e “molto caloroso”. Arrivando al Palazzo apostolico, sembra che Abu Mazen abbia chiesto al Papa: “Come stai?” e Bergoglio ha risposto: “Bene”. Abu Mazen, rivolgendosi sempre al Pontefice, avrebbe poi detto: “Ti vedo più giovane”. La delegazione palestinese era composta da una decina di membri, tra i quali figuravano alcuni ministri e il sindaco di Betlemme. Abu Mazen ha regalato al Pontefice una cassetta di madreperla con le reliquie delle sante che saranno canonizzate domani e con un rosario di legno. Bergoglio ha donato ad Abu Mazen una medaglia dell’angelo della pace.

Il Pontefice ha ricevuto il presidente palestinese nella sua biblioteca privata e la conversazione si è svolta con l’aiuto di un interprete.L’incontro si è poi concluso con un abbraccio fra i due e Mahmoud Abbas -altro nome di Abu Mazen – avrebbe detto a Bergoglio: “Ci vediamo domani”, in riferimento alla cerimonia di canonizzazione delle due suore palestinesi.
Il leader palestinese Abu Mazen è arrivato a Roma nella serata di giovedì 14 maggio, atteso per una tre giorni di fitti appuntamenti con le autorità italiane. Ma è questa mattina alle 10:30 al palazzo apostolico del Vaticano che si è tenuto il tanto atteso e discusso incontro con il Santo Padre. Un’udienza che sigillerà il riconoscimento della Palestina avvenuto il 13 maggio diffuso al termine della riunione plenaria della Commissione bilaterale tra Santa Sede e Olp.
Un evento epocale che ha suscitato l’immediata reazione di Israele, la quale si è detta “profondamente delusa” per la decisione di Francesco. “Questa mossa – è scritto in una nota della Segreteria di Stato di Tel Aviv – non fa avanzare il processo di pace e non contribuisce a riportare la leadership palestinese al tavolo delle trattative bilaterali. Israele esaminerà l’accordo e soppeserà conseguentemente le proprie azioni”.
Tra i Paesi che hanno riconosciuto lo Stato della Palestina nell’ultimo anno, la Svezia con Stefan Lofven, leader del nuovo governo di centrosinistra, un passo avanti che ha ispirato Gran Bretagna Spagna, Francia e Irlanda. Similmente l’Italia, che con qualche indecisione si è detta pronta a promuoverne il riconoscimento, e sul caso hanno discusso ieri Abu Mazen nell’incontro con Mattarelle e il premier Renzi.
Quella di Bergoglio invece è stata un’azione decisa che ancora una volta ha accelerato i rapporti tra Stati andando a modificare l’asse geo-politico mondiale, così come accaduto per l’avvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti. Francesco, il cui pontificato ha creato un vero caso mediatico sulla figura papale, sembra stia portando avanti una missione di pace che lo avvicina sempre di più al Santo di Assisi di cui ha scelto di portare il nome. Al di fuori delle rivoluzioni più strettamente clericali, come quella di ricondurre i cristiani ad una vita spirituale essenziale e concreta, il Santo Padre sta mettendo in pratica le tre parole “permesso”, “scusa” e “grazie” in un contesto ben più ampio di quello della Chiesa.
Dopo aver ricordato nella Messa di Apertura dell’Assemblea internazionale della Caritas che i potenti saranno chiamati a giudizio, Francesco silenziosamente e con perseverante fiducia sta lavorando per toccare i cuori di quanti sono a capo delle Nazioni. Non ha pronunciato un moralistico rimprovero ai capi di Stato, ma se ne è fatto carico entrando profondamente in relazione con loro. Ai suoi fratelli San Francesco invitava ad annunciare il Vangelo non tanto con le parole, quanto con i fatti, con la propria testimonianza di vita, esortazione che il Papa sembra aver fatto sua. E’ il suo atteggiamento ad affascinare le persone, dalla casalinga al sacerdote fino alle autorità politiche, come Raul Castro Ruz che nella scorsa domenica ha aperto alla possibilità di tornare a Messa dopo il viaggio apostolico a Cuba.
Un Papa che è stato capace di rompere gli schemi del formalismo presentandosi al mondo con un disarmante “buonasera”, un Pastore che “odora delle sue pecore” e lo dimostra il desiderio costante di essere vicino ai suoi fedeli ma soprattutto ai più poveri, un Capo di Stato presente e attivo che ha fatto del dialogo la sua arma più potente ed efficace. Un vero costruttore di pace che ha saputo creare ponti tra autorità lontane e ne è prova, oltre all’apertura del dialogo tra America e Cuba, la presenza dell’ambasciatore israeliano alla Messa che si terrà domenica in piazza San Pietro per la canonizzazione delle prime due sante palestinesi.

http://www.interris.it/2015/05/16/58873/posizione-in-primo-piano/primopiano/bergoglio-dona-ad-abu-mazen-langelo-della-pace.html

Cina, Stati Uniti, strategicamente sono nemici

Il complesso rapporto tra Washington e Pechino

Venerdì, 15 Maggio, 2015

Davide Borsani

La politica estera dell’amministrazione Obama ha avuto fin dal 2009 una chiara costante: il re-engagement verso la regione dell’Asia-Pacifico. Lo si chiami Pivot to Asia o Asia-Pacific rebalancing, gli Stati Uniti, nel corso degli ultimi sei anni, hanno dedicato un’elevata attenzione a uno spazio geopolitico che da un lato, storicamente, costituisce per Washington un’area cruciale per i propri interessi economico-strategici e che, però, dall’altro era rimasto in buona parte sullo sfondo rispetto all’Europa centro-orientale e, soprattutto, il Grande Medio Oriente dopo la fine della Guerra fredda. Con questa rinnovata priorità, le relazioni con la Cina e, di riflesso, il ruolo di questa in un sistema internazionale prevalentemente occidentocentrico hanno acquisito una notevole rilevanza per una presidenza, quella di Barack Obama, che ha voluto fare del multilateralismo una precondizione essenziale per alimentare la leadership americana nel Ventunesimo secolo.

