Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2015

Islam è cultura

I 10 studiosi musulmani che hanno rivoluzionato il mondo

I 10 studiosi musulmani che hanno rivoluzionato il mondo

(Al Huffington Post Maghreb). Dalla matematica alla filosofia, passando per la medicina e la sociologia: la storia del mondo islamico pullula di grandi studiosi e pensatori che hanno rivoluzionato le loro discipline e anche il corso dell’umanità.

Abbas Ibn Firnas. Nato nell’810 nella provincia di Malaga, è stato il primo a elaborare il progetto folle del volo. Con un mantello di piume, si lanciava dall’altro del minareto sperando di planare, benché senza molto successo. Tuttavia, si dice che Leonardo da Vinci sia stato ispirato proprio a Firnas.
Muhammad Ibn Musa al-Khwarizmi. Originario dell’Uzbekistan e autore dell’opera “al-Kitab al-mukhtasar fi hisab al-jabr wa al-muqabala”, è considerato il padre dell’algebra. Il suo nome ha dato vita alla parola ‘algoritmo’. Ha inoltre apportato diversi contributi all’astronomia.
Ibn Zakariya al-Razi (Rhazes). Conosciuto per il suo talento scientifico, al-Razi è considerato uno dei pionieri della medicina sperimentale. Contrariamente alle pratiche dell’epoca che trascuravano la medicina preventiva, al-Razi ha preferito concentrarsi sull’analisi dei sintomi e ha dato un’importanza senza precedenti alle circostanze di vita del malato e al suo stato mentale nel quadro del processo di guarigione.
Ibn Khaldun. Nato a Tunisi nel 1332, è considerato il precursore della sociologia moderna. Dopo la morte dei genitori, appena 15enne Ibn Khaldun si trasferisce a Fes, in Marocco, per unirsi al Consiglio dei Saggi. Viene ricordato per il suo capolavoro “Al-Muqaddima”, nel quale cerca di determinare le causa dell’ascesa e della caduta delle dinastie arabe.
Ibn Sina (Avicenna)Nato nel 980 nell’attuale Uzbekistan, è considerato il padre della medicina moderna. Autore del celebre “Qanun” (o Canone), Avicenna fu un bambino prodigio: a 16 anni, dispensava il suo sapere a illustri medici dell’epoca. Grazie al suo lavoro, molte malattie furono finalmente diagnosticate e curate, come la meningite e il diabete.
Muhammad al-Idrisi. Nato a Ceuta, è stato uno dei pionieri della geografia descrittiva. Su richiesta del re di Sicilia, al-Idrisi ha viaggiato nel Mediterraneo al fine di descrivere l’Italia, la Spagna e l’Africa settentrionale, realizzando la sua opera principale nota come “Il Libro del Ruggero”. Più tardi, ha redatto un’opera più completa dal titolo “Rawd-Unnas wa-Nuzhat al-Nafs” (“Piaceri dell’uomo e gioie dell’anima”), nel quale descriveva l’insieme delle specificità geografiche accanto agli usi e i costumi locali.
Jabir Ibn Hayyan (Geber). Nato nel 721, ha trasformato la chimica da arte occulta a disciplina scientifica. I suoi trattati sono stati a lungo un punto di riferimento per gli alchimisti europei. Ha posto le basi per la chimica moderna. Gli si attribuisce inoltre l’invenzione di diversi strumenti di laboratorio usati ancora oggi, come il noto alambicco.
Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd (Averroè). Vissuto tra la Spagna e il Marocco, Averroè fu soprannominato dai suoi compagni “il Commentatore”, grazie all’analisi delle opere di Aristotele che lo renderanno celebre in Occidente. È inoltre considerato il padre della laicità, tentando di separare la ragione dalla fede, cosa per cui è stato considerato un eretico.
Taqi al-Din. Nato a Damasco nel 1526, Taqi al-Din si è interessato di astronomia e meccanica ottica. È stato l’inventore del telescopio. Convinse inoltre il sultano Murad III a costruire un osservatorio astronomico a Istanbul per fare concorrenza a quelli europei.
Abu al-Qasim al-Zahrawi (Abulcasis)Padre fondatore della chirurgia moderna, al-Zaharawi è considerato uno dei maggiori chirurghi musulmani. Originario di Cordova, fu autore di un’enciclopedia di 1.500 pagine nel quale ha illustrato più di 200 strumenti chirurgici.

http://arabpress.eu/i-10-studiosi-musulmani-che-hanno-rivoluzionato-il-mondo/67139/?utm_source=Arabpress+mailing+list&utm_campaign=ac7d3bd85a-1_Agosto8_1_2015&utm_medium=email&utm_term=0_a1ee51fc47-ac7d3bd85a-81948633

la politica non può più essere grigia ma a colori

Reggio, l’autocritica di Gratteri e l’entusiasmo di Angela Marcianò: “serve coraggio, rimbocchiamoci le maniche”

Reggio, a Salire l’incontro con l’Associazione Nuova Solidarietà: molto interessanti le dichiarazioni degli ospiti Gratteri e Marcianò

Nuova Speranza incontro Gratteri e Marcianò Reggio Calabria (24) 

Si è tenuto stasera presso il Parco pubblico di Salice, nella periferia nord di Reggio Calabria, l’incontro pubblico con il procuratore della Repubblica aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, e l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Reggio Calabria Angela Marcianò. L’evento, inserito nel programma della manifestazione “Giovani in campo” organizzata dal periodico di attualità dell’associazione Nuova Solidarietà “In cammino”, ha visto la partecipazione di centinaia di persone, tra cui molti giovani, alla presenza di numerose autorità.

Nuova Speranza incontro Gratteri e Marcianò Reggio Calabria (33) 

Il tema dell’iniziativa era “La responsabilità politica dei giovani nel segno della legalità”, particolarmente sentito e coinvolgente l’intervento dell’assessore Marcianò che con grande pathos ha raccontato la sua storia personale in cui per ottenere una serie di successi e soddisfazioni ha dovuto combattere con quella mentalità tipicamente meridionale volta alla rassegnazione, la mentalità del “chi te lo fa fare“, la mentalità del “tanto non ce la farai“. L’assessore ha esaltato le doti di “entusiasmo e coraggio, perché la politica non può più essere grigia ma a colori. E intorno a noi c’è poco coraggio, troppa paura“.

Nuova Speranza incontro Gratteri e Marcianò Reggio Calabria (31)Molto interessanti anche gli interventi del Procuratore Gratteri, che sull’Agenzia dei Beni Confiscati ha illustrato il suo progetto di riforma e la sua posizione secondo cui “la sede non deve essere a Reggio, è inutile, deve stare a Roma perché deve confrontarsi con i Ministeri e gli uffici che sono nella Capitale” (vedi video). Molto duro Gratteri anche sull’istruzione: “l’Italia è al 156° posto del mondo, ci sono tanti Paesi dell’Africa che sono molto più istruiti di noi. E c’è un grande divario da nord a sud. In Friuli in ogni famiglia ci sono in media 450 libri, a Reggio penso che se ce ne sono 20 sono tanti. Dobbiamo correre, galoppare per arrivare a quei livelli, a quei target. Siamo vagabondi, svogliati, non ci piacciono i sacrifici. Il Lungomare è sempre pieno“.

