Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 luglio 2015

Toh il governo indiano, bravissimo, imbriglia la Banca Centrale, rovesciando quello che i traditori Ciampi e Andreatta fecero nel 1981 in Italia

Il Governo indiano vuole il controllo sui tassi d’interesse


Raghuram Rajan (Afp)Raghuram Rajan (Afp)

Il Governo indiano allunga le mani sulla politica monetaria della Banca centrale (Rbi). Una proposta di legge pubblicata sul sito del ministero delle Finanze ridisegna la governance dell’istituto guidato da Raghuram Rajan e prevede che le decisioni sui tassi vengano prese da un comitato di politica monetaria composto da membri nominati in maggioranza dall’Esecutivo. Dei sette componenti, tre arriveranno dalla Rbi - compreso il suo presidente che guiderà il nuovo organo - e quattro saranno indicati dal Governo. Il comitato deciderà a maggioranza e il presidente della Rbi non avrà potere di veto. Il suo parere sarà decisivo solo in caso di parità. Secondo quanto riporta il quotidiano indiano The Economic Times, Rajan ha definito «schizofrenica» la proposta, avvisando che trasformerebbe la Rbi in una «tigre di carta».

Oggi, il governatore della Banca centrale è nominato dal Governo e risponde al ministro delle Finanze. Sua è però l’ultima parola sulla politica monetaria, dato che sta a lui decidere, dopo aver sentito il parere non vincolante di un comitato tecnico composto da membri della Rbi e da componenti esterni.

Secondo i critici, tra i quali anche la banca d’affari Nomura, la proposta di legge avanzata dal ministero delle Finanze priverà la Banca centrale della sua indipendenza di fatto, che peraltro non è sancita dallo statuto del 1934. La Rbi subisce regolarmente pressioni da parte della politica e delle associazioni imprenditoriali perché riduca i tassi in modo da dare fiato all’economia. Il dilemma non è solo indiano: la politica monetaria deve dare la precedenza al controllo dell’inflazione oppure al sostegno alla crescita? Nell’estate del 2013, quando in presenza di alta inflazione e Pil in frenata, la rupia sprofondò ai minimi, le mosse dell’allora governatore Duvvuri Subbarao, che cercava di inseguire contemporaneamente obiettivi non coerenti tra loro, finirono per diventare parte del problema anziché parte della soluzione, minando la credibilità e quindi l’efficacia della Rbi.

Passata sotto la guida di Rajan, ex capo-economista dell’Fmi ed ex consigliere dell’allora ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaram, la Banca centrale indiana recuperò rapidamente la fiducia dei mercati e riuscì a riportare la moneta sotto controllo (anche grazie alle più favorevoli condizioni finanziarie internazionali). Tra le riforme varate da Rajan da quando è al timone, c’è proprio quella di aver messo al centro della politica monetaria il controllo dell’inflazione, giudicata dal governatore una tassa ai danni dei poveri e un freno alla crescita nel lungo periodo.

La Banca centrale, all’interno del cui board già siedono rappresentanti del Governo, vorrebbe un comitato formato da 5 membri, tre dei quali proveinietio dai suoi ranghi. L’Esecutivo ha però bocciato questa soluzione come «inaccettabile». Secondo l’ex governatore Chakravarthi Rangarajan, la proposta del governo «non è l’approccio corretto, la maggioranza dei membri del comitato di politica monetaria dovrebbe essere della Rbi». Governo e Banca centrale, sottolinea Rangarajan, hanno appena concordato di rendere la Banca centrale responsabile del controllo dell’inflazione: «Ma come si può tenere la Rbi e il suo governatore responsabili di decisioni prese da un organismo nel quale non hanno la maggioranza? È una contraddizione interna». «Essere responsabile senza avere la maggioranza - concorda Nomura - rischia di compromettere l’efficacia e la credibilità della Banca centrale».

Dopo la vittoria del Bjp nel 2014, molti si sono chiesti come si sarebbero sviluppati i rapporti tra il premier nazionalista Narendra Modi e il governatore della Rbi, nominato dal precedente governo guidato dal Congresso. Nell’ultimo anno, Banca centrale ed Esecutivo hanno raggiunto accordi importanti, come appunto quello sull’inflation targeting. Più di recente, tuttavia, Rajan è stato apertamente critico sulla revisione del Pil che ha consegnato all’India il sorpasso sulla Cina in termini di tassi di crescita e non ha nascosto perplessità sullo stesso programma Make in India, il cavallo di battaglia di Modi.

Quest’anno, la Rbi ha tagliato i tassi di 75 punti base, portandoli al 7,25%, mentre l’inflazione a giugno si è attestata al 5,4 per cento.

L’Esecutivo si è riservato un peso rilevante anche sulla determinazione del target annuale d’inflazione (Cpi), che sarà determinato ogni tre anni dal Governo, «consultata la Banca centrale». Attualmente l’obiettivo è stare sotto il 6% entro marzo del 2016.

Le norme faranno parte del Codice sulla finanza indiana, che una commissione sta elaborando dal 2011 per unificare le varie leggi che regolano i mercati finanziari nel Paese. La prima setsura del 2013 ha già subito modifiche dal governo dopo essere stato sottoposto a una consultazione pubblica, fino ad assumere l’attuale assetto (188 pagine). La bozza è pubblicata sul sito del ministero delle Finanze che raccoglierà proposte di modifica fino all’8 agosto. Il ministro Arun Jaitley si è impegnato a farlo approvare entro marzo del 2016. Oltre alle resistenze della Banca centrale, ci sarà però da superare l’esame del Parlamento.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-07-24/il-governo-indiano-vuole-controllo-tassi-d-interesse-152519.shtml?uuid=ACba32W

Banche italiane in sofferenza per 200 miliardi, non c'è problema arriva lo stato con la Bad Bank: li abbuona

Piano salva-banche a spese nostre

Il progetto "bad bank" allo studio del governo vorrebbe salvare gli istituti in difficoltà colpendo i nostri immobili



Milano - Domanda agli italiani: cosa sareste disposti a fare perché i banchieri riprendano a finanziare le imprese impigliate nella recessione? Vi fareste mettere le mani sulla casa? La risposta è scontata: no. 


Eppure sembra proprio che il progetto di bad bank allo studio del governo vada in questa direzione per salvare capre (i prestiti alle imprese) e cavoli (i conti delle banche).
In ballo c'è la creazione di una società per gestire le sofferenze bancarie (in sostanza i prestiti che gli istituti non riescono a riscuotere) balzate in maggio a 193,7 miliardi. Lo scorso 14 luglio il ministro del tesoro, Pier Carlo Padoan, è volato a Bruxelles per un incontro con i commissari della Ue e sul tavolo ha messo i compiti a casa fatti dall'Italia: la riforma (che faccia tosta chiamarla riforma, martelun) delle banche popolari, l'autoriforma delle fondazioni, e il decreto che non consente più di spalmare su cinque anni, ma la concentra nell'anno in cui è maturata, la deducibilità dei crediti svalutati dalle banche. Iniziative che dovrebbero bastare per ottenere entro l'estate il via libera al progetto per la creazione di una società specializzata per l'acquisto dei cosiddetti crediti deteriorati.
Sul fronte operativo, il vero colpo di acceleratore arriverebbe dai nuovi vertici della Cassa Depositi e Prestiti. Ovvero un ex banchiere di Goldman Sachs come Claudio Costamagna, e Fabio Gallia, neo amministratore delegato della Cdp, ex Bnl ma anche ex condirettore generale di Capitalia che era stata pioniera nel creare delle società veicolo (le Trevi) in cui «isolare» i crediti in sofferenza. Senza dimenticare che nel cda della Cassa siede anche Alessandro Rivera, capo della direzione Sistema bancario e finanziario-affari legali del Tesoro e da mesi in costante confronto con Bankitalia sul progetto di bad bank .
Non solo. Secondo Mediobanca Securities la «nuova» Cassa potrebbe fare da garante ai crediti in sofferenza delle banche favorendo soprattutto i piccoli istituti, radicati sul territorio. Il ruolo di Cdp potrebbe, dunque, essere determinante per la soluzione al dilemma: creare una bad bank che riceva garanzie statali contro eventuali perdite ma che rispetti le regole europee sugli aiuti di Stato. Un altro nodo da sciogliere riguarda il valore di carico delle sofferenze in capo alle banche che non è quello che il mercato è disposto a pagare. La soluzione potrebbe essere quella di mettere una garanzia pagata dalle banche stesse con un meccanismo di ammortamento del suo costo lungo la «vita» della società veicolo che si va a costituire con la bad bank . Ma in cambio le banche cosa ricevono? La risposta sta nel Dl fallimenti approvato ieri alla Camera. Il gap di prezzo può essere, infatti, colmato dalla riduzione dei tempi legali all'acquisizione dei cosiddetti collateral sottostanti: a fronte di circa 200 miliardi di euro di sofferenze lorde, ci sarebbero almeno 100 miliardi di immobili messi a garanzia, da vendere con procedure forzate. Insomma, se prima gli italiani venivano cacciati fuori di casa in sette anni ora gli anni si riducono a tre-quattro. Ecco chi paga.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/piano-salva-banche-spese-nostre-1155297.html 

Mobilità sostenibile, la manutenzione e l'adeguamento non è contlempato nel decalogo della Rete Ferroviaria Italiana

CIUFER - BINARI ROVENTI NELL´ENNESE E LE DICHIARAZIONI ASSURDE DELL´ASSESSORE REGIONALE AI TRASPORTI PIZZO.