Il rapporto tra Washington e Pechino è straordinariamente complesso. Sia che lo si osservi in termini economici o politici, militari o culturali, è impossibile non notare che esso fluttui regolarmente tra competizione e collaborazione, tra divergenze e convergenze. Risulta difficile trovare una plausibile spiegazione a una simile oscillazione senza ricorrere alla vecchia, ma pur sempre valida, politica di potenza. Da una parte, infatti, gli Stati Uniti sono – e vogliono continuare a essere – una potenza mondiale in grado di esercitare un ruolo perno nel definire le dinamiche del sistema internazionale, dalle Americhe all’Asia passando per l’Europa e il Grande Medio Oriente. Non possono rifuggire, però, che il loro status internazionale sia progressivamente in declino (relativo) e che, perciò, il sistema da loro creato settant’anni fa necessiti oggi di una nuova legittimazione alla luce dell’ascesa di attori internazionali extra-occidentali non più secondari. Dall’altra parte, tra i paesi in crescita, la Cina è quello che ha mostrato – e che mostra tutt’oggi – le maggiori potenzialità per raggiungere in tempi medio-lunghi il rango di potenza globale. Il Dragone, tuttavia, è oggi ancora alla ricerca di una leadership nello spazio geopolitico a lui più prossimo, quello dell’Asia-Pacifico, dove la sua proiezione è messa in discussione dagli stessi corregionali. L’obiettivo di Pechino, nemmeno troppo velato, è di ritagliarsi un "posto al sole" nelle dinamiche internazionali per tutelare i propri interessi, il che, per inevitabile riflesso, non può che scuotere i fragili equilibri dell’attuale sistema.

Il dilemma che l’ascendente potenza cinese pone a quella declinante americana è particolarmente intricato. È opportuno includere Pechino nella (dispendiosa) gestione del sistema internazionale riconoscendole spazi per l’esercizio della sua influenza legittimandone così le aspirazioni di grande potenza? Oppure sarebbe più appropriato contenerla e limitarne la proiezione per evitare che la sua ascesa rischi di destabilizzare prima l’Asia-Pacifico e poi il sistema internazionale stesso? Il dibattito negli Usa è molto vivo. Per il momento, l’amministrazione Obama ha cercato di coniugare i due approcci pur privilegiando, nel complesso, il primo e cercando, quindi, d'incanalare la crescente potenza cinese in un sistema istituzionalizzato, a partire dalle sue fondamenta economico-finanziarie, contenendone le ambizioni ed evitando d'innervosirla inutilmente. È emblematica di una simile volontà la recente National Security Strategy, pubblicata nel febbraio 2015, in cui la Casa Bianca ha affermato da un lato di essere «attenta alla modernizzazione militare della Cina» e di «rifiutare» qualsiasi sua forma di «intimidazione nella risoluzione delle dispute territoriali» regionali, ma dall’altro ha sottolineato che la cooperazione con Pechino è «senza precedenti» e che «gli Stati Uniti ben accolgono la crescita di una Cina stabile, pacifica e prospera» respingendo «l’inevitabilità del confronto».

Delineato il macrocontesto entro cui Washington e Pechino hanno complessivamente operato durante gli anni della presidenza Obama, il biennio appena trascorso ha confermato sia l’importanza del perno asiatico nella politica estera statunitense sia l’oscillazione dei rapporti sino-americani tra cooperazione e rivalità. La prima faccia della medaglia, quella della collaborazione, racconta di due paesi che reciprocamente si riconoscono come fondamentali partner. La Cina è una fonte irrinunciabile di finanziamento per il debito pubblico americano, sempre più gravoso, e a loro volta gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali mercati per le merci esportate da Pechino senza il quale l’economia cinese non crescerebbe a un ritmo annuo dell’8%. Inoltre, le recenti (e numerose) crisi che hanno avuto come epicentro la Corea del Nord hanno mostrato una chiara volontà degli Stati Uniti di riconoscere alla Cina una propria sfera d’influenza in Asia lasciando a quest’ultima, in prima battuta, il compito di sgonfiare le ambizioni e i proclami di Pyongyang. Inoltre, l’accordo bilaterale sul cambiamento climatico, firmato nel novembre scorso in vista del summit internazionale previsto a Parigi per il prossimo dicembre, ha mostrato una significativa convergenza tra i due paesi, che vedono nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica un comune interesse nel medio-lungo termine. Contestualmente, poi, nell’ambito dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, Pechino e Washington hanno firmato un importante accordo per la liberalizzazione del commercio bilaterale in un settore strategico come è quello dell’alta tecnologia. Infine, in seno al Fondo Monetario Internazionale, istituzione dominata in larga parte dagli Stati Uniti, alla Cina è stato riconosciuto un crescente ruolo: la sua quota è passata prima, tra il 2008 e il 2010, dal 3,996% al 6,394% e oggi si assesta al 9,525%.

L’altra faccia della medaglia, quella della competizione, ha visto sorgere numerose divergenze. In primo luogo, nel contesto regionale, gli Stati Uniti hanno annunciato durante la recente visita a Washington del primo ministro giapponese, Shinzo Abe, che il trattato di alleanza nippo-americana del 1960 copre effettivamente le isole Senkaku, la cui sovranità è reclamata proprio da Pechino per motivi nazionalistici e di sfruttamento delle risorse energetiche. La Trans-Pacific Partnership, che l’amministrazione Obama sta negoziando, è volta a creare un’area di libero scambio tra le Americhe e l’Asia che escluderebbe la Cina, la quale in risposta ha (ri)lanciato un progetto parallelo che limiterebbe l’influenza degli Stati Uniti nella regione: la Free Trade Area of the Asia-Pacific. Anche la neonata Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese, cui hanno aderito in modo entusiasta persino gli europei, altro non è che uno strumento per incrementare l’influenza del Dragone a detrimento degli Usa (e delle istituzioni da loro create, come la World Bank) sia nell’Asia-Pacifico sia nell’area che verrà attraversata dalla Nuova Via della Seta, che collegherà Pechino a Rotterdam. Infine, la Casa Bianca si è detta più volte preoccupata per la stabilità della regione asiatica a fronte del costante incremento della spesa militare cinese, che (secondo dati più o meno attendibili) cresce annualmente di circa il 10%. Motivo, questo, per cui paesi come Giappone, Corea del Sud e Filippine, da lungo tempo alleati di Washington, hanno ricercato rapporti militari più stretti con gli americani in funzione anti-cinese.