Renzi, il ragazzino batte i piedi, gli stanno togliendo la marmellata dalle mani

Renzi corre verso le elezioni. Ma Mattarella scioglierà le Camere?

Precipita la situazione nel Pd. Renzi si sfoga con i fedelissimi: "O la sinistra Pd si allinea e mi lascia governare o al primo incidente in Aula dopo l'estate vado alle elezioni e non ne ricandido nemmeno uno"



renzi senato ape (1)

Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)


Ufficialmente Matteo Renzi dichiara di avere i numeri al Senato, di essere tranquillo e di andare avanti. Ma il ko sul canone Rai ha fatto suonare più di un campanello d'allarme a Palazzo Chigi. Il premier - secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it - si sarebbe sfogato con i suoi più stretti collaboratori: "O la sinistra Pd si allinea e mi lascia governare o al primo incidente in Aula dopo l'estate vado alle elezioni e non ne ricandido nemmeno uno".

L'ex sindaco di Firenze non ne può più dei distinguo e delle prese di posizione dei vari Bersani e Bindi (solo per fare due nome) contro la linea del Nazareno. L'ingresso di Verdini nella maggioranza e quel flirt nascosto ma mai tramontato con Silvio Berlusconi hanno mandato in fibrillazione la minoranza dem. Sulle riforme istituzionali come sulla Rai si rischia l'incidente. I verdiniani dell'Ala sono una decina a Palazzo Madama ma i dissidenti del Pd sono tra 20 e 25 e quindi i numeri sono risicatissimi. Renzi non ha nessuna voglia di dover contrattare continuamente con i singoli senatori che non obbediscono alla linea del partito e del governo.

Ed ecco la svolta: minacciare il ritorno alle urne, con il cantiere della Tsipras italiana ancora tutto da costruire e senza un leader spendibile, per costringere la minoranza interna a più miti consigli. E se davvero non ci fosse unità sui temi chiave, dalle riforme ai provvedimenti economici, come ha detto il ministro Boschi, l'ipotesi delle elezioni anticipate diventarebbe improvvisamente d'attualità. Bisogna vedere però se Sergio Mattarella è pronto a sciogliere le Camere, anche e soprattuto con una legge elettorale diversa per Montecitorio e Palazzo Madama, o se invece il Quirinale, in caso di dimissioni dell'attuale esecutivo, non cerchi prima un'altra soluzione.

Che potrebbe anche essere quella avanzata in un'intervista ad Affaritaliani.it del senatore grillino Mario Michele Giarrusso di Graziano Delrio premier. Un fedelissimo di Renzi, apprezzato anche dalla sinistra interna, stimato dai centri di Alfano e che potrebbe ottenere il consenso perfino di Forza Italia. Il mese di agosto sarà fitto di trattative e consultazioni informali e a settembre si capirà se Renzi andrà avanti o se si apriranno nuovi scenari politici completamente differenti.

http://www.affaritaliani.it/politica/renzi-elezioni-minaccia-matterella-voto-urne-378008.html 

Il Capitalismo attacca il Capitalismo dopo aver disintegrato il proletariato

Il boss dei bond attacca le banche centrali: i tassi zero distruggono il capitalismo

Bill Gross attacca i tassi zero

L'ex boss di Pimco, Bill Gross, attacca le banche centrali, accusandole di avere ucciso il cuore del capitalismo con le loro politiche dei tassi zero.

Le banche centrali hanno bisogno di capire che i tassi zero non sono la soluzione ai problemi dell'economia, ma parte del problema. Lo scrive l'ex boss di Pimco, Bill Gross, che da settembre guida il Janus Capital Group. La ragione di tale affermazione? Secondo il manager, società con rating BB-, B- e in alcuni casi anche CCC- hanno avuto la possibilità in questi anni di prendere a prestito denaro sul mercato a tassi anche inferiori al 5%. Pertanto, le politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali sono finite per creare un sistema di imprese "zombie", che adesso vagano nell'economia.

E questo eccesso di liquidità ha aumentato il ritmo degli investimenti sul mercato azionario, nota, tanto che gli acquisti attuali viaggiano al ritmo di 1.020 miliardi di dollari annuali, più degli 863 miliardi del 2007, ultimo anno prima dello scoppio della crisi finanziaria. Dunque, spiega Gross, i tassi zero stanno incentivando l'investimento in borsa e non nella creazione di posti di lavoro.
APPROFONDISCI - Tassi USA, ecco perché la Fed potrebbe alzarli a settembre
Di più: queste politiche starebbero distruggendo il cuore del capitalismo, perché consentirebbero anche alle imprese meno efficienti di bivaccare sul mercato. Oltre tutto, continua, i margini delle banche si riducono sempre più e ciò spinge gli istituti a ridurre l'offerta di credito, mentre i fondi pensioni e le assicurazioni patiscono danni e potrebbero anche essere travolti da una crisi di insolvenza. A ciò si aggiunge il fatto che i prezzi sul mercato non funzionano più da guida.
Per questo, colui che ha co-fondato e gestito fino allo scorso anno il maggiore fondo obbligazionario al mondo ritiene che la Fed abbia il dovere di alzare i tassi a settembre, capendo che i bassi tassi hanno conseguenze negative, oltre che positive.
Le critiche di Boss non sono una novità nel panorama degli investitori. Da molto tempo, ad esempio, il finanziere svizzeroMarc Faber attacca le principali banche centrali del pianeta, sostenendo che le loro politiche monetarie avrebbero effetti molto negativi sull'economia, addirittura, considerandole la fine del capitalismo e notando come i tassi zero finiscano per redistribuire ricchezze immense in favore di un piccolissimo nucleo di famiglie, quelle che detengono titoli e che possono, quindi, approfittare del boom dei prezzi di questi anni, sostenuto proprio dai bassi tassi del mercato.
APPROFONDISCI - Marc Faber: il capitalismo non è più libero. Le banche centrali causano diseguaglianze
Boss ha stupito il mercato ad aprile, quando ha twittato che "shortare" i Bund tedeschi sarebbe l'occasione di una vita. In poche settimane, i rendimenti decennali dei titoli di stato della Germania passarono dallo 0,049%, il minimo storico raggiunto 3 mesi e mezzo fa, fino alle soglie dello 0,80%, per via di massicce vendite, scatenate proprio dal tweet del manager, considerato un guru in tema di mercato obbligazionario. Il boss, oltre ad augurarselo, si aspetta che la Fed alzi i tassi a settembre.
APPROFONDISCI - Quantitative easing, la scommessa di Gross contro i Bund e le alternative di Draghi

http://www.investireoggi.it/economia/il-boss-dei-bond-attacca-le-banche-centrali-i-tassi-zero-distruggono-il-capitalismo/

Porto Rico, gli stati falliscono

Porto Rico e il debito da 72 miliardi: oggi fallisce la Grecia degli Stati Uniti

L’isola caraibica è insolvente, ma le conseguenze le paga Washington
inviato a new york

 

Oggi, a meno di improbabili sorprese, fallisce Porto Rico. O quanto meno comincia il processo del default relativo ai suoi 72 miliardi di dollari di debito, che ormai fanno descrivere l’isola caraibica come la Grecia degli Stati Uniti.  