Palermo. L’assessore Pizzo fa l’orecchio da mercante e si improvvisa quale tecnico di Rete Ferroviaria Italiana. Il problema è solo ed esclusivamente del gestore dell’infrastruttura Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) e non della Regione o dell’assessore Pizzo che pagano Trenitalia per un servizio di trasporto e, a sua volta Trenitalia paga Rete Ferroviaria italiana, gestore dell’infrastruttura, per fare transitare i propri treni sui binari di Rfi. E’ un problema esclusivamente del gestore Rfi che deve assicurare la percorribilità dei binari da tutti i punti di vista: percorrenza, manutenzione, ammodernamento,sicurezza, etc.
Quindi cosa c’entra la dichiarazione dell’assessore Pizzo che "Regione-Rfi devono affrontare una situazione specifica di questa zona".
Come se un’automobilista che paga il pedaggio per transitare in autostrada e deve raccordarsi con il gestore della strada per ovviare a degli inconvenienti lungo il percorso autostradale. E’ assurda la presa di posizione dell’assessore Pizzo, quando invece doveva chiedere conto e ragione a Trenitalia, a tutela degli utenti penalizzati dai disservizi, e Trenitalia, a sua volta a Rete Ferroviaria Italiana per i problemi all´infrastruttura ferroviaria che hanno procurato enormi disagi e disservizi all’utenza di Trenitalia tra Palermo e Catania.
L’assessore Pizzo continua a non rispondere, alle domande del Comitato Pendolari Siciliani, sul Contratto di Servizio e sui relativi allegati. E’ mai possibile che la Regione Sicilia, il suo Dirigente Generale alle Infrastrutture, Mobilità e Trasporti, Dott. Fulvio Bellomo, e l’assessore ai trasporti Pizzo non rispondano alle richieste dei maggiori fruitori del servizio di trasporto pubblico, i Pendolari?
Una richiesta lecita quella di chiedere di conoscere che tipo di Contratto e cosa prevedono gli allegati ma nessuno dei tre ad oggi ci hanno dato risposta e/o spiegato in modo chiaro la tipologia dei servizi, la qualità, la quantità, le penalità e le premialità, visto che da gennaio di quest’anno è proprio la Regione, il Dipartimento trasporti e l’assessore Pizzo a gestire il servizio di trasporto pubblico ferroviario in Sicilia. Mentre sino al 31 dicembre 2014 tale servizio di trasporto veniva gestito direttamente dal ministero dei trasporti e la Regione non aveva alcuna competenza diretta sulla tipologia dei servizi espletati se non quella di una sommaria verifica a mo di certificazione che il servizio è stato espletato.
Oggi non è più così.
E’ la Regione Sicilia a gestire direttamente il servizio di trasporto ferroviario con il contributo del Ministero dei trasporti che ha finanziato, 111,5 + 11 milioni (Iva), per un totale di 122,5 milioni di euro l´anno, in virtù dell’Accordo di programma tra Mit e Mef sottoscritto a novembre 2014.
E allora ci sembra, alquanto, doveroso che il Dott. Bellomo, dirigente generale del dipartimento infrastrutture, mobilità e trasporti, prima della definitiva firma, se non ha nulla incontrario e lo ritenga opportuno, esporre all’utenza pendolare e ai siciliani in maniera chiara e limpida cosa la regione sta gestendo e cosa effettivamente sta acquistando da Trenitalia?
Dovrebbe essere un atto dovuto, secondo noi, per dovere e diritto alla trasparenza (Dlgs 33/2013) e che ciò avvenga prima della firma definitiva del Contratto di Servizio previsto, come dichiarava l’assessore Pizzo, per il 31 luglio 2015, considerato che gli allegati (importantissimi) sono stati consegnati da Trenitalia all’assessorato il 21 luglio 2015 e non in Commissione Trasporti all´Ars nella convocazione di mercoledì 22 luglio.
In conclusione, ci sembra importante fare presente che una cosa è l’offerta commerciale da spalmare su tutte le relazioni ferroviarie siciliane che, tra l’altro, può essere modificata in corso d’opera durante l’anno. Mentre cosa diversa, invece, sono le norme contrattuali che non potranno essere più ritoccate, integrate, modificate o riviste sino alla scadenza del Contratto prevista nel 2027.
Chiediamo al Presidente Crocetta di intervenire personalmente in questo importante Contratto di Servizio per il trasporto ferroviario prima della firma definitiva affinché questo Contratto di Servizio, il primo, nella storia del trasporto ferroviario siciliano possa cambiare il volto della Sicilia anziché penalizzarla ulteriormente per un altro decennio. Staremo a vedere…
Giosuè Malaponti - Comitato pendolari Siciliani - Ciufer 

il decotto Pd toscano per anni ha giocato con i soldi pubblici, ora basta!

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Tunnel Tav, Malavolti (Sel): “Rossi e Nardella si assumano le loro responsabilità”

 25 luglio 2015
Politica e Opinioni Firenze sel sinistra ecologia libertà

 sel sinistra ecologia libertà


“Invece di giocare a nascondino, Rossi e Nardella si assumano la responsabilità politica della realizzazione del sottoattraversamento TAV e dello spreco di un miliardo e mezzo di euro. A richiamarli è lo stesso amministratore delegato di RFI, Maurizio Gentile che proprio in questi giorni, sulla stampa, ha riconosciuto la natura strettamente politica prima che tecnica della scelta di passare sotto terra. Il passaggio in superficie si potrebbe realizzare con appena 330 milioni di euro contro il miliardo e ottocento milioni necessari per la Foster e il tunnel”. A chiederlo è coordinatore cittadino di SEL Firenze Città Gregorio Malavolti intervenendo in seguito alle dichiarazioni dell’ad di RFI, Maurizio Gentile, comparse in questi giorni sulla stampa. “Questa posizione - prosegue Malavolti - è quella sostenuta da anni da cittadini, comitati, forze politiche di sinistra che, evidentemente, avevano visto giusto facendo semplicemente ricorso al buon senso. Adesso, Rossi e Nardella facciano altrettanto e mettano in discussione questa decisione profondamente sbagliata convocando subito un tavolo con RFI per discutere il passaggio in superficie, per il quale esistono già studi effettuati negli anni Novanta”.


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Energia pulita, puntare sull'autonomia ed indipendenza energetica ma non bucherellando l'Italia

Stop alle trivellazioni nei mari Adriatico e Ionio: governatori del Sud contro Renzi

Pubblicato il da Silvia Barbieri
STOP ALLE TRIVELLAZIONI NEI MARI ADRIATICO E IONIO: GOVERNATORI PD DEL SUD CONTRO RENZI

Il fronte dei governatori del sud contrari alle trivellazioni nell’Adriatico e nello Ionio, volute da Renzi, si ampia e si compatta. Questo nonostante tutti i presidenti delle regioni del mezzogiorno siano espressione del PD, guidato dal Premier-segretario Matteo Renzi che, attraverso il Decreto Sblocca Italia, ha dato il via libera a nuove e più ampie attività di ricerca del petrolio nell’Adriatico e nello Ionio.

A spingere i governatori su posizioni sempre più forti contro le trivelle nell’Adriatico e nello Ionio giocherebbero almeno due fattori. Da un lato, un’opinione pubblica sempre più radicata su posizioni di contrasto alle trivellazioni. Posizioni che indurrebbero tutti i governatori a non convergere sulle politiche governative relative alla ricerca di petrolio nell’Adriatico con l’obiettivo di recuperare un consenso sempre più in fuga all’interno del proprio elettorato anche a causa delle trivelle. Dall’altro lato, non si può trascurare l’indebolimento subito da Renzi a seguito della performance sicuramente non brillante avuta in occasione delle elezioni amministrative di maggio.
Sul fronte dei governatori PD “dissidenti”, il primo in termini di peso politico è certamente Michele Emiliano, ex sindaco di Bari, eletto presidente della Regione Puglia proprio nelle elezioni della scorsa primavera. Politico sopra le righe per carattere, tempra e stile, Emiliano si è da sempre posto come soggetto non allineato al renzismo dominante, schierato platealmente contro varie azioni nevralgiche volute dal premier, sia su scala nazionale, come la scuola, che territoriale, come proprio le trivelle nell’Adriatico e nello Ionio, o il gasdotto TAP.