È oltremodo ambizioso (nonché difficoltoso) immaginare come i rapporti sino-americani si evolveranno nel medio-lungo periodo. Quel che è evidente è che il sistema internazionale, ancor più a seguito della Grande crisi del 2008, stia attraversando un periodo di mutamento portando con sé un’intrinseca fragilità degli equilibri occidentocentrici. Non è ancora emersa una risposta definitiva e inconfutabile alla domanda se la Cina sia destinata a rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti o un’opportunità da cogliere per ammodernare l’architettura di un mondo oggi multipolare che non risponde più ai rapporti di forza della Guerra fredda. È vero che, allo stato attuale, come evidenziato da molti, la radicale interdipendenza economica che lega Washington e Pechino sia un fattore non trascurabile nel delineare ipotetici scenari futuri. Ma la dimensione economico-finanziaria, per quanto importante, non può essere sufficiente per predire l’avvenire, soprattutto in presenza di variabili politiche il cui peso potrebbe rivelarsi più determinante. Il passato, infatti, ci ha insegnato che per le potenze in ascesa in cerca di un "posto al sole", non di rado il sentimento nazional-popolare è risultato ben più influente delle ragioni economiche nel condizionare la politica estera. Un semplice monito della Storia, questo, che però, a scanso di equivoci, non necessariamente si dovrà tradurre in realtà per la Cina del Ventunesimo secolo.
Davide Borsani, dottore di ricerca in Istituzioni e Politiche, Università Cattolica del Sacro Cuore. -

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Grecia, gli euroimbecilli vogliono umiliare il popolo e i suoi rappresentanti

Grecia: ultimo round con Ue tra rischi di default e tentativi di compromesso che non risolve

di Giuseppe Bertoncello Grecia: ultimo round con Ue tra rischi di default e tentativi di compromesso che non risolve (Il Ghirlandaio) Roma, 15 mag. - L’ennesimo vertice dei ministri finanziari è arrivato, lunedì 11 maggio, e se n’è andato senza che il confronto tra Grecia e partner europei abbia segnato alcun vero passo avanti. Sui punti del contendere – stretta sulle pensioni, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni – le parti sono lontane oggi come lo erano a febbraio, quando la trattativa è iniziata. L’alternarsi delle tattiche negoziali, tra irrigidimenti e rapprochements, non ha intaccato la sostanza, che vede le controparti schierate in difesa di visioni contrapposte. Martedì 12, poi, gli effetti dell’impasse si sono fatti evidenti quando il governo greco ha saldato debiti in scadenza con il Fondo monetario internazionale in un modo che, anziché rassicurare, ha di fatto dato il via al conto alla rovescia verso la bancarotta: per pagare i 750 milioni di euro, la Grecia ha svuotato un conto di riserva presso lo stesso Fmi, di fatto ottenendo un prestito che andrà restituito entro un mese appena. Di positivo c’è che il Fmi ha autorizzato l’operazione; di negativo che l’escamotage conferma come il paese ellenico si trovi finanziariamente alla canna del gas.
A molti autorevoli osservatori esterni risulta difficile cogliere lumi di ragionevolezza nella piega prima punitiva, poi dilatoria e in fin dei conti rovinosa impressa dall’Europa, sin dal primo “salvataggio” del 2010, ai rapporti con la Grecia. Istruttivo è il punto di vista di Mohamed El-Erian, ex-Ceo di Pimco, capo dei consulenti economici del gruppo Allianz, contributing editor del Financial Times e consigliere del presidente americano Obama. In un commento su Bloomberg View, El-Erian ha sostenuto come una soluzione equilibrata dovrebbe comprendere “riforme interne da parte del governo greco, un taglio più deciso al debito da parte dei creditori, e una revisione delle misure di austerità fiscale in senso più favorevole alla crescita.” Purtroppo, ha aggiunto El-Erian, “la probabilità che questo accada mi pare molto bassa, non superiore al 5%”, mentre col passare delle settimane non fa che aumentare il rischio di un “Graccident” – ossia dell’accidentale innescarsi di un default greco, che potrebbe compromettere la stabilità dell’eurozona e del sistema monetario internazionale così come il futuro della Grecia in Europa.
Le avances di Putin e il veto di Obama
Le opinioni di El-Erian – esponente di punta dell’establishment economico-finanziario occidentale – lasciano intravedere come, nello scontro tra governo di sinistra greco e “consenso di Berlino” dominante nella zona euro, ci sia anche un secondo fronte aperto – di natura geopolitica – che vede due altri giocatori coinvolti: l’America di Obama e la Russia di Putin. In questi mesi, Obama ha fatto trasparire a più riprese una certa vicinanza alle richieste di Atene, ricevendo tra l’altro alla Casa Bianca il ministro delle finanze Varoufakis. Riduzione del debito e aggiustamento delle riforme in senso più espansivo – gli elementi di un ragionevole compromesso evidenziati da El-Erian – costituiscono anche tratti di contiguità tra l’approccio americano alla crisi dell’eurozona e il programma di Syriza. Ma c’è un altro motivo per cui l’America guarda alla Grecia con un misto di interesse e preoccupazione. Lo strangolamento finanziario – o waterboarding fiscale, come Varoufakis l’ha definito - è stato il metodo usato dall’Europa per fare espiare alla Grecia, in un primo momento, i suoi peccati di bilancio, e poi, più di recente, per forzare la mano al governo di Syriza e costringerlo a rinnegare l’“eterodossa” posizione politica. Ritrovatasi all’angolo, gravata di debiti, incapace di realizzare gli impegni elettorali, con i soldi ridotti al contagocce e il paese al collasso, Atene ha cominciato a flirtare con le avances provenienti da Mosca: promesse di aiuti finanziari in cambio dell’appoggio al “Turkish stream”, il progetto di gasdotto lanciato da Putin per isolare l’Ucraina, dividere l’Europa e, di fatto, farsi beffe delle sanzioni occidentali – fortemente volute da Obama.
Fonti vicine al governo Tsipras, riprese dalla stampa britannica, hanno riferito in questi giorni che l’amministrazione americana avrebbe ingiunto ad Atene, con toni ultimativi, di ignorare le sirene moscovite. Il ministro del Tesoro, Jacob Lew, avrebbe usato espressioni forti: “Sarete lasciati cadere come un sasso”. A inquietare l’amministrazione americana è il rischio di un indebolimento del fronte mediterraneo della Nato. Già la Turchia, sotto Erdogan, ha assunto posizioni ambigue e meno allineate. Un defilarsi della Grecia renderebbe l’Alleanza atlantica ancora più vulnerabile in una fase di crescenti tensioni sia con la Russia che nello scacchiere mediorientale.
Default o compromesso che non risolve?
Forse per questo moltiplicarsi di sfide a carico di una Grecia “vaso di coccio tra vasi di ferro”, un Varoufakis mai diplomatico si è lasciato scappare – in un improvvisato scambio di battute alla presenza di giornalisti - espressioni dubbiose sulla tenuta del governo Tsipras. “Chissà se a gennaio saremo ancora qui,” ha detto a un’addetta alle pulizie del ministero delle finanze, che chiedeva rassicurazioni sulla stabilità del proprio posto di lavoro anche per l’anno a venire. I sondaggi dicono che nuove elezioni in Grecia avrebbero oggi esiti simili a quelli dello scorso gennaio, quando Syriza è salita al potere. Ma la luna di miele con gli elettori è tramontata, e le difficoltà negoziali del governo sono seguite dall’opinione pubblica tra apprensioni e disillusioni montanti. L’incertezza sta producendo una debilitante e potenzialmente catastrofica fuga di depositi da un sistema bancario che sopravvive grazie alla liquidità di emergenza fornita dalla banca centrale, mentre l’attività economica – implosa di un quarto nell’ultimo quinquennio – continua a boccheggiare. Il Pil, secondo dati provvisori, è sceso dello 0,2% nel primo trimestre di quest’anno dopo una flessione dello 0,4% nell’ultimo trimestre del 2014. La Commissione europea, che a inizio anno ancora prevedeva (o forse, meglio, si augurava) una sensibile ripresa nel 2015, ha rivisto le sue stime da +2,5% a un modesto – e assai aleatorio - +0,5%.
Su un solo punto, finora, i governi europei, che assieme al Fmi e alla Bce vantano crediti per quasi 250 miliardi di euro, si sono dimostrati disponibili a trattare: gli irrealistici obiettivi di consolidamento fiscale, imposti col secondo “salvataggio” del 2012, potranno essere allentati. Anziché puntare a un avanzo di bilancio, al netto delle spese per interessi, del 4,5% nel 2016, alla Grecia viene ora chiesto di mirare a un surplus dell’1% quest’anno e del 2% l’anno prossimo, introducendo da subito nuovi tagli per circa tre miliardi di euro. Si tratta pur sempre di austerità imposta a un paese allo stremo, ma in forme “light” a cui il governo di Atene, in linea di principio, non si oppone. È sulla composizione delle riduzioni di spesa che il conflitto non sembra appianabile, con gli Europei determinati a umiliare Atene sui fronti delle politiche del lavoro e del welfare – politicamente ultrasensibili per un’amministrazione di sinistra.