In queste ore, infatti, scade il primo pagamento che Porto Rico non sarà in grado di onorare, cioé 58 milioni di dollari dovuti a chi aveva comprato i suoi bond. E’ il week end, in teoria la resa dei conti potrebbe essere rinviata a lunedì, e la cifra in discussione è ancora molto ridotta. La sostanza, però, non cambia: il governo dell’isola è insolvente, e senza un serio intervento di ristrutturazione provocherà guai seri anche a Washington. 

Porto Rico non è uno stato americano, ma un territorio che appartiene agli Usa a tutti gli effetti. In teoria potrebbe avere un’economia florida, soprattutto grazie al turismo e ai servizi, ma nella pratica è in recessione ormai da nove anni. La crisi è stata provocata da una gestione scellerata delle finanze pubbliche, evasione fiscale, costi troppo alti di energia e trasporti, obbligo di garantire lo stesso livello di retribuzione minima degli Stati Uniti, cioé 7,25 dollari all’ora che sull’isola caraibica sono un’enormità insostenibile. La disoccupazione giovanile è schizzata sopra al 25% e, trattandosi di un territorio americano, chi ha potuto è emigrato negli Usa, riducendo ancora di più la forza lavoro e la base contributiva locale.  

Il governo ha cercato di contenere gli effetti della crisi offrendo un’assistenza pubblica insostenibile, che ormai beneficia circa il 40% della popolazione. Nello stesso tempo ha emesso obbligazioni con enormi facilitazioni fiscali, che hanno attirato gli investimenti dei locali in cerca di soluzioni per le loro pensioni, ma naturalmente non hanno prodotto ricavi per l’amministrazione pubblica.  

Così il debito si è gonfiato fino a 72 miliardi di dollari, e il mese scorso il governatore Alejandro Garcia Padilla è stato costretto ad ammettere che non ha i soldi per ripagarlo. Il problema è che la legge vieta al governo federale americano di andare in soccorso di Porto Rico, e quindi la soluzione deve essere interna: ristrutturazione del debito, aumento delle tasse e taglio dei servizi.  

Tutti questi provvedimenti, però, ricadrebbero in larga parte sulle spalle degli stessi abitanti dell’isola, perché sono loro i principali sottoscrittori dei bond in scadenza. Quindi sarebbero loro che dovrebbero nello stesso tempo perdere buona parte dei propri investimenti, pagare più tasse e ricevere meno benefici e servizi.  

Il segretario al Tesoro Lew ha chiesto al Congresso di cambiare le leggi, in modo da consentire il salvataggio di Porto Rico, ma intanto da oggi cominceranno a saltare i primi pagamenti. 

http://www.lastampa.it/2015/08/01/economia/porto-rico-e-il-debito-da-miliardi-oggi-fallisce-la-grecia-degli-stati-uniti-o9uuYSx9zS8Qwr4Lhq4MBN/pagina.html

TTIP, il trattato che i popoli non devono sapere

PATTO SEGRETO

Ecco cos'è il Ttip: un favore alle Corporations calpestando diritti e democrazie


ITALIA. Un trattato segretissimo e deciso ai piani alti delle istituzioni europee potrebbe letteralmente stravolgere la vita di milioni di europei. Norme decise senza interpellare alcun parlamento (anzi persino il Palamento Europeo è stato tenuto allo scuro) si stanno varando norme che dovrebbero favorire “il libero mercato” ma così facendo si creerebbero ricadute e conseguenze micidiali sulle economie locali, sulla tutela dei diritti come la salute, l’ambiente e l’alimentazione.
Si chiama Transatlantic Trade and Investment Partnership, meglio noto come TTIP, e ufficialmente è finalizzato a «ridurre le barriere commerciali» e a «rilanciare la crescita economica per uscire dalla crisi».
Sono molteplici i campi di intervento del trattato che spazia dalle tariffe doganali alle lungaggini amministrative, cambia le regole delle controversie con le Corporations e istituisce arbitrati che sovrasterebbero persino le legislazioni nazionali.
Ci sono poi nuove regole sui servizi finanziari, sull’agroalimentare e la sanità. Tutto in ossequio alla sacra regola dell’incremento del business.
La parola d’ordine è “facilitare”: tutto quello che rallenta il commercio sembra debba essere eliminato e per questo si stima  un beneficio di 119 miliardi di euro l’anno (pari a 545 euro per una famiglia media) per l’Europa, 95 miliardi di euro l’anno per gli USA (pari a 655 euro per famiglia).
Tutto ha un prezzo e in questo caso si pagherebbe in termini di cessioni di diritti, tutele, salute ed in una parola con la cessione di una parte della democrazia.

MINACCIA PER LA DEMOCRAZIA: L’INTERESSE PUBBLICO CEDE IL PASSO A QUELLO PRIVATO
Non sempre gli States sono meglio dell’Europa. Non sempre la “libera” America è davvero più libera. Non sempre la tutela dei diritti è maggiore in America. Non a caso la culla del diritto è in Italia e questo ha permesso all’Europa di essere all’avanguardia su alcuni aspetti che riguardano la vita di tutti i cittadini.
Per esempio sarebbe affievolita la tutela dell’interesse pubblico, cioè di tutti quei beni (anche immateriali) che vengono gestiti e preservati dai governi perché troppo importanti per lasciarli sul mercato. Molti servizi pubblici andrebbero verso la inesorabile privatizzazione o svendite selvagge a vantaggio di poche lobbies.
 Ma per favorire il libero mercato si abbasserebbero gli standard di qualità, per esempio, sulla sicurezza dei cibi o della salubrità dell’ambiente, dei luoghi di lavoro, sull’utilizzo di sostanze chimiche o non del tutto prive di conseguenze negative. Anche dal punto di vista della tutela del consumatore i livelli di difesa scenderebbero inesorabilmente con uno sbilanciamento verso le imprese. Facilitare in questo caso molto spesso significa diminuire costi e controlli per abbassare i prezzi ed essere maggiormente competitivi sui mercati. A discapito della qualità e della genuinità.
Il trattato  viene negoziato in segreto tra la Commissione europea e il ministero del Commercio Usa: non c’è accesso alle bozze dei testi dell’accordo – nemmeno per i membri del Parlamento europeo o dei Parlamenti nazionali – e quanto trapela sono tutte cose che non avremmo dovuto conoscere.
I governi europei hanno dato alla Commissione Europea il mandato di negoziare con gli Stati Uniti anche la liberalizzazione degli investimenti delle imprese multinazionali con il fine di dare più potere a queste.
Si aprono i mercati e si proteggono gli investitori ma se un governo decide per esempio di introdurre regolamentazioni o norme a tutela della salute che possano essere “restrittive” rispetto agli interessi commerciali ovvero agli interessi economici degli investitori stranieri, tali da “espropriare” direttamente o indirettamente gli investitori medesimi, allora scattano sanzioni o azioni legali con la funzione di precludere l’applicazione della norma a tutela della salute ovvero imporre forme di compensazione contro lo Stato che si azzardi a far valere le proprie prerogative.
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TRIBUNALI PRIVATI E AVVOCATI-GIUDICI
Tra le norme in discussione c’è anche la Investor-state dispute settlement (ISDS), uno strumento di diritto pubblico internazionale già utilizzato che in qualche modo si sostituisce alla legislazione nazionale instaurando tribunali privati.
Tali tribunali di arbitrato constano di collegi di tre membri scelti, ricorso per ricorso, da una short list di avvocati privati (circa 300) dei maggiori studi, pagati profumatamente per ogni arbitrato, le parti in causa poi si scelgono il giudice. Secondo alcuni questo tipo di giurisdizione aprirebbe il campo a conflitti di interessi e a richieste milionarie delle Corporations ai danni degli Stati nazionali in caso di controversie.
Luis Fernandés-Arbesto, professione arbitrator internazionale, ha detto parlando dell’arbitrato e del Ttip: «Quando mi sveglio di notte e penso all’arbitrato, non smetto mai di meravigliarmi come Stati sovrani si siano accordati per tali arbitrati sugli investimenti. [...] Tre individui privati ricevono il potere di rivedere, senza alcuna restrizione o procedura di appello, tutte le azioni del governo, tutte le decisioni delle corti, e tutte le leggi e regolamenti emanati dal parlamento».


