Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 giugno 2015

le regole non valgono quando si tratta di tedeschi, aiuti di stato a banche a piene mani


DEUTSCHE BANK/ Un "caso Mps" nel cuore della Germania

Pubblicazione: venerdì 12 giugno 2015

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Nel leggere le notizie su ciò che sta avvenendo dentro e attorno alla Deutsche Bank, la più grande banca dell’Europa continentale, verrebbe da dire che “il re è nudo”. Come forse si ricorderà, la Deutsche Bank nel 2011 fece schizzare in alto il differenziale tra il nostro Bpt e il Bund tedesco vendendo in sei mesi più di 7 miliardi di titoli di Stato italiani (quasi il 90% di quelli che deteneva), cosa che provocò lo sdegno di Romano Prodi per la violata solidarietà europea.
A proposito di solidarietà, è interessante il caso della Grecia. Secondo la Bank for International Settlements, l’organismo internazionale cui partecipano una sessantina di Banche centrali, alla fine del primo trimestre 2011 le banche francesi erano esposte verso la Grecia per 56,9 miliardi di dollari, la Germania per 234.8 miliardi, l’Italia per 4,5 (ora il nostro concorso al salvataggio si aggira attorno ai 40 miliardi).
A quell’epoca, Deutsche Bank era esposta per 2,5 miliardi di dollari; ora, secondo un rapporto Reuters lo sarebbe solo per circa 300 milioni di euro, mentre a circa 15 miliardi ammonta l’esposizione della KfW, la Banca per la Ricostruzione posseduta dallo Stato, una specie di nostra Cassa Depositi e Prestiti, ma il cui debito non rientra in quello pubblico a differenza di quello della Cdp.
Nonostante questi “aiutini”, già da diverso tempo gli analisti predicevano grossi problemi per la banca tedesca, sottocapitalizzata e con una leva altissima, redditività in continuo calo e del tutto insoddisfacente nella parte dedicata al credito normale, sbilanciata verso la attività di banca d’affari, più redditizia ma molto più rischiosa. Questa bipartizione dell’operatività si rifletteva nella diarchia di governo, ma dopo una contestatissima assemblea degli azionisti in maggio, ora entrambi gli amministratori sono dimissionari.
Una tempesta annunciata e anche Angela Merkel si è detta non sorpresa di quanto stava accadendo, pur dichiarando di non voler commentare, trattandosi di una società privata. Forse la Cancelliera ha dimenticato che era privata anche quando è stata salvata a spese dei contribuenti europei, tedeschi inclusi. Un salvataggio che non pare abbia convinto gli investitori, dato che le quotazioni in Borsa la valorizzano al 50% del suo capitale: “una valutazione più consona a una piccola Popolare italiana che a un colosso dell’investment banking”, osserva maliziosamente Il Sole 24 Ore. A me sembra più calzante il paragone con Mps, visto che uno dei due amministratori è sotto processo per falsa testimonianza, gli uffici in Germania e in altri Paesi sono stati un questi giorni setacciati dalla polizia e vi sono indagini per evasione fiscale da parte di clienti della banca, che per il momento non è sotto accusa, e sui media vi sono voci di riciclaggio di soldi russi
La Deutsche Bank ha già speso più di 7 miliardi di euro per vari contenziosi ed è stata multata per 2,5 miliardi di dollari dalle autorità di controllo inglesi e americane per le manipolazioni del tasso interbancario Libor. Inevitabile il declassamento di S&P a un non esaltante BBB+, tre “tacche” sopra i titoli “spazzatura”.
Il nuovo amministratore, l’inglese John Crayn, si trova di fronte a un’impresa piuttosto difficile o, almeno, ritenuta tale da molti analisti, che evidenziano un certo ritardo della Germania, rispetto ad altri paesi europei, nel porre mano a una riforma del sistema bancario. Finora la forza dello Stato e del sistema economico ha coperto i gravi problemi delle banche tedesche, ma sembra che ora i nodi vengano al pettine.
La vicenda Deutsche Bank ha per la Germania anche notevoli aspetti simbolici. Un recente articolo apparso su Spiegel Online a firma Roland Nelles è intitolato “Nuovo capo alla Deutsche Bank: Aiuto, un inglese!” Il titolo è scherzoso, ma il contenuto è molto serio e descrive la fine di un epoca per la DB e non solo, perché Nelles sottolinea come in tempi di globalizzazione, un fenomeno da cui l’economia tedesca ha tratto notevolissimi vantaggi, non abbia più importanza la nazionalità del capoazienda.
Questo sviluppo appare drammatico a chi considerava la Deutsche Bank come una istituzione nazionale, alla stregua della Lufthansa, la Mercedes o la nazionale di calcio, ma soprattutto perché la banca rappresentava un punto di incrocio importante tra economia e politica, giocando un ruolo rilevante all’interno del sistema tedesco.
Davvero Angela Merkel continuerà a considerare la questione come privata? Non è pensabile e sarà bene cominciare a metterci sulla difensiva e dire chiaro e forte a Berlino che abbiamo già dato.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2015/6/12/DEUTSCHE-BANK-Un-caso-Mps-nel-cuore-della-Germania/616646/

in tutte le sue articolazioni il corrotto Pd fa danni

"Dopo Muos e trivelle, il condono
Governo Crocetta imbarazzante"

Sabato 13 Giugno 2015 

Fabio Granata stigmatizza il provvedimento che riapre la sanatoria edilizia del 2003. Cascio:"Decisione superficiale ma giusta". Germanà e Cimino plaudono all'iniziativa di Croce. Dura Legambiente: "Crocetta ritiri la circolare".

, Politica
Fabio Granata
PALERMO - "Dopo le trivellazioni e la difesa del Muos, ecco il condono edilizio: il governo Crocetta è imbarazzante e il Pd senza alibi". Lo dice Fabio Granata, di Green Italia, stigmatizzando il provvedimento che riapre la sanatoria edilizia del 2003. "A qualche giorno dal voto - continua Granata - il governo siciliano riesuma un provvedimento di condono edilizio che fa fare alla Sicilia un ulteriore passo indietro e lascia allibiti. Bisogna mandare subito a casa questa giunta in mano ai peggiori interessi speculativi e che sta distruggendo la Sicilia". "Il Pd non ha più alibi per il suo sostegno a questo governo imbarazzante e incapace: ora bisogna accelerare nella costruzione di un progetto politico alternativo a questa sinistra siciliana, succube di petrolieri, industriali e palazzinari. Altro che rivoluzione".

Sul tema è intervenuto anche il coordinatore regionale di Ncd Francesco Cascio: “E’ inaccettabile che ancora una volta il governatore Crocetta su questioni delicate pertinenti al suo governo, come la materia del condono edilizio, dichiari con candore di non saperne nulla, ma non è il presidente della Regione? Ricordo a me stesso - aggiunge Cascio - che ben tre assessori di questa giunta sono intervenuti sulla materia in oggetto: la Lo Bello prima, la Sgarlata dopo, revocando il provvedimento della Lo Bello, e adesso Croce, che invece ripristina in sostanza il primo provvedimento, consentendo di fatto ai comuni di esaminare le pratiche sospese per permettere ai cittadini finalmente di regolarizzare le loro posizioni. In tutto questo tempo dov’era Crocetta?. Pur condividendo nel merito - sottolinea Cascio - il provvedimento dell’assessore Croce, perché disciplina definitivamente un questione rimasta in sospeso per ben tredici anni, nelle more di un’adeguata e armonica normativa nazionale e regionale in grado di offrire un chiaro indirizzo normativo ai Comuni, che, di conseguenza, nella confusione amministrativa si sono impantanati accantonando di fatto queste istanze, a danno dei cittadini rimasti in bilico per tanto tempo e a danno alle casse della regione che, pertanto, non ha potuto incassare gli oneri che sarebbero derivati dalla regolarizzazione delle suddette posizioni, non condivido affatto la tempistica. Un provvedimento - continua Cascio - come questo, assunto a pochi giorni dal voto, in Comuni dove insistono molte di queste situazioni edilizie, si presta a strumentalizzazioni e andava semmai intrapreso all’indomani dei ballottaggi, ma la cosa che sconvolge è che, come accade puntualmente su tutto, il presidente della regione dica ancora una volta con l’innocenza d’un fanciullo di essere ignaro della questione, come se invece di guidare la regione egli fosse il presidente di una società bocciofila. Questa gestione superficiale, inadeguata e schizofrenica - conclude Cascio - sta facendo colare a picco la Sicilia”.

"Un sentito plauso voglio rivolgere all'assessore Maurizio Croce", così il deputato regionale Nino Germanà commenta la manovra firmata dal titolare del Territorio, della Giunta Crocetta, con cui vengono sbloccate le richieste di sanatoria edilizia del 2003. "Con questa misura si dà ai cittadini proprietari di costruzioni non regolari, in zone sottoposte a vincolo di inedificabilità relativa, l'opportunità di mettersi in regola, come la legge nazionale prevede. Cga e TAR si sono già pronunciati rispetto ai moltissimi ricorsi di privati, ai quali lo stesso assessore ha fatto riferimento, inerenti la mancata applicazione della sanatoria nella nostra regione. Nel recente passato, in giunta, si sono alternate sue omologhe che hanno oggi approvato, oggi revocato l'applicazione di una norma assolutamente legittima e in grado di venire incontro alle esigenze di moltissimi siciliani. Queste costruzioni nuociono al nostro territorio, degradandone l'ambiente, ma la situazione attualmente in essere non consente di modificare opportunamente le cose. Per tale ragione, il provvedimento va accolto positivamente: esso consente di uscire dalla condizione di impasse nella quale si versa da molto tempo e la sua applicazione costituirà un beneficio prima di tutto per il nostro ambiente. Agire in tal direzione, da parte dell'assessore Croce, è indice di oculatezza, buon senso e rispetto del territorio che con la sua delega amministra", conclude il parlamentare.

“Esprimo grande apprezzamento per l’iniziativa dell’assessore Maurizio Croce che punta allo sblocco delle sanatorie edilizie per le aree di in edificabilità relativa - scrive in una nota il segretario regionale del Patto dei Democratici per le Riforme Michele Cimino -.. Si tratta di un atto forte che punta a far incassare alla regione ingenti risorse quali risarcimento per le opere realizzate. Sono convinto che il provvedimento era atteso da migliaia di cittadini che non hanno potuto beneficiare delle vecchie norme del 2003. Ora auspico che si ponga in essere un disegno di legge per il riordino delle coste siciliane. Occorrono norme certe per evitare gli scempi del passato”.

Dura la reazione del direttore regionale di Legambiente Gianfranco Zanna: “Mentre il presidente Crocetta cade dalle nuvole, o fa finta, e l’assessore Croce si rammarica di avere dovuto emanare la circolare (con la quale si sbloccano trentamila domande di sanatoria presentate nel 2003) ed è d’accordo con gli ambientalisti, chiediamo a questo Governo di recuperare un minimo di serietà. Chiediamo, quindi, che sia ritirata la circolare e che sia postata immediatamente in Aula la norma di interpretazione autentica del recepimento della sanatoria di Berlusconi per eliminare ogni equivoco sulla vicenda. Tra l’altro – conclude Zanna – la norma è stata depositata, già da tempo, in Parlamento dal gruppo del M5S. Il Governo regionale, dunque, non deve neanche faticare a scriverla”.

http://livesicilia.it/2015/06/13/dopo-muos-e-trivelle-il-condono-governo-crocetta-imbarazzante_638219/

Stati Uniti nessuno scrupolo pur di avere un governo che fa gli interessi delle sue multinazionali

Gli Stati Uniti e gli scenari per distruggere la rivoluzione bolivariana in Venezuela in vista delle elezioni

Gli Stati Uniti e gli scenari per distruggere la rivoluzione bolivariana in Venezuela in vista delle elezioni
 
 
La data precisa delle prossime elezioni parlamentari in Venezuela ancora non si conosce. Ma sarà prima di quanto precedentemente dichiarato (dicembre) per la volontà del presidente Maduro di ascoltare la voce della popolazione. Nelle ultime elezioni parlamentari del 2010, il partito al potere, il Partido Socialista Unido de Venezuela, PSUV, ha ottenuto 96 seggi che insieme ai tre del Partito comunista, i sei della Patria Para Todos, PPT offrivano una solida maggioranza rispetto all'opposizione della Mesa de la Unidad Democrática, MUD e quindi una certa tranquillità per Nicolas Maduro di far approvare le leggi dal Parlamento.

Lo scenario, scrive Nikondrov, potrebbe cambiare però dopo le elezioni di ottobre o novembre prossimo per una crisi crescente ed indotta nel paese. Gli esperti stanno cercando di identificare le ragioni della crisi. Nella sua ricerca “Que le están haciendo al pueblo venezolano en la guerra de cuarta generación”, Ramón Manaure ha analizzato la situazione del paese e ha cercato di offrire alcune risposte: in primo luogo, la guerra economica contro Caracas serve a minare il processo di riforme per cambiare il paese e il mondo iniziata con Hugo Chavez. Chi è responsabile di questa guerra? Gli Stati Uniti hanno la responsabilità dei maggiori sforzi di modificare il corso interno di Caracas per destabilizzare tutte le nazioni che adottano politiche per attuare le politiche indipendenti. Quale obiettivo persegue Washington? E qui secondo l'esperto c'è la risposta delle risposte: gli Usa hanno pianificato di sbarazzarsi della rivoluzione bolivariana e dei suoi leader.
 
E la strategia americana è chiara: un piano a multi-fasi con l'aiuto di esperti stranieri che portino avanti quella che è definita la guerra di qurta generazione, con la partecipazione chiaramente del Dipartimento di Difesa americana, della Cia e di altre agenzie di intelligence americana, oltre ad università americane e straniere, agenzie di pubblicità, gruppi paramilitari colombiani, partiti di estrema destra, media nazionali e stranieri asserviti.
 
Ramon Manaure, prosegue Nikandrov, non è il solo a credere che le attività sovversive dei cospiratori hanno lo scopo di eliminare il supporto politico al PSUV prima delle elezioni. Le attività con strumenti di propaganda sono pienamente operativi nel paese e all'estero secondo lo scenario preparato. La leadership bolivariana è sotto attacco concentrico. Centinaia di pseudo commentatori ed analisti sono impegnati in questa strategia: definiscono Hugo Chavez in modo differente, iniziano a parlare positivamente dell'ex presidente, un vero leader secondo loro, ma i suoi successori, nel racconto ufficiale,  hanno rovinato la sua eredità, si sono macchiati di corruzione e stanno voltando le spalle alla loro popolazione.
 
E in quest'ottica gli attacchi sono concentrici e continui soprattutto contro il Presidente Nicolas Maduro e Diosdado Cabello Rondón, presidente dell'Assemblea Nazionale. Leggere Roberto Saviano recentemente per capire di cosa stiamo parlando. Molte volte ormai i leader dell'opposizione hanno cercato di destituire Maduro e il suo governo con i servizi speciali americani e si sono concentrati nella possibilità che a succedergli sia Diosdado Cabello, dipinto infatti come il leader del cartello della droga più grande dell'America Latina, con i generali venezuelani nei posti di comando della struttura criminale. 
 
Ma gli stessi sforzi di mistificazione e di fango negli anni si erano concentrati anche contro Hugo Chavez e il suo cerchio di ristretti. Senza risultati. Cabello si è difeso con dignità a tutte le accuse. Il parlamento venezuelano ha adottato misure per la lotta contro il traffico di droga molto importanti, da ultimo il via libera di abbattere il «transito» di aeromobili che trasportano stupefacenti provenienti da Colombia, Perù e Bolivia. Nessuno, prosegue l'analista, in America Latina può dimostrare che il presidente Maduro non abbia preso tutte le misure in suo possesso nello sforzo di combattere il traffico di droga. Persino la Drug Enforcement Administration (la DEA) ha dovuto ammettere che il Venezuela aveva preso misure efficaci per contrastare le attività criminali legate agli stupefacenti. Aerei di transito sono passati alle vie attraverso le isole dei Caraibi.
 
Il governo di Maduro ha più volte reso noti le operazioni sponsorizzate dal governo degli Stati Uniti per destabilizzare Caracas: gli ambienti finanziari del Venezuela e gli imprenditori danneggiano il paese e il governo in modo continuo e palese. Fanno del loro meglio per aggravare la crisi economica, stimolano l'inflazione con il contrabbando di beni sovvenzionati e alimentari fuori del paese. Il rafforzamento della sicurezza delle frontiere non ha impedito percorsi segreti utilizzati per arrivare con i prodotti in Colombia. Il gas viene contrabbandato in grandi quantità utilizzando percorsi fluviali ed il mercato nero esiste e offre prodotti a prezzi superiori a molte volte quello che dovrebbe essere.
 
Il tasso criminale è in aumento nei paesi sotto il controllo politico degli Stati Uniti, come il Messico, Guatemala, Honduras e Colombia. Ma la propaganda statunitense si concentra solo sul Venezuela, attraverso statistiche truccate. Gli Stati Uniti attraverso la propaganda cercano di imporre la visione che le forze dell'ordine venezuelane non sono in grado di mantenere l'ordine. Impianti di petrolio e di produzione di energia sono soggetti ad atti di sabotaggio. Nicolas Maduro ha affrontato la nazione recentemente due volte a dire alla gente che ci sono prove per corroborare il fatto che tali attività non si svolgono. 

Studiosi politici venezuelani hanno iniziato ad usare il termine «colombization» parlando di formazioni paramilitari che penetrano nel paese dalla Colombia. L'amministrazione Obama vede il paese come una minaccia per gli Stati Uniti.

Secondo alcuni rapporti, il presidente Maduro ha recentemente annullato una visita in Italia dopo aver ricevuto informazioni relative a provocazioni armate previste dall'opposizione di estrema destra durante la sua assenza. Nel 2014 queste persone hanno provocato disordini nelle strade con il bilancio delle vittime che è stato di 43 morti. La leadership bolivariana mostra l'autocontrollo, la fiducia e la disponibilità per un dialogo con l'opposizione: il presidente Maduro ha offerto il MUD opposizione comprendente più di 20 partiti e le organizzazioni a concludere un accordo con PSUV sul riconoscimento dei risultati elettorali. Ma l'opposizione reagisce invitando Felipe González, ex primo ministro di Spagna, per ideare con l'estero un nuovo golpe finanziato e fiancheggiato dagli Stati Uniti. Gonzalez ha poi lasciato, in chiara e grave violazione della sovranità venezuelano, il territorio di Caracas da un aereo di stato colombiano senza aver avvisato le autorità colombiane.
 

Gli euroimbecilli che si castrano per far dispetto alla moglie

Così gli Stati Uniti colpiscono l'Europa

Quelle misure volute dagli Usa per indebolirci: bisogna abrogare le sanzioni alla Russia perché uccidono la nostra economia, fanno male alla pace


Bisogna abrogare le sanzioni alla Russia perché uccidono la nostra economia, fanno male alla pace. Ma soprattutto perché offendono l'intelligenza e costringono il più fantastico premio Nobel della storia a rivoltarsi nella tomba.
Sto parlando di John Forbes Nash, forse schizofrenico, forse autistico, scomparso in un incidente lo scorso maggio. È il grande matematico inventore della teoria dei giochi. Che è una cosa tremendamente seria: tratta il gioco per la sostanza drammatica che ha. Detta le regole per la vittoria, sempre che il combattente sia audace, abbia fantasia, e sia disposto ad arrivare fino in fondo. Le sanzioni economiche sono un caso canonico. Funzionano così. Tu vuoi piegare alla tua volontà chi ha fatto un torto a te (o a un tuo amico, o ai diritti umani). Ed allora cominci con un avvertimento molto pratico. Cerchi di piegarlo con una guerra commerciale di intensità crescente. Fino al blocco totale dei cieli e dei mari, impedendo le forniture di Paesi terzi. Ma questo non basta. Devi essere disposto, se vuoi vincere, ad arrivare fino in fondo: alla guerra-guerra. E il nemico dev'essere certo di questa tua volontà. Nel caso dell'Iran e delle sanzioni per fermarne la corsa alla bomba atomica, l'opzione militare è stata presente sin dall'inizio del «gioco», e l'Iran lo sapeva, e lo sa. In questo caso? Qualcuno in Europa e negli Stati Uniti è disposto sul serio ad arrivare ad una guerra nucleare? Ovvio che no. Se non è così le sanzioni hanno un altro scopo rispetto a quello dichiarato. È la teoria dei giochi a dirlo. È la storia del mondo ad averne verificato la validità. E gli americani e gli inglesi che le hanno volute a tutti i costi - con gli altri Stati dell'Europa silenti e obbedienti - avevano ed hanno evidentemente un altro scopo. Quale? Azzardo, ma non troppo. Non tanto sconfiggere la Russia, ma indebolire l'Europa continentale, scavando un fossato politico ed economico con Mosca. In questo caso la teoria dei giochi illumina la stupidità dilettantesca e servile dell'Europa e la furbizia profittatrice dell'America. Escludiamo che un essere razionale come Obama sia disposto ad arrivare all'Armageddon con Putin (e viceversa). Ma Washington, in questo tempo fallimentare della sua politica estera, cerca di ripristinare la propria egemonia economico-militare sull'Occidente, così da tenerlo al guinzaglio per la vera sfida che già ora si palesa ma crescerà di intensità. Quella con la Cina, essa sì in grado di accettare la tenzone con l'America, sino all'estremo. Ma gli Usa non sono così furbi come appaiono. Le sanzioni alla Russia danneggiano, contrariamente alle previsioni, anche loro. Infatti stanno spingendo l'Orso del Volga a spostare il proprio baricentro di interessi e alleanze verso la Cina, con cui scambia merci e vende gas, usando non già il dollaro, e neppure l'euro ma la moneta di Pechino. Che fare? La Mogherini proponga a se stessa e ai leader europei un seminario a Bruxelles sulla teoria dei giochi di Nash e comprenda come le sanzioni imposte da Obama siano controproducenti per economia, pace e pure il decoro dell'intelligenza. Riportiamo il conflitto russo-ucraino sui binari del dialogo, abbandonando la strada delle sanzioni. Renzi, svegliati. E studia.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/cos-stati-uniti-colpiscono-leuropa-1139781.html 

Gli euroimbecilli, un errore dopo l'altro, mentre sono fermi alle sanzioni stupide e autodistruttive alla Russia

Cina, investiti 250 miliardi in Sudamerica. Ora l'Ue rischia la marginalità

Sudamerica teatro di giochi economici e politici. Mentre la Cina investe in America Latina 250 miliardi, l'Europa stanzia solo poche manciate di milioni. Così Pechino allarga la sua sfera d'influenza, Bruxelles prova a non diventare del tutto marginale

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Incapace di pareggiare l'offerta cinese di 250 miliardi dollari per investimenti in America Latina, l'Ue ha cercato in tutti i modi di restare emarginata dal continente sudamericano offrendo nuove offerte commerciali, l'esenzione del visto e provando a creare rapporti più profondi. Nel summit di due giorni tenutosi a Bruxelles, i leader europei hanno messo per un attimo da parte i problemi legati alla Grecia, all'Ucraina e al futuro della Gran Bretagna provando a convincere le proprie ex colonie che non si sono dimenticati di loro.

Angela Merkel ha auspicato un aumento nell'interscambio commerciale tra Europa e Sudamerica. Il rischio, che la cancelliera tedesca conosce bene, è una posizione di marginalità nella regione per l'Ue dopo che la Cina di Xi Jinping ha messo sul piatto 250 miliardi di investimenti in 10 anni da dedicare all'America Latina. L'Europa sta uscendo solo adesso dall'impatto da una crisi del debito che ha quasi spaccato la zona euro e ha poco denaro fresco da investire.
Tutto l'opposto della Cina, che sta ampliando la sua zona di influenza. L'Ue però non demorde e sta cercando gradualmente di portare avanti un mosaico di offerte che hanno più possibilità di riaffermarsi quanto più la domanda cinese di materie prime sudamericane diminuisce. Grazie al sostegno del Brasile, l'Ue sta cercando di sbloccare i colloqui con il mercato comune sudamericano, il Mercosur, dopo un lungo periodo di stallo. Bruxelles ha già lanciato trattative per raggiungere accordi commerciali con il Messico e il Cile.
L'obiettivo è quello di ridurre le barriere al commercio. Con l'Ecuador, per esempio, si sta trattando per raggiungere un accordo di libero scambio. L'Ue e il Brasile hanno discusso della possibilità di costruire un cavo sottomarino di comunicazione che unisca Lisbona e Fortaleza con l'obiettivo di ridurre la dipendenza brasiliana dagli Stati Uniti. Brasilia vuole infatti proteggere il suo traffico internet dalla sorveglianza americana, dopo che è stato scoperto che Washington controllava il telefono e l'account email del presidente Dilma Rousseff.
Altro fronte, il Venezuela. Nonostante le sanzioni Usa, l'Ue ha evitato di criticare il presidente Nicolas Maduro, che sta facendo fronte a disordini interni e non ha partecipato al summit. Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, considerato molto vicino a Maduro, ha però definito l'opinione Usa sul suo collega "assurda". L'Ue si è limitata a dire che il futuro del Venezuela sta nel dialogo. Bruxelles farà di tutto per non lasciarsi mettere definitivamente in ombra dall'America Latina. Il problema è che la manciata di milioni messa in campo dai 28 è ancora lontana anni luce dagli investimenti cinesi. Il rischio che Pechino metta definitivamente in ombra Bruxelles è molto alto.

http://www.affaritaliani.it/affari-europei/cina-america-latina-ue-370850.html 

L'imbecille nostrano in buona compagnia con gli euroimbecilli giocano all'austerità e alla regalia dei soldi del Quatitative Easing alle banche, la Cina agisce giustamente

  • 12 Giu 2015 18.24

La Cina incalza l’Europa in America Latina

L’Unione europea sta perdendo la sua influenza in America Latina e nei Caraibi a favore della Cina? In estrema sintesi, la risposta è sì. Il processo è ancora in corso e le previsioni possono essere smentite, ma sta di fatto che l’Europa fa molta fatica a stare al passo con l’iperattivismo cinese.
I rappresentanti degli oltre trenta paesi che hanno partecipato al vertice economico a Bruxelles, alla presenza di alcuni tra i massimi responsabili europei (Matteo Renzi non c’era, anche se l’Italia è il terzo esportatore dell’Unione europea in America Latina dopo Germania e Spagna), sono tornati a casa con impegni a finanziare vari programmi (infrastrutture, sviluppo sostenibile, telecomunicazioni, ambiente) per 800 milioni di euro in cinque anni, e hanno assicurato a colombiani e peruviani che potranno circolare nello spazio Schengen senza visto. Per fare un confronto, sei mesi fa il presidente cinese Xi Jinping si era invece impegnato a investire 250 miliardi di dollari (circa 223 miliardi di euro al cambio attuale) in dieci anni, dieci volte il volume attuale.
L’Unione europea sta discutendo con il Brasile un piano per realizzare un cavo sottomarino in fibra ottica da 185 milioni di dollari che dovrebbe unire Lisbona a Fortaleza, e ha annunciato lo stanziamento di 26,5 milioni di euro. Il governo brasiliano ha fretta di sottrarsi alla sorveglianza statunitense dopo aver scoperto di essere il paese latinoamericano più spiato dall’Nsa, che aveva intercettato anche la presidente Dilma Rousseff.
Ma allo stesso tempo Brasilia sta lavorando a un accordo con Perù e Cina per costruire una ferrovia transoceanica che colleghi l’Atlantico al Pacifico. Il progetto vale circa 30 miliardi di dollari, 12 dei quali saranno forniti dalla Cina. L’obiettivo di Pechino è chiaro: in futuro dipenderà sempre più dalle importazioni agricole brasiliane, soprattutto la soia, e vuole che le forniture evitino il canale di Panama controllato dagli Stati Uniti. Il cavo sottomarino e la ferrovia attraverso le Ande e l’Amazzonia sintetizzano perfettamente il nuovo contesto geopolitico che si sta definendo, e a Washington sono già scattati i campanelli d’allarme.
Parlare di emarginazione dell’Europa è una sciocchezza. Però è chiaro che la pressione cinese si fa sentire.
L’Unione europea resta il principale investitore estero diretto nell’area denominata Celac (Comunidad de estados latinoamericanos y caribeños): 505,7 miliardi di euro nel 2013, più di quanto Russia, Cina e India abbiano investito complessivamente nell’Unione nel 2013 (319 miliardi di euro). L’Ue è il maggiore investitore estero in Cile, Argentina, Brasile, Bolivia e Venezuela, ed è il secondo partner commerciale dopo gli Stati Uniti, praticamente allo stesso livello della Cina.
Parlare di emarginazione dell’Europa, come va di moda nei mezzi d’informazione anglosassoni, è una sciocchezza. Però è chiaro che la pressione cinese (alcuni parlano di accerchiamento) si fa sentire. Negli ultimi dieci anni il commercio bilaterale tra America Latina e Cina è cresciuto esponenzialmente, e l’obiettivo di Pechino è arrivare nel 2025 a 500 miliardi di dollari, cioè quasi il doppio di oggi. Per questo sui mezzi d’informazione spagnoli da qualche tempo si parla apertamente dell’espansione del Consenso de Pekin come alternativa alla (fallita) strategia americana del _Washington consensus__._
Mentre i politici europei si trincerano dietro statistiche superate, Angela Merkel riconosce apertamente le difficoltà. La cancelliera tedesca ha esposto in due parole una semplice verità: “La Cina ha costruito relazioni commerciali molto intense, Europa e America Latina dovrebbero incrementare gli scambi”. La Germania ha poco da temere, visto che è responsabile di quasi un terzo del totale delle esportazioni europee nell’area latinoamericana e ha il maggiore surplus commerciale con 15,4 miliardi di euro, seguita dalla Francia con 5,3 miliardi e dall’Italia con quattro miliardi nel 2013.
Il fatto è che l’Europa soffre per le conseguenze della crisi finanziaria e del debito, con il problema della Grecia ancora in sospeso, senza liquidità da investire e anzi in cerca di capitali privati ovunque, dall’America Latina alla Cina, per scongiurare il rischio di una stagnazione secolare. In nome del realismo, per non perdere terreno a Bruxelles è stata messa la sordina al caso del Venezuela, colpito dalle sanzioni statunitensi per violazione dei diritti umani.
La linea scelta dagli europei è usare a 360 gradi l’influenza creata da una rete di accordi bilaterali e tra gruppi di paesi. Se è vero che la Cina sta spingendo molto sui prestiti diretti, l’Unione europea può mantenere un ruolo centrale come partner commerciale: c’è l’accordo con il Brasile per sbloccare dopo oltre dieci anni di discussioni inconcludenti il negoziato con il Mercosur (il mercato comune dell’America meridionale, di cui sono membri a pieno titolo Brasile, Argentina, Paraguay e Venezuela).
Bruxelles vuole inoltre approfondire gli accordi commerciali con Messico e Cile per ridurre le barriere commerciali. L’Unione europea, però, non è ancora pronta per un’offerta negoziale sulle condizioni di accesso ai mercati (i punti dolenti sono le indicazioni geografiche e i dossier sanitari e fitosanitari). L’America Latina, dal canto suo, vuole capire quali saranno gli effetti dell’accordo di libero scambio transatlantico tra Unione europea e Stati Uniti, il famoso Ttip, che sembra ancora lontano.

http://www.internazionale.it/opinione/antonio-pollio-salimbeni/2015/06/12/influenza-cina-america-latina

Le Alternative al Capitalismo Assoluto si fanno spazio faticosamente

Bolivia, Morales: il Fmi non decide più nostra politica economica

“Il Fondo monetario internazionale non decide più la nostra politica economica: siamo noi a decidere”.
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Evo Morales Ayma, presidente della Bolivia, usa queste parole per sintetizzare i risultati raggiunti negli anni al governo del suo Paese; anni trascorsi all’insegna di nazionalizzazioni, ridistribuzione delle risorse naturali e lotta alla fame.
Dall’aula magna dell’Università Bocconi di Milano, Morales parla della ‘Rivoluzione democratica culturale in Bolivia’ durante una lectio magistralis tenuta da lui, icona della sinistra mondiale, nella celebre università. Accolto dal rettore della Bocconi, Andrea Sironi, che per l’occasione ha salutato l’ospite parlando in lingua spagnola, Morales nel corso della lunga ‘lectio’ ripercorre il suo cammino politico e raccoglie standing ovation dalla platea composta in larga parte da sostenitori, anche di origine sudamericana, che indossano spillette e sventolano bandierine.
“Sono venti anni – dice Morales – che combattiamo contro il libero mercato, un modello economico che saccheggia le risorse naturali”, al quale è stato possibile opporsi attivamente solo quando si è deciso “di passare dalla protesta alla proposta politica”. Morales si guarda alle spalle e ricorda gli anni in cui era un sindacalista e difendeva il lavoro. Parla del suo impegno nel “movimento campesino” e di quando ha deciso “di lavorare” per la “rifondazione della Bolivia, uno stato che era senza classi sociali e che era incapace di rappresentare il popolo e le sue rivendicazioni”. Dopo l’elezione presidenziale, il lavoro, “lungo”, è partito dal garantire alle singole realtà boliviane “l’autonomia fino ad allora usata per dividere la Bolivia”. Poi si è agito sull’economia, partendo dalle nazionalizzazioni.
“Compagni”, dice Morales, rivolgendosi alla platea quando ricorda “la lotta molto forte contro il saccheggio delle nostre risorse naturali” – propria del suo essere “antimperialista” – che lo ha portato a nazionalizzare alcune aziende dopo la sua elezione. Il settore preso ad esempio dal leader boliviano per spiegare il processo di nazionalizzazione è quello degli idrocarburi. Morales ricorda di quando gli dicevano che le multinazionali avevano il diritto sul gas dal momento dell’estrazione in poi e che solo nel sottosuolo era effettivamente di proprietà della Bolivia: “Noi abbiamo detto no – racconta Morales - sia nel sottosuolo che dopo il gas è dei boliviani”. Questa convinzione politica ha portato il governo Morales a spingere sull’acceleratore per nazionalizzare le aziende: “Adesso – spiega con orgoglio il presidente - i boliviani hanno l’82% della proprietà, le multinazionali il 18% e fanno ancora profitti. Questo significa nazionalizzazione e non se n’è andata nessuna multinazionale”, sottolinea Morales.
La lotta al sistema capitalistico, “che fa sì che il denaro sia nelle mani di poche persone”, ha permesso alla Bolivia di avere “delle eccedenze” nei bilanci annuali grazie ai profitti generati dalle società nazionalizzate. Grazie a questo, sostiene Morales, “il Fmi non decide più la nostra politica economica” e le risorse sono state investite nell’istruzione, con il tasso di abbandono passato “dal 6 all’1%”, e nella lotta alla fame, per far sì che la Bolivia potesse raggiungere gli ‘obiettivi del millennio’ voluti Fao per combattere la mancanza di cibo.

http://www.imolaoggi.it/2015/06/13/bolivia-morales-il-fmi-non-decide-piu-nostra-politica-economica/

Cina, Grecia, Russia e gli euroimbecilli


GrExit - La Cina non si rassegna

Nonostante il collasso degli investimenti internazionali la Cina non sembra essersi arresa all’ipotesi Grexit. ll porto greco del Pireo è primo in Europa per numero di passeggeri e flotta mercantile mondiale. Inoltre la Cina ha investito 6 miliardi di euro sulla rivalorizzazione dell’aeroporto di Atene e 900 milioni per la costruzione e gestione a Creta di quello che diverrà il secondo più grande aeroporto della Grecia.


Ottomila chilometri di culture millenarie separano e uniscono la culla della civiltà occidentale e orientale. Attraverso queste rotte che dal 1870 chiamiamo Via della Seta, Gengis Kahn è giunto a scorgere la Grecia e Alessandro Magno lo Xinjiang cinese. E’ su questi tracciati che il mondo ellenico e orientale hanno scolpito insieme le lingue indoeuropee e la matematica, mentre il sincretismo greco-buddista influenzava lo sviluppo dell’arte e della filosofia in Cindia.

Oggi la Nuova Via della Seta promossa dal Pcc vuole riaffermare il suo antico prestigio, ponendosi come fattore chiave della politica estera e del Nuovo Sogno cinese. Il progetto One belt One Road (一带一路 Yídài yílù) è un investimento di oltre $140mrd che mira a connettere più di 20 paesi attraverso la costruzione di nuovi corridoi infrastrutturali terrestri e marittimi tra la Cina e l’Europa. Il nuovo studio targato Carnagie-Tsinghua si chiede se questo antico ponte culturale sia oggi capace di impattare positivamente la Zona Euro, segnando la ripresa economica ellenica.

Nonostante il collasso degli investimenti internazionali nel 2010 la Cina non sembra essersi mai arresa all’ipotesi del Grexit, realizzando proprio in Grecia quella che è stata definita dal New York Times come l’iniziativa commerciale estera di maggiore successo per il Dragone. Il porto greco del Pireo è primo in Europa per numero di passeggeri e la Grecia vanta la più grande flotta mercantile mondiale, trasportando il 60% delle merci cinesi.

Dal 2000 Pechino, impiegando il suo colosso statale, la Cosco, sfrutta le dimensioni e la centralità del Pireo, controllandone ora i due terzi. Nel 2013 ha investito €230mln nello sviluppo portuale aumentando i profitti greci del 12% e agevolando l’ondata di privatizzazioni volute dalla Troika. Le banche cinesi hanno inoltre stanziato ingenti prestiti agli armatori ellenici, i quali hanno acconsentito a produrre le loro nuove navi in Cina. Altre collaborazioni incoraggiano programmi di ricerca e sviluppo navale tra le università dei due paesi.

Attraverso la Fujian Shipbuilding, Pechino mira anche alle tecnologie e gli alti standard qualitativi provenienti dal vecchio continente, soprattutto in campo militare, finanziando accordi per un valore di oltre €3 mrd in armamenti navali, un settore che vale il 7% del PIL greco e offre 190mila posti di lavoro.

La recessione non solo non ha frenato gli investimenti mandarini in Grecia, ma anche visto crescere il numero di visitatori cinesi del 202%, registrando 40mila presenze nel 2014. Tuttavia, secondo le statistiche sono circa 100mila i cinesi che vorrebbero visitare la Grecia e il loro numero cresce a ritmi vertiginosi.

Gli studi individuano nella mancanza di voli diretti e nella scarsità di risorse dell’Organizzazione Nazionale del Turismo Greca, i principali ostacoli allo sviluppo turistico. Della stessa idea è anche Pechino, che di recente tramite i suoi “campioni nazionali” ha investito €6mrd sulla rivalorizzazione dell’aeroporto di Atene in un complesso residenziale, e €900mln per la costruzione e gestione a Creta di quello che diverrà il secondo più grande aeroporto della Grecia.

Il Pireo e l’aeroporto rappresentano per la Cina una grande opportunità per espandere la propria presenza in Europa. Data la magnitudine dei progetti è necessario che i governi implementino politiche volte alla cooperazione e al co-finanziamento tra aziende, attori turistici e partner internazionali, mirando ai fondi della Banca Europea degli investimenti, particolarmente ora che, contro le pressioni americane, la Asian Infrastructure Investment Bank ha ricevuto la benedizione di Bruxelles.

Nella Nuova Via della Seta rientra anche la costruzione di una linea ferroviaria che unisca il Pireo all’Europa Centrale. Per i ricercatori Zhang Lihua e Vasilis Trigkas, questo progetto può essere finanziato congiuntamente dal fondo UE per gli investimenti proposto da Junker e dal Fondo per la Via della Seta annunciato da Xi Jinping. Questa azione non porterebbe solo ad un incremento del PIL greco, ma ad una vera e propria ridefinizione dei rapporti geopolitici in Europa centro-orientale, una zona di grande interesse strategico per il Dragone, come anche dimostrato dal Summit di Belgrado.

La nuova linea avrebbe un impatto economicamente positivo sui Balcani, ricollegandosi al corridoio che attraverserà la Russia da oriente passando per l’Ucraina. La Russia, proprio come la Cina, sta accrescendo i suoi investimenti in Grecia, intenzionata a creare un gasdotto capace di sfruttare gli enormi giacimenti dell’Egeo.

Tsiparas sembra essere a conoscenza di tali dinamiche, e punta su di una politica estera più aggressiva, avviando un vero e proprio braccio di ferro sulla rinegoziazione di importanti accordi tra istituzioni e investitori europei, americani, cinesi e russi. Per i più scettici la strategia mandarina vuole sfruttare le debolezze europee per aumentare le proprie pressioni e ostacolare il processo di integrazione. Per i più speranzosi invece, come traspare anche dalla partnership strategica sino-europea, la Cina vuole sì espandere la propria influenza, ma necessita di una Europa unita e indipendente dagli Stati Uniti per affrontare il Washington Consensus.

Per Pechino la Nuova Via può non solo stimolare la ripresa della Grecia e della Zona Euro, ma anche offrire un’alternativa al tanto discusso TTIP, causando effetti collaterali significativi per il dialogo dell’occidente con la Russia e per la situazione ucraina. D’altronde la Nuova Via della Seta si fonda sulla cosiddetta Crescita Pacifica di un Partito Comunista che, predicando un’armonia di interessi neoliberista, non fa che ripeterci che finché vantaggiosa, la pace, è la miglior protezione per i propri investimenti. Investimenti che almeno per ora e in teoria, sono una risorsa fondamentale per un Euro che annaspa. Icaro volò via dal labirinto cretese del Minotauro con delle ali che Dedalo attaccò al suo corpo con la cera. Chissà che Atene non decida di volare troppo in alto e che le ali offerte da Pechino non finiscano anch'esse per sciolgiersi al sole.

*Gian Luca Atzori è un sinologo, business developer e giornalista freelance, laureato in Lingue e Culture Orientali alla Facoltà di Lettere, Filosofia, Scienze Umanistiche e Studi Orientali della Sapienza con una tesi in Religione e Filosofie dell'India dal titolo "Comunitarismo in Cindia: risorsa democratica e pluralistica di riflessione comune sull'etica globale". Ha perseguito i suoi studi a Pechino tra la UIBE e la BFSU e ora si trova alla Tsinghua University, specializzandosi in "Filosofia politica e relazioni internazionali". Collabora con il Fatto Quotidiano, China Files, Formiche e Cina Oggi. E’ promotore del blog di ProPositivo e del progetto Terre di Mezzo, piattaforma regionale di promozione culturale, turistica e commerciale della Sardegna in Cina.
 

Ci studiano e ci aiutano ad essere consumatori compulsivi

McKinsey: 4 lezioni sul Mobile Commerce dal Paese più "Mobile" del mondo

In Corea del Sud due abitanti su tre hanno uno smartphone, e l'mCommerce vale quasi 10 miliardi di dollari: gli acquisti da Mobile hanno raggiunto quelli nei negozi. Un report della società di consulenza evidenzia gli insegnamenti del caso: cercare i mobile first user, spingere l'acquisto d'impulso, divertire e trattenere
12 Giugno 2015
Nell'impetuosa crescita della Mobile Economy, la Corea del Sud è sicuramente un caso da studiare, e infatti McKinsey in un recente report ha approfondito i dati e le dinamiche del paese asiatico, soprattutto per quanto riguarda il Mobile Commerce.
Il punto di partenza è che la Corea del Sud è il Paese con la più alta penetrazione di smartphone: il 66% della popolazione, ben due persone su tre, ne possiede uno, contro il 47 per cento degli americani, il 57 per cento degli australiani e il 52 per cento dei britannici.
In particolare i sudcoreani utilizzano molto il loro smartphone per fare acquisti online, tanto che le vendite tramite Mobile nel Paese dal 2012 a oggi sono quadruplicate, e hanno raggiunto il valore di 9,8 miliardi di dollari. La Corea del Sud è, dunque, in prima linea nel commercio multicanale e può essere considerata, sottolinea McKinsey, un esempio di best practice nello shopping attraverso device mobili.
In Corea del Sud gli acquisti attraverso mCommerce equivalgono a quelli effettuati nei negozi. Addirittura i "Mobile first user" arrivano a spendere anche di più con lo smartphone che alla cassa dei negozi. Secondo McKinsey, ogni anno, dal 2010, il mercato mCommerce sudcoreano è più che raddoppiato in valore, arrivando oggi a rappresentare quasi un terzo di tutte le vendite web-based, e due persone su tre dichiarano di aver usato il cellulare per fare compere (il tablet ha ancora un’importanza limitata). Negli Stati Uniti e in Australia la media è di uno su quattro.
Per tutto ciò, i retailer di tutto il mondo devono prendere spunto dai trend in corso in Corea del Sud per l'analisi socio-demografica degli acquirenti di mCommerce e per capire come i venditori locali conquistano i consumatori con le esperienze di shopping multicanale.
Tutti i canali digitali utilizzati dai produttori di beni e servizi possono anche avere la stessa infrastruttura di base, ma il mobile commerce necessita di un approccio nuovo per identificare, acquisire e soddisfare i clienti. Ci sono, infatti, importanti differenze tra il comportamento d’acquisto mediante device mobili e quello nei negozi, soprattutto per le donne.
Come racconta anche il sito Pagamenti Digitali, McKinsey sottolinea quattro aspetti critici: raggiungere, curare, intrattenere, trattenere.
Raggiungere i "mobile first user"
Per prima cosa bisogna cercare di raggiungere i cosiddetti "mobile-first users", chi sceglie di utilizzare il Mobile Commerce come prima opzione. Per farlo occorre conoscere il loro profilo. In Corea del Sud, ad esempio, il 60 per cento delle transazioni viene effettuato dalle donne, la maggior parte trentenni e con bambini in età prescolare. Sorprendentemente, molte sono casalinghe, perché le mamme lavoratrici passano molto tempo davanti a un computer e lo usano per gli acquisti, mentre le casalinghe e le mamme di bimbi piccoli sono più propense ad usare i loro smartphone per comprare ogni genere di cose. Tutti i consumatori di mCommerce sono accomunati dal fatto che non sono propensi ad andare nei negozi o visitare retailer online. Nella ricerca McKinsey, il 13 per cento dei consumatori che usano dispositivi mobili non compra nei negozi e il 53 per cento non fa shopping online. Questi clienti possono, quindi, essere raggiunti soltanto tramite smartphone e sono influenzabili da annunci ads o promozioni tramite cellulare, meno da messaggi pubblicitari nei negozi online e offline.
Curare: incoraggiare l'acquisto d'impulso
Curare il cliente significa favorire l’acquisto d’impulso attraverso offerte su misura. Più della metà del campione intervistato da McKinsey passa dalla visione del prodotto su smartphone allo shopping in un giorno, contro il 36 per cento dei clienti eCommerce. Sul cellulare si visitano in media meno di due siti prima di effettuare un acquisto, rispetto ai 2,75 visualizzati tramite computer. Inoltre, in Corea del Sud, il 17 per cento delle transazioni mobili è effettuato d’impulso, senza ricerca preventiva, rispetto ad appena il 6 per cento delle transazioni online. I rivenditori devono considerare questi aspetti cercando di limitare il numero di prodotti disponibili per non creare confusione e indirizzare al loro target offerte mirate e customizzate.
Divertire: il prezzo basso non basta
Altra sfida per i retailer è rendere l’esperienza di shopping facile e divertente, non soltanto vantaggiosa, in quanto i clienti di telefonia mobile considerano un valore aggiuntivo avere una navigazione intuitiva e scorrevole. La ricerca McKinsey dimostra come per il 60 per cento dei consumatori sudcoreani di m-commerce un'esperienza piacevole di navigazione è la prima priorità, rispetto al 44 per cento degli acquirenti online. Per conquistare questa fetta di mercato, molti retailer hanno già diminuito la quantità di informazioni sui loro siti mobile per renderli più snelli e hanno migliorato i tempi di consegna dei prodotti, un altro aseptto fondamentale per soddisfare i clienti.
Trattenere: conquistare la fiducia rapidamente
Inoltre, bisogna considerare che più di altri consumatori, coloro i quali acquistano tramite mobile vanno direttamente al sito di loro interesse oppure vi accedono tramite app, senza navigare sui motori di ricerca. I retailer hanno, quindi, buone possibilità di fidelizzare i loro clienti mobile adottando strategie di marketing. I sudcoreani, ad esempio, utilizzano diverse tattiche come punti fedeltà o coupon riservati a chi visita il loro sito tramite mobile o app almeno una volta al giorno.

http://www.mobile4innovation.it/mobile-marketing/mckinsey-4-lezioni-sul-mobile-commerce-dal-paese-piu-mobile-del-mondo_43672151933.htm

Migranti, 1 miliardo le spese vive e poi i costi sociali

"Più di un anno per l'asilo" e il conto dell'accoglienza vola oltre il miliardo

ROMA .
Nel 2015 l'Italia spenderà più di un miliardo di euro per accogliere i migranti. È il record assoluto. Sono 400 milioni più dello scorso anno, 500 rispetto al 2013. Il boom è figlio certamente del maggior numero di sbarchi e dunque di persone di accogliere. Ma non è solo questo. A causare l'incremento di spese è anche la lentezza dello Stato, che non riesce a dare in tempi ragionevoli risposte sulle richieste di asilo. I profughi dovrebbero aspettare tre settimane, secondo la legge, e invece gli esiti non arrivano prima di sei mesi. Un'attesa che crea un danno doppio. Danneggia gli uomini e le donne fuggiti dai loro paesi in guerra, che vengono lasciati in attesa, privati di un destino garantito loro dall'Onu. Danneggia le casse pubbliche che continuano a pagarne l'accoglienza — in media 40 euro al giorno per persona — anche quando non dovrebbero.
Questo cortocircuito all'italiana è scritto nei numeri. Oggi in Italia sono 81mila i migranti che si trovano in strutture d'accoglienza. Sessantacinquemila hanno presentato domanda di asilo politico, mentre gli altri o hanno status particolari (i bambini per esempio) oppure non hanno ancora fatto domanda. Chi deve decidere se hanno diritto o no — sulla base di una serie di requisiti, primo tra tutti le condizioni del paese di provenienza — sono le 40 commissioni territoriali nominate dal ministero dell'Interno che dipendono dalle Prefetture. Secondo la legge l'attesa dovrebbe essere di 21 giorni e, per alcuni casi particolari, 90 giorni al massimo. «Ma il tempo medio — spiega Valentina Brinis, ricercatrice della Onlus "A buon diritto", in prima linea sul tema accoglienza — varia in realtà dai sei a nove mesi. Con casi limite di ragazzi che aspettano anche un anno e mezzo prima di avere una risposta». In tutto questo periodo i profughi hanno tre possibilità. Possono essere sistemati nei Cara, i grossi centri per richiedenti asilo, oppure entrare nel circuito del sistema Sprar (sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati). Oppure, terza ipotesi, essere ospitati nei Cas, i centri di primissima accoglienza. In media ciascun migrante costa allo Stato al giorno dai 35 ai 40 euro. Soldi che, chiaramente, non finiscono nelle loro tasche (a loro va il pocket money di 2 euro per le spese quotidiane) ma nelle casse delle cooperative e strutture di accoglienza attorno alle quali — come hanno dimostrato le inchieste delle procure italiane da Mafia Capitale alle Grandi Opere — si sono scatenati gli appetiti delle mafie e di associazioni criminali. Insomma, sono gli stessi ritardi dello Stato a implementare il "grande business dell'accoglienza".
I conti sono semplici: dati i tempi di attesa, ciascun migrante costa circa cinquemila euro di più di quello che avrebbe dovuto se il sistema fosse più agile. E così le spese impazziscono. Lo scorso anno in Italia l'accoglienza è costata 630 milioni di euro. Per il 2015 era stata immaginata una cifra minore: 200 per i Cara, 187 per il progetto Sprar, e 32,5 per i progetti per i minori non accompagnati. Si pensava di non superare i 500 milioni dunque. Ma alla fine dell'anno — prevedono gli analisti del Viminale — quella cifra raddoppierà. Servono più sol- di, dunque. E vanno trovati.
D'altronde non potrebbe essere altrimenti. Basta guardare le tabelle con la tempistica: «Chi ha chiesto asilo oggi vedrà la sua pratica in commissione nel 2016» dice la Brinis. Per cercare di tamponare la situazione, il Dipartimento dell'immigrazione del ministero dell'Interno ha raddoppiato, dallo scorso marzo, le commissioni. «Oggi — dice Carlotta Sami dell'Unhcr — possono processare anche 70mila richieste l'anno ma il sistema è sotto pressione perché le richieste sono in aumento. E soprattutto questa lista d'attesa crea grande confusione nell'opinione pubblica, tra sbarcati e migranti in attesa, quando invece sono due cose completamente diverse». Ma che esito hanno le domande? Nel 2014 il 70 per cento ha ottenuto la protezione, mentre nel 2015 è cambiato qualcosa. Delle 12.720 richieste di asilo processate dall'inizio dell'anno al 15 aprile, seimila sono state rifiutato. Questo perché a fare la richiesta sono tanti pachistani, nigeriani, gambiani e senegalesi che arrivano più per motivi economici che per reali situazioni di persecuzione, tant'è che tra le pratiche rigettate ce ne sono 1.195 dalla Nigeria e 1.128 dal Mali.
L'accoglienza dello Stato, però, non finisce quando la richiesta di asilo viene negata, perché tutti fanno ricorso al Tribunale Civile o — alcuni — al Tar. Per avere una sentenza passa un altro anno e mezzo, in media, tempo durante il quale lo Stato continua a pagare l'accoglienza. Alcuni avvocati, poi, presentano ricorsi civili incredibili, in modo da allungare i tempi di permanenza all'interno dei Cara dei loro assistiti e incassare le parcelle previste per il gratuito patrocinio. Un paio di casi: un migrante sosteneva di essere fuggito dal suo villaggio in Nigeria perché assalito da orango killer, un altro raccontava di minacce di cannibalismo. Risultato: solo un ricorso su 500 viene accolto.

http://www.affaritaliani.it/affari-europei/immigrazione-scontro-duro-in-europa-sulla-ripartizione-370827.html?refresh_ce

gli euroimbecilli intendono l'Europa circolazione di capitali, merci e uomini eccetto x i migranti questi devono vivere in Italia

Immigrazione, scontro duro in Europa sulla ripartizione

L'est Europa si oppone alla ripartizione dei migranti. Ma la Commissione Ue, sostenuta da Germania e Francia (che però chiedono per l'Italia regole ferree), tira dritto. La Lettonia, presidente di turno del Consilgio, fa ostruzionismo, ma il primo luglio passerà la palla al Lussemburgo

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La decina di paesi dell'Unione europea che si oppongono al principio della redistribuzione obbligatoria degli immigrati dovra' scontrarsi con la determinazione della Commissione nel ribadire la sua proposta "fino all'ultima parola", come ha ribadito anche oggi il portavoce della Commissione, e con una maggioranza di paesi, fra cui Francia e Germania, che invece sono a favore di una decisione al piu' presto.
La discussione dei ministri degli Interni prevista per martedi' prossimo a Lussemburgo non sara' l'ultima occasione di confronto; i paesi baltici, quelli dell'Est, Spagna e Portogallo, secondo quanto riferisce una fonte diplomatica, martedi' chiederanno che l'agenda della Commissione europea sull'immigrazione preveda che la condivisione della responsabilita' sull'accoglienza sia su base volontaria.
In realta', non e' previsto che una decisione formale sia presa gia' martedi'. In quella sede, secondo quanto deciso dai capi di Stato e di governo nel vertice straordinario del 23 aprile, dopo l'ultima strage di migranti al largo delle coste libiche, i ministri degli Interni dovranno piuttosto stabilire una linea sulla proposta della Commissione, "risposta concreta e operativa" all'emergenza, che la presidenza lettone si incarica di riferire ai leader al consiglio europeo del 25 e 26 giugno. Inoltre, a meno che non si ritorni alle vecchie regole di voto che prevedono la possibilita' di una "minoranza di blocco", la maggioranza qualificata e' comunque sicura.
Successivamente, prima della pausa estiva, ci sara' una terza occasione per i Ventotto di discutere, ed eventualmente anche approvare una comunicazione: il 9 e 10 luglio ci sara' infatti un consiglio informale dei ministri degli Interni, dopo che la presidenza di turno sara' passata dalla Lettonia al Lussemburgo. Il passaggio di testimone e' importante: se il Granducato e' infatti fra i paesi a favore dell'agenda Ue sull'immigrazione, Riga non spinge perche' una decisione sull'obbligatorieta' venga presa nel suo semestre di presidenza.
I francesi, che assieme ai tedeschi avevano diffuso la scorsa settimana un documento comune in cui si chiedeva di rivedere i criteri che hanno portato all'indicazione sui numeri di migranti da ricollocare nei diversi paesi, considerano prioritario che ci sia "equilibrio fra la solidarieta' e la responsabilita'". In altre parole, se i paesi Ue sono chiamati ad accogliere obbligatoriamente un certo numero di richiedenti asilo, e' necessario pero' che nei paesi di primo arrivo, quindi innanzitutto Italia e Grecia, il sistema di accoglimento e identificazione dei migranti sia efficace e affidabile, con il sostegno di Frontex, perche' le persone da "ricollocare" negli altri paesi siano davvero quelle che ne hanno diritto.
Per gli altri, quelli che non hanno diritto alla protezione internazionale ma sono venuti in Europa in cerca di fortuna economica, la Francia ed altri paesi insistono perche' si definisca uno schema piu' robusto per i rimpatri. Anche su questo, Italia e Grecia devono essere sostenuti da Frontex e al tempo stesso e' necessario rafforzare la cooperazione dell'Ue con i paesi di origine: su questo, nei giorni scorsi il commissario per gli Affari interni Dimitris Avramopoulos ha inviato una lettera ai Ventotto.
In ogni caso Francia e Germania e una decina di altri sono a favore che la decisione sull'agenda europea sull'immigrazione sia presa a breve termine, cosi' come ne e' convinta la Commissione. Un responsabile comunitario aveva nei giorni scorsi messo in guardia contro il rischio della fine dell'integrazione europea in caso di fallimento di questa proposta. Nei giorni del trentesimo anniversario del trattato di Schengen non sarebbe un segnale positivo.

http://www.affaritaliani.it/affari-europei/immigrazione-scontro-duro-in-europa-sulla-ripartizione-370827.html 

Un governo che va avanti per punti e mai una strategia complessiva, questo comporta strappi e conseguenti traumi incomprensibili

Author photo 12/06/2015  di Ernesto Auci

E' il sostegno all'export uno dei compiti della nuova Cdp‏

Il governo ha scelto la strada di un cambiamento traumatico per sottolineare l'urgenza di una riforma di Sace e Simest. E' stata una scelta spericolata e ora si attendono i risultati a breve. Carlo Calenda spinge per accelerare i tempi dopo due anni di discussioni ma Salvatore Rossi mette in guardia.....

Il ricambio al vertice della Cdp sembra destinato a concludersi rapidamente. Le Fondazioni bancarie che detengono il 18,4% del capitale della Cassa, hanno chiesto spiegazioni e garanzie ma non sembrano disposte ad arrivare ad uno scontro frontale con il Governo. Renzi e Padoan devono però ancora chiarire, senza equivoci, quale ruolo si vuole assegnare alla Cassa che negli ultimi anni con Bassanini e Gorno Tempini, si è molto aperta alla pratiche di mercato ed al sostegno delle aziende italiane. Certo si può fare di più, ma occorre evitare il nascere di un nuovo carrozzone pubblico pieno di aziende decotte o di crediti deteriorati.

   Una parziale spiegazione delle ragioni del ribaltone alla Cassa è venuta ieri nel corso di un convegno sulla internazionalizzazione dell'economia italiana organizzato dalla Fondazione Masi ed al quale hanno partecipato tra gli altri il vice ministro allo sviluppo economico Carlo Calenda, il direttore generale della Banca d'Italia Salvatore Rossi, ed il consulente della Presidenza del Consiglio Marco Simoni.

   Dalle parole di Calenda è apparso chiaro che una delle ragioni, e forse la principale, del ricambio anticipato dei vertici della Cassa sta nella mancata realizzazione di quella banca dell'export attraverso la riforma della Sace e della Simest. Secondo Calenda per mettere le aziende italiane in grado di approfittare appieno delle favorevoli condizioni dei mercati internazionali è indispensabile che l'Italia si doti di uno strumento simile a quello esistente in altri paesi che possa sostenere con garanzie, prestiti a tassi convenienti, o apporti di capitale, la presenza delle aziende italiane nel mondo. Noi abbiamo oltre 100 mila aziende che potremmo portare ad avere una maggiore presenza sui mercati internazionali, ma per farlo non possiamo perdere altro tempo. Sono oltre due anni che se ne discute, ora è arrivato il momento della realizzazione.

   Salvatore Rossi si è detto favorevole ad una razionalizzazione di tutti gli strumenti esistenti per sostenere l'export, ma ha voluto sottolineare la necessità di guardare con attenzione ai profondi cambiamenti (quasi una rivoluzione permanente) che si stanno verificando sullo scenario mondiale, per evitare di intervenire solo su strumenti che erano adeguati alle condizioni di qualche decennio fa. In altri termini per Rossi il problema di oggi non è solo quello dell'export, ma quello dell'integrazione dell'industria italiana nelle filiere internazionali del valore. E per far questo occorre che le nostre aziende sappiano tenere il passo con l'innovazione tecnologica e con i mutamenti organizzativi richiesti dalla necessità di superare la sempre più agguerrita concorrenza internazionale. E quindi il così detto" sistema paese" che deve cambiare per collocarsi  con successo nel nuovo scenario mondiale. E ci sono esempi in cui questo è riuscito. Rossi ha citato la filiera dei fornitori di componentistica auto che non potendo più vivere solo con la Fiat, si sono ristrutturati ed hanno affrontato con successo il mercato mondiale. In particolare Rossi ha citato non solo le inefficienze della Giustizia, ma l'intero ordinamento giuridico italiano che "si trova a disagio nella società moderna". C'è quindi un compito immane per i politici e per i giuristi: quello di cambiare il diritto italiano, non solo per rendere più rapida la Giustizia civile, ma proprio per rendere adatto il vestito giuridico alle esigenze delle imprese moderne.

  Anche Marco Simoni ha insistito sulla necessità di dotarci di una banca per l'export capace di dare maggiore sostegno alle imprese. Noi esportiamo più o meno come la Francia ma il nostro sostegno creditizio e di garanzie è dieci volte inferiore. Abbiamo quindi un grande spazio da coprire. L'obiettivo è quello di arrivare ad un valore dell'export pari al 50% del Pil mentre oggi, pur con i successi degli ultimi anni, siamo ancora intorno al 35%.

   Nonostante gli attuali vertici della Cassa abbiamo fatto un lavoro egregio in questi ultimi anni, il Governo ha scelto la strada di un cambiamento traumatico per sottolineare l'urgenza di bruciare le tappe del rinnovamento degli strumenti di sostegno alle nostre imprese che devono essere aiutate ad affrontare i mercati mondiali. E' una scelta spericolata. Ora si attendono risultati a breve. 

Landini e la costruzione di un ulteriore falso ideologico che è destinato per sua natura a morire nel nascere

La sinistra Riformista è destinata a perdere, perchè diventata serva del Capitalismo e ha perso il suo ruolo di redistribuizione, invocare una riacquisizione di capacità politica per redistribuire è un obiettivo che ci è estraneo perchè mantiene intatto il Sistema di potere Capitalistico.
 
Se non si critica alla radice la cultura dominante che tende a mercificare tutto, anche i sentimenti, a confondere i generi per rendere sempre più solo ed isolato l'individuo, eliminando il sostegno dell'istituzione famiglia, vera camera di compensazione del delirio dell'individualismo, punto di riferimento e ancoraggio certo e fondamentale per non morire nell'annegamento del caos sociale creato appositamente, presentando continuamente e in tutte le maniere forme di nichilismo in cui riusciamo ad uscirne fuori solo momentaneamente quando per caso o necessità ci troviamo ad assurgere al ruolo di consumatore, continueremo ad essere i nuovi schiavi moderni.
 
Proprio dalla famiglia e dal baluardo che esso rappresenta che bisogna ripartire per ricostruire comunità, prima affettive e poi sociali, economiche culturali, ricominciando a vedere nelle comunità il fulcro della riscossa e della riappropriazione della vita, la nostra vita.
 
Comunità che sono tante che vanno da quelle territoriali e che si intrecciano con quelle lavorative in un connubio così forte da rilanciare valori di solidarietà, di comunanza, di rispetto, di fiducia. Senza remore, senza tentennamenti in quanto sia istintivamente sia razionalmente si interiorizza il fatto che solo in questo modo si riesce a contrapporre e a creare Alternative valide a quelle che propone il Capitalismo Totalizante, Assoluto. 
 
No, Noi non possiamo accontentarci di una politica di riappropriazione redistribuitiva che è serva di questo Sistema sociale e non avvia quella rottura necessaria e portante per la nascita dell'Uomo Nuovo.
 
Martelun

 
12/06/2015

Nulla a sinistra? Cercando una (nuova) socialdemocrazia

Nei giorni del lancio della Coalizione Sociale di Landini: come ha fatto a perdersi la gloriosa eredità della sinistra riformista - e cosa fare adesso
una nuova socialdemocrazia

(Alan Crowhurst/ Getty Images)

Il 7 giugno, a Roma, Maurizio Landini - segretario della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil - ha presentato un nuovo movimento politico, Coalizione Sociale. Landini ha rifiutato di farsi incasellare nella tradizionale divisione destra/sinistra: «Noi non siamo a sinistra del Pd e non siamo a sinistra di nessuno», ha detto, preferendo sottolineare che la sua battaglia è per ripristinare «la cultura dei diritti».
Allarghiamo l’orizzonte: le ultime amministrative spagnole hanno visto il clamoroso successo di Podemos, che si autodefinisce un movimento “populista di sinistra”; il Movimento Cinque Stelle in Italia, terza forza in molte regioni italiane dopo le ultime amministrative, si dichiara “oltre” lo schema partitico tradizionale. In altre parole, i nuovi movimenti oggi marcano una discontinuità rispetto al passato “di sinistra” più tradizionale, anche quando le politiche che propongono spesso le richiamano.
È la conseguenza ultima di una debolezza di pensiero dimostrata dal centrosinistra europeo negli ultimi anni. Dopo decenni di egemonia, il pensiero progressista sembra aver preso altre strade e scelto altre parole d’ordine. Come si è arrivati a questo punto? E da dove può ripartire il centrosinistra? Un testo dello studioso statunitense Cas Mudde traccia, in modo molto chiaro, il percorso della crisi di identità, di elaborazione politica - e di voti. 
La crisi economica in corso ha già creato, in politica, molti sconfitti e qualche vincitore – per la maggior parte dalla vita breve – ma in mezzo a tutto il cambiamento c’è qualcosa che rimane costante: la debolezza della sinistra.
Nonostante le tassative messe in guardia della destra neoliberale a proposito di un’ondata della “sinistra radicale”, i veri partiti della sinistra radicale hanno ricevuto poco beneficio dalla distruzione socio-economica che ha devastato larga parte del continente europeo.
I veri partiti della sinistra radicale hanno ricevuto poco beneficio dalla distruzione socio-economica
La greca Syriza è l’unica vera storia di successo, ed è una vicenda che si situa nel contesto più estremo, come mostra dolorosamente la parallela crescita del partito neonazista Alba Dorata.
Altri partiti di sinistra, come il Partito Socialista olandese (PS) o il Fronte di Sinistra (FdG) francese, sono di “estrema sinistra” solo nella mente dei commentatori neoliberalisti come le firme dell’Economist. Allo stesso tempo, i partiti socialdemocratici non si sono mossi significativamente (di nuovo) a sinistra e non hanno neppure guadagnato un supporto significativo nelle recenti elezioni.
Questa assenza di un controprogetto di sinistra di successo per la crisi economica in corso e per il futuro europeo ha portato a un frenetico esame di coscienza all’interno dei circoli di sinistra, soprattutto in think tank come Policy Network, ma finora le analisi e le prospettive non sembrano promettenti.
Credo che le questioni in ballo riguardino un livello molto più profondo di quanto la maggior parte dei commentatori abbiano riconosciuto, e includano anche la politica redistributiva sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta - o la politica socialdemocratica della vecchia scuola, se preferite. Trent’anni di egemonia neoliberale hanno creato parecchie generazioni di europei poco raggiunte dall’ideologia socialdemocratica e con poca esperienza di politiche redistributive significative. Ciò è riflesso nel cambiamento dei valori sia dell’elettorato tradizionale (cioè la working e la lower middle class) che della leadership politica dei partiti di sinistra.
Meno dello stesso
Facciamo un veloce passo indietro, alle politiche di sinistra negli ultimi tre decenni. In risposta ad una working class bianca in diminuzione, gran parte dei partiti socialdemocratici in Europa sono andati alla ricerca di un nuovo elettorato, il cosiddetto “nuovo centro” (neue Mitte), che venne corteggiato tramite una retorica della “Terza Via” in cui la pragmatica aveva la priorità sull’ideologia.
Rinunciando non solo al discorso pubblico, ma anche ai valori fondamentali della socialdemocrazia - creare cioè una società socio-economicamente più egualitaria attraverso l’intervento redistributivo dello stato - la Terza Via cominciò come una versione laica dell’economia sociale di mercato cristiano-democratica e finì come una versione più leggera del neoliberismo.
Mentre la destra restava sempre più incantata dalla deregulation e dalle privatizzazioni, la risposta del (centro)sinistra fu la richiesta di un po’ meno della stessa cosa
Mentre la destra restava sempre più incantata dalla deregulation e dalle privatizzazioni, la risposta del (centro)sinistra fu essenzialmente la richiesta di un po’ meno della stessa cosa e non molto più di questo. Privo di un’alternativa ideologica, il centrosinistra non aveva né la retorica né i valori per sfidare i fondamenti del progetto neoliberista. Quest’ultima operazione fu lasciata alla sinistra radicale, ovvero principalmente i partiti comunisti, che divennero di fatto un danno collaterale della caduta del Muro di Berlino. Il neoliberismo, dunque, regnò sovrano e la socialdemocrazia divenne una religione senza profeti.
Uguaglianza etnica
Ma i socialdemocratici non guardarono solo al nuovo centro per trovare nuovi elettori; essi cercarono anche oltre l’elettore “nativo”, allargandosi in direzione del crescente gruppo degli immigrati e dei loro discendenti (autoctoni). Avendo rinunciato alla retorica di classe, questi “nuovi cittadini” furono corteggiati attraverso un discorso multiculturale soft, in cui l’uguaglianza etnica rimpiazzava la solidarietà di classe.
Questa strategia ebbe molto successo nel breve termine: quando, nella maggior parte dei paesi europei con un significative minoranze nella popolazione, i partiti socialdemocratici divennero i preferiti dagli elettori di quelle minoranze. Sfortunatamente, ciò avvenne a caro prezzo: il voto della working class bianca, che in molti paesi protestò tramite l’uscita (il non voto) o la voce (il voto per la destra radicale).
Vista la bassa partecipazione al voto di (gran parte delle) minoranze, il nuovo elettorato “etnico” compensò a stento la perdita dell’elettorato “nativo” - escludendo qualche elezione locale nelle grandi città, dove i partiti socialdemocratici (ri)stabilirono la loro presa sulla politica locale, ma in un modo decentrato e a volte “etnicizzato”.
Sinistra radicale?
In alcuni Paesi, l’ex sinistra radicale provò a riempire il vuoto socialdemocratico, anche se spesso senza troppa convinzione. Ne sono buoni esempi il Partito Socialista olandese o Die Linke in Germania, anche se quest’ultima ha coltivato in aggiunta una specifica identità “dell’Est” per catturare il voto dell’Ostalgie [la nostalgia per la Ddr, NdT].
Il problema, in questa socialdemocratizzazione della sinistra radicale, fu soprattutto istituzionale. La maggior parte dei partiti di quell’area radicale venivano da una lunga storia di opposizione alla socialdemocrazia e dunque non potevano arrivare fino ad abbracciare apertamente il verbo della socialdemocrazia, nonostante offrissero più o meno un programma socialdemocratico.
Di conseguenza, il partito continuava ad usare un discorso di sinistra radicale e uno stile radicalmente oppositivo, che lo marginalizzava sia all’interno delle masse che tra l’élite. Inoltre, molti di questi partiti sono (ancora) guidati in modo opaco o apertamente antidemocratico, il che ne ostacola l’attraenza e l’efficacia in un sistema democratico liberale, basato sul compromesso e sul pluralismo.
Bozzolo sdentato
E dunque, come si ritrova la sinistra, nel contesto della crisi europea? Per lo più senza artigli. I partiti della sinistra radicale sono rimasti circoscritti ad una minoranza piuttosto stabile dell’elettorato, con l’eccezione della Grecia, dove larga parte della popolazione è così disperata da cercare qualsiasi alternativa ai partiti tradizionali dominati dalla Troika, e dove la socialdemocrazia era secondaria rispetto al clientelismo populista.
Vista la loro inerzia intrinseca, ci sono poche ragioni per aspettarsi un cambiamento significativo nel prossimo futuro. I partiti socialdemocratici restano per lo più catturati nella rassicurante bambagia della Terza Via, offrendo una debole variante delle politiche di investimento keynesiane di fronte alla retorica e alle politiche di austerità ancora dominanti.
Se la questione è limitata alle alternative “ideologiche”, alcuni sostengono che un populismo di sinistra possa contrastare il populismo di destra in presunta ascesa, per riguadagnare così una parte dell’elettorato tradizionalmente socialdemocratico. Vogliono che i partiti socialdemocratici divengano la voce degli Indignados e dei movimenti come Occupy, del 99 per cento contro l’1%. In un certo senso, questa è la conseguenza radicale ma logica del pensiero della Terza Via, in cui il “nuovo centro” è il 99%.
Ma il populismo non è la risposta. Non solo riduce la politica a una divisione essenzialmente morale, che esclude il compromesso e il pluralismo; esso semplifica anche le vere divisioni all’interno della società, che sono per la maggior parte all’interno del 99 per cento e non tra il 99 e l’1 per cento.
Riaffermare la socialdemocrazia
D’accordo con Henning Meyer, credo che la vera risposta stia nella nuova affermazione dei valori socialdemocratici e nel presentare una risposta socialdemocratica alle principali sfide di oggi e di domani: l’economia globale neoliberista, le società multietniche e l’integrazione europea.
Tuttavia, a differenza di Meyer, non sono molto ottimista riguardo alla possibilità, per gli attuali partiti socialdemocratici, di intraprendere un simile progetto di ringiovanimento della socialdemocrazia. Per prima cosa, quasi tre decenni di politica della Terza Via non hanno avuto conseguenze solo elettorali, ma anche istituzionali. Gran parte dell’apparato degli attuali partiti socialdemocratici ha conosciuto solo una “ideologia” della Terza Via e vi aderisce sinceramente. In secondo luogo, i partiti socialdemocratici sono diventati partiti di governo, che cercano primariamente cariche pubbliche. Un diverso orientamento verso la socialdemocrazia è una strategia a medio termine che, nel breve periodo, ha probabilmente delle conseguenze, in termini di perdita di voti e di opposizione politica. E questo perché reinventare la socialdemocrazia pone sfide non solo a livello di élite, cioè nell’apparato dei partiti socialdemocratici, ma ancora di più a livello di massa, dove la (vera) socialdemocrazia è non solo sconosciuta a molte generazioni di elettori ma anche contraddittoria rispetto alla loro visione del mondo individualista o etnicizzata.
Gramsci e la destra conservatrice americana
Il cambiamento politico deve cioè essere preceduto da un cambiamento culturale
Di conseguenza, la reinvenzione della socialdemocrazia richiede un approccio gramsciano: il cambiamento politico deve cioè essere preceduto da un cambiamento culturale. È necessario ricostruire una coscienza di “classe” (significativamente modernizzata) in cui le differenze culturali siano secondarie. Bisogna convincere una popolazione sempre più scettica (in particolare tra i giovani) dei vantaggi economici e morali di politiche veramente redistributive.
Il cambiamento culturale richiede una strategia a medio termine per cui sono poco adatti i partiti politici che fanno parte dell’establishment. Quel cambiamento dovrà arrivare prima di tutto da organizzazioni intellettuali come i think tank, che poi raggiungeranno organizzazioni politiche e movimenti sociali, che al termine del percorso avranno la direzione di (nuovi o vecchi) partiti politici.
Se qualcuno è in cerca di un’ispirazione, suggerisco di studiare la storia recente del grande successo della destra conservatrice americana: il suo dominio attuale del Partito Repubblicano cominciò decenni fa, con gli sforzi congiunti di un gruppo in espansione di intellettuali conservatori e di think tank.

http://www.linkiesta.it/futuro-socialdemocrazia-europa?utm_medium=email&utm_source=Moxiemail%3A9237+Nessuna+cartella&utm_campaign=Moxiemail%3A22293+Linkiesta+-+Recap+++Guerra+e+guerriglia