Tra tante trappole e strettoie, in un clima malmostoso di reciproca sfiducia, Grecia e partner europei restano avvinghiati in un negoziato in cui le scadenze ormai incombono. A giugno Atene dovrà versare un altro miliardo e mezzo di euro al Fmi, e a questo punto è chiaro che i soldi non ci sono. Il default nei confronti di un creditore privilegiato come il Fmi farebbe scattare altri default a cascata nonché l’interruzione dell’assistenza della Bce al sistema bancario ellenico. La Grecia si troverebbe costretta a introdurre controlli sui movimenti di capitale e una valuta parallela per far fronte ai pagamenti di stipendi e pensioni. Non si tratterebbe ancora di un’uscita formale dall’euro – che i Greci di sicuro non vogliono e gli Europei forse neppure - ma ne sarebbe l’anticamera. L’alternativa è che un accordo – pur lontano da quelle condizioni “ragionevoli” proposte da El-Erian - si trovi non oltre la fine di maggio, così da consentire l’esborso di quell’ultima tranche di aiuti da 7 miliardi di euro, che i creditori avevano promesso ma hanno poi trattenuto vista la refrattarietà del nuovo governo greco a procedere sulle orme di quello precedente.
Atene, come va ripetendo Varoufakis, chiede un onorevole compromesso “a metà strada”. Gli Europei, decisi a non consentire eccezioni che possano minare il “consenso di Berlino” - impastato di austerità, tagli al welfare e supremazia dei creditori - sembrano convinti di poter imporre una resa. Per qualche settimana ci si muoverà dunque, ancora, sul filo sottile che separa uno scenario di crisi finanziaria conclamata da uno di sostanziale riflusso in uno status quo inadatto ad avviare la catastrofe ellenica verso una reale soluzione. Come scrive El-Erian, l’impressione è che manchi la capacità di venire a capo di “una crisi che sta provocando un’enorme tragedia umana in Grecia e che al tempo stesso erode la credibilità delle istituzioni europee".

http://www.ilghirlandaio.com/copertine/129730/grecia-ultimo-round-con-ue-tra-rischi-di-default-e-tentativi-di-compromesso-che-non-risolve/