SALUTE A LORO
In fondo il Ttip è “soltanto” un accordo bilaterale tra due nazioni federali: gli Usa e L’Europa che però coprono il 50% del prodotto interno lordo dell’intero pianeta e per questo si è parlato anche di “Nato del commercio”.
 
La liberalizzazione dei lacci e lacciuoli tra Europa e Usa in campo sanitario significa che qualunque operatore statunitense potrebbe venire in Italia ad aprire cliniche e ospedali. Questo aumenterebbe la concorrenza anche con gli ospedali pubblici. Secondo alcuni analisti l’arrivo dei colossi americani spazzerebbero via anche i piccoli operatori e le piccole medie imprese (che operano nel caso di questo esempio nella sanità) poiché chi giunge da oltre Oceano non può essere in alcun modo discriminato.
Si pensi agli appalti pubblici e alle commesse pubbliche di vario genere: anche le imprese medie o medio grandi potrebbero faticare ad accaparrarsi commesse se il confronto è con multinazionali che al confronto sono giganti.
   
BOCCONE AMARO
E’ opinione di alcuni studiosi, ad esempio, che l’accordo TTIP avrà effetti assai negativi sulla lotta contro le malattie croniche (diabete, obesità, patologie cardiovascolari e dentali), per il semplice fatto che favorirà, tra gli altri, la disponibilità di cibo ipercalorico.
La necessità di una “convergenza sulle regolamentazioni” tra Stati Uniti ed Europa porterà inesorabilmente l’Europa ad omologare gli standard sulla qualità dei cibi e dell’ambiente ai livelli americani. Ed il problema è che il quadro normativo statunitense è molto meno rigoroso. Il 70% del cibo confezionato in vendita negli Stati Uniti contiene ingredienti geneticamente modificati (Ogm), al contrario dell’Europa, dove la loro circolazione commerciale è di fatto vietata.
PESTICIDI E PRODOTTI IMPORTATI
L’uso dei pesticidi in agricoltura negli Stati Uniti non ha paragoni rispetto alle regolamentazioni europee, e la stessa cosa vale per il ricorso agli ormoni e agli antibiotici, massicciamente utilizzati per far crescere di più e più velocemente gli animali da macello, una pratica assai più controllata in Europa a causa dell’incidenza dei tumori e delle nuove resistenze antimicrobiche.
Infine, in Europa, le sostanze tossiche si possono usare solo quando ne sia stata certificata la non dannosità, mentre in America è il contrario: ogni sostanza è utilizzabile finché la sua nocività non sia provata.
Dunque di fatto con Il Ttip si potrebbero liberamente importare  e vendere prodotti che hanno potuto beneficiare di pesticidi vietati in Europa oppure vendere cibo con Ogm, cosa che non potrebbero fare i diretti concorrenti europei. Secondo diversi studiosi anche l’impatto sulla libera concorrenza del mercato subirebbe molteplici scossoni in diversi campi essendo alterata di fatto la parità tra le imprese.  
 FINANZA REGOLE E CONTROLLI A RIBASSO
L’uniformarsi delle regole finanziarie  tra Usa ed Europa porterebbe secondo diversi analisti ad un ulteriore impoverimento dei controlli e delle tutele degli acquirenti. Tra l’altro in diversi hanno fatto notare come sia quanto meno grottesco che gli Usa dettino tali norme agli europei quando proprio negli Stati Uniti meno di dieci anni fa si sono aperte le crisi finanziarie più profonde causate esattamente dalle maglie larghe dei controlli. Crisi finanziarie che hanno avuto carattere mondiale e come protagoniste indiscusse e intoccabili una decina di banche mondiali.

Questi sono solo alcuni (s)punti che riguardano una materia molto vasta e ancora troppo nebulosa. C’è ancora molto altro da sapere sul Ttip e per questo qui sotto proponiamo alcuni link per approfondire.

http://www.primadanoi.it/news/mondo/561018/Ecco-cos-e-il-Ttip-.html

Cile e Bolivia prove di dialogo

Evo Morales propone al Cile la mediazione del Papa

Il Presidente della Bolivia: un negoziato per risolvere entro cinque anni il contenzioso sullo sbocco al mare con «il fratello Francesco» come garante


Il presidente della Bolivia Evo Morales ha proposto ufficialmente al governo del Cile di aprire un negoziato per la soluzione del contenzioso sullo sbocco al mare nel quale papa Francesco sia riconosciuto dalle parti come garante. L'annuncio è stato dato nel corso di una conferenza stampa dallo stesso presidente boliviano e si ricollega a uno dei temi affrontati durante il recente viaggio di Bergoglio in America Latina. Morales ha proposto alla presidente del Cile Michelle Bachelet di recarsi insieme in visita in Vaticano, per sancire l'inizio di questo processo. Tra l'altro proprio il Cile è uno dei paesi che papa Francesco ha in agenda per i suoi viaggi del 2016.

Era stato per primo il governo di Santiago - il 10 luglio scorso, proprio mentre papa Francesco si trovava sulle Ande - a rendere nota la propria disponibilità a ristabilire le relazioni diplomatiche con la Bolivia, interrotte dal 1978. Uno strappo dietro al quale c'è sempre la questione dello sbocco al mare, 400 chilometri di costa persi dalla Bolivia nella guerra combattuta tra il 1879 e il 1883 e da allora costantemente motivo di attrito tra i due Paesi. Morales adesso ha risposto dichiarando che anche La Paz è disponibile a ristabilire relazioni diplomatiche con il Cile, rilanciando però con questa proposta di un negoziato teso a risolvere la questione dello sbocco al mare entro cinque anni.