Michele Emiliano trivellazioni, volto

Non sorprende neppure che tra i governatori “contestatori” ci sia l’appena insediato presidente della Campania, De Luca. In un intervento ad Acerra di qualche giorno fa, De Luca si è espresso sull’argomento, integrandolo con la tematica dell’acqua pubblica. Il governatore campano ha infatti chiarito, con parole molto dure, di essere “contro le trivellazioni, contro i pozzi petroliferi. Andiamo a fare le perforazioni – ha proseguito De Luca – nel Vallo di Diano o addirittura qualcuno ipotizza di fare le trivellazioni nell’Alta Irpinia dove abbiamo il bacino imbrifero più grande ed importante d’Europa. Vi vorrei invitare ad andare a Caposele, dove c’è una struttura bellissima in muratura: l’Acquedotto Pugliese, costruito dove partono le sorgenti, un capolavoro da un punto di vista ingegneristico. Immaginare di andare a fare lì le perforazioni petrolifere vuol dire essere dei depravati”.
Storia molto diversa è quella di Marcello Pittella, governatore della Basilicata e renziano “duro e puro”. Solo fino a sei mesi fa, Pittella scelse, tra le polemiche dei propri concittadini, di non impugnare lo Sblocca Italia, per scongiurare le autorizzazioni alle trivellazioni. Posizione uguale e contraria a quella del collega Emiliano, che, invece, sin dai primi momenti del suo insediamento aveva confermato la volontà di proseguire nell’azione promossa di fronte alla Corte Costituzionale dal suo predecessore Nichi Vendola contro le previsioni in materia dello Sblocca Italia. Questo nella convinzione che, a suo dire, le trivelle servissero solo ad “accontentare qualche lobby, peraltro ancora sconosciuta e indeterminata”.
Oggi la posizione anti-renziana sull’argomento sembra rafforzarsi, come platealmente dimostrato proprio dalla presenza di Pittella alla manifestazione del 15 luglio in piazza a Policoro, comune lucano sullo Ionio,  promossa dal governatore pugliese, insieme al presidente della Calabria, Mario Oliverio, quest’ultimo in realtà da sempre su posizioni filo bersaniane.

trivellazioni, Pittella, sua foto

Tuttavia, è proprio durante questa manifestazione che è emerso lo scollamento tra i governatori meridionali e l’opinione pubblica, che ha accolto con ampie contestazioni i discorsi dei tre governatori. Da registrare, sotto questo punto di vista, l’assenza alla manifestazione delle associazioni ambientaliste, in particolare l’Organizzazione lucana ambientalista (Ola) che ha derubricato l’appuntamento come una “Sfilata di cravatte in piazza…”.
I fischi dei presenti sono stati indirizzati soprattutto a Pittella, colpevole, secondo i più, di essersi schierato con ampio ritardo contro la politica energetica di Renzi basata sulle trivellazioni. Circostanza stigmatizzata dal deputato lucano Vincenzo Folino, autosospeso da tempo dal PD e vicino a Pippo Civati, secondo cui Pittella “ non fa nulla di concreto almeno per chiedere a Renzi un piano delle estrazioni che metta in sicurezza quelle che già ci sono e faccia chiarezza sulle altre”. Alle contestazioni, Emiliano ha comunque risposto cantando “Bella Ciao”.
Tra i presidenti del sud contrari alla politica renziana delle trivellazioni, anche il governatore della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, che ha promosso per ieri, venerdì 24 luglio, un summit a Termoli delle regioni Abruzzo, Marche, Basilicata, Puglia, Calabria e Molise, già legate tra loro nella Strategia europea della Macroregione Adriatico-Ionica, e che hanno trovato un motivo di ulteriore convergenza nell’opposizione alle disposizioni dallo Sblocca Italia per quanto concerne le concessioni dei titoli minerari.
Opposizione che, secondo Legambiente, sarebbe più che giustificata dal momento che, si legge in una nota dell’organizzazione ambientalista, le scelte del governo in materia sono “frutto di una strategia energetica insensata e impattante. Le riserve certe di petrolio presenti sotto i mari italiani sarebbero infatti assolutamente insufficienti a dare un contributo energetico rilevante. Infatti, stando ai consumi attuali, basterebbero solo per 8 settimane. A fronte di questi quantitativi irrisori di greggio si stanno ipotecando circa 130mila kmq di aree marine”.

Trivellazioni, Renzi rimane ottimista

Di opinione totalmente opposta, l’artefice di queste strategie, Matteo Renzi. In un intervento di qualche tempo fa, il Premier aveva ribadito come la ricerca di petrolio nell’Adriatico e Ionio costituisse un asset essenziale per rispondere alla crisi energetica perdurante nel nostro Paese. Per tale ragione, Renzi sarebbe stato disposto a “perdere qualche voto” pur di non rinunciare alla possibile soluzione di un problema così annoso.
Alle elezioni amministrative di maggio, effettivamente “qualche voto” è stato perso e anche se il PD è riuscito nell’impresa di eleggere propri rappresentanti come governatori in tutte le regioni del mezzogiorno chiamate alle urne, il consenso intorno alla figura del Premier appare in flessione non solo da parte dell’opinione pubblica meridionale, ma anche degli stessi presidenti di regione, come dimostrato proprio dalla partita “trivellazioni”.
Renzi ostenta, tuttavia, come di consueto, ottimismo e fiducia, riposta soprattutto nella Riforma Boschi del Titolo V, da chiudere nei suoi piani entro l’autunno 2015. La Riforma costituzionale annullerebbe de facto i veti posti dai governatori “ribelli” attraverso l’assegnazione allo stato, e non più alle regioni, della competenza sulla politica energetica. La nuova ripartizione delle competenze tra stato e regioni sterilizzerebbe infatti i ricorsi contro lo Sblocca Italia presentati dai governatori meridionali alla Corte Costituzionale.

Patrimonio pubblico, la corruzione diventa palese


Palazzo ex Telecom, salta la vendita alla Fondazione
L’amministrazione ha ritenuto «non congrua» l’offerta di 5,2 milioni di euro Annunciato un nuovo bando per la cessione dell’edificio di piazza Facchini

24 luglio 2015



PISA. Salta, almeno per ora, la vendita del palazzo ex Telecom dal Comune alla Fondazione Pisa. Un’operazione che non sembrava in dubbio, anche se l’allungamento dei tempi dell’annuncio, considerando che a Palazzo Gambacorti era giunta una sola proposta, aveva suscitato qualche dubbio. Il motivo? L’offerta è stata considerata «non congrua».

L’intoppo è emerso in apertura del consiglio comunale di ieri, quando l’assessore al patrimonio Andrea Serfogli ha risposto ad un question time del consigliere Ciccio Auletta (Ucic-Prc).

La domanda è stata semplice e diretta: l’offerta della Fondazione Pisa è stata accettata o no? La Fondazione, i cui uffici e la sede di Palazzo Blu sono confinanti con il palazzo ex Telecom di piazza Facchini, si era fatta avanti ipotizzando uno sviluppo dei suoi spazi in quella che è stata fino a qualche mese fa la sede anche della Sepi. L’importo a base d’asta era stato stabilito dal Comune in 6,2 milioni di euro, prevedendo una possibilità di ribasso fino al 20%.

La Fondazione ha offerto un milione di euro in meno (5,2), con un ribasso del 16%. Possibilità compresa nel bando, ma di fronte a proposte lontane dalla base d’asta l’amministrazione comunale si era riservato il diritto di valutare l’offerta. «In giunta si è dibattuto a lungo - spiega Serfogli - facendo presente che gli aspetti relativi alla congruità della proposta sono di pertinenza dirigenziale». Dunque, non basta l’eventuale ok della giunta. «Il dirigente - aggiunge l’assessore - ha ritenuto l’offerta non congrua», anche «perché essendo l’unica non ci sono termini di confronto» e di conseguenza non ha firmato l’atto.

A questo punto, Palazzo Gambacorti ripeterà la procedura di gara, di fatto una seconda asta abbassando la base economica. «Mi sembra un esempio di cattiva amministrazione - ha replicato Auletta - anche perché mi sembra un’anomalia prevedere una possibilità di ribasso già nella prima gara com’è stato fatto in questo caso. Nessuno se l’è sentita di prendersi la responsabilità di firmare l’atto di cessione con un milione in meno di offerta».

Marco Ricci, a sua volta consigliere di Ucic-Prc, parla di «svendita costruita in fretta e furia in consiglio comunale che si risolve in un nulla di fatto, o meglio: il risultato è quello di avere l’ennesimo palazzo vuoto, mettendo invece gli uffici e il personale in grandissima difficoltà con traslochi non programmati e disagi enormi. L’unica cosa sensata sarebbe fermarsi e valutare seriamente un’operazione di svendita che è solo nociva per tutta la città».
Francesco Loi

Gli euroimbecilli hanno perso, hanno guadagnato tempo, ma la fine della dittatura dell'Euro è nelle cose, il tempo guadagnato è pagato con lacrime e sangue dai popoli

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Parla l’ex consigliere di Varoufakis: «Ecco perché ho cambiato idea sul Grexit»

[di Thomas Fazi] «Bisogna prendere atto che il sistema non funziona e che non esiste la volontà 

Daniel Munevar è un giovane economista post-keynesiano di Bogotá. Ha lavorato con Yanis Varoufakis come consigliere per politiche di bilancio durante il periodo in cui Varoufakis è stato ministro delle Finanze in Grecia. Precedentemente è stato consigliere fiscale al ministero delle Finanze colombiano, e consigliere speciale per gli investimenti esteri diretti al ministero degli Esteri dell’Ecuador. È considerato uno dei più autorevoli esperti nello studio del debito pubblico latinoamericano. Questo rende particolarmente interessante la sua valutazione delle trattative e dell’accordo fra Grecia e creditori. In questa intervista esclusiva spiega perché gli eventi delle ultime settimane gli hanno fatto cambiare opinione sul Grexit.