Pensioni, il governo del corrotto Pd non vuole rispettare le senteze

Se il governo mette in discussione le sentenze della Corte Costituzionale

Non ho la minima idea di come il ministero dell’economia stia mettendo a punto il decreto che dovrebbe risolvere i problemi creati (o meglio, scusate, evidenziati) dalla sentenza della Corte Costituzionale a proposito delle pensioni.
Per i distratti bisogna ricordare che la Consulta ha stabilito che il blocco dell’indicizzazione del costo della vita messo in atto tre anni fa dal governo Monti sulle pensioni più pesanti rispetto a quelle più leggere è illegittimo. Illegittimo perché tutti i cittadini sono uguali. La rivalutazione doveva quindi toccare a tutti i pensionati.
Non si sa se il decreto cui sta lavorando il ministro Padoan sarà presentato al Consiglio del ministri fissato per lunedì prossimo o se, come auspicato dal premier Renzi, sarà presentato in un altro momento, cioè dopo le elezioni regionali e comunali fissate per il 31 maggio.
Quando, una decina di giorni fa, uscì la sentenza dei giudici della Corte Costituzionale la maggior parte dei commenti dei politici fu improntata al massimo rispetto. Tipo: le sentenze della Consulta non si discutono ma si applicano.
Poi però, dopo questa iniziale presa di posizione, quando si è cominciato a fare un po’ di conti e a considerare quanto sarebbe costato allo Stato rimborsare a tutti i pensionati aventi diritto il maltolto dall’allora premier Monti e dall’allora ministro Fornero, i discorsi hanno cominciato a riempirsi di se, di ma, di ora vediamo. Fino ad arrivare a dire che la sentenza dei giudici della Consulta non indica che bisogna dare il rimborso a tutti.
Da qui, in poche parole, ha cominciato a farsi strada l’idea che i rimborsi del maltolto potrebbero essere decrescenti e diluiti nel tempo. Ad esempio un rimborso pieno per le pensioni più leggere fino ad arrivare al niente per quelle più pesanti. Il che ha subito rimesso sul piede di guerra e dei ricorsi i partiti d’opposizione, i sindacati e  le associazioni dei consumatori.
Ripeto: non ho idea di come il governo possa uscire da questo vicolo piuttosto stretto a pochi  giorni da importanti elezioni amministrative senza scontentare qualche milioncino di pensionati pensanti e soprattutto votanti. E mi rendo conto anche delle difficoltà del governo (osservato speciale dell’Europa) a reperire in poco tempo una montagna di euro senza far sballare tutti i conti pubblici.
Ma di una cosa sono assolutamente convinto: che il governo debba ribadire nella maniera più chiara che le sentenze della Corte Costituzionale si applicano e non si discutono e non ci si filosofeggia sopra. I giudici della Consulta hanno stabilito che alcuni cittadini sono stati discriminati rispetto ad altri dalla norma Fornero. E allora, non c’è niente da fare: quella discriminazione deve essere sanata. Non sarebbe davvero accettabile che il governo non seguisse questa strada.
Certo, il ministro Padoan, per non far sballare i conti dello Stato, potrà inventarsi tutto quello che vuole: diluizione dei rimborsi, rateizzazione a cifre minime, restituzione del dovuto con Bot decennali (con la speranza magari che un po’ di pensionati possano nel frattempo passare a miglior vita senza eredi?).
Ma una cosa è sicura: che il maltolto in una forma o nell’altra deve essere restituito a tutti quelli che ne avevano diritto.
Deve essere salvato il principio dell’uguaglianza: sarebbe come non accettare in un ospedale pubblico un pensionato bisognoso di cure perché gode di un assegno un po’ più alto di altri. Impensabile.
Così come, secondo me,  è impensabile che un governo possa non rispettare una sentenza della Corte Costituzione. Davvero non potrebbe che far sprofondare la fiducia della gente nella classe politica. Fiducia che, a sentire in giro, non gode certo di buona salute.     
 

Ucraina, sempre più colonia degli Stati Uniti, i veli cadono uno a uno



Ucraina: consiglieri stranieri per Poroshenko, c’è anche McCain

Autore: Redazione -
14 maggio 2015

New York, 14 mag. – Il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha nominato come consiglieri diversi politici stranieri, tra cui il senatore statunitense John McCain, che si batte affinché il suo Paese aiuti l’Ucraina con l’invio di armi, l’ex primo ministro svedese Carl Bildt e l’ex presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili. Lo ha reso noto un responsabile dell’amministrazione ucraina.

Le autorità ucraine hanno deciso di formare un comitato consultivo internazionale che le aiuti a portare a termine le riforme necessarie al Paese, devastato da oltre un anno di conflitto armato nell’est separatista, sostenuto dalla Russia. “Queste persone hanno una grande esperienza per quanto riguarda la messa in opera di riforme” ha affermato Dmitry Shimkiv, vicecapo dell’amministrazione presidenziale.

McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2008, si è detto “profondamente onorato. Devo assicurarmi che questo incarico rispetti le regole del Senato statunitense; sarò sempre al fianco dell’Ucraina libera” ha scritto su Twitter.

Il conflitto nell’est del Paese ha provocato la morte di più di 6.200 persone. Una fragile tregua è stata conclusa a febbraio, a Minsk, grazie alla mediazione di Francia e Germania, alla presenza del presidente russo, Vladimir Putin.

http://www.contattonews.it/2015/05/14/ucraina-consiglieri-stranieri-per-poroshenko-ce-anche-mccain/469608/

Stati Uniti, continuare l'egemonia attraverso i trattati commerciali che fanno ingrassare le multinazionali a discapito di stati e popoli

La strategia incompresa del presidente Obama

La nuova leadership Usa si baserà sempre meno sulla presenza militare e sempre più sulla capacità di promuovere attività e legami economici