Morales ha anche sostenuto che «le parole di papa Francesco hanno suscitato commenti positivi, buone iniziative e un sostegno internazionale al popolo boliviano in questa grande rivendicazione di tornare all'Oceano pacifico con uno spazio sovrano». Va aggiunto subito che le prime reazioni del governo cileno sono state fredde: il portavoce di Michelle Bachelet, Marcelo Diaz, ha risposto che la ripresa delle relazioni diplomatiche deve avvenire «senza condizioni»; del resto nelle sue posizioni ufficiali Santiago ha sempre escluso la possibilità di ridiscutere la questione di uno sbocco sul mare per la Bolivia, in qualunque forma. Dal 2013 - inoltre - sulla vicenda pende anche un ricorso presentato da La Paz davanti alla Corte internazionale di Giustizia dell'Aja; istanza alla quale Santiago non riconosce alcuna giurisdizione sulla vicenda.
Proprio per questi motivi papa Francesco era stato molto prudente durante il suo viaggio in Bolivia. Durante la conferenza stampa nel volo di ritorno - a un giornalista boliviano che gli chiedeva espressamente se avrebbe accettato una richiesta di mediazione tra i due Paesi su questo tema - aveva risposto che «la questione della mediazione è molto delicata e sarebbe come un ultimo passo; l’Argentina lo ha vissuto con il Cile (nel 1978 sul canale di Beagle ndr) ed è stato realmente per evitare una guerra». In quell'occasione papa Francesco aveva anche chiarito il senso delle parole pronunciate sull'argomento nei giorni precedenti: «Nella cattedrale della Bolivia - aveva spiegato - ho toccato questo tema in modo molto delicato, tenendo conto della situazione di ricorso al tribunale internazionale. Ricordo perfettamente il contesto: “I fratelli devono dialogare, i popoli latinoamericani dialogano per creare la patria grande, il dialogo è necessario”. Lì mi sono fermato, ho fatto silenzio, e ho detto: “Penso al mare”. E ho continuato: “Dialogo e dialogo”. Voglio che sia chiaro - aveva aggiunto - che il mio intervento è stato un ricordare questo problema, ma rispettando la situazione come si presenta ora. Stando in un tribunale internazionale, non si può parlare di mediazione, né di facilitazione, bisogna aspettare».

http://www.lastampa.it/2015/07/31/esteri/vatican-insider/it/evo-morales-propone-al-cile-la-mediazione-del-papa-gMfwNp1VX5ywWhK9ogxZFL/pagina.html

NoTav, stato dell'arte

Fortino-cantiere violato, è possibile

300 tra soldati e forze dell'ordine al giorno, non servono. I No Tav conoscono il territorio e se vogliono entrano a controllare lo stato dei loro terreni


di Valsusa Report
Abbiamo seguito i No Tav per vedere l’efficacia del controllo sul fortino-cantiere della Maddalena di Chiomonte. L’occasione si verifica durante un’azione nei pressi del cosiddetto “varco chiomonte”, come scritto sul cartello che lo annuncia. Un varco secondario rispetto al primo, sull’autostrada e che è costato circa un milione di euro (da una stima dei lavori effettuati in diverse momenti, motivo dei blocchi del mercoledì a pranzo e del venerdì a cena).
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Partiamo, ci portano con loro due baldi ultra settantenni. Il sentiero è ripido e scosceso, parte dal paese di Chiomonte, scende prima in una valletta e poi si dirige verso il torrente. Qui il guado delle acque torrentizie; siamo sotto al cantiere, oltre il confine dell’ordinanza prefettizia, ordinanza che include la possibilità per chi ha terreni confinanti alle strade di accesso, la libera circolazione. Per questo abbiamo scelto chi di noi è valsusino e proprietario di terreni lì e in Clarea; Siamo abbastanza tranquilli; l’incognita sono sempre la reazione e le possibili manganellate. Si controllano i terreni e si constata il loro stato di abbandono. Anche con domande di accesso, sovente rifiutate, l’impossibilità di accedere ai terreni per la manutenzione è diventata regola. Tutto incolto e sommerso dalle erbe selvatiche, un tuffo al cuore per i due No Tav e per il sottoscritto: vedere il proprio terreno così ridotto lascia sgomenti. Non fa niente ritorneremo di nuovo qui, ci diciamo; il terreno e il territorio sono nostri: è la promessa decisa sul luogo.
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Si prosegue, certamente le guardie al fortino-cantiere si sono accorte della presenza dei No Tav ma non accade nulla. Dopo un bel po’ giungono dalla strada alcuni agenti del servizio Digos della Questura di Torino. Impongono l’alt e il controllo dei documenti. Dichiariamo di essere proprietari dei terreni e di essere lì per un controllo. La risposta brusca della Digos ci annuncia una denuncia sulla base dell’ art.650 del codice penale (violazione zona rossa).
Accompagnati all’uscita i proprietari terrieri No Tav sono accolti dal gruppo rimasto fuori dalla zona. “Il fortino-cantiere è meno sicuro di quello che appare – ci dicono fuori dal cancello – quando vuoi entri da dove vuoi, avrebbero solo da farci passare quando glielo chiediamo”.
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Come osservatore vivere un’esperienza del genere suscita differenti emozioni; la preoccupazione delle condizioni dei terreni e l’amarezza per l’assoluta e intransigente posizione di chi controlla il cantiere. Sembra provino una malcelata sensazione di piacere nel poter contestare un articolo del codice penale ad innocui cittadini. La foto ricordo dell’evento scattata con telefonini personali servirà loro da trofeo?, come le strette di mano scambiate tra i colleghi mentre riaccompagnano all’uscita i proprietari terrieri?. Una vittoria, per loro; peccato che i No Tav siano rimasti a controllare i terreni per alcune ore prima che i solerti gendarmi li avvistassero.

Eataly, parliamone così ci rendiamo conto di che pasta sono chi finanzia Renzi

"Così l'Oscar dei furbetti si è impadronito di Eataly"

Il manager Ciocca racconta la sua "strana" società con Farinetti: "Il marchio era mio, lui mi convinse a cederlo e poi mi emarginò"


«L'italian food? È un mondo popolato da campioni e furbetti. Tra questi c'è sicuramente Natale (Oscar) Farinetti, il sedicente inventore di Eataly». Ci sono storie che prima o poi vanno raccontate, altrimenti c'è il rischio di scrivere la storia sbagliata. 