Cosa ne pensi dell’ultimo accordo raggiunto fra la Grecia ed i suoi creditori?
Prima di tutto non è ancora chiaro se l’accordo sarà effettivo – ci sono parecchi parlamenti che devono approvare la partecipazione dei rispettivi paesi al “piano di salvataggio” del Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism, ESM). Ma anche ammettendo che tutti i paesi approvino il piano, non c’è nessun modo che funzioni. Le misure economiche del programma sono semplicemente folli. Gli obiettivi di bilancio non sono ancora stati annunciati, ma dando un’occhiata alle analisi di sostenibilità del debito (Debt Sustainability Analysis, DSA) pubblicate sia dall’FMI e che dalla Commissione, vediamo che entrambe indicano l’obiettivo di un avanzo primario nel medio termine del 3,5%.
Negli ultimi cinque anni la Grecia ha “migliorato” il suo bilancio strutturale – riducendo la spesa ed aumentando le tasse – di ben 19 punti di PIL. Nello stesso periodo il PIL del paese è crollato all’incirca del 20%: praticamente un rapporto 1:1. Partendo da un disavanzo primario dell’1% – che la previsione generalmente condivisa per quest’anno –, si rende necessario un aggiustamento superiore al 4% del PIL. Vale a dire che il PIL crollerà di altri 4 punti percentuale da qui al 2018.
Questo ci porta ad un altro punto essenziale, ossia che l’accordo attuale è solo un assaggio di quello che verrà. Il memorandum finale è destinato a contenere misure di austerità ancora più severe, a compensazione del calo del PIL che si è verificato in questi ultimi mesi per via dello stallo con i creditori. Il problema è che questi memoranda stanno trasformando la Grecia in una colonia debitrice: sostanzialmente si stanno creando un insieme di regole che in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio – cosa che accadrà fatalmente – forzeranno il governo a ulteriori tagli, che a loro volta provocheranno un’ulteriore diminuzione del PIL, il che implicherà un’austerità ancora maggiore, e così via. È un infinito circolo vizioso.
Ciò mette in luce uno dei principali problemi di tutta questa situazione: il fatto che le istituzioni hanno sempre separato gli obiettivi fiscali dall’analisi della sostenibilità del debito. La logica di avere una riduzione del debito è che sostanzialmente questo ti permette di conseguire obiettivi fiscali più contenuti e di distribuire nel tempo l’impatto del consolidamento di bilancio. Ma nel caso greco, anche se ci fosse un alleggerimento del debito nella misura auspicata da Atene – il che è improbabile – il paese dovrebbe comunque fare austerità, in aggiunta a ciò che è già stato fatto.

Almeno la riduzione del debito è diventata materia di aperta discussione…
Sì. questo è positivo. Ma i creditori hanno sempre saputo ciò che l’FMI ha ammesso solo recentemente: la Grecia era e rimane insolvente e il suo debito era e rimane insostenibile. L’ultimo rapporto dell’FMI è estremamente chiaro su questo punto. Ma anche i precedenti rapporti – che non sono mai stati resi pubblici – dicevano tutti la stessa cosa: il debito greco è insostenibile. Tuttavia gli europei non lo hanno mai ammesso, benché fosse chiaro a tutti che senza una ristrutturazione – e senza legare questa a obiettivi di bilancio più contenuti – non ci poteva essere alcun accordo realizzabile. Solo adesso il problema comincia a essere dibattuto, e ciò sia perché la situazione è peggiorata a tal punto che non lo si può più ignorare, sia perché quando il rischio Grexit è diventato evidente gli Stati Uniti hanno cominciato a fare pressione sull’FMI perché facesse pressione a sua volta sull’Europa.

A proposito di Grexit, non è contraddittorio il fatto che la Germania si opponga alla riduzione del debito ma ammetta una soluzione che quasi certamente causerebbe il default del debito estero greco, causando quindi alla Germania la perdita di tutti i crediti che vanta nei confronti del paese ellenico?
Lo è se si ragiona in i termini puramente economici. Sotto questo aspetto la posizione tedesca non ha senso. Ma tutta questa storia non ha mai avuto a che vedere con l’economia, o con il fatto che la Germania non vuole perdere i propri soldi. Stiamo parlando di un’esposizione tedesca di 80 miliardi di euro, dopotutto – un importo nell’insieme trascurabile. Ha invece a che vedere con l’esigenza di fare di Syriza un esempio per il resto dell’Europa. Tutto quello che è accaduto negli ultimi mesi era semplicemente un modo per dire ai popoli europei: «Badate di non votare per partiti che hanno questo tipo di programma perché vi schiacceremo. Questo è ciò che succede quando qualcuno non segue le regole o si rifiuta di pagare il conto. O austerità o siete fuori». Tsipras lo ha detto chiaramente: ha firmato l’accordo con il coltello alla gola. Questo era l’argomento di Schäuble sul Grexit: se i greci non vogliono pagare, cacciamoli via, guardiamoli soffrire e facciamone un esempio per infondere il timore di Dio nelle altre nazioni debitrici.

Il governo greco era consapevole che i creditori, fin dall’inizio, non avevano alcun intenzione di esaminare la questione della riduzione del debito?
Sì, ma la posizione di Varoufakis era che la Grecia, nondimeno, doveva battersi per ottenere un accordo economicamente sensato, cioè che includesse la riduzione del debito e obiettivi fiscali sostenibili. Come ha spiegato nella sua intervista al New Statesman, lui ha lavorato tutto il tempo in un sistema a decisione collegiale dove si è sempre trovato in minoranza, per cui le sue possibilità erano del tutto limitate.
La maggioranza nella squadra di Tsipras ha sempre creduto che se la Grecia avesse fatto concessioni sarebbe stata in grado di ottenere un buon accordo. È la ragione per cui dopo l’Eurogruppo di Riga Tsipras ha praticamente esautorato Varoufakis e ha iniziato a fare concessioni, sperando che la strategia funzionasse. È stata questa la strategia del governo negli ultimi mesi. Se paragoniamo le proposte ora sul tavolo con quelle di marzo, vediamo che c’è stato un completo rovesciamento in senso peggiorativo.
Questo perché quella gente credeva che attraverso le concessioni sarebbero riusciti a negoziare un buon accordo. E questo spiega anche perché, fino al referendum, la riduzione del debito non era nemmeno in agenda. Naturalmente questa strategia non ha funzionato, perché i creditori non avevano intenzione di accordare alla Grecia alcunché che potesse essere interpretato come una vittoria politica per la Grecia.

Pensi che sarebbe stato meglio, per il governo greco, attenersi alla strategia di Varoufakis, riduzione del debito o niente?
In tutta onestà, è difficile immaginare che le cose sarebbero potuto andare diversamente. I greci non avevano né soldi né potere. Le sole armi che avevano a disposizione per il negoziato erano la ragione, la logica e la solidarietà europea. Ma apparentemente viviamo in un’Europa in cui nessuna di queste cose ha valore.

Quindi entrambe le strategie – quella di Varoufakis e quella di Tsipras – erano condannate al fallimento fin dall’inizio?
Sì, era una trappola. In passato, ogni volta che le istituzioni europee sono state sfidate da un governo nazionale hanno fatto ricorso alle intimidazioni: innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, minaccia di chiusura del sistema bancario, ecc. In passato questa linea ha sempre funzionato: i governi hanno sempre ceduto. Quindi partivano dal presupposto che Syriza si sarebbe comportata nello stesso modo. Ma la Grecia non ha ceduto, ed è questa la ragione per cui hanno reagito in modo così brutale.

Pensi che l’introduzione di cosiddetti “pagherò” (quelli che in Italia vengono chiamati “certificati di credito fiscale” e che in inglese vengono chiamati IOU, che sta per I Owe You, ‘io ti devo’) – come suggerito sia da Varoufakis che da Schäuble – fosse un’alternativa praticabile? 
Il problema è che una volta che incominci a introdurre gli IOU per pagare salari e pensioni finisci su una china scivolosa, perché la gente suppone che è il primo passo verso l’abbandono dell’euro e si comporta di conseguenza, tesaurizzando gli euro disponibili. Come conseguenza, l’attività economica declina ulteriormente e una considerevole quota di introiti fiscali deve essere ridenominata in IOU. Ciò a sua volta obbliga il governo all’emissione di ulteriori IOU per finanziare la spesa, e alla fine ci si ritrova in un circolo vizioso che porta di fatto all’uscita dal sistema.
È per questo che il governo greco ha rifiutato questo metodo di finanziamento, perché il rischio era quello di iniziare un processo da cui non si poteva più tornare indietro. Basta osservare quello che sta accadendo oggi con i depositi bancari greci: in un certo senso la Grecia ha già un piede fuori dall’euro perché è in una situazione in cui i depositi bancari non sono scambiati alla pari con la moneta: un euro nel sistema bancario ha effettivamente meno valore di un euro contante. Questo perché il solo parlare di Grexit ha creato un rischio differenziale tra contante e depositi, giacché sarebbero i depositi a essere convertiti in dracme in caso di uscita. Ciò spiega anche la ragione per cui molte attività ad Atene non accettano le carte di credito. Con gli IOU accadrebbe verosimilmente lo stesso: si metterebbe in moto un meccanismo auto-alimentato che porterebbe facilmente all’uscita, a prescindere dagli obiettivi del governo.

Che è probabilmente quello che Schäuble sperava…
Esattamente. E che alla fine probabilmente otterrà. Perché questo accordo non risolve nulla, né per la Grecia, né per l’eurozona. In realtà peggiora i problemi. Come ho detto prima, anche se si ottiene tutta la riduzione del debito in discussione, se questa non è accompagnata da obiettivi fiscali più sostenibili si resta comunque sulla strada del declino economico. Il che significa che è solo una questione di tempo: prima o poi l’economia greca imploderà e il problema dell’uscita si ripresenterà.

Pensi che la Grecia dovrebbe optare per l’uscita dall’euro?
Sono sempre stato contrario al Grexit, come Varoufakis. Ma ora, dopo la firma dell’ultimo accordo, la Grecia si trova in una situazione in cui i costi della permanenza nell’euro sono aumentati a tal punto che è possibile pensare che sia più vantaggioso andarsene – affrontando tutti i costi a breve termine dell’addio all’euro – piuttosto che rimanere in circostanze che implicano la rinuncia alla propria sovranità senza alcuna contropartita economica. Penso che Tsipras abbia soppesato le opzioni e deciso che sia meglio per la Grecia rimanere nell’euro, a prescindere dai costi. È una decisione che rispetto. Ma quando si comincia a considerare la logica economica dell’accordo e tutto quello che è successo, non si può far altro che concludere che la Grecia nell’euro non ha futuro.
Questo accordo semplicemente posticipa l’inevitabile. Perché a questo punto è chiaro che nell’eurozona non esiste la volontà politica di risolvere i problemi strutturali dell’euro. Che guarda caso è proprio ciò che l’ultimo rapporto dell’FMI essenzialmente implica: o si fa una ristrutturazione del debito o si stabilisce un sistema di trasferimenti fiscali per la Grecia – in altre parole, si crea un’Europa federale. Sappiamo tutti qual è il peccato originale dell’euro: avere stabilito una moneta comune senza prevedere un sistema di trasferimenti. Ma la volontà politica di risolvere questo punto non esiste. Per cui tanto vale prendere atto che il sistema non funziona. Questo, dopo quanto successo in Grecia, non dovrebbe essere più un tabù.

'Ndrangheta, Don Milani. «Dovete arrabbiarvi, contestare. Ma prima studiate!».

Le mafie, dice Gratteri, dimostrano di saper “pensare globale”, molto più dei comuni cittadini

Gran finale del Festival per la Legalità. Gratteri: «Dovete arrabbiarvi. Ma prima studiate». Foto

Si è chiusa in grande stile - e con una grande partecipazione di pubblico - la quarta edizione della manifestazione organizzata da "Città Civile". Ospite d'eccezione il noto magistrato calabrese

nicola gratteri
nicola gratteri © movimento civico
di Gianpaolo Altamura


"Vi dovete arrabbiare. Dovete indignarvi. Contestate, fate sentire la vostra voce. Ma prima studiate". È questo, in breve, l'appello lanciato agli spettatori della serata finale del Festival per la Legalità da Nicola Gratteri, il magistrato calabrese che da anni vive sotto scorta perché colpito da una “sentenza di morte” dalla ‘ndrangheta, di cui costituisce una vera e propria spina nel fianco con le sue indagini internazionali sul narcotraffico.

Si è chiusa in grande stile la quarta edizione della manifestazione organizzata dal movimento "Città Civile", svoltasi nella cornice intima della corte della pinacoteca "de Napoli", riempita in ogni ordine di posto da un pubblico attentissimo. Al centro della scena un vero e proprio superospite, la cui caratura è risultata evidente nel corso dell'ora abbondante in cui ha intrattenuto la platea, letteralmente rapita dal carisma e dall'eloquenza, ma anche dallo spessore morale di quest'uomo autentico e schietto, dai tratti veraci, che non ama parlare per frasi fatte, ma è chiaramente animato da un'inestinguibile passione civile.

La presentazione del suo ultimo libro, Oro bianco – una inchiesta sulla “fortuna” del narcotraffico, dalle origini in Sud America al mercato dei consumatori in Occidente, scritta a quattro mani con Antonio Nicaso, – è stata lo spunto per delineare un quadro nient’affatto tranquillizzante, anzi piuttosto disturbante e per molti versi tragico, della situazione della legalità in Italia.

«Nella lotta alla mafia non stiamo vincendo, né pareggiando. Anzi, le cosche sono più radicate che mai», ha esordito subito Gratteri, che ha dialogato con il giornalista di Rai Tre Leonardo Zellino e con il contrappunto di alcune sequenze video dei suoi viaggi in Colombia, dove si reca spesso per condurre le indagini sul narcotraffico internazionale, un affare in cui la ‘ndrangheta – riferisce – è quasi monopolista in Europa.

«La lezione che ci danno le mafie è inquietante: sfruttando i grandi porti del nord Europa – Rotterdam, Anversa – per far arrivare la droga nel continente, dimostrano di saper “pensare globale”, molto più della nostra classe dirigente e dei comuni cittadini. Si muovono tra Olanda, Belgio, Germania, Svizzera come noi ci muoveremmo per le strade della nostra città. Mentre qui al Sud non siamo neanche in grado di ideare progetti per utilizzare i fondi che l’Unione stanzia per noi e pertanto siamo costretti a rimandare indietro fiumi di denaro. Siamo meno preparati, meno adatti degli altri popoli a cogliere le opportunità».

La mafia del resto è un disastro di portata culturale e socio-economica, prima ancora che un fenomeno di natura etico-criminale, continua il magistrato, perché depaupera il territorio, lo svuota, ne spegne le potenzialità. Uno dei dati più allarmanti è appunto questo: «La ‘ndrangheta ha reso difficile la vita in molte aree del sud, inducendo la borghesia colta e per bene a migrare e a lasciare libero il campo a classi sociali più ignoranti, qualunquiste, impoverendo tragicamente il patrimonio sociale e culturale di molte zone della Calabria, ad esempio, la cui classe dirigente è piena di gente incapace e corrotta, che pensa solo ad arricchirsi a danno della comunità».

La capacità di penetrazione della 'ndrangheta è del resto massima perché si basa su una struttura arcaica e inossidabile, la cui tenuta è garantita dai vincoli di sangue. Per entrare nelle ‘ndrine bisogna addestrarsi per almeno un anno e mezzo e questa dura selezione ha dei mentori che garantiscono personalmente per i nuovi accoliti, pena la loro stessa incolumità. Questo è uno dei motivi per cui i “locali” di ‘ndrangheta sono compatti, corazzati, e non hanno quasi mai pentiti e collaboratori di giustizia.

D’altronde, prosegue Gratteri, «io indago sul narcotraffico perché è questo il modo più efficace di perseguire la ‘ndrangheta: risalire alla filiera della droga consente di colpire la ricchezza e assieme di svelare la trama dei rapporti intrattenuti dai clan. Con le mafie pugliesi, ad esempio – spiega il magistrato, – le famiglie calabresi barattano armi in cambio di cocaina, in virtù dei fitti rapporti esistenti tra la Sacra Corona Unita e i contrabbandieri dell’ex Jugoslavia. Questo dimostra che è più efficace condurre la lotta alla mafia sul piano economico-finanziario che sul piano morale. Diventare mafiosi non deve più essere conveniente».

Sembra di riascoltare quel “follow the money” che era già stato il motto di Falcone, colui che ha rivoluzionato i criteri di indagine nei confronti delle associazioni mafiose, consapevole del fatto che Cosa Nostra non era più da tempo una semplice organizzazione territoriale, ma un vero e proprio colosso economico-finanziario capace di fatturare, già allora, miliardi di lire.

Proprio sulla questione del ricordo di Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia negli attentati di Capaci e via D’Amelio, Gratteri non nasconde di avere molte perplessità, raccontando di aver preso parte a eventi celebrativi presieduti da personalità - anche interne al mondo della magistratura – che avevano osteggiato, neanche troppo velatamente, l'operato dei due giudici finché erano stati in vita. «L’Italia è un paese dalla memoria corta e sta gradualmente diventando l’Africa dell’Europa, purtroppo. Da anni io sconsiglio di dare soldi alle associazioni antimafia, ai soliti “professionisti” di cui parla Sciascia. Non serve, non è etico dare denaro a gente che passa le proprie giornate a fare mera retorica, senza impegnarsi personalmente, dal basso. Più utile sarebbe creare un fondo che garantisca il diritto allo studio, mettendo su comunità specifiche per i giovani che vivono nei territori più difficili».

L'attività criminale e, in subordine, la corruzione – sostiene Gratteri – sono tentazioni a cui è facile assoggettarsi, dal momento che fanno leva sulla naturale predisposizione dell’uomo all’egoismo, alla debolezza, alla vigliaccheria, al "quieto vivere". L’unico modo per contrastare le mafie sarebbe dunque quello di avvicinare i giovani alla cultura, educandoli ai buoni valori, all’importanza della conoscenza e del “fare” concreto. Bisogna impegnarsi quotidianamente nel sociale, denunciare le ingiustizie, i casi di malamministrazione, segnalare gli individui che occupano posti di rilievo in maniera abusiva, senza le adeguate competenze.

«L’egoismo impera, non siamo più abituati a sporcarci le mani, non siamo impegnati nel sociale», è la sferzante osservazione di Gratteri, in un crescendo di palpabile, ma corroborante emotività. L’unico antidoto è l’istruzione, la cultura, che sono sempre propedeutiche alla ricerca della giustizia, continua il magistrato calabrese, la cui fisionomia nelle battute finali del Festival sembra trasfigurarsi (come suggerisce anche Pasquale Vitagliano in diretta) in quella di un altro grande "diagnostico" della cultura mafiosa, Leonardo Sciascia, ma fa risuonare nella corte della Pinacoteca "de Napoli" anche l'insegnamento di un altro grande militante della giustizia sociale come Don Milani. «Dovete arrabbiarvi, contestare. Ma prima studiate!».
 

Moneta Compementare, Moneta Fiduciaria, i mille rivoli delle Alternative contro la dittatura dell'Euro

Euro, Sapelli: nuove valute alternative strumento prezioso

"Le valute alternative rappresentano sicuramente un aspetto interessante, evolutivo, di questa nostra epoca complessa". Lo dichiara il prof. Sapelli, parlando di Bitcoin e di altre valute alternative

giulio sapelli ape
“Mi lasciano molto perplesso i bitcoin: è una società quotata che emette la sua valuta solo on-line.... Ma esistono altre realtà più affidabili, che prevedono un trasferimento di beni a riscontro dell’emissione dei loro titoli di scambio, e sono una versione evoluta del baratto. Questo tipo di valute alternative rappresenta sicuramente un aspetto interessante, evolutivo, di questa nostra epoca complessa”. Parola del professor Giulio Sapelli, ordinario di Storia dell’economia all’Università Statale di Milano. Con lui Affari Italiani ha parlato di Bitcoin e di altre valute alternative in un momento in cui la crisi greca ha fatto per la prima volta temere una decomposizione dell’euro ed evocato la possibilità del ricorso d’emergenza a valute alternative…
Professor Sapelli, che idea si è fatto delle monete parallele?
Intanto bisogna notare come ormai se ne parli in modo naturale, disinibito e non più come se fossero lo sterco del diavolo o il Monopoli. Questo è un bene. A patto però di non dar seguito a un’altra confusione. Bitcoin, che è l’esempio più rilevante ed è piuttosto utilizzato in Argentina, è un’unità valutaria online, che non ha riferimenti diretti a beni reali. Diverso, invece è il discorso che molti attori hanno fatto durante i momenti più drammatici della crisi greca: in quel caso hanno evocato il ricorso a unità valutarie diverse.
E’ un tema che l’appassiona, ne aveva già parlato a suo tempo…
Nel mio libro “Europa del Sud dopo il 1945”, appena ristampato, raccontavo cos’era la politica agricola europea, già allora molto criticata dai paesi del Sud perché avvantaggiava quelli del Nord. Ebbene, per calcolare le quote si usava un’unità di conto denominata “lira verde”. Era, di fatto, un’anticipazione di una moneta virtuale, il liquida, che però faceva riferimento a quantità fisiche. Ma attenzione: la “lira verde” non era una moneta ufficiale, era la commissione all’agricoltura che determinava i valori.
Dopo la crisi greca ha più senso pensare a valute alternative?
I problemi dell’euro sono esplosi adesso che è venuta fuori in modo drammatico una macrorigidità, un ingessamento globale che ha ampliato le divisioni tra Paesi creditori e debitori. Prima non esisteva questa distinzione, al massimo c’era un gap di produttività, di competitività, che i riallineamenti delle parità all’interno dello Sme si incaricavano di bilanciare. Oggi però assistiamo alla creazione di strumenti alternativi di pagamento che esulano dagli attori istituzionali come la Commissione Europea. Un esempio è quello di Marco Melega che, col suo circuito Crevit, ha saputo attrarre 3.500 imprese. Gli aderenti a quel circuito hanno attribuito un valore condiviso alla moneta e hanno deciso di lanciarsi in una sorta di nuovo baratto, in cui le imprese offrono e ricevono beni o ervizi pagandoli in valuta Crevit e ottenendo in questa forma anche finanziamenti.
Già, la stretta creditizia: il vero movente per la ricerca di alternative monetarie!
Sì, molto ha contribuito il credit crunch, quando le banche, per non capitolare, hanno chiuso i rubinetti del credito. Questi nuovi attori monetari privati emettono a loro rischio monete, ma ne consentono la circolazione solo all’interno di una comunità di persone e aziende che si iscrivono e che permettono solo ad altre imprese associate di accedere a questo sistema. Una cosa molto diversa dalla moneta ordinaria.
Crevit è un unicum o esistono altre realtà come questa?
Non è un unicum. A Nimes, in Francia, per esempio, si è diffusa una moneta alternativa, ma anche lì per usarla è necessario essere iscritti a un club che ne riconosce la transitabilità. Questi fenomeni sono stati molto sottovalutati dalla pubblicistica contemporanea. E’ un errore. E’ un ambito in cui non c’entra solo la fiducia, ma anche l’appartenenza a un club vasto, che è poi la vera grande garanzia: la moneta è trasferibile, scambiabile e fa riferimento a beni materiali. Nessuno può andare in banca a farsela cambiare in euro, ma ci si appoggia a una comunità che condivide questo riferimento. Volendo semplificare, si tratta di un baratto differito che condivide e usa un’unità di conto, basato sulla fiducia e sul giudizio arbitrario di chi scambia.
Che ruolo stanno giocando le istituzioni in questa trasformazione epocale?
Recentemente Bankitalia si è espressa sul tema delle monete condivise, di fatto aprendo a questo nuovo sistema valutario a patto che vengano rispettate alcune norme come, ad esempio, il mantenimento di una riserva in euro. Si sta diffondendo l’idea che tutto questo sia possibile, purché avvenga alla luce del sole.
Si tratta di una primizia nella storia valutaria?
Per nulla! Prima dell’avvento delle banche centrali, le singole banche emettevano moneta. Basti pensare alla Banca Subalpina, che emetteva una valuta diversa da quella del Regno delle Due Sicilie. In America, al momento della fondazione degli Stati Uniti, c’è stata una pressione fortissima per evitare la creazione di un’unica banca centrale. Thomas Jefferson, l’uomo che campeggia sulla banconota da due dollari, era assai contrario alla realizzazione di un soggetto unitario: ce l’aveva con le banche. Ezra Pound, più di un secolo dopo, si ispirò a lui.
Concludendo: queste valute alternative sono da considerarsi un’invenzione diabolica o uno strumento utile?
Sicuramente non un’invenzione diabolica, ma se si vogliono sviluppare devono essere curate con attenzione. Io, ad esempio, non utilizzerei mai i bitcoin, ripeto, perché è una società quotata che emette solo on-line. Invece guardo con attenzione le nuove valute che permettono uno scambio di beni e che esistono dal punto di vista fisico. Ma, come dicevo, bisogna fare le cose per bene: bisogna chiedersi, innanzitutto, che cosa accadrà quando queste comunità si espanderanno. Se al posto di 3.500 aderenti ce ne fossero un domani 3,5 milioni, che cosa farebbero? Sarebbe un guaio, per esempio, se si instaurasse un meccanismo anarchico populista che, al grido di “Viva Ezra Pound”, esautorasse completamente le banche. Così come si stanno sviluppando le cose ora, l’attenzione della Banca Centrale e della Commissione Europea fa capire che non si tratta di strumenti sovversivi ma, piuttosto, lenitivi. E, me lo lasci dire, meglio così.

Emirati Arabi, legge anti-discriminazione un passo in avanti

24/07/2015
EMIRATI-ISLAM
P. Samir: La nuova legge anti-discriminazione è un passo avanti nella libertà religiosa
 
di Samir Khalil Samir
Il commento del grande islamologo sulla nuova legge varata negli emirati che punisce le discriminazioni in base a “religione, casta, credo, dottrina, razza, colore o origine etnica”. L’islam tradizionale “non dà mai la parità”. La nuova legge punisce anche chi semina “odio religioso” o finanzia organizzazioni che diffondono odio. Negli emirati vi è un’alta alfabetizzazione e “i cristiani sono trattati bene”.

Beirut (AsiaNews) - La legge contro le discriminazioni anche religiose, varata di recente negli emirati arabi è “un passo avanti nella libertà religiosa” e un gesto controcorrente e nuovo, rispetto agli altri Paesi della regione, bloccati nel totalitarismo islamico.  E’ quanto afferma p. Samir Khalil Samir, commentando per AsiaNews la nuova legge-decreto, che definisce “criminale” ogni atto che suscita l'odio religioso e vieta la discriminazione “sulla base di religione, casta, credo, dottrina, razza, colore o origine etnica”.
Che gli emirati siano fra i Paesi più liberali nel mondo islamico, è dimostrato dal fatto che nei loro territori vi sono 24 chiese e gli emiri hanno contribuito alla loro costruzione. Un vescovo della regione ha dichiarato una volta: “Gli Emirati sono l’unico Paese dove i cristiani sono trattati molto bene”. Non per nulla, molti cristiani in Arabia saudita, alle feste di Natale e Pasqua si spostano ad Abu Dhabi per le celebrazioni (v. foto).
Un contributo alla liberalità di questi territori è dato dalla demografia: la popolazione ha un’alta percentuale di stranieri (l’85%); gli occidentali sono circa il 5%; gli altri provengono da Pakistan, Iran, Bangladesh, Sri Lanka, Filippine e sono impiegati in maggioranza come operai o come domestici. I cristiani sarebbero il 10%, ma nessuno di loro è cittadino degli emirati. I musulmani sono in maggioranza sunniti, ma vi sono anche comunità sciite locali, che costituiscono il 15% di tutti i musulmani. P. Samir fa notare un elemento ancora più decisivo: l’altissimo livello di alfabetizzazione, che arriva fino al 90%, un dato altissimo in Medio oriente. Addirittura, per le ragazze dai 15 ai 24 anni la media è del 97%, e per i giovani il 93,6%. Ecco l’intervento completo di p. Samir.

La legge anti-discriminazione manifesta un principio raro nel mondo arabo o islamico, che invece è normalmente discriminatorio. Molto spesso in questi Paesi l’islam è la religione dello Stato e le altre religioni sono al massimo sopportate. L’islam non dà mai la parità. Anti-discriminazione significa che si dà parità, è  superare un concetto totalitario. Noi cristiani nel mondo islamico chiediamo di essere non solo tollerati, ma di avere la piena cittadinanza. Nel Sinodo sul Medio oriente  (2010) abbiamo insistito molto su questo: i cristiani sono cittadini alla pari con gli altri. Nelle costituzioni dei Paesi islamici si fanno molte distinzioni fra musulmani e non musulmani; fra musulmani e dhimmi (cioè "protetti"); fra uomo e donna; arabi e altre razze. Questa legge invece vieta la discriminazione sulla base di “religione, casta, credo, dottrina, razza, colore, o origine etnica”. Ciò significa che negli emirati si rigettano anche le discriminazioni che vengono compiute all’interno dell’islam stesso. Molte guerre che si combattono nella regione araba hanno l’apparente motivazione di un conflitto fra sunniti e sciiti. Questa legge porta all’uguaglianza assoluta fra le persone, quasi ispirato alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ un vero passo avanti.
Un altro elemento positivo da mettere in luce è quando si dice che la discriminazione può avvenire per iscritto, per immagini (televisione), o sui social network. Gli emirati sono consci che dell’uso massiccio di questi veicoli e boccia come “un atto criminale” il diffondere discriminazione e odio con questi mezzi.
No all'odio religioso
Vi è anche una punizione prevista per chi bolla gli altri come “infedeli” (takfir). Perché questo? Perché se si definisce uno come “infedele” o "miscredente" (kafir), il diritto islamico mi permette di ucciderlo.  Secondo la legge islamica io non posso uccidere un cristiano o un ebreo, che vivono come “protetti (dhimmi)”, ma posso uccidere un “pagano”, un ateo, un membro di altre religioni. Nell’islam l’infedele non è “protetto”, può solo o convertirsi all’islam o essere ucciso. L’Isis usa con facilità questa norma, uccidendo perfino i cristiani (e questo è contro la legge islamica).
Un altro passo nuovo in questa legislazione è la condanna per aver “provocato l’odio religioso”, anche senza aver compiuto alcun atto positivo; e ci sono punizioni severe a individui e organizzazioni che spingono all’odio. Nel diritto, di solito, non esistono crimini di “odio”. Questo aspetto è davvero coraggioso e insegna qualcosa anche a noi in occidente: basti pensare a quanto disprezzo vi sia in Europa contro i migranti, o contro i neri negli Stati Uniti… Ma da voi l’odio è soprattutto razziale; da noi in Medio oriente l’odio ha sempre un connotato religioso. Nella legge è prevista perfino una punizione per chi sostiene dall’esterno gruppi violenti, in particolare se le sostiene con i soldi. Qui, mi sembra vedere un'allusione all’Arabia Saudita e al Qatar che finanziano movimenti islamici radicali.
Facendo questo, gli emirati hanno compiuto un passo avanti riguardo alla libertà religiosa, così rara nei Paesi islamici. Penso che dobbiamo sostenere questa linea al massimo: è folle considerare come criminale che è solo diverso.
Vorrei aggiungere che questo progresso è però solo un primo passo, e riguarda essenzialmente la dimensione religiosa. Per ciò che riguarda la politica, oppure la dimensione penale, c’è ancora molto da fare. Negli emirati, i diritti dell’uomo sono affermati con diverse sfumature: la libertà di espressione è limitata (come in tutti i Paesi della regione); più grave sono i trattamenti dei prigionieri; la magistratura non è totalmente indipendente.
Soprattutto, non sono garantiti i diritti dei lavoratori stranieri, spesso trattati come schiavi, in particolare le donne nei lavori domestici. E’ questo è molto grave, quando si sa che gli stranieri rappresentano 85% della popolazione totale degli Emirati.
Eppure questa legge appena varata è molto moderna. Ho l’impressione che gli emirati non si siano fossilizzati nel legalismo religioso, e sono i più progrediti nell’educazione. La cosa più positiva di questi Paesi è l’altissimo livello di alfabetizzazione: la media attuale è il 90%, un dato altissimo in Medio oriente. Addirittura, per le ragazze dai 15 ai 24 anni la media è del 97%, e per i giovani il 93,6%.
Resta da sperare che questo primo passo sia seguito da altri, e imitato da altri Paesi arabi o musulmani.

http://www.asianews.it/notizie-it/P.-Samir:-La-nuova-legge-anti-discriminazione-%C3%A8-un-passo-avanti-nella-libert%C3%A0-religiosa-34863.html

Solo uno stato autonomo ed indipendente può imporre una economia che difende le proprie comunità

"Uscire dall'euro non basta. La moneta è solo un tassello della governance economica imposta dal capitale agli Stati"

Uscire dall'euro non basta. La moneta è solo un tassello della governance economica imposta dal capitale agli Stati
 

Intervista dell'AD a Lidia Undiemi: "La nuova Banca dei Brics è un opportunità e i movimenti di opposizione siano pronti a questa grande sfida: il capitale internazionale non ha radici, si insedia dove può".

 
Alla luce del trattamento umiliante riservato dal regime di Francoforte, Berlino e Bruxelles al governo democraticamente eletto in Grecia, l'AntiDiplomatico ha intervistato Lidia Undiemi, studiosa di diritto ed economia ed autrice de "Il ricatto dei mercati",  che ci ha aiutato a comprendere quali scenari attendersi per il futuro. Con l’umiliazione volutamente imposta a Tsipras un dato è ormai certo: il progetto della zona euro e dell’Unione Europea è di fatto finito: da oggi in poi si parlerà di smembramento e non di integrazione.

Finito, allo stesso tempo, anche l’ipocrisia di chi sostiene di voler modificare l’Europa restando nell’euro: il terzo Memorandum imposto alla Grecia dimostra senza possibilità di smentita alcuna che austerità ed euro siano due facce della stessa medaglia. Il sogno europeo è oggi quello di trovare una via per il ripristino delle libertà, dei diritti e delle Costituzioni dei singoli paesi che sia il più indolore possibile. E su questo l'exit dall'euro è solo un primo, significativo, passo. “Sinceramente credo che la questione vada affrontata valutando la governance economica nel suo complesso e non soltanto l'uscita dall'euro. Negli ultimi anni sono stati realizzati diversi trattati internazionali che attribuiscono al capitale e agli stati più forti un potere politico di cui la moneta rappresenta un tassello. Certamente occorre mobilitarsi per uscire al più presto da questo sistema di governo, ma non sarà facile”. Occorre un piano B che debba partire con un'azione che sia il più condivisa possibile tra i paesi dell'Europa del sud.
 
- Domani il Parlamento greco ratificherà la seconda tranche di riforme imposte per i nuovi aiuti. Che fase inizia per la zona euro con il terzo Memorandum?
 
Più che iniziare una fase nuova prosegue quella “dura” della Troika che trae forza dalle difficoltà finanziarie di un paese che è costretto ad accettare le sue imposizioni.
 
- L'ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha definito il nuovo Memorandum un nuovo trattato di Versailles - trattato che come sappiamo ha significato l'ascesa del nazismo ed un nuovo suicidio dell'Europa pochi anni dopo la conflagrazione del primo conflitto mondiale. Cosa rischiamo in questa fase?
 
Rischiamo che si consolidi un sistema di governo sovranazionale che antepone logiche puramente finanziare al benessere dei popoli europei e alle democrazie dei singoli paesi.
 
- L'umiliazione della democrazia da parte della Troika contro la Grecia ha comunque segnato un punto di non ritorno per quel che riguarda il progetto della zona euro e dell'Unione Europea. Da adesso in poi non si parlerà più di integrazione ma di smembramento ed è finita per sempre l'ipocrisia di chi non giudicava austerità ed euro come due facce della stessa medaglia. Non crede che lo scenario migliore a questo punto non sia l'uscita dalla Grecia come continua a ripetere il ministro delle finanze tedesco, ma uno smembramento che parta dalla Germania con i paesi dell'Europa del sud che possono mantenere nella prima fase la moneta unica? 
 
Come sostengo da molto tempo, lo smembramento è palesemente in atto dal 2012 quando sono andati a regime i nuovi trattati internazionali extra UE – Fiscal Compact e MES (Troika) – mediante cui è stata avviata una nuova governance europea, quella della crisi, che ha riscritto le regole comuni attribuendo al capitale un potere politico spropositato indebolendo al contempo quello degli Stati. Tutto questo con la collaborazione del FMI.
 
- Una Gerexit, in altre parole, sarebbe la soluzione più indolore per tornare a diritti e Costituzioni?
 
Sinceramente credo che la questione vada affrontata valutando la governance economica nel suo complesso e non soltanto l'uscita dall'euro. Negli ultimi anni sono stati realizzati diversi trattati internazionali che attribuiscono al capitale e agli stati più forti un potere politico di cui la moneta rappresenta un tassello. Certamente occorre mobilitarsi per uscire al più presto da questo sistema di governo, ma non sarà facile.
 
- Il caso Syriza dimostra anche che rompere le catene della Troika oggi è molto complesso per un paese singolo. Crede che la nuova banca di sviluppo dei Brics e, in generale, la nuova architettura finanziaria formalizzata nell'ultimo vertice di Ufa in alternativa all'egemonia del dollaro possa offrire una sponda importante da questo punto di vista?
Ho spesso utilizzato il caso “Cipro” per spiegare come i mercati, la Troika, riescono a piegare un governo con il pretesto dell'emergenza finanziaria. Ricordiamoci che a Cipro la richiesta di prelievo forzoso era stata respinta dal Parlamento, poi costretto a cedere dietro le pressioni della BCE e dei mercati. Il modus operandi adottato in Grecia è lo stesso. Domani a chi toccherà?
 
La nuova Banca dei BRICS rappresenta un'alternativa, ma è ancora troppo presto per poterne valutare gli effetti. Di certo nell'accordo di Fortaleza, dove viene sancita la volontà di percorrere questa strada, si intravede la possibilità di invertire rotta, di potere ritornare ad una comunità internazionale rispettosa degli Stati e delle loro Costituzioni.
 
- In questa fase, inoltre, non crede giunto il momento per i paesi dell'Europa del sud, in particolare quei partiti e movimenti non delegittimati da anni di potere e di commistioni con le logiche corporativo-finanziarie che dominano le scelte dell'Europa oggi, di iniziare a pensare ad una nuova organizzazione solidale che sappia dialogare con i Brics e che offra uno strumento realmente in grado di rompere con il neo-liberismo dell'UE e di gestire in modo appropriato quando avverrà la dissoluzione della zona euro?
 
Certo che è giunto il momento, però non mi illudo che i BRICS rappresentino certamente un sistema di governance diversa, mi concedo il beneficio del dubbio, tenendo conto del fatto che stanno dimostrando di volersi opporre a questo stato di cose. Quello che voglio dire è che non bisogna abbassare la guardia. E' con questo spirito che i movimenti politici di opposizione dovrebbero affrontare questa grande sfida. Il capitale internazionale non ha radici, si insedia dove può.

- Nella nuova lotta di classe tra lavoro nazionale e capitale finanziario internazionale, che lei ha recentemente descritto ne “Il Ricatto dei mercati”, che strumenti sono rimasti in mano alla politica anche alla luce del trattamento riservato al governo democraticamente eletto in Grecia?
 
La guerra tra stati e mercati che stiamo vivendo oggi cela un aspro conflitto fra capitale e lavoro di portata internazionale. Non è un caso che una delle priorità della governance politica è l'abbattimento dei diritti dei lavoratori. La democrazia presuppone il ripristino di un certo equilibrio di forze fra capitale e lavoro, così come avvenuto nel secondo dopoguerra. Occorrono leggi a tutela dei lavoratori, dello stato sociale e di una economia democraticamente sostenibile. L'esatto opposto di quello che il governo Renzi sta portando avanti con le sue "riforme" del mondo del lavoro.
 

Scuola, Civati è un falso ideologico, lo è anche lo Snals?

LIP: referendum contro riforma della scuola. A queste condizioni autogol

di redazione

LIP Scuola - Abbiamo provato in tutti i modi a far comprendere la necessità di un intervento allargato, condiviso, plurale, democratico sulla questione del referendum sulla scuola; di tempi distesi che consentissero l’inattaccabilità del quesito proposto e la possibilità di negoziare con le forze e i movimenti che sono stati protagonisti della mobilitazione.
Lo abbiamo fatto con una grande assemblea il 12 luglio da cui è uscito un documento che inequivocabilmente traccia un percorso partecipato e plurale, fondato sull’attendibilità e l’autorevolezza dei quesiti posti.
Ci troviamo oggi uno scenario schizofrenico, con due quesiti differenti, entrambi decisi da pochi e calati sui molti, moltissimi che sono stati in piazza, hanno elaborato pensiero critico, hanno contrastato l’autoritarismo del Governo. Da una parte Civati propone – nonostante le smentite anche ufficiali e le rassicurazioni ufficiose – il “suo” quesito, finalizzato evidentemente solo a depotenziare in maniera blanda il dispositivo della Buona Scuola, molto più a dare visibilità (sulle spalle della scuola stessa) al nuovo soggetto che intende far scendere in campo.
Dall’altra un sedicente “Comitato Leadership Nazionale”, che fa capo allo Snals di Napoli, che sta portando avanti un proprio quesito totalmente abrogativo della Buona Scuola, attraverso una abile campagna sui social e un sistema di alleanze poco trasparente e quantomeno sospetto. Entrambi stanno tentando di far leva su una reazione “viscerale” ed emotiva della scuola rispetto al sopruso subito.
Ma non è questa la strada. La fretta – e gli interessi particolari – non sono quello che serve alla scuola oggi. Un possibile fallimento andrebbe ad incidere in maniera drammatica sulla possibilità di rafforzare il movimento DELLA scuola e le azioni in programma per il prossimo autunno.
Occorrono serietà, rigore, tempi lunghi della riflessione e soprattutto condivisione: solo a queste condizioni non si determinerà il clamoroso autogol che si sta configurando, alimentando peraltro una pericolosa scissione tra LE VARIE COMPONENTI del mondo della scuola.
A Civati chiediamo – per l’ennesima volta – di ripensarci. Allo Snals nazionale di prendere senza ambiguità le distanze da una propria costola che “ufficiosamente” opera autonomamente. Questo anche per la dignità di un sindacato che ha fatto un pezzo di storia di questo Paese. Abbiamo bisogno di parole chiare e di trasparenza assoluta per poter procedere, a partire dall’appuntamento del 5 e 6 settembre a Bologna, dove il Comitato del 12 luglio proverà a scommettere su un altro modo di andare avanti tutti insieme.

http://www.orizzontescuola.it/news/lip-referendum-contro-riforma-della-scuola-queste-condizioni-autogol

Mobilità sostenibile, anche nell'alta velocità imbecilli pasticcioni

Ferrovie: Trenitalia contro i suoi abbonati e nessuno capisce il perché

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Ferrovie: Trenitalia contro i suoi abbonati e nessuno capisce il perché
ROMA - Fino al 30 giugno gli abbonati ai treni FrecciaRossa e FrecciaArgento potevano utilizzare qualsiasi treno Alta Velocità senza obbligo di prenotazione.
Dal 1° luglio 2015, facendo riferimento ad una generica raccomandazione dell'ANSF (Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie), Trenitalia ha emesso una disposizione che obbliga gli abbonati a dotarsi della prenotazione del posto ogni volta che utilizzano treni AV.
Questa norma, contestata immediatamente da Federconsumatori, sta determinando gravi e quotidiani problemi ai pendolari, questi i più ricorrenti:
  • perdite di tempo aggiuntive per procurarsi la prenotazione;
  • incertezza sulla disponibilità dei posti prenotabili (spesso esauriti per gli acquisti di biglietti singoli operati in precedenza);
  • difficoltà aggiuntive nell’utilizzare un treno diverso da quello già prenotato, in contrasto con la necessaria flessibilità al possibile variare dell’orario di uscita dal luogo di lavoro, spesso non previamente definibile con certezza dal pendolare.
Per Federconsumatori il provvedimento introdotto da Trenitalia ha reso insostenibili le modalità di prenotazione, trasformando impropriamente l'abbonamento in un ticket a convalida giornaliera. Tale soluzione, a giudizio dell’Associazione, contrasta con i diritti degli abbonati così come tutelati dalla normativa europea e deve trovare una diversa soluzione per gestire adeguatamente le nuove forme di pendolarismo che si stanno affermando nel trasporto ferroviario dell'Alta Velocità.
In questo senso Federconsumatori ha proposto all'Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) di adottare indirizzi che prevedano la verifica del numero di abbonati che utilizzano i diversi treni AV (a conoscenza di Trenitalia e altri organismi) e rendere non-prenotabili su ogni treno AV un numero congruo, trasparente e noto di posti proporzionale al numero degli abbonati, eventualmente raggruppati nella stessa vettura. Ulteriore possibilità a vantaggio degli abbonati, in caso di modifica all’ultimo minuto del proprio orario, di poter viaggiare anche all’in piedi, nel limite numerico previsto dalle norme di sicurezza, gestendo così un fenomeno che sarebbe eccezionale.
Va precisato che le norme finora note non escludono infatti la possibilità di viaggiare all’in piedi, ma impongono solo limiti di numero e di allocazione sul treno di questi viaggiatori.

venerdì 24 luglio 2015

Renzi, Boschi, Lotti, conflitto d'interesse, Carrai carriera veloce perchè amico degli amici

Corporacion America finanzia la Fondazione di Renzi: è la Repubblica delle banane

Comunicato stampa

Corporacion America finanzia la Fondazione di Renzi: è la Repubblica delle banane

Comunicato -  
Una Città in Comune-Rifondazione Comunista 23 luglio 2015

Quella che sta costruendo Renzi è una Repubblica delle banane in mano a una oligarchia in cui gli interessi economico-finanziari guidano le scelte politiche che il segretario del Pd nonché Presidente del Consiglio sta portando avanti.

E' sufficiente leggere l'elenco dei finanziatori della Fondazione Open -  la "cassaforte" di Renzi, gestita dal trio Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Marco Carrai - per trovare una piena conferma di ciò.

Tra i finanziatori della Fondazione c'è Corporacion America, la discutibile multinazionale del magnate argentino Eurnekian che negli scorsi mesi, grazie alla attiva collaborazione del Presidente della Regione Enrico Rossi e del Pd, ha fatto la scalata agli aeroporti di Pisa e Firenze, realizzando la fusione di Sat e Adf in Toscana Aeroporti e progettando la grande speculazione della nuova pista a Peretola da 2400 metri.

La cifra versata da Corporacion America è di appena 25 mila euro ma è il valore simbolico di questa "donazione" che rende evidente il verminaio di interessi e di relazioni con i poteri forti che Renzi sta tessendo. La nuova pista infatti sarà realizzata da Corporacion America grazie ad un investimento governativo di 150 milioni euro con il decreto Sblocca Italia.

Già nelle scorse settimane avevamo denunciato tutto ciò con un dossier dal titolo "Tutti gli uomini del Presidente" in occasione delle nomine del nuovo CdA di Toscana Aeroporti. E scorrendo l'elenco dei finanziatori della Fondazione Open troviamo alcuni dei nuovi membri del Cda: da Jacopo Mazzei (presidente dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze) a Leonardo Bassilichi (Presidente della Camera di Commercio di Firenze) ma anche la Alha Airlines che gestisce i servizi di cargo anche negli aeroporti di Pisa e Firenze, per non parlare di Marco Carrai che è stato nominato Presidente del CdA Toscana Aeroporti.

Ma a fronte di questo scandaloso intreccio di interessi il sindaco di Pisa che ha votato a favore di queste nomine non ha nulla da dire? E il Pd pisano?

Ormai per il Pd non sembra più esservi distinzione tra gli interessi privati e quelli pubblici, e questa vicenda ne è la concreta ed ulteriore dimostrazione.

Una città in comune
Rifondazione Comunista

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PisaToday



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