I «pontieri» al lavoro in Congresso stanno superando il recente stallo sulla concessione al presidente della «corsia preferenziale» necessaria per chiudere i trattati di libero scambio: il Tpp con i partner asiatici degli Stati Uniti e, più in là, il Ttip con i Paesi dell’Unione europea. La strada, però, è ancora lunga (il difficile verrà alla Camera) e lo strappo a sinistra tra Obama e i liberal del suo partito è molto profondo. Il leader democratico ha usato contro gli oppositori interni un linguaggio durissimo, come raramente (qualcuno dice mai) ha fatto coi repubblicani. Quando Elizabeth Warren ha attaccato, giudicando il free trade un regalo alle imprese e un modo per ridurre i controlli su Wall Street, un Obama furente ha replicato che la senatrice dice cose assolutamente false: si comporta come un «politico qualunque» che trasforma le sue fantasiose ipotesi in fatti.
Il cuore della nuova politica
Parole assai aspre perché, spiegano alla Casa Bianca, Obama è offeso dall’opposizione preconcetta di molti della sua parte politica ai trattati così come anni fa era offeso dall’opposizione preconcetta dei repubblicani alla sua riforma sanitaria. Ma non si tratta solo di orgoglio ferito. Nella strategia del presidente i trattati con l’area del Pacifico e con la Ue sono molto più che accordi per «oliare» il business e creare un po’ di posti di lavoro: sono il cuore della nuova politica estera americana, l’architrave di una leadership (o influenza) Usa diversa, destinata a basarsi sempre meno sulla presenza militare nel mondo e sempre più sulla capacità di promuovere attività e legami economici. Dovrebbe rifletterci su anche l’Europa che sembra preoccuparsi solo della diffusione degli Ogm.
C’è un cambio di passo di Obama che non è stato capito: i sindacati e il sindaco di New York, de Blasio, sempre più ansioso di presentarsi come capofila della sinistra radicale, continuano a demonizzare i trattati e i Paesi, come Giappone e Malesia, che dovrebbero firmarli. Ma per il presidente l’alleanza commerciale servirà anche a contenere e delimitare l’influenza della Cina in Estremo Oriente: Giappone e Malesia sono pedine essenziali di questo disegno. Ma rinvii e battaglie al Congresso stanno irritando i partner asiatici di Washington mentre Pechino approfitta di questo vuoto per reclutare vari alleati degli Usa - Corea del Sud, Germania , Gran Bretagna e anche l’Italia - nella sua banca per le Infrastrutture: lo strumento, osteggiato dall’America, col quale la leadership cinese vuole dare centralità internazionale al grande Paese asiatico.

http://www.corriere.it/esteri/15_maggio_15/strategia-incompresa-presidente-obama-63e9014a-fad1-11e4-92e0-2199ef8c8ae2.shtml

Pensioni, Renzi, l'imbecille al governo non rispetta le sentenze, noi non rispettiamo le regole

Renzi: “Restituiremo una parte delle pensioni”.L’ira di Salvini: “Restituire tutto a tutti”

Aggiunto da Filippo Burla il 15 maggio 2015.



Roma, 15 mag – Il nodo della bocciatura, da parte della Corte Costituzionale, del blocco all’indicizzazione delle pensioni, sta diventando sempre più un caso politico. Soluzioni al momento non se ne vedono, se non generiche proposte ancora non si sa se fattibili o meno. Ne ha parlato oggi Matteo Renzi che sceglie, come già peraltro preannunciato, di rinviare il problema a data da destinarsi.

“Stiamo studiando come fare a rispettare la sentenza e contemporaneamente l’esigenza di bilancio sapendo che questi soldi purtroppo non andranno ai pensionati che prendono 700 euro al mese”, ha spiegato Renzi, che ha anche dato alcune indicazioni di carattere temporale: “Secondo la sentenza, fatto in quel modo lì il blocco non andava bene. C’è un modello da ripensare, lo faremo, nel corso delle prossime settimane, dei prossimi mesi“.

Una soluzione quindi non è all’ordine del giorno nel breve termine, ma il premier sceglie comunque la strada della promessa. Una promessa che curiosamente arriva a ridosso della scadenza elettorale delle regionali.

Sulle modalità di restituzione di quanto non percepito dai pensionati oltresoglia in questi anni, Renzi traccia comunque un punto fermo: “Restituiremo una parte di questi soldi”, precisando che “il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani, non toglieremo niente a nessuno”. Frasi che hanno scatenato l’immediata reazione di Matteo Salvini, da sempre in prima linea contro le riforme portate avanti dalla Fornero: “Renzi dice “restituiremo UNA PARTE dei soldi” tolti ai pensionati. Una parte??? VERGOGNA, la Lega farà le barricate! Restituire tutto a tutti, con lettera di scuse, e cancellare la Fornero. Siamo pronti a bloccare i lavori in Parlamento”, ha tuonato il leader della Lega dal suo profilo Facebook.

Filippo Burla


http://www.ilprimatonazionale.it/economia/rivalutazione-pensioni-matteo-renzi-restituzione-23450/

Scuola pubblica, Renzi sei un imbecille e se ne sono accorti tutti

Politica scolastica

Risposta di una docente alla lettera di Matteo Renzi

Venerdì, 15 Maggio 2015
Gentile Presidente,

Intanto vorrei chiederle una gentilezza, pur essendo il Presidente (non eletto) del Consiglio, la pregherei di non spammarmi la casella di posta elettronica, utilizzando per altro una casella di servizio per fini propagandistici elettorali.
Detto questo, le ricordo che sono un'insegnante, non mi serve che lei mi spieghi le cose, il mio lavoro è di spiegare agli altri e ciò sottende una discreta capacità di analisi e di comprensione, soprattutto se le sue parole, le stesse, le ascolto nei Tg, in internet ed in qualunque dove.

Mi spiace molto che il suo “non avere la verità in tasca” sia tardivo e fuori tempo massimo.
Io le ho già scritto, ma lei non mi ha mai risposto, ho anche partecipato alle consultazioni sulla “buona scuola” on line, e insieme alla maggior parte dei colleghi (non una minoranza rumorosa) abbiamo detto forte e chiaro cosa non ci piaceva, ma evidentemente a lei ed alla sua “minoranza rumorosa” di ministri di ascoltare proprio non interessa nulla.
Lei sente, perchè da una parvenza democratica ad un partito che lo è ormai solo nel nome.