E Celestino Ciocca, manager esperto di brand strategy , ha deciso di scrivere addirittura un libro per svelare le origini del progetto alimentare più dirompente degli ultimi anni, «un brand che oggi vale 300 milioni di euro». Il libro, edito da Lupetti, ha un titolo sibillino: «Eataly mi piace, ma preferisco gli Eatalians». Sì perché è importante, scrive Ciocca, partire dall'inizio, cioè da quell'inglesismo accattivante che ha contribuito non poco al successo della catena inaugurata al Lingotto di Torino per poi espandersi in tutto mondo, da New York a Tokyo, ultima tappa Expo 2015.
«Eataly è un marchio che ho inventato io e che ho registrato il 23 febbraio del 2000, tre lustri fa; era il nome di un grande progetto-Paese che avevo studiato e pianificato per sostenere l'intero comparto agroalimentare italiano nel mondo, con lo scopo di farne un volano per lo sviluppo del turismo e del prodotto Italia». Tutto quello che è accaduto dopo, il manager romano lo racconta passo dopo passo nel suo libro, una spy-story all'amatriciana nella giungla delle strategie aziendali, tra copyright , alleanze, gentlemen agreement e pugnalate alla schiena. «La peggiore di tutte è stata la damnatio memoriae in cui mi ha relegato Farinetti il quale, dopo essersi fatto cedere con astuzia i diritti, mi ha voltato le spalle disconoscendomi perfino la paternità del nome». Malgrado il titolo sornione («Eataly mi piace...») e il tono ironico solo a tratti amarognolo, l'intero pamphlet sprigiona il sapore di una grande beffa all'eat...aliana. Anche se, ci tiene continuamente a sottolineare l'autore, tutto si è svolto pienamente entro i confini del diritto.
«Eataly era un progetto ampio e ambizioso che per essere realizzato aveva bisogno di partner privati e pubblici», racconta Ciocca che dopo una carriera in Texas Instruments e importanti società di consulenza, ha sviluppato per venti anni progetti di brand strategy nel settore agroalimentare. «Un bel giorno venni contattato da un'emissaria di Farinetti che mi chiese di vendere il marchio Eataly. Risposi che non era in vendita, ma lui volle ugualmente incontrarmi». Il faccia a faccia avvenne in un circolo di tennis. «Farinetti mi parlò del suo progetto che aveva qualche affinità con il mio ma che, trattandosi sostanzialmente di una catena commerciale in grande stile, differiva profondamente per le motivazioni strategiche». Da lì ebbe inizio un corteggiamento che, sulle vivide pagine del libro, ricorda molto quello del gatto con il topo. «Farinetti - dice - aveva le idee ben chiare e d'altra parte ben sapeva di avere dalla sua le ampie risorse economiche che a me mancavano. Mi offrì di collaborare insieme, ma a quel nome vincente, Eataly, non intendeva rinunciare. Era molto più bello di quello a cui aveva pensato lui, che era Eat-Italy». Quale sarebbe stata la «collaborazione» emerge dai capitoli successivi del libro. «Il progetto-Paese, quello che io avevo studiato per rilanciare un comparto made in Italy assolutamente sottovalutato, Oscar lo scartò definendolo troppo complicato. Con la sua verve comunicativa mi convinse a cedergli il marchio, in cambio avrei partecipato all'avventura Eataly come consulente; mi sarei occupato della brand strategy : «Se mi dai il marchio - disse - entri dalla porta principale». Accettai forse troppo generosamente dietro la promessa di ampliare assieme le finalità di quella che ai miei occhi era solo una catena di negozi».
Ben presto però, Ciocca inizia a sentirsi un personaggio scomodo e i rapporti si incrinarono allorché, «durante una presentazione pubblica, Farinetti si attribuì la paternità del marchio senza neppure nominarmi. Quando glielo feci notare, mi aggredì dandomi del fallito».
Oggi Ciocca ci riprova e, dopo essersi tolto i sassolini dalla scarpa, mette nuovamente in pista il suo «Progetto-Paese» cambiando lui, sia pur di poco, il nome: da Eataly a Eatalians. Anche stavolta cerca partner pubblici e privati. «Perché? Con la sua catena di supermercati Farinetti ha fatto bingo, ma non ha certo risolto i problemi endemici dell'agroalimentare italiano: che sono soprattutto la scarsa imprenditorialità, la difficoltà dell'export e l'assenza di una politica di sistema. Un esempio: negli ultimi 10 anni l'export delle nostre aziente è cresciuto dell'80 per cento, ma l'«italian sounding», ovvero la domanda di prodotti italiani, è cresciuto del 180 per cento. Il risultato è che nel mondo circola il parmigiano olandese e il salame di Bangkok, mentre negli Stati uniti il 90 per cento dei sughi di pomodoro in scatola sono italiani solo nel logo...». Il logo appunto.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/cos-loscar-dei-furbetti-si-impadronito-eataly-1157141.html 

Eataly, furbetto Lui, furbetto Renzi che senza gara l'ha fatto vincere all'Expo



Libri: “Eataly? Non è Farinetti del suo sacco”

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Quando si pensava di conoscere tutto, luci ed ombre, della catena dell’agroalimentare d’eccellenza Eataly, ecco che se ne scopre una nuova sul presunto ideatore, Oscar Farinetti.

Peccato che quel marchio non l’ha ideato lui. In questi anni infatti c’è stato un processo di identificazione tra il logo ormai noto in tutto il mondo e l’imprenditore: il libro appena uscito, scritto da Celestino Ciocca, racconta tutta un’altra storia. Il manager esperto di brand strategy nel suo «Eataly mi piace, ma preferisco gli Eatalians» regala un nuovo ritratto di Farinetti e conferma il carattere spregiuducato dell’imprenditore che anni fa si affermò grazie alla catena di prodotti hi-tech Unieuro.
In realtà l’improvvisazione di Farinetti nel mondo dell’agroalimentare già venne a galla quando in una trasmissione televisiva non riuscì a distinguere, assaggiandole, una mortadella low cost da un’altra acquistata nella sua catena. (Leggi qui)
Ora, dunque, arriva la storia di Ciocca che racconta dello scippo del logo Eataly da parte di Farinetti, avvenuto però nel rispetto della legge: una sorta di acquisizione portata a termine dopo un lungo corteggiamento che promise a Ciocca di diventare parte integrante del progetto Eataly.
Inizialmente infatti l’autore del libro volveva realizzare un progetto che avrebbe rivoluzionato il sistema agroalimentare italiano, puntando sull’export: il nome dell’idea c’era ed era quello di Eataly, appunto, ma mancava chi finanziasse il tutto. E così arrivò Farinetti con un progetto simile, ma non uguale, intenzionato a far suo quel marchio, Eataly, troppo vincente.
Con la promessa di coinvolgere Ciocca nel suo progetto, Farinetti riuscì a entrare in possesso del nome. Peccato che poco alla volta iniziarono i dissidi tra i due, culminati nella conferenza stampa di presentazione in cui Farinetti rivendicò la paternità del nome Eataly.
Ora, Ciocca vuole ricominciare e puntare sul suo progetto originario: il nome, anche stavolta c’è, sarà leggermente diverso, Eatalians invece che Eataly. Mancano i finanziatori: astenersi ladri di loghi.

http://www.lultimaribattuta.it/30663_libri-eataly-non-e-farina-del-sacco-di-farinetti

Trattato di Maastricht, regole e successivi aggiustamenti ad uso e consumo della Germania


