Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 giugno 2015

un altro imprenditore lasciato solo

Si uccide in azienda l’imprenditore Egidio Maschio. L’ombra dei debiti con le banche

Fondatore con il fratello Giorgio del gruppo Maschio Gaspardo, aveva 73 anni
 
Egidio Maschio, 73 anni
24/06/2015

Egidio Maschio, 73 anni, imprenditore di Campodarsego, fondatore con il fratello Giorgio del gruppo Maschio Gaspardo, si è ucciso stamane nella sua azienda a Cadoneghe, alle porte di Padova. Si è sparato con un fucile al petto poco dopo le 6.30 in ufficio, dove era arrivato da poco. A dare l’allarme è stato un dipendente che, appena arrivato a lavoro, ha visto il corpo. Secondo quanto si apprende l’azienda, che negli ultimi anni aveva affrontato ingenti investimenti, si sarebbe pesantemente indebitata con le banche. Decine i milioni di euro che avrebbe dovuto restituire. E risale a un anno fa una dichiarazione dello stesso Egidio Maschio in cui sosteneva che «un vero imprenditore deve essere un po’ indebitato, perché un debito lo fai quando davvero credi nella tua attività».  


L’AZIENDA  
Il gruppo Maschio Gaspardo Spa è una multinazionale leader nella produzione di attrezzature agricole. A inizio mese l’azienda, di cui la famiglia Maschio era azionista di maggioranza, aveva deciso di affidarsi per la guida a manager esterni, con la nomina di Massimo Bordi (ex dg di Ducati e vicepresidente di MV Augusta) come nuovo ad e con quella di Paolo Bettin in qualità di Chief Financial Officer (CFO). L’azienda conta 19 grandi centri produttivi, 16 in Italia e 3 all’estero: in Romania, Cina e India, ed è presente in tutto il mondo con 12 filiali commerciali. L’avventura industriale dei due fratelli Maschio era iniziata nel 1964 quando i due giovani avviarono la produzione nella stalla della loro casa. Quell’edificio agricolo, trasformato in laboratorio meccanico, dopo 50 anni è oggi un grande gruppo industriale internazionale.  

LE REAZIONI  
Dopo la tragedia il nuovo management e la famiglia Maschio confermano che «il grande impegno di tutto il gruppo continuerà». Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha detto di essere «sconvolto» perché «con Egidio Maschio ci lascia un grande imprenditore, ma anche un grande uomo che ha legato la sua storia imprenditoriale e personale al Veneto».

il mandante è lo stato?

Maschio, funerale in azienda





È iniziato oggi alle 16 il funerale dell’imprenditore Egidio Maschio morto suicida a 71 anni dopo essersi sparato un colpo di fucile dritto al petto nel suo ufficio dello stabilimento di Cadoneghe. Le esequie si tengono proprio nella fabbrica di via Marcello a Campodarsego dove nazque la Maschio spa 51 anni fa. A presiedere la liturgia è stato chiamato monsignor Liberio Andreatta, responsabile dell’Ufficio per la pastorale del turismo e dei pellegrinaggi del Vicariato di Roma e Rettore della chiesa di San Giovanni della Pigna, sempre nella capitale. Presenti anche una quindicina di sacerdoti, compresi i parroci delle chiese del territorio e alcuni prelati amici di famiglia. All’allestimento dei locali per la cerimonia, hanno lavorato assiduamente gli operai del gruppo.
 

Gli ebrei sono consapevoli che l'Isis/al Qaeda sono 30.000/40.000 uomini, se si vuole si possono battere con un soffio

Lo Stato Islamico potrebbe essere sconfitto in due giorni. Ehud Barak, ex ministro della Difesa di Israele

Lo Stato Islamico potrebbe essere sconfitto in due giorni. Ehud Barak, ex ministro della Difesa di Israele

"Lo Stato Islamico ha successo perché non c'è uno sforzo coerente e coordinato per distruggerlo


L'ex ministro della difesa Ehud Barak di Israele ritiene che lo Stato islamico "non sia forte" e potrebbe essere totalmente sconfitto "in due giorni". Barak ha fatto queste osservazioni durante un'intervista con RT.
"Penso che lo Stato Islamico abbia successo perché non c'è uno sforzo coerente e coordinato per distruggerlo. Tecnicamente, non sono forti. Sono 30.000 o 40.000 persone. I loro veicoli sono Toyota pickup dotati di mitragliatrici ", ha detto Ehud Barak in una intervista  con  RT .
"Probabilmente non hanno né un aereo né un singolo elicottero", prosegue Barak che ha partecipato a un gran numero di missioni di combattimento ed è considerato uno dei soldati più decorati d'Israele ha detto.
"Penso che con un piccolo sforzo più coordinato, lo Stato islamico  . potrebbe essere sconfitto, non è facile, ma non è escluso, non sono giganti", ha detto il politico israeliano, aggiungendo che la capacità operativa dei miliziani dell'ISIS viene "esagerata". 



Fondamentalmente quello che hanno affrontato a Ramadi e in altre città in Iraq è un esercito non vuole combattere. Quando l'esercito non vuole combattere, non hai bisogno di grandi capacità per vincere ", ha detto Ehud Barak, aggiungendo che" l'ISIS non mai combattuto una vera e propria battaglia . "
L'unica grande forza di resistenza che hanno incontrato sono state le milizie curde a Kobane, ha detto il politico. Secondo Barak, sono stati i turchi con le loro centinaia di anni di "regno" nella regione e "un sacco di esperienza" che hanno descritto "il giusto approccio per l'ISIS in Siria"
" I turchi dicono Siamo pronti a collaborare con gli americani contro il Daish, ma non dimenticate Assad. Non possiamo sconfiggere il Daish e rendere Assad più felice".

La sentenza della Corte Costituzionale è una pagliacciata

Consulta: una sentenza molto discutibile

 
Spett.Le Redazione,
ma noi comuni cittadini italiani ci sentiamo veramente garantiti e rappresentati da questi Organi istituzionali ? Comincio ad avere seri dubbi in merito, per il semplice fatto che la Consulta, ad esempio, dovrebbe certificare in senso assoluto la costituzionalità o meno dei provvedimenti governativi adottati nei confronti dell'intera collettività nazionale. Se appaiono dei tentennamenti o se si intravvedono delle opacità su aspetti giuridici non conformi alla Carta Costituzionale, il compito istituzionale di un Organo dello Stato, quale appunto la Corte Costituzionale, dovrebbe sentenziare senza esitazioni ed in assenza di intrusioni o pareri di altri apparati dello Stato, altrimenti perde credibilità ed assume un valore beffardo e piuttosto truffaldino. Non è accettabile che alcuni nostri giuristi di fama, dopo un attento esame dei ricorsi presentati da alcuni Sindacati e da Comitati ben organizzati, si limitino ad emettere una sentenza così vaga e mostruosa, dimenticando il passato, ossia il periodo pregresso del blocco contrattuale dei pubblici dipendenti, violando in buona parte quelle norme costituzionali collegate alla contrattazione collettiva nazionale di lavoro. E' pur vero che siamo considerati un peso nel bilancio statale, a detta di alcuni falsi esperti, ma è altrettanto verosimile la forte reattività dell'intera categoria che sa farsi anche valere e quando vuole, giuridicamente parlando, non è inferiore a nessuno e sa farsi rispettare, nonostante le inconcludenti e false sentenze di tutto rispetto ma dall'aspetto molto goffo. Concludo con un motto quasi leopardiano: "...la quiete dopo la tempesta e.....scurdammuc u' passat..simm e' Napul paisà ", come dire che il blocco contrattuale risulta anticostituzionale ma non per il passato....Ma voi avete per caso compreso le decisioni di questi giudici ? Per me la giustizia in Italia non esiste in alcuni frangenti, la si potrebbe migliorare se fosse UGUALE PER TUTTI !.Un caro saluto da un Vostro assiduo lettore.
Francesco Mastropaolo 
 
© www.merateonline.it - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco 
 

Questa economia produce morte e sulla morte si fanno i bilanci di crescita e si distribuiscono profitti