Non è un caso che il suo ennesimo invito al dialogo arriva quando il Decreto è già pronto, lo state votando, dite che sui punti salenti non tornerete indietro malgrado lo sciopero, cosa vuole allora da noi?ì
Volete farci scegliere il colore dei gessetti per non sentirsi più chiamare ducetto?
A proposito caro Presidente, la prego di togliersi da quella lavagna, evitando figuracce che imbarazzano lei e noi con errori grossolani (umanista è sostantivo, glielo giuro, chieda a sua moglie).
Detto questo andiamo ai punti salienti della sua lettera.
1) Le assunzioni vanno fatte, lo sa lei, lo sappiamo noi e lo sa l'Europa, possiamo fare tutta la prosopopea del mondo, ma questo è un dato di fatto, non si può continuare ad abusare di contratti a termine. Per quel che riguarda Pas, Tfa, e colleghi delle graduatorie che rimarrebbero fuori, faccio presente che non sono stalker che si sono illusi sul nulla a cui potete dire “mi dispiace per voi”, sono il frutto di percorsi attivati dallo Stato che ora governa. E' come se comprasse una casa con ipoteche, di quelle deve rispondere lei.
2) Come lei stesso dice i fondi per l'edilizia scolastica sono insufficienti e le posso assicurare che andare a scuola come se giocassi alla roulette russa non è piacevolissimo. E se la mia scuola o quella delle mie figlie rientrasse nella parte insufficiente? E allora se prima di parlare di Buona scuola raggiungessimo l'obiettivone di Sicura scuola penso che sarebbe auspicabile.

3) La ringrazio tanto dei 500 euro che vuole regalarmi per andare a teatro, ma sa, le dico il vero, non è che ne abbia molta voglia. Avendo il contratto bloccato da 6 anni e difficoltà a pagare le bollette mi creda è l'ultimo dei miei pensieri. Inoltre sono un'insegnante: la connessione ad intenet  per tenermi aggiornata è il mio lusso  e i pacchi di compiti da correggere a casa m'impegnano abbastanza. Anche se la formazione obbligatoria, a fronte di un adeguamento dello stipendio non mi dispiacerebbe. Al momento percepisco quanto un usciere, che non ha bisogno di grande aggiornamento.

4) Mi faccia capire cosa intende in questo punto della lettera: vuole imputare alla scuola la colpa del 44% della disoccupazione giovanile? Sarebbe anche questo colpa nostra? Infatti tutto il mondo raccatta la “spazzatura” dei cervellini che noi abbiamo formato.

5) Su questo punto riguardante una valorizzazione delle arti solo una cosa: formazione umanistica, la prego Presidente è un aggettivo. Questo a mio avviso è il vero problemone di tutto l'impianto di Riforma: il volerci valutare, riformare, scegliere. Dei miracolati che non sanno neanche loro come siano arrivati ad entrare nella stanza dei bottoni, che diciamocelo, fanno anche qualche figuraccia, chiedono a dei professori formati, selezionati con procedure concorsuali o abilitanti di tipo universitario, aggiornati, che arrivano dopo anni, a volte decenni di carriera ad entrare di ruolo, di essere valutati?

Ma valutatevi voi prima. Riformate la politica tutta, affinchè gente competente governi. Fatevi scegliere voi, come è giusto che sia, senza giochetti di palazzo, senza preferenze e poi parliamo di come scegliere gli insegnanti. Noi che non possiamo scegliere chi ci rappresenta, dovremmo essere scelti? Sulla base di cosa?
Per gli insegnanti, come per tutti gli statali c'è un solo modo possibile e veramente equo:
procedure concorsuali fatte bene e trasparenti e graduatorie.
Detto questo Presidente ci risparmi le sue assicurazioni: i giorni di vacanza non si toccano, non perchè noi dobbiamo andare al mare, ma perchè servono ai ragazzi: ci venga lei a lavorare con i alunni stanchi, insofferenti per il caldo, con la puzza di sudore nostro e loro.
Perchè mi creda una cosa è venire a scuola con i coretti e le bandierine, cosa diversa è vivere la scuola.
L'unica verità è che fare l'insegnante è difficile e gli attacchi agli insegnanti quotidiani da parte della politica facilitano il bournout.
Malgrado ciò non ho paura di essere licenziata: sono brava, sono formata, sono benvoluta, ma l'ammetto ho una fifa blu di non essere scelta, perchè sono una persona libera, che dice quello che penso e questo non sempre piace.
E se in Italia tutti i posti, soprattutto quelli più importanti, fossero ricoperti per indiscussi meriti mi sentirei più tranquilla, ma sappiamo io e lei che non è così, quindi le sue raccomandazioni non mi rassicurano affatto.
E soprattutto mi permetta di essere sincera fino in fondo, mi sembra che questa riforma, ennesima riforma (ma perchè volete tutti riformare la scuola?) sia nei fatti un “prendere o lasciare”.
Se la chiamano “l'uomo solo al comando” una ragione c'è e come insegnante la prego di riflettere su questo e bloccare questo DDL.
Prendetevi più tempo, ascoltateci veramente: la scuola non è dei sindacati, la scuola non è degli insegnanti, non è degli alunni e neanche dei genitori, ma meno che mai può essere del governo, di Matteo Renzi o Davide Faraone o chi ci chiama squadristi ed indecenti.
Se dovessi farle un paragone la scuola è di quelle insegnanti in pensione a Roma che senza retribuzione tengono in piedi il Museo della Resistenza,che ha un solo dipendente pubblico : il custode e poi è sorretto solo dalla passione di insegnanti e dalla volontà di formare, ancora oggi cittadini più che lavoratori.  Quando lo stato si presenta una volta l'anno il 25 aprile con un mazzo di fiori e se ne frega tutto l'anno.
Perchè è questo quello che noi facciamo ogni giorno Presidente, senza bisogno che ce lo dica lei che ci parla di alternanza scuola lavoro.
Noi formiamo persone, garantire il rispetto dell'Art. 1 della Costituzione è compito suo.

http://www.tecnicadellascuola.it/item/11507-risposta-di-una-docente-alla-lettera-di-matteo-renzi.html

2015 crisi economica peggiore della 2007/08, il Capitalismo non ha idee e questo ci porta verso l'impoverimento