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FINANZA/ "L'allarme" inascoltato dal 1937
Pubblicazione: sabato 1 agosto 2015
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In queste settimane in cui, dopo cinque mesi di difficili discussioni, sta iniziando un complesso negoziato mirato a fare sì, da un lato, che la Grecia non esca dell'unione monetaria e, dall'altro, che l'eurozona non si spappoli, può sembrare curioso chiedersi cosa Frederick von Hayek avrebbe pensato di tale "pasticciaccio brutto". 
Hayek (Vienna 8 maggio 1899-Friburgo 23 marzo 1992) ebbe lunga vita e morì proprio mentre il Trattato di Maastricht stava iniziando il processo di ratifica nel primo, peraltro nutrito, gruppo di Stati che entrarono a fare parte dell'area dell'euro. Tuttavia, già anziano quando iniziarono gli accadimenti (in primo luogo l'implosione dell'Urss) che portarono all'unificazione della Repubblica Federale Tedesca, non si interessò mai direttamente all'integrazione europea. Occorre, però, ricordare che il suo primo libro Monetary Theory and the Trade Cycle (1929) riguardava la teoria delle moneta, anche se vista nell'ottica del teoria del ciclo economico, e il suo terzo Monetary Nationalism and International Stability (1937) trattava specificamente di politica monetaria internazionale. Tra i due, Prices and Production (1931) uno dei testi che, all'epoca, gli diedero maggiore fama. 
Monetary Nationalism and International Stability, invece, non ebbe grande successo, tanto che si dovettero attendere circa cinquanta anni per una ristampa. Solo adesso, poi, ne appare una traduzione in italiano (Friedrich A. von Hayek, Nazionalismo Monetario e Stabilità Internazionale, Presentazione di Lorenzo Infantino, Prefazione di José Antonio de Aguirre, Rubbettino 2015, € 10). Le ragioni per il relativo disinteresse, nel 1937, sono due: da un canto, gli economisti erano principalmente alle prese con quella che è stata chiamata "La Grande Depressione" (e quindi con le polemiche sul pensiero keynesiano); da un altro, è una raccolta di cinque lezioni fatta allo Institut des Hautes Etudes Internationales di Ginevra - in istituto ancora molto attivo nel parco Mon Repos sulla riva del lago Lemano dove allora aveva sede la Società delle Nazioni, e ora una delle sedi europee delle Nazioni Unite. 
L'Institut aveva dato a Hayek ampia facoltà di scelta sui temi da trattare nelle cinque lezioni. Fu lui stesso, quindi, che utilizzò l'occasione per riflettere su nazionalismo monetario e stabilità internazionale. Hayek lamentò di non aver avuto abbastanza tempo per un'analisi esaustiva. In effetti, il libro va trattato quasi come "dispense d'autore": da un canto, rappresenta il pensiero "grezzo" di uno dei più autorevoli scienziati sociali (non solo economista) dal secolo scorso; da un altro, non è levigato come molte altre opere di Hayek. Inoltre, sono "dispense d'autore" di un teorico non di un economista impegnato su problemi "pratici". Nella convinzione che dalla teoria sorgono gli insegnamenti per la pratica, e, quindi, per la politica economica.
Tuttavia, anche se la lettura di alcuni passaggi può apparire un po' ostica, il messaggio è chiaro: avversione per un sistema di cambi fluttuanti (risultanti da "nazionalismo monetario") in quanto fonte di perturbazioni molto gravi per il sistema finanziario ed economico internazionale; avvertimento che il "nazionalismo monetario" e le monete nazionali non possono isolare un Paese da tensioni provenienti da altri Paesi o dal resto del mondo (nel 1937 il termine "globalizzazione" non era in circolazione); certezza che non esiste una base razionale per regolare la quantità di una moneta o di un'area monetaria che sia parte di un sistema economico più ampio.
È un messaggio molto eloquente per dipanare i guai dell'eurozona. In altri termini, il messaggio che si trae da Monetary Nationalism and International Stability è che se si fosse ascoltato Hayek il Trattato di Maastricht non sarebbe stato redatto. Si sarebbe rimasti, forse, all'accordo europeo dei cambi (chiamato in gergo giornalistico Sistema monetario europeo, Sme) che limitava le fluttuazioni e rendeva collegiale il processo decisionale sui cambi, ma non costruiva un sistema complicato di regole, peraltro poco osservato e aggiornato con accordi intergovernativi ad hoc che lo fanno assomigliare a un vestito da Arlecchino.

2015 crisi economica, guardiamo le considerazioni implicite, la volatilità del sacro Mercato, trascina tutto e tutti

Cina, a chi e perché fa paura il tracollo del Dragone. Rischia anche l'export italiano

Cina
Una banconota cinese da 100 yuan su cui è rappresentato Mao Zedong Reuters

Il tutto ha iniziato a manifestarsi a metà giugno 2015 quando il listino della Cina continentale, in poche sedute, ha perso quasi un terzo del valore raggiunto grazie alla corsa degli ultimi mesi. In pochi giorni il dragone cinese ha smesso di far paura per la sua crescita esponenziale, ma ha iniziato a terrorizzare mercati e investitori per il rischio di scoppio di una bolla che avrebbe portato con sè mezzo mondo.
Così, a fine giugno, il governo cinese è sceso in campo per cercare di bloccare l’emorragia e riportare la serenità sul listino orientale. Tra le misure schierate il governo ha tagliato i tassi d’interesse e dei coefficienti di riserva obbligatoria, ha sospeso le IPO per evitare che riducessero la liquidità sul mercato, ha vietato ai maggiori azionisti di vendere azioni per sei mesi, incoraggiato le banche ad acquistare azioni e continuare ad erogare credito.
Dopo qualche timido segnale di ripresa spinto dal forte intervento dello stato cinese, il 27 luglio scorso il listino ha vissuto un’altra giornata da dimenticare. Gli analisti aveva già anticipato che il lieve rialzo era legato agli interventi statali, ma che a breve la fuga degli investitori sarebbe ripresa riportando il listino cinese in rosso con effetto domino sulle altre borse asiatiche. Il 27 luglio Shanghai ha perso l’8,48%, mettendo a segno la seduta peggiore da oltre otto anni, con Hong Kong al seguito a -3,1%.
Nonostante il tentativo di bloccare l’emorraggia il problema Cina al momento c’è e si vede. I mercati internazionali temono che la crisi cinese possa farsi sentire anche sull’economia reale, facendo rallentare i consumi e mettendo a rischio una delle zone più proficue per l’export occidentale. Nessuno al momento sembra in grado di dire se i ribassi continueranno a lungo, ma non si può ignorare il fatto che la Cina è una grande consumatrice di prodotti europei. A risentire maggiormente della situazione saranno i Paesi europei che esportano maggiormente beni di consumo e lusso, come Germania e Svizzera. Ma se la crisi finanziaria diventasse presto anche crisi economica incidendo pesantemente sui consumi anche l’Italia ne risentirebbe.
Ma non sono soltanto gli scambi commerciali ad aumentare il rischio contagio. Come riporta l’agenzia internazionale di rating Fitch, il Regno Unito, nonostante gli scarsi scambi commerciali con la Cina, rischia di risentire in modo particolare della crisi del listino orientale a causa della sovraesposizione delle banche inglesi verso la Cina. Secondo Fitch le banche britanniche hanno almeno 92 miliardi di dollari di asset esposti verso la Cina continentale, un dato che, in termini di singoli territori, è secondo soltanto ad Hong kong che ha un’esposizione di 869 miliardi di dollari. E i dati di Fitch non includono l'esposizione potenziale della Gran Bretagna tramite HSBC o Standard Chartered, due banche del Paese con una forte attenzione sull'Asia. Includendo anche loro, i livelli di esposizione del Regno Unito sarebbe ancora maggiori.
Nonostante i rischi per l’Europa e non solo ci siano, è inutile negarlo, gli analisti si affrettando a precisare che la bolla cinese non darà il via ad una seconda grande recessione, dopo quella partita negli Stati Uniti e della quale paghiamo ancora le conseguenze. La capitalizzazione totale delle società quotate sul listino cinese vale circa il 66% del PIL nazionale, mentre negli Usa il rapporto vale almeno il doppio. Questo basta a tranquillizzare Andrea Goldstein, economista dell'OCSE: “Il settore borsistico cinese non è così importante come era Wall Street per gli Stati Uniti, quindi vedo più difficile che la crisi finanziaria si trasmetta con forza all'economia. Il vero rischio è che il panico da bolla porti a un aumento dell'instabilità politica, a una perdita di autorevolezza del governo di Pechino, che potrebbe non avere più la forza per approvare le riforme economiche promesse.”

accettano le regole della concorrenza solo quando è a loro vantaggio

Windows “impone” l'utilizzo di Edge e fa arrabbiare quelli di Firefox


ReutersReuters

C'è maretta nel mondo dei browser. Nell'infinita lotta alla conquista del mercato - con Google che da quando ha lanciato Chrome s'è guadagnata una leadership molto solida - in questi anni si è assistito a un lento declino di Internet Explorer. Quello che anni fa era il browser per eccellenza, ha subito passivamente l'avvento di software più leggeri e veloci. E non è un caso che la stessa Microsoft abbia deciso di mandare in pensione il vecchio Explorer, associando al lancio di Windows 10 il nuovissimo Edge. Ma è proprio qui che nasce il fatto.
Come ormai accade spesso, i big cercano di sfruttare tutta la loro potenza di fuoco per accelerare la diffusione di un nuovo prodotto. Lo ha fatto Google per anni con il social network Plus, associandolo a YouTube pur di far crescere il numero di utenti. Un esperimento comunque fallimentare, viste le sorti del social di Mountain View. Stavolta è Microsoft a forzare la mano, suscitando il malcontento dei competitor. Con Windows 10, infatti, Nadella e i suoi hanno di fatto “imposto” l'utilizzo di Edge, facendone il browser predefinito anche se prima dell'aggiornamento l'utente ne utilizzava un altro. Una mossa che ha fatto storcere il naso a quelli di Mozilla, tanto che il Ceo Chris Beard ha scritto una lettera aperta proprio a Nadella per esprimere il suo malcontento. Secondo Beard, in sostanza, Microsoft vuole imporre (nuovamente) il suo dominio in fatto di web browser. Una storia che ricorda quella di Netscape, concorrente di Internet Explorer di qualche anno fa. Come andò a finire è storia nota.
C'è da dire che oggi la questione è abbastanza diversa, perché diverso è il concetto di browser, non più semplice software di navigazione ma contenitore di informazioni ed esecutore di applicazioni. Infatti Beard, nella sua lettera, parla di “Internet experience” più che di browser e basta. Mozilla, in realtà, aveva scritto a Microsoft già nei mesi scorsi, quando uscirono le versioni beta di Windows 10, perché il cambio browser era apparso sin da subito molto più contorto rispetto alle versioni precedenti. Preoccupazioni che negli uffici di Redmond pare non abbiano sortito alcun effetto. Anche per questo proprio da Mozilla hanno diffuso un video e un post che spiega come entrare nelle impostazioni di Windows 10 e modificare il browser predefinito (qui tutte le istruzioni )
La lettera di Beard a Nadella è un primo passo. Se questa storia finirà nei tribunali per l'ennesima guerra legale sulla concorrenza è ancora presto per dirlo.

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2015-07-31/windows-impone-utilizzo-edge-e-fa-arrabbiare-quelli-firefox-141211.shtml?uuid=ACrTdta

Quel ragazzotto fiorentino regalatoci da quel traditore di Napolitano

Il Ministero della Verità
di Matteo Renzi

di Claudio Romiti
01 agosto 2015 POLITICA
 
Dalla fase dell’ottimismo della volontà, ben vista all’inizio anche da alcuni osservatori di area liberale, il premier Renzi sembra aver imboccato senza esitazioni la strada del racconto fantastico. Tant’è che proprio alcuni giorni orsono, nel corso della Conferenza degli ambasciatori tenutasi alla Farnesina, ha trionfalmente dichiarato “che l’Italia non è più il Paese delle tasse.” A sostegno di questa vera e propria rivoluzione copernicana del fisco ha ovviamente ribadito la ferma intenzione di abbattere di 50 miliardi la tassazione nei prossimi anni. Ciò sarebbe dimostrato da “ un pacchetto di riduzione fiscale che procede con cadenza fissa e puntuale, alimentato dalla stabilità che è tornata di casa.
” Quindi, dal limbo indefinito degli ottimi auspici, il renzismo declinante pare che ci stia conducendo verso l’inferno delle buone intenzioni. Buone intenzioni le quali, occorre sottolineare a beneficio dei più distratti, stanno letteralmente sostituendosi alla realtà, proprio come accadeva nel più angoscioso dei romanzi orwelliani, 1984, con il famigerato miniver: il ministero della verità. Una struttura burocratica che aveva il compito di riscrivere la storia e i fatti nel modo più conveniente per il partito che dominava il regime totalitario immaginato dal grande scrittore inglese.
Sta di fatto che malgrado la fantasticherie fiscali del ragazzotto fiorentino - smentite clamorosamente dal Documento di programmazione economica e finanziaria elaborato dallo stesso Esecutivo Renzi solo alcuni mesi orsono, in cui è prevista una ulteriore crescita della pressione fiscale pure nel 2016 - non c’è nulla all’orizzonte che possa far avverare anche in piccola parte i suoi roboanti annunci. Non un improvviso rialzo del tasso di crescita; non una forsennata campagna di liberalizzazioni a tutto campo; non una coraggiosa riduzione a regime della spesa corrente; non il tentativo, a mio avviso sciagurato, di convincere l’Europa a consentirci di tagliare la tassazione in deficit. In pratica, al di fuori degli illusionismi renziani, c’è un desolato nulla. Un nulla che, come ripetiamo da tempo, si tiene in piedi su due fondamentali fattori: l’assenza di una seria alternativa politica e le manovre espansive della Bce di Mario Draghi, le quali hanno momentaneamente allentato le tensioni finanziarie sul nostro dissestato Paese. Trattasi comunque di due fattori transitori i quali prima o poi porteranno il conto all’abile incantatore di serpenti al potere.

http://www.opinione.it/politica/2015/08/01/romiti_politica-01-08.aspx 

Renzi, come far soldi raggirando le regole

Renzi, tfr 48mila euro (a spese dei contribuenti fiorentini)

Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. Un tesoretto che dovrebbe aggirarsi sui 48mila euro

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Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. Un tesoretto che, secondo le stime de Il Fatto, dovrebbe