Da dove vengono le bombe usate in Yemen

di Malachy Browne - Reported.ly

Un'inchiesta del sito Reported.ly – qui tradotta integralmente in italiano – ha ricostruito il percorso di alcuni componenti costruiti in Italia, da una società con molti investitori stranieri

yemen-bombe
Alcune persone tra le macerie di un edificio nella città vecchia di Sana'a, mentre cercano dei sopravvissuti dopo un attacco aereo saudita, il 12 giugno 2015. (MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)
Reported.ly è un sito di giornalismo che esiste dal dicembre 2014 ed è formato da un gruppo di giornalisti che lavorano da diversi paesi (tra loro c’è anche l’italiana Marina Petrillo, prima a Radio Popolare). Reported.ly segue e racconta gli eventi che succedono nel mondo usando perlopiù i social network: lo fa in maniera molto rapida e precisa, spesso raccogliendo e spiegando notizie, foto e video che circolano online su un dato evento. Reported.ly realizza anche delle inchieste giornalistiche: nella più recente, scritta dal giornalista Malachy Browne, si è occupato della guerra che si sta combattendo in Yemen e delle bombe che vengono usate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita per colpire i ribelli houthi. La guerra in Yemen è iniziata qualche mese fa e vede contrapposti i ribelli houthi – che tra le altre cose occupano la capitale del paese, Sana’a – a una coalizione di nove stati guidata dall’Arabia Saudita. Nelle ultime settimane la coalizione ha compiuto diversi attacchi aerei contro le postazioni dei ribelli houthi, causando centinaia di morti tra i civili. Reported.ly si è occupato in particolare di alcuni componenti di armi prodotti in Italia e usati per assemblare armi che hanno bombardato lo Yemen. Il Post ha tradotto l’inchiesta integrale di Reported.ly.
***
Un’inchiesta esclusiva di Reported.ly ha ricostruito e documentato la costruzione e la spedizione dei componenti di alcune bombe prodotte da costruttori europei e destinate agli Emirati Arabi Uniti, uno degli stati che fanno parte della coalizione che sta bombardando lo Yemen. L’inchiesta ha scoperto che le bombe costruite con questi componenti sono state usate in Yemen, dove potrebbero anche essere stati compiuti attacchi contrari alle norme del diritto internazionale. I componenti sono stati prodotti da Rheinmetall AG, una società tedesca che ha avuto tra i suoi principali azionisti alcune società finanziarie statunitensi – come per esempio il fondo pensionistico dello stato di New York e altri fondi assicurativi e d’investimento – e il fondo pensionistico sovrano della Norvegia. Attraverso i loro investimenti in Rheinmetall, queste organizzazioni stanno generando profitti.
L'inchiesta di reported.ly sulle bombe usate in Yemen
Un gruppo di hacker che si fa chiamare “Yemen Cyber Army” ha sottratto diversi documenti e comunicazioni diplomatiche che provano la spedizione di componenti di bombe dal territorio della UE alla penisola arabica. Lo Yemen Cyber Army ha poi mandato il materiale a Reported.ly: i documenti mostrano come alcuni componenti siano partiti dal porto di Genova e siano arrivati a Gedda, in Arabia Saudita. Da lì sono stati trasferiti a Jebel Ali, a Dubai, e poi via terra a un centro di produzione di armi di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti. I componenti delle bombe – che sono bombe di tipo MK82 e MK84 – sono partiti da Genova perché sono realizzati in Sardegna dalla RWM Italia S.p.a., una società sussidiaria della Rheinmetall. I componenti sono poi assemblati dall’azienda Burkan Munitions Systems per le forze armate degli Emirati Arabi Uniti.
Tra i documenti in possesso di Reported.ly c’è anche una lettera del 21 aprile 2015 spedita da Burkan Munitions, l’azienda che ha assemblato le bombe per conto degli Emirati Arabi Uniti. La lettera chiede all’esercito degli Emirati Arabi Uniti di concedere un permesso di transito per una spedizione per maggio attraverso il porto di Gedda, in Arabia Saudita. La lettera è stata trasmessa dal quartiere generale dell’esercito all’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti di Riyad, in Arabia Saudita. L’ambasciata ha chiesto “un permesso diplomatico per facilitare le procedure d’ingresso [al porto di Gedda] per la nave Jolly Cobalt, noleggiata dalle forze armate degli Emirati Arabi Uniti”. Il comunicato è stato contrassegnato come “molto urgente” ed è stato spedito dal ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita a molti altri ministeri: e anche al re Salman, al principe Abdullah e al ministro dei Trasporti, che ha anche la funzione di presidente dell’autorità portuale dell’Arabia Saudita.
La nave in questione, la Jolly Cobalto, è la più grande nave portacontainer al mondo. I dati di MarineTraffic.com e i documenti di spedizione del Gruppo Messina – la società italiana che possiede la nave – dicono che è partita da Genova il 12 maggio ed è arrivata a Dubai il 5 giugno. Le informazioni sul contenuto del carico parlano di sei container da 12 metri con all’interno componenti delle bombe MK82 e MK84 prodotte da RWM Italia. Il comunicato stampa dice che il carico conteneva componenti per bombe, e non ordigni veri e propri.
Burkan promuove le sua serie di bombe MK80 – di cui fanno parte le MK 82, 83 e 84 – come “perfette per situazioni in cui è necessaria la massima esplosione e deflagrazione”. Mark Hiznay, esperto di armi di Human Rights Watch, ha spiegato a Reported.ly che la bomba MK83 da 450 chilogrammi trovata in Yemen è stata realizzata “per causare danni, morti e lesioni grazie alla deflagrazione e all’effetto di frammentazione”. Le bombe di questo tipo possono essere usate a caduta libera o integrate da un pacchetto di guida che ne migliora la precisione. La bomba MK84 presentata nel documento di spedizione pesa circa 900 chilogrammi, a seconda delle specifiche tecniche (opzioni di spoletta e fin configuration).
“In Sa’dah abbiamo documentato diversi attacchi che crediamo siano stati contro la legge”, ha detto Solvang: sono state colpiti quartieri residenziali e mercati e “ci sono stati diverse decine di feriti”. “È molto probabile [che la coalizione saudita] stia usando bombe di questo tipo in aree in cui sono stati uccisi dei civili”, ha proseguito Solvang, “ma non possiamo confermarlo”. Human Rights Watch ha anche documentato che in Yemen si è fatto uso illegale e letale di munizioni a grappolo.
Affari con le esportazioni
Reported.ly ha studiato i permessi per l’esportazione dal valore di più di 100 milioni di euro che sono stati concessi a RWM Italia dal 2012: i permessi riguardano l’esportazione di bombe MK82, 83 e 84 e di altre munizioni. Armi dal valore di diversi milioni di euro sono state spedite in Australia e Arabia Saudita nel 2012. I documenti in possesso di Reported.ly provano anche una fornitura d’armi per gli Emirati Arabi Uniti. Nel 2013 e nel 2014 l’Italia ha concesso licenze per l’esportazione di grandi quantità di componenti per bombe MK83, alcune delle quali sono state poi trovate da Human Rights Watch sul terreno in Yemen. Tra le licenze c’è anche un contratto di 62 milioni di euro per 3.650 bombe. Nelle licenze del 2013 e del 2014 la destinazione non è specificata.
Burkan Munitions System era di proprietà dell’azienda tedesca Rheinmetall fino a quando la stessa Rheinmetall l’ha venduta nel 2012. Nonostante la vendita, ha detto Pieter Wezeman –  un ricercatore sugli armamenti per lo Stockholm International Peace Reasearch Institute (SIPRI) – Burkan resta “dipendente dalla tecnologia europea” per assemblare le bombe. “Per assemblare le bombe Burkan dipende molto dai componenti che arrivano dall’estero”, ha spiegato Wezeman. “Sono assemblate negli Emirati Arabi Uniti e lì sono anche riempite con l’esplosivo. Dove prendano l’esplosivo non lo so, ma dubito che arrivi dagli Emirati Arabi Uniti. Penso che siano fatti in Europa e che, in qualche modo, arrivino negli Emirati Arabi Uniti.”
L'inchiesta di reported.ly sulle bombe usate in Yemen
Affari leciti?
A parte la grande questione morale che riguarda la produzione di armi, Wezeman dice che sembra che Burkan operi rispettando le regole internazionali. Wezeman lo descrive come un “buon esempio di come gli Emirati Arabi Uniti stiano implementando un organizzato sistema di export e import di armamenti, rispettando gli standard internazionali. Altrimenti c’è il rischio che le armi possano essere deviate verso sfere illegali”.
Detto questo, la concessione di licenze da parte del governo italiano solleva alcune importanti questioni. Gli stati membri dell’Unione Europea sono legati da criteri specifici per la vendita all’estero di armamenti: lo ha spiegato Patrick Wilcken, ricercatore di Amnesty International:
In base al Trattato sul Mercato degli Armamenti e alla “Common Position” dell’Unione Europea sull’export di armamenti, l’Italia deve seguire una rigorosa valutazione del rischio caso-per-caso su ogni proposta di trasferimento di armamenti per determinare se c’è il sostanziale rischio che le armi possano essere usate da chi le riceve per compiere o facilitare gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani. Se c’è un rischio sostanziale l’Italia deve negare la licenza per l’esportazione.
In collaborazione con Giorgio Beretta, un analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia, Reported.ly ha controllato tutte le licenze per l’esportazione concesse a RWM Italia dal governo italiano nel 2012, nel 2013 e nel 2014. Solamente nel 2012 l’Italia ha concesso una licenza per parti di bombe MK82 e MK84, nell’ambito di un acquisto di 8,5 milioni di euro da parte dell’Arabia Saudita. Ci si chiede se il carico con i componenti di MK82 e MK84 spedito nel maggio 2015 – per non parlare dei i resti di bombe MK83 trovati in Yemen in primavera – siano quindi stati esportati legalmente. È possibile comunque che la licenza per l’esportazione del carico spedito nel maggio del 2015 sia così recente da non essere ancora stata pubblicata, o è possibile che le bombe siano state esportate all’interno di un accordo militare bilaterale e non incluse tra le informazioni rese disponibili al pubblico. Reported.ly è in attesa di una risposta dal ministero degli Esteri italiano.
La Rheinmetall
La sede di Rheinmetall AG è in Germania, ma Rheinmetall controlla la società italiana che ha creato i componenti delle bombe. Dopo dei moderati profitti nel 2013 e nel 2014, Bloomberg prevede che la società tornerà nel 2015 a un profitto di 130 milioni di euro, un aumento del 642 per cento. Rheinmetall opera in due settori: la difesa e il settore automobilistico. L’annuale rapporto del 2014 della società mostra 2,2 miliardi di euro di vendite legate alla difesa, circa la metà delle vendite totali di quell’anno. Il settore della difesa ha rappresentato nel 2014 il 71 per cento del volume di mercato di Rheinmetall. Secondo le analisi di JP Morgan, Rheinmetall ha anche accumulato degli ordini da evadere che valgono circa 6,5 miliardi di euro; questo farà aumentare il prezzo delle sue azioni. Secondo i report di Rheinmetall e secondo i dati a disposizione di Bloomberg, l’enorme società finanziaria americana JP Morgan Chase è stata fino a poco tempo fa uno dei più grandi investitori di Rheinmetall.
I report dalla conferenza annuale di Rheinmetall che si è tenuta a maggio erano meno favorevoli. Si è parlato soprattutto di una richiesta di risarcimento di 120 milioni di euro fatta da Rheinmetall al governo tedesco dopo aver perso un contratto con la Russia a seguito dell’embargo imposto proprio alla Russia a causa delle guerra in Ucraina. Gli attivisti contro gli armamenti hanno criticato il fatto che la compagnia stia spostando la produzione in paesi come il Sudafrica, l’Indonesia e l’Arabia Saudita, dove le attività di Rheinmetall sono per loro sempre più difficili da controllare. Nel dicembre 2014 Rheinmetall è stata multata per 37 milioni di euro per tangenti pagate da una sua società sussidiaria durante un accordo sugli armamenti in Grecia.
Oltre che con l’Arabia Saudita, Rheinmetall è collegata in modo controverso anche al governo del Bahrein, dove i diritti civili sono spesso in pericolo e dove le leggi internazionali spesso non rispettate. Grazie a degli attivisti locali, a John Horne e al gruppo Bahrain Watch si è potuto documentare un uso ripetuto di bombole di gas lacrimogeni e granate stordenti senza contrassegni, che sarebbero state prodotte da Rheinmetall Denel, una società sussidiaria dell’azienda originale con sede in Sudafrica. Alcune prove documentate da Storyful hanno mostrato che durante il conflitto in Bahrain c’è stato un ripetuto e illegale uso di gas lacrimogeni da parte delle forze di sicurezza del Bahrain. Rheinmetall ha detto al Deutsche Welle che non ha mai offerto né fornito rifornimenti di gas lacrimogeni al governo del Bahrain.
Stai guadagnando soldi grazie alla guerra in Yemen?
JP Morgan non è l’unica società ad aver finanziato Rheinmetall negli ultimi anni. Allianz, Hartford, BlackRock, Dimensional Fund Advisors LP e HSBC sono alcuni degli oltre 200 fondi d’investimento e istituzioni finanziarie che quest’anno hanno investito in Rheinmetall. Questi investimenti diventano poi parte di pacchetti di fondi e bond – tra cui fondi pensionistici – che sono resi disponibili da questi istituti finanziari. Anche un fondo sovrano – il fondo pensionistico norvegese – ha investito in Rheinmetall: nel 2014 possedeva l’1,87 per cento della società e il valore del loro investimento era pari a 27 milioni d euro. Ha investito in Rheinmetall anche CollegeAmerica, che gestisce fondi e assicurazioni negli Stati Uniti e ha asset per 45 miliardi di euro. E così ha fatto anche il fondo pensionistico dello stato di New York, a cui sono iscritte più di un milione di persone, tra cui anche dipendenti del governo statale e locale.
Fino a poco fa JP Morgan era uno dei principali investitori di Rheinmetall: nelle ultime settimane, però, ha notevolmente ridotto i suoi investimenti, come ha spiegato un comunicato del 16 giugno. I gruppi attivisti tedeschi stanno promuovendo una campagna per chiedere anche ad altri investitori di fare lo stesso e per chiedere al governo tedesco di ritirare le licenze concesse per le esportazioni verso l’Arabia Saudita, il Qatar e l’Indonesia. Sono state organizzate proteste e manifestazioni all’incontro annuale della società – a Dusseldorf, in Germania – e nella sua sede di Berlino.
L'inchiesta di reported.ly sulle bombe usate in Yemen
Oltre i documenti
I documenti in possesso di Reported.ly sono stati ottenuti da un gruppo che si fa chiamare Yemen Cyber Army, che dice di aver violato i server del ministero degli Esteri a maggio. Il gruppo sostiene i ribelli houthi dello Yemen, contro cui combatte la coalizione saudita. Il ministero ha confermato in un comunicato stampa che lo scorso 22 maggio c’è stato un “limitato attacco informatico”. Gli hackers hanno pubblicato alcuni documenti per provare la loro azione e hanno detto che altri “documenti e email segrete” saranno pubblicati gradualmente. Il gruppo ha detto di aver hackerato anche i computer dei ministeri dell’Interno e della Difesa dell’Arabia Saudita e che diffonderà altre informazioni nel “prossimo futuro”. Ha spiegato così la sua azione: “In questo modo [l’Arabia Saudita] potrà riuscire a capire cosa si prova quando le nostre donne e i nostri innocenti bambini cercano rifugio piangendo e cercando i loro cari nel buio”.
Wikileaks ha da poco pubblicato dei documenti sottratti al ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita: Reported.ly ritiene che arrivino dallo Yemen Cyber Army. Non sembra per il momento che i documenti relativi alle spedizioni analizzati in questo articolo facciano parte dei documenti resi disponibili da Wikileaks. Lo Yemen Cyber Army ha scritto il 28 maggio che i documenti sono stati passati a Wikileaks per “backup”, per assicurare che non andassero persi; Wikileaks non ha rivelato la fonte dei suoi documenti. Alcuni dei documenti visti da Reported.ly sono gli stessi pubblicati da Wikileaks, cosa che fa pensare che provengano dalla stessa fonte.
I commenti delle società interessate
Rheinmetall, JP Morgan Chase, Credit Suisse, The Hartford, Capital Group e Dimensional non hanno voluto commentare le cose scoperte da Reported.ly. Reported.ly ha anche provato a contattare via mail e via telefono Burkan Munition Systems, senza mai ottenere una risposta.
Norges Bank, che rappresenta il fondo sovrano norvegese, ha detto: “l’investimento responsabile è parte integrate nella gestione del nostro fondo”. In base alle linee guida del Government Pension Fund Global, il fondo non può investire in società che producono da sé, o attraverso società controllate, armi che violino dei principi umanitari fondamentali”. Norges Bank ha poi detto a Reported.ly di rivolgersi alla sua commissione etica per domande relative alle sospette violazioni di quelle linee guida. Allianz ha fornito una dettagliata risposta, riportata in fondo all’articolo. BlackRock ha detto che “i titoli sono gestiti in nome dei clienti e che la maggior parte di loro hanno fondi di indice passivo le cui partecipazioni sono determinate dall’index provider che fissa l’indice e riflettono i benchmark che i clienti intendono tracciare”. Al New York State Comptroller’s Office, l’ufficio che gestisce il fondo pensionistico nello stato di New York, non hanno risposto alle domande di Reported.ly.
Conclusioni
Per molti potrebbe essere strano che bombe fatte da una società tedesca siano spedite a forze armate in giro per il mondo: è così che funziona il mercato internazionale degli armamenti. Quello che è particolarmente interessante in questo caso è però la catena di distribuzione che porta gli armamenti dall’Europa ai paesi in guerra. Soprattutto per chi vive nell’Unione Europea, è importante capire l’entità del mercato europeo di armi. Per il resto del mondo la notizia è rilevante perché molte persone potrebbero aver investito in fondi o piani pensionistici che hanno Rheinmetall nel loro portfolio, e potrebbero – senza volerlo e saperlo – guadagnare dei soldi grazie al mercato degli armamenti.
Per quanto riguarda l’Italia ci sono importanti domande – ancora senza risposta – sulle licenze per l’export concesse a RWM Italia. I parlamentari italiani dovrebbero porre la questione in parlamento e nelle sedi appropriate: noi, con l’aiuto di Giorgio Beretta, intendiamo fare in modo che ciò avvenga.
Reported.ly continuerà a controllare Rheinmetall, il suo impatto sulla guerra in Yemen e le società da cui riceve i soldi. Come già scritto, Wikileaks ha pubblicato alcuni documenti ottenuti dallo Yemen Cyber Army; intendiamo analizzarli per ottenere ulteriori informazioni ed evidenziare nuovi aspetti della storia. Pubblicheremo anche eventuali aggiornamenti sulle dichiarazioni delle compagnie che investono in Rheinmetall.
I documenti dell’inchiesta
La spedizione delle armi dall’Italia agli Emirati Arabi Uniti

Le licenze per l’export concesse a RWM Italia

La risposta di Allianz
Il gruppo Allianz ha una policy di esclusione per investimenti riguardanti le armi vietate. Tra queste armi ci sono – in accordo alle convenzioni internazionali – le munizioni a grappoli, le mine anti-uomo, le armi chimiche e biologiche. I presunti investimenti possono riguardare clienti e terze parti. La possibilità di applicare questa policy di esclusione varia nel caso di alcuni tipi di investimenti se le società sono quotate sui principali mercati azionari e potrebbero quindi far parte di prodotti come derivati e fondi indice. Allianz investe in fondi d’investimento esistenti (tra cui gli investimenti unit-lined) quando gli investimenti sono condotti rispettando i prospetti del fondo. Allianz usa temporaneamente asset proprietari per creare fondi per terze parti e il fondo è creato in base alle richieste specifiche di terze parti. Per migliorare e potenziare la nostra volontà di correttezza per gli investimenti, stiamo dialogando con chi fornisce gli indici per integrare nuove norme nei nostri fondi.
Questo fa parte di alcune policy ESG (Environmental, social and governance) per aree sensibili come il petrolio, le infrastrutture e i diritti umani. Sono state sviluppate nel 2012 e nel 2013 in collaborazione con alcune organizzazioni non governative e sono state integrate nelle nostre operazioni dal 2014. Maggiori informazioni sono disponibili a questo link.
© Reported.ly 2015

Hanno paura di Francesco perchè con parole semplici afferma verità

giu 26, 2015
Pubblicato da Mentiinformatiche

Lui non alza la voce, non ne ha bisogno: ogni parola che pronuncia è una sferzata che lascia il segno. Papa Francesco ci ha abituati, fin dalla sua elezione, il 13 marzo 2013, a parlare chiaro, senza giri di parole. Ma le sue frasi, misurate e scandite, non sono per questo meno potenti quando fa valere la voce del Vangelo sulle meschine vicende umane. Il Papa è arrabbiato e non lo nasconde. Che sia dal balcone di Piazza San Pietro o dal pulpito di Santa Marta, dove celebra la messa tutte le mattine, non perde occasione per strigliare i potenti a causa delle loro malefatte.
Guarda vicino a sé, Bergoglio, quando si scaglia contro la corruzione. Il pensiero va immediatamente al marciume scoperto dall’inchiesta denominata Mafia Capitale. «Le gravi vicende di corruzione emerse di recente richiedono una seria e consapevole conversione, un rinnovato impegno per costruire una città più giusta e solidale», aveva scandito lo scorso dicembre. Parole non comprese appieno, secondo lui, visto che, qualche giorno fa, è tornato sull’argomento con maggior forza.
«La nostra città deve rinascere moralmente e spiritualmente. La corruzione è ruggine che ci corrode. Alla fine le ricchezze non danno la sicurezza per sempre. Anzi ti portano giù nella tua dignità. Essere amministratori onesti del bene comune può renderci santi. Ma non è facile. E come giocare col fuoco: non è facile diventare un onesto amministratore, perché sempre c’è la tentazione della cupidigia, del diventare importante. No alla corruzione, tanto diffusa che sembra essere un atteggiamento, un comportamento normale. Un “no” non a parole, ma con i fatti: no alle collusioni mafiose, alle truffe, alle tangenti e cose del genere». A Roma c’è da preparare un Giubileo straordinario (dall’8 dicembre 2015 al 20 novembre 2016) che porta con sé, inevitabilmente, un giro d’affari milionario: il Papa non scherza. E, infatti, il suo appello anticorruzione ha radici lontane. Già a marzo 2014, quando, dopo molte insistenze, Francesco aveva acconsentito a celebrare una messa speciale per i parlamentari italiani, la predica era stata di fuoco: «No alla corruzione, agli interessi di partito e ai “dottori del dovere” e ai “sepolcri imbiancati”», diceva in faccia ai 492 onorevoli accorsi ad ascoltarlo (o a farsi vedere?). «E tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore, sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose».
Ora, però, Bergoglio deve guardare anche in casa propria. Le intercettazione emerse la settimana scorsa riguardanti 30 milioni di euro destinati dalla Legge di stabilità del Governo all’Ospedale Bambin Gesù e distratti da un cardinale e da un manager verso un altra struttura di proprietà di una congregazione cattolica, «senza dirlo al Papa», spalancano la porta alla corruzione anche in Vaticano.
Francesco non sta in silenzio, ma, come sempre, guarda dritto. O meglio, guarda ai poveri e agli emarginati. Che oggi sono anche i lavoratori, in Italia come in tutto il mondo. Non è un caso che proprio a Torino, davanti alFamministra-tore delegato (Sergio Marchionne) di quella che era la fabbrica simbolo dell’Italia, quella Fiat che oggi si chiama Fca, abbia usato parole di fuoco su questo tema: «Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana, per la sua dignità, per la sua cittadinanza e per l’inclusione sociale», ha detto durante la vista ufficiale alla città, in occasione dell’ostensione della Sindone. «Oggi il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari». Si è rivolto ai giovani disoccupati, alle persone in cassa integrazione o precarie e a tutti i lavoratori: «In questa situazione, che è globale e complessa, non si può soltanto aspettare la ripresa. Il lavoro è fondamentale. Ci vuole coraggio».
Ed è parlando delle tragedie dei migranti, guardando dritto negli occhi i fedeli e i non credenti, che la rabbia di Francesco si è fatta sentire: «Fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce. Siamo chiamati a ribadire il “no” a un’economia dello scarto, che chiede di rassegnarsi all’esclusione di coloro che vivono in povertà assoluta». Ma non solo. «Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere. Gli immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte, sono una spina nel cuore che porta sofferenza. Dobbiamo risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta», aveva detto a Lampedusa all’indomani dell’ennesima immane tragedia in mare. Fino all’affondo finale delle ultime settimane. «Chiediamo tutti perdono per le istituzioni e le persone che chiudono le porte a gente che cerca aiuto e spera di essere custodita», ha predicato, evitando di commentare le frasi polemi che di alcuni politici, tra cui il leader della Lega Matteo Salvini, riferite alle sue posizioni sull’accoglienza.
La dimensione sociale di questo Francesco, enfatizzata dalla scelta di dedicare un’intera enciclica all’ambiente , non ha fatto dimenticare al Papa della Chiesa Cattolica le questioni inerenti alla religione. Anche qui Bergoglio ama parlare molto chiaro. Lo ha fatto parlando dei costosi procedimenti della Sacra Rota per gli annullamenti («I sacramenti sono gratuiti. E un processo matrimoniale tocca il sacramento del matrimonio. Quanto vorrei che tutti i processi fossero gratuiti»), o mettendo in guardia i confratelli vescovi dal cercare «l’appoggio di quelli che hanno potere in questo mondo e lasciarsi ingannare dall’orgoglio che cerca gratificazioni e riconoscimenti». O ancora quando si scaglia contro «la religione soft». In tanti hanno letto nella frase: «Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio? E vivono di questo. Questa non è identità cristiana. La Madonna non è un capo ufficio della posta, per inviare messaggi tutti i giorni», pronunciata durante un’omelia a Santa Marta, un riferimento critico alle apparizioni mariane di Medjugorje. C’è chi lo vede come un eroico rivoluzionario, ma forse, questo Francesco, venuto dall’altra parte del mondo, è solo un pastore di anime che ha fatto della Giustizia e della Misericordia la sua vita. Che poi, è quello che c’è scritto nel Vangelo.
Un ultimo pensiero: chi lo ama teme per lui. Ma chi non lo ama deve ricordare sempre che il Papa ha dalla sua parte miliardi di persone, cattoliche e no. Se lo ricordino.


Quella buffonata del Quatitative Easing, miracolo sulla bocca dei servi italiani

Blog di

di Giovanni La Torre

Il fuoco amico del bazooka

Blog post del 26/06/2015

Vi ricordate i titoli dei giornali e i commenti di economisti e giornalisti quando il famoso quantitative easing (Qe) della Bce di Draghi doveva partire? Tutti titolavano e parlavano del “bazooka di Draghi”, pronto a sparare per debellare la deflazione e la recessione nell’Ue, pronto a indurre le banche a ridare credito alle imprese, e altre cretinate del genere. Il sottoscritto forse è stato l’unico che da questo piccolo pulpito aveva revocato in dubbio quelle promesse messianiche e aveva insinuato che, STANTE L’ATTUALE POLITICA ECONOMICA EUROPEA, l’azione della Bce avrebbe potuto avere più conseguenze negative che positive, perché in assenza di politiche volte a rilanciare la domanda, tutta quella liquidità avrebbe favorito solo la speculazione finanziaria. Ebbene ora, in sordina, un po’ alla volta, i commentatori cominciano a prendere le distanze dagli entusiasmi della prima ora. Riportiamo alcuni esempi.

Il primo che vogliamo citare è quello di Federico Fubini. Sì proprio lui, colui che quando parlava di Draghi mostrava le stesse emozioni che pensiamo abbiano provato i pastorelli di Fatima, colui che più di tutti usava l’espressione “bazooka” per parlare di Draghi, e che se avesse avuto a disposizione una matita avrebbe ritratto il presidente della Bce in una foggia priapea. In uno degli ultimi articoli pubblicati su Repubblica (4 maggio) prima di tornare al Corriere (andirivieni alquanto misterioso), ha scritto che la Bce “sta aprendo una forbice tra le quotazioni sui mercati finanziari europei e il valore fondamentale dell’economia sottostante” e che ci troviamo di fronte a “un caso evidente, deliberato, di scollamento fra i prezzi dei mercati e una realtà sottostante di alto debito e crescita cronicamente bassa”. La conclusione è “ora tocca alla realtà italiana risollevarsi e raggiungere (al rialzo) quei prezzi. Se non ci riesce saranno questi ultimi a ricongiungersi alla realtà. Ma al ribasso”. Tradotto in parole semplici “è in corso una bolla speculativa sui prezzi dei valori mobiliari e finanziari, se l’economia reale non cresce può scoppiare da un momento all’altro”.

Il secondo esempio è quello di Alessandro Plateroti sul Sole 24 Ore (20 maggio). Riferendosi a una dichiarazione di un membro del board della Bce, con la quale si è voluto “rassicurare” i mercati circa il proseguimento sostenuto del Qe, ne ha dedotto che “emerge la prima ammissione esplicita da parte di membro influente di Eurotower sui rischi concreti di effetti collaterali destabilizzanti sul sistema finanziario legati all’enorme liquidità erogata dalla Bce”, cioè il fatto che i corsi di borsa si reggono solo sul lago di liquidità della Bce e non sui fondamentali reali, e quindi il venir meno di quella liquidità potrebbe ormai avere effetti disastrosi. Plateroti rincara poi la dose “il rischio che corre la Bce è quello di alimentare il circolo vizioso che si è creato negli ultimi mesi: l’uso del denaro del Qe a fini speculativi e non per il rilancio dell’economia europea”.

Su Repubblica Alessandro Penati (7 giugno) ha rilevato che “il Qe americano è stato accompagnato da un forte sostegno della domanda aggregata da parte della spesa pubblica. Da noi c’è l’austerità e l’enorme surplus dei conti con l’estero della Germania, che esporta deflazione” e da qui derivano i diversi effetti sull’economia reale: sembra di rileggere un mio “gessetto”.

Di un articolo di Enrico Marro (26 giugno) su il Sole 24 Ore riportiamo solo l’incipit: “l’iperattività delle banche centrali, che stanno inondando il mondo di liquidità con tassi a zero, ha incoronato un vincitore indiscusso: i mercati finanziari”.
Cos’altro poteva avere a cuore una persona che prima di fare il banchiere centrale faceva il venditore di prodotti della Goldman Sachs?

http://www.linkiesta.it/blogs/i-gessetti-di-sylos/il-fuoco-amico-del-bazooka

La Nazione Curda si oppone all'Isis/al Qaeda

Mondo | Cronaca -  26 giu 2015 10:53

I curdi accerchiano l'ISIS a Kobane

 

Infuriano i combattimenti nella città siriana - Intanto lo Stato islamico ieri ha venduto 42 donne yazide ai jihadisti e ha giustiziato 120 civili
BEIRUT - Le forze curde sono riuscite ad accerchiare i miliziani dell'autoproclamato Stato islamico (ISIS) penetrate ieri nell'enclave curda siriana di Kobane, alla frontiera con la Turchia: lo sostiene l'Osservatorio siriano per i diritti umani.
L'ONG spiega che i combattimenti tra i guerriglieri dell'ISIS penetrati in città e le Unità di difesa del popolo curdo (YPG), le milizie curde siriane che sono riuscite a circondarli, ancora continuano.
In una nota sulla sua pagina web, le forze curde hanno spiegato di aver accerchiato da quattro lati i jihadisti, che si sono infiltrati nei quartieri di Kani Korda e Butan, e nelle zone della moschea dell'Hach Rashid e dell'ospedale di Medici senza frontiere.
42 yazide vendute
L'organizzazione terroristica Stato islamico (ISIS) ha venduto ieri 42 donne irachene della minoranza degli Yazidi ai suoi combattenti nella città di Mayadeen, situata nell'est della Siria. Lo indica oggi l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Le donne erano state rapite nell'agosto 2014 nella regione del Monte Sinjar (Iraq).
Citando una fonte a Mayadeen, l'ONG ha spiegato che i jihadisti dell'ISIS avevano venduto queste donne "ad altri jihadisti per un prezzo oscillante tra i 500 e i 2000 dollari".
Le yazide erano state sottratte ai loro cari durante l'offensiva dell'ISIS nella regione del Monte Sinjar, abitata in prevalenza dalla minoranza irachena. Usate come schiave del sesso, erano state condotte ad inizio giugno a Mayadeen, città che fa parte della provincia siriana controllata dai jihadisti.
"Talune erano state rapite assieme ai loro bambini, ma ignoriamo la sorte di questi piccoli", ha dichiarato il direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, Rami Abdel Rahmane.
Non è la prima volta che l'IS, accusato di crimini contro l'umanità dall'ONU, "si dedica" alla vendita di donne yazide, che sono costrette a sposarsi con combattenti jihadisti. Per l'ISIS, gli Yazidi - che non sono né arabi né musulmani - sono infatti degli apostati.
120 civili giustiziati in 24 ore
Sono almeno 120 i civili uccisi dall'autoproclamato Stato islamico (ISIS) a Kobane, l'enclave curdo siriana al confine con la Turchia dove i jihadisti sono penetrati a sorpresa ieri. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani.
"Secondo fonti mediche e residenti della città di Kobane, 120 civili sono stati giustiziati dall'ISIS dentro le loro case, uccisi dai razzi del gruppo terroristico o dai loro cecchini imboscati", ha dichiarato Rami Abdel Rahmane, direttore dell'ONG, accusando il gruppo jihadista d'aver compiuto uno dei suoi "peggiori massacri" in Siria.

http://www.cdt.ch/mondo/cronaca/133640/i-curdi-accerchiano-l-isis-a-kobane.html 

gli euroimbecilli hanno tolto alla Grecia la possibilità della svalutazione

 La crisi greca e quella ucraina

 La crisi greca e quella ucraina
26 GIU 2015
di Geminello Alvi

(AGI) - Roma, 26 giu. - Mentre la crisi del debito greco e' al culmine si accelera anche quella del debito ucraino, al quale si dedica tuttavia meno attenzione. Eppure il confronto tra le due crisi resta molto interessante, considerati i maggiori gradi di liberta' per una soluzione ovvero la possibilita' di una svalutazione della divisa ucraina e i margini di ristrutturazione piu' ampli del suo debito.

"E' teoricamente possibile", avrebbe infatti risposto, secondo Ucrainian News citata dalla TASS, questo giovedi' il ministro delle Finanze dell'Ucraina Natalia Yaresko (statunitense di origine ucraina, N.d.E) alla domanda dei giornalisti che la interrogavano circa la possibilita' di un arresto dei pagamenti sul debito estero. Del resto mercoledi' Andrew Matheny di Goldmann Sachs aveva scritto per lo scenario base del suo report: "L'Ucraina non effettuera' il pagamento del coupon il 24 luglio, di conseguenza, a quel punto entrera' in default ". Non ci si attende peraltro che "il comitato ad hoc accetti l'ultima proposta di ristrutturazione ucraina". I membri del comitato, il governo e il Fondo monetario internazionale s'incontreranno pero' a Washington la prossima settimana, per valutare l'emissione della prossima quota di un prestito di $17 miliardi all'Ucraina. Il FMI all'inizio del mese ha spiegato che puo' continuare a sostenere l'Ucraina, anche se si arresta il servizio del debito degli obbligazionisti privati. Secondo alcuni analisti si renderebbe necessaria una riduzione consistente del valore nominale del debito ucraino, a causa del crescente rapporto debito-PIL e del rallentarsi della crescita. Ma resta piu' complessa e diversa la valutazione del gruppo di creditori guidati da Franklin Templeton che detengono $9 miliardi di debito. Comunque secondo le ultime stime del FMI l'economia ucraina si ridurra' del 9% quest'anno. E sempre questa settimana la Banca Centrale ucraina ha esortato le imprese a negoziare una proroga della scadenza sul loro debito estero, al fine di ridurre la domanda di valuta estera e allentare la pressione sulla grivna. La moneta ha perso meta' del suo valore rispetto al dollaro lo scorso anno per via degli enormi deflussi di capitali ed e' calata di un altro 25% dall'inizio dell'anno. Secondo la banca centrale, il settore bancario ucraino nei dodici mesi dal primo aprile deve rimborsare ai creditori esterni circa $10 miliardi di dollari, mentre i rimborsi del settore corporate ammontano a $32,1 miliardi.

In conclusione la crisi ucraina non e' certo meno drammatica di quella greca, ma i suoi vari scenari potrebbero giovarsi di uno spettro di soluzioni piu' amplio. La situazione della Grecia e' ingessata dai precedenti salvataggi che limitano i margini di ristrutturazione e di riduzione del debito, e complicata anche dall'intento di evitare il ritorno alla dracma, mentre appunto la svalutazione e' restata e resta ancora possibile all'Ucraina.

venerdì 26 giugno 2015

Ingenuità, come può una CASTA autoriformarsi?

Quegli intrecci tra la casta e la ’ndrangheta

Il terremoto calabrese di Rimborsopoli fa sentire i suoi effetti fino a Roma: che ripercussioni potrà avere l’ennesima richiesta di autorizzazione parlamentare su Ncd?

 
26/06/2015
guido ruotolo
ROMA
Il terremoto è arrivato. Annunciato, ma non per questo meno distruttivo di quanto si potesse immaginare. La scossa sismica si avverte anche a Roma, dopo aver compromesso l’immagine e non solo della giunta regionale di Mario Oliverio. Si avverte perché è storia presente, anzi delle prossime ore. Quanto è pesante il fardello giudiziario della fragile formazione centrista del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, l’Ncd nata da una costola del Pdl? Che ripercussioni potrà avere l’ennesima richiesta di autorizzazione parlamentare per una misura cautelare nei confronti del senatore Bilardi, su Ncd?  
Non è il primo caso: prima c’erano state le dimissioni del ministro Nunzia De Girolamo, costretta al passo indietro per l’inchiesta sulla sanità nella sua città, Benevento. Poi si è dovuto dimettere il ministro dei Lavori Pubblici Maurizio Lupi, tirato in ballo ma non indagato nell’inchiesta fiorentina sui grandi appalti. E il sottosegretario Castiglione, che resiste, chiamato in causa per la vicenda del Cara di Mineo. Il Senato deve decidere se autorizzare o meno l’arresto del senatore Azzollini per l’inchiesta tranese sul crac delle case di cura “Divina Provvidenza”. E adesso a Palazzo Madama arriveranno le carte sul senatore Bilardi per la Rimborsopoli calabrese. 
Questo è solo uno degli scismi sismici del terremoto calabrese. La nuova giunta Oliverio, Pd, era stata nominata alla fine del gennaio scorso, dopo un paio di mesi di trattative e indecisioni del governatore Mario Oliverio, esponente di punta del Pd antirenziano. Ora, tre suoi assessori sono coinvolti in questa Rimborsopoli. raggiunti da provvedimenti cautelari. Come potrà non dimettersi, il governatore Oliverio? Si andrà a un semplice rimpasto? 
Questa non è solo una brutta storia di una «casta» che non è in grado di autoriformarsi. E racconta più in generale dell’inquinamento delle istituzioni. Un ceto politico predatorio, che truffa i cittadini accaparrandosi beni pubblici. Ma come non può venire il sospetto di un intreccio di interessi con la ’ndrangheta? Come non ricordare che il santino elettorale dell’assessore De Gaetano fu trovato nel covo del boss Giovanni Tegano? 

Il nuove Consiglio Regionale della Campania nasce già fortemente compromesso, al di là se Vincenzo De Luca potrà “superare” lo scoglio della legge Severino. Consiglieri regionali rieletti anche adesso sono chiacchieratissismi. Sembrava che la mafia fosse stata sconfitta. Che si fosse chiamata Gomorra in Campania o Cosa nostra in Sicilia. Le retate e i pentimenti sembravano averle messe all’angolo. 
Certo, a un anno dal pentimento del boss dei Casalesi Antonio Iovine, oggi si aspettano retate di amministratori locali, interi uffici tecnici comunali, funzionari pubblici. E anche rappresentanti della Regione Campania.  
I tempi della giustizia non coincidono mai con quelli della politica. Un paio di mesi fa la magistratura siciliana ha arrestato cinque consiglieri eletti in Sicilia per voto di scambio alle regionali e alle comunali di Palermo del 2012. E adesso c’è Rimborsopoli, che sembra diventato un fenomeno di costume. «Terra morta». Parla della Calabria l’uomo delle istituzioni calabresi. «La ’ndrangheta - dice - non guarda al colore della politica. Condiziona la pubblica amministrazione e l’economia». Tonino Serranò è stato il numero uno di una lista comunale del sindaco Giuseppe Scopelliti (centrodestra). Adesso faceva l’autista del capogruppo Pd al Consiglio Regionale, Sebi Romeo. Si è dovuto dimettere perché il sito del Fatto Quotidiano ha pubblicato un video nel quale Serranò maneggiava una pistola davanti a un amico, un uomo della cosca Serraino. 

http://www.lastampa.it/2015/06/26/italia/cronache/quegli-intrecci-tra-la-casta-e-la-ndrangheta-KewS5mIGZzkLmEYAEhkhqM/pagina.html

Mobilità sostenibile, in Italia diventa insostenibile

Prendere un Intercity nel 2015

Blog post del 26/06/2015

«L'avete voluta voi, la privatizzazione». A un certo punto, il giovane controllore dall'accento bolognese abbandona la condiscendenza di fronte alle proteste del suo interlocutore. In quel preciso istante, saranno state più o meno le 21 stavamo chiacchierando da una mezz'ora abbondante. Lui aveva cominciato il suo turno a Bologna, verso le otto. Io ero salito a Civitanova Marche, più o meno sette ore prima. Avremmo passato ancora un po' di tempo assieme.
Ironia della sorte, quell'odissea era figlia della scelta di partecipare a una tavola rotonda sulla cultura nell'ambito dell'annuale festival di Symbola, fondazione delle qualità italiane, in cui si parla di manifattura digitale, di futuro artigiano, di modernizzazione. Festival che si tiene ogni anno fra Macerata e Treia, nelle Marche, là dove - da claim dell'azienda di promozione turistica - l'Italia è più Italia.
Ed eccola, allora, l'Italia più Italia. Un treno Intercity che parte da Taranto alle 10 di mattina e che dovrebbe arrivare nel giro di una decina di ore a Milano Centrale. Un treno che già a Giulianova, in Abruzzo, ha accumulato mezz'ora di ritardo per un guasto alla linea, ritardo che aumenterà nel corso del viaggio fino a toccare i settanta minuti.
Probabilmente le Frecce hanno alzato l'asticella. Probabilmente, nonostante la crisi, siamo dei gran viziati. Probabilmente, non siamo più capaci di goderci un buon viaggio, un buon libro, una sana conversazione. O non lo sono io, perlomeno. La lenta di scesa verso l'era pre-digitale inizia quando scopro che su quel treno non esistono prese della corrente. Il primo a cadere è il computer, poi il tablet, poi il telefono. All'altezza di Pesaro sono isolato dal mondo esterno. La Grecia potrebbe fallire, il Milan comprare Cristiano Ronaldo e io lo saprò solo una volta a casa.
In realtà le prese della corrente ci sono, sono nei bagni e la targhetta indica che la loro funzione è quella di permettere ai viaggiatori di farsi la barba prima di scendere dal treno. Non solo l'era digitale, ma nemmeno gli hipster sono ancora arrivati sugli Intercity.
Vago alla ricerca di una bottiglietta d'acqua. Quando chiedo al controllore - quello con accento tarantino che finirà il suo turno a Bologna - dov'è il bar, mi sorride come si sorride a un figlio quando ti chiede quando arriva Babbo Natale: «Su questo treno non è previsto il servizio bar». Gli chiedo se prima o poi salirà l'omino con il carrello, che ricordavo come presenza più o meno fissa, nei miei precedenti viaggi in Intercity: «Non ci sono più da almeno tre, quattro anni - mi risponde -. Era un servizio in perdita. Da Taranto a Milano guadagnavano 50 euro se andava bene».
Mi guardo intorno. Hanno tutti la loro bottiglietta d'acqua. Tutti il loro panino. Tutti il loro carica batterie d'emergenza, quello che funziona con le pile stilo (e hanno anche tutti l'iPhone, a voler fare il sociologo del paese reale in uno scompartimento). Mi sento un coglione, o perlomeno uno molto, molto fuori posto.
Sarà pietà, sarà che salire su un Intercity ci rende tutti più buoni, accadono cose che sulle Frecce non ho mai avuto il piacere di sperimentare. Una compagna di scompartimento mi offre un po' della sua acqua. Un'altra mi chiede se voglio chiamare a casa per avvisare che farò tardi. All'altezza di Modena, il controllore con l'accento bolognese ci porta una specie di kit d'emergenza - acqua, tarallucci, succo di frutta - che Trenitalia offre sulle lunghe tratte, in caso di forte ritardo. Oltre che coglione ora mi sento pure un po' “emergenza umanitaria”.
Tra Parma e Lodi rimaniamo solo io, il controllore bolognese e una ragazza di Giulianova che sta salendo a Milano per cercare lavoro: «Ho vissuto per anni a Roma, poi sono tornata in Abruzzo - mi racconta -, ma lì è tutto fermo, non si va da nessuna parte. Non ce la faccio più». Il controllore bolognese annuisce.
Gli chiedo degli Intercity: «Fino a qualche anno fa erano, di fatto, il cuore del sistema ferroviario italiano - mi racconta - collegavano la provincia». Poi sono arrivate le Frecce, rosse, bianche e argento, e gli Intercity sono diminuiti di un terzo circa nel giro di cinque anni e sono diventati il treno di quella che lui chiama «la fascia bassa»: «Immigrati, anziani - argomenta -. Non tanto e non solo poveri: gente che non sa comprare un biglietto su internet, cercare un tariffa economica che gli consenta di risparmiare anche con le Frecce o con Italo, che non vuole prendere un aereo». «Se fosse per l'azienda non ci sarebbe più un Intercity in circolazione - continua -, se ci sono è per far viaggiare questa gente qui». L'Italia pre-digitale, nonostante l'iPhone. Che nelle urne ha ancora il suo peso. L'Italia più Italia.
«La gente qualche anno fa mi diceva: ”Vedrete quando arriverà la concorrenza, sarete costretti a migliorare”» - continua il controllore -. Avevano ragione, in fondo: con la concorrenza l'azienda ha investito dove conveniva e a tagliato tutto quel che era in perdita. I treni notte, gli Intercity, il servizio pendolare». E oggi, spiega, «abbiamo uno dei servizi ad alta velocità migliori al mondo, mentre il resto è da terzo mondo». Ricaccio in gola luoghi comuni sulla “metafora del Paese”. Il treno sbuffa e si ferma a Lodi. Mentre scendo le scalette, sento il ronzio di un rasoio elettrico che proviene dal bagno.

http://www.linkiesta.it/prendere-un-intercity-2015-ferrovie-trenitalia?utm_medium=email&utm_source=Moxiemail%3A9237+Nessuna+cartella&utm_campaign=Moxiemail%3A23377+Linkiesta+-+Recap++Il+giorno+del+terrore

questo Sistema Economico non è inclusivo ma esclusivo

25/06/2015 

L'Acton Institute critica l'enciclica: «Ipotesi imprudenti»

La presentazione dell'enciclica Laudato si'
(©LaPresse)
(©LaPresse) La presentazione dell'enciclica Laudato si'

L'assoluta libertà del mercato come soluzione ai problemi del mondo, la contrarietà a qualsiasi ipotesi di cambiamenti strutturali al modello di sviluppo: due «dogmi» del capitalismo attuale che il magistero di Francesco mette in discussione provocando le critiche di alcune «think tank»

ANDREA TORNIELLI
Città del Vaticano
 
Uno dei punti nevralgici della enciclica «Laudato si'», che si riconnette con l'esortazione «Evangelii gaudium», è la critica globale all'attuale sistema di sviluppo e dunque il legame che rende l’emergenza ecologica il volto odierno della questione sociale. Francesco afferma: «al di là di ogni previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile». Molte pagine del nuovo documento, sottoposto a critiche preventive prima ancora che se ne conoscesse il testo, vengono ora discusse da vari punti di vista. Le tesi e le ipotesi di Francesco sono per esempio giudicate «imprudenti» da padre Robert Sirico, presidente dell'Acton Institute, una «think tank» che ha come missione quella «di promuovere una società libera, virtuosa, e umana» approfondendo il legame tra fede e libertà. E che di fatto sostiene l'assoluta libertà del mercato e dei mercati come soluzione ai problemi del mondo cercando di legarla alla dottrina sociale della Chiesa.

Nella «Laudato si'» Papa Bergoglio ha offerto una panoramica realista della situazione: ha denunciato «la sottomissione della politica alla tecnologia e alla finanza», ha detto che «molto facilmente l’interesse economico arriva a prevalere sul bene comune e a manipolare l’informazione per non vedere colpiti i suoi progetti». «I poteri economici - si legge nella Laudato si' - continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria», oggi «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta». 

«L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto... La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli - ha puntualmente sottolineato - si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali», allo stesso modo in cui si afferma che i problemi della fame si «risolveranno semplicemente con la crescita del mercato». «Ma il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale».
 
Bergoglio ha ricordato che «la politica non deve sottomettersi all’economia» e questa non deve sottomettersi alla tecnocrazia. A proposito della crisi finanziaria afferma: «Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza» che potrà solo generare nuove crisi. Francesco ha chiesto di «evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti». E ha osservato che «il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia» e che «oggi alcuni settori economici esercitano più potere degli Stati stessi». 

Quello sull'«economia che uccide» è dunque il vero punto nevralgico di scontro tra l'attuale pontificato e i veri gangli del potere mondiale. 

Nel suo commento all'enciclica, pubblicato sul Wall Street Journal e sulla newsletter dell'Acton Institute, padre Sirico afferma: «Andiamo al sodo: molto di ciò che viene scritto nell’enciclica di Papa Francesco sulla custodia ambientale, Laudato si’, pone una sfida importante ai sostenitori del libero mercato, quelli di noi che credono che il capitalismo è una forza potente per la cura del pianeta e per far uscire le persone dalla povertà». Dopo aver evidenziato che uno dei «punti più graditi» della lettera papale è l'invito alla discussione, Sirico aggiunge: «Ma gran parte dei punti discussi in questa enciclica e molte delle ipotesi che ne conseguono sono imprudenti. C’è un forte pregiudizio contro il libero mercato, e suggerimenti che la povertà è il risultato di un’economia globalizzata». 

Il presidente dell'Acton Institute rivendica: «Il capitalismo ha stimolato la maggiore riduzione della povertà globale della storia mondiale: secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, il numero di persone che vivono con $1,25 al giorno è passato da 811 milioni nel 1991 a 375 milioni nel 2013. Questa è solo una statistica tra le miriadi di pagine favorevoli al capitalismo. Un dibattito onesto tra gli esperti eliminerà questa fandonia». Inoltre, a suo dire, «l’enciclica concede imprudentemente troppo all’agenda ambientale laica, per esempio, denigrando i combustibili fossili». E conclude: «La creazione di ricchezza può diminuire la povertà, e la povertà e lo sfruttamento spesso vanno di pari passo». 

Dunque l'economia che uccide, l'impoverimento crescente nei Paesi sviluppati - dovrebbero far riflettere anche soltanto le immagini della lotta fisica ai banconi dei supermercati inglesi Tesco per cercare di accaparrarsi generi alimentari scontatissimi perché in scadenza, o il semplice dato che mostra l'aumento della povertà assoluta tra le famiglie italiane, passate dal 5,2% del 2011 al 7,9% del 2013 - e le responsabilità dell'attuale sistema capitalistico nel quale i mercati finanziari fanno da padroni, sarebbero soltanto una «fandonia». Il «dogma» mercatista non si può mettere in discussione. L'unica soluzione ai problemi della povertà, del sottosviluppo, dell'ambiente è quella di lasciare il mercato ancora più libero di agire, e anche di condizionare le vite dei vari Paesi, come sta accadendo nell'Unione Europea: unione di monete ma non di valori comuni e neanche di comuni strategie politiche, come dimostra lo scaricabarile sugli immigrati e la rinuncia a un ruolo guida nei tentativi di risolvere la crisi mediorientale.

Si può anche notare come la messa in discussione del «dogma» mercatista, pur senza l'indicazione di «terze vie» che la Chiesa ha abbandonato da tempo, sia stata più volte proposta anche da Benedetto XVI nella «Caritas in veritate», là dove invitava a «eliminare le cause strutturali delle disfunzioni dell’economia mondiale», spiegava che il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale. Auspicava un'autorità politica mondiale «per il governo dell'economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori». 

Kishore Jayabalan, direttore dell'Acton Institute di Roma nonché in passato collaboratore del Pontificio consiglio per la Giustizia e la pace, già fortemente critico contro l'«Evangelii gaudium», ha commentato a proposito dell'enciclica: «Più penso a questo dilemma, più mi rendo conto che l’economia è come l’impianto idraulico della nostra casa comune. L’economia è assolutamente necessaria per la manutenzione e la prosperità di quest’ultima, anche se preferiamo non pensarci troppo. Preferiamo concentrarci sull’architettura, sul giardino e, naturalmente, sulle persone al suo interno, però senza un impianto idraulico efficace la casa crolla e non solo a livello materiale». 

Solo che all'efficace similitudine proposta da Jayabalan e dalla sua fede incondizionata nel mercato, manca qualche precisazione. Nella nostra «casa comune» l'impianto idraulico viene tenuto in condizioni efficienti perché porti una quantità di acqua potabile e perfetta soltanto a un paio di appartamenti-attici all'ultimo piano del condominio. Chi vive negli altri appartamenti, come pure negli scantinati, anche se apre il rubinetto, non vede uscire niente. Ed è inutile chiamare l'idraulico, perché non ci sono le chiavi delle condutture e le regole sulla (non) distribuzione le hanno unilateralmente stabilite i proprietari dei due attici. 

La tesi secondo la quale tutti gli strumenti economici sono in sé neutri, non esistono problemi di sistema e strutturali e l'unica soluzione è una libertà ancora maggiore del mercato, è un'idea che appare a chi decide di guardare in faccia la realtà, ingenua o interessata. Un'idea certamente apprezzata da quelle 85 persone che detengono una ricchezza pari a quella della metà della popolazione mondiale, cioè a 3,5 miliardi di persone più povere. La forbice tra ricchi e poveri del pianeta diventa infatti sempre più larga. Papa Francesco sta provando a suonare il campanello dei due attici che tengono il sistema idraulico del condominio perfettamente funzionante, ma soltanto a loro uso, consumo e soprattutto accumulo.