SPY FINANZA/ Dal Giappone un "doppio danno" per i mercati
Pubblicazione: venerdì 15 maggio 2015
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Ormai siamo alla fase finale della farsa: dopo aver devastato il mercato obbligazionario sovrano, la Bank of Japan è riuscita nell'impresa non da tutti di replicarsi con quello azionario. E questa volta non sono davvero io a dirlo, ma una fonte che non teme smentite, il Nikkei stesso. Ma partiamo da principio, ovvero da quando lo scorso marzo il presidente della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, rispose così alle critiche mossegli da chi sottolineava il potenziale destabilizzante di un portafoglio equity della Banca centrale e 10 triliardi di yen: «I nostri acquisti non sono ampi». 
Vi ho già parlato, poi, del fatto che sempre la BoJ in un anno e mezzo circa sia intervenuta direttamente sul mercato 143 volte, acquistando Etf ogniqualvolta il Nikkei apriva in ribasso troppo accentuato: peccato che per quanto a livello teorico Kuroda possa stampare tutto il denaro del mondo, a livello pratico gli Etf acquistabili sono limitati e avanti di questo passo la BoJ potrebbe ritrovarsi a detenere l'intero mercato. 
Ed ecco l'accusa del Nikkei di ieri: «Gli acquisti massicci di Etf da parte della Bank of Japan, come parte del suo programma di allentamento monetario, potrebbero contribuire a scostamenti netti del prezzo dei titoli drenando liquidità dal mercato. Gli stessi market players stanno sottolineando gli effetti collaterali di questa politica, la quale attraverso l'acquisto di Etf ha alterato il bilancio riducendo l'offerta». Di più, per Kyoya Okazawa di Bnps Paribas, «gli ordini di alcuni titoli sono crollati, rendendo più complicato completare i trades». 
Ma quanto ha comprato la BoJ? Solo nel 2015 ha acquistato Etf 32 volte, uno ogni 2,7 giorni contro l'uno ogni 4,3 giorni del 2013 e l'uno ogni 11,3 giorni del 2012. Lo stesso ammontare medio dell'acquisto è quasi raddoppiato a circa 35 miliardi di yen quest'anno contro i soli 17 miliardi del 2014. In parole povere e mettendo in prospettiva, se un nuovo fondo azionario dovesse racimolare acquisti per 35 miliardi di yen, diventerebbe il re del mercato, l'argomento di conversazione del giorno, visto che la Banca centrale opera in tal senso ogni tre giorni. 
L'esempio ci è dato da quanto accaduto martedì, quando il Nikkei ha chiuso in positivo le contrattazioni dopo un'apertura in ribasso e un lento ritracciamento verso il verde nel pomeriggio. E cosa è accaduto? È bastato che l'indice calasse di oltre 150 punti sotto quota 19.500 per dare certezza ai market players che la Bank of Japan sarebbe entrata in gioco e quindi hanno cominciato ad acquistare. A fine giornata, la BoJ confermava di aver acquistato 36,1 miliardi di yen in Etf: insomma, il mercato azionario giapponese è sempre più dipendente dalla Banca centrale. Il problema è che più grande diventa il tuo portafoglio, più i tuoi acquisti dovranno essere sufficientemente risoluti nel prevenire che i titoli calino, visto che non è possibile designare il portafoglio equity di una Banca centrale come "held to maturity". 
E l'obbligazionario? Primo, a livello generale, la volatilità sui bond è volata ai massimi dal flash crash del 15 ottobre e nello scorsa sessione overnight negli Usa sono state trattate oltre 80mila opzioni put sul decennale statunitense, la maggior parte delle quali scade il 24 luglio. Secondo, all'asta di titoli decennali giapponesi tenutasi ieri si è registrata la ratio domanda/offerta più bassa dal febbraio 2009 a soli 2,24x, sintomo di un totale dissoluzione della liquidità nel mercato obbligazionario più grande del mondo. 
La reazione? Eccola, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Ovvero, una riprezzatura drammatica sull'intera curva che ha mandato il rendimento del titolo a 10 anni nipponico al massimo da sei mesi, +8 punti base a quota 47,6 che rappresenta il balzo maggiore da due anni a questa parte. Il problema serio, però, sta tutto nel secondo grafico. Ovvero, il rischio di una riproposizione della crisi giapponese del 2003 sull'obbligazionario sovrano, con la potenziale possibilità di contagio sul Bund e il rischio di un'escalation dovuta al cosiddetto "effetto VaR", ovvero l'obbligo di liquidazione di quella carta dai portafogli di investimento una volta raggiunto un certo livello di rendimento (e, di converso, di prezzo). Trattando solo il primo caso e ancora scottati dall'esperienza sempre giapponese della dinamica autoalimentante del 2013, possiamo solo dire che nel caso si inneschi davvero una sell-off obbligata da VaR, uno shock da 100 punti base sulla curva dei rendimenti obbligazionari giapponesi significherebbe una perdita potenziale di 10 triliardi di yen per le banche nipponiche. 
Ma tranquilli, ci pensa l'America della ripresa obamiana a sostenere le sorte dei mercati. Oppure no? Ironia a parte, che l'America sia in recessione è cosa nota ormai, parlano i dato macro. Ora però rischia di trasformarsi in qualcosa di peggio. Ieri la Fed di Atlanta ha reso noto l'aggiornamento del suo tracciatore in tempo reale del Pil Usa per il secondo trimestre (dopo che nel primo aveva pronosticato un +0,1% contro il +0,2% finale dei dati ufficiali), il GDPNow, e sono bastati un paio di giorni di pubblicazione di ulteriori letture macro per fare in modo che la previsione scendesse da +0,8% del 5 maggio al +0,7% attuale, mentre il tracciatore per il primo trimestre a ieri era già sceso a -1,0%. 
L'ultimo grafico parla molto chiaro e ci dice che la lettura per la prima metà di quest'anno della crescita Usa sarà negativa o al massimo a 0%, di fatto una recessione tecnica, ma soprattutto che il dato annualizzato di Pil, fissato al 2,5% nelle previsioni ufficiali, potrà essere raggiunto unicamente se l'economia crescerà del 5% o più sia nel terzo che nel quarto trimestre. Cosa che ovviamente potrà succedere con estrema semplicità, stante i dati macro che gli Usa stanno sfornando uno dietro l'altro. 
Ve lo dico da sempre e ve lo ripeto, qui serve o una guerra o un altro ciclo di Qe da parte della Fed. Altrimenti la farsa comincia davvero a svelarsi come tale. Una cosa è certa però: ancora un po' di interventismo delle Banche centrali è sarà lo stesso concetto di libero mercato a essere spazzato via, entreremo nella nuova era del Qe permanente. E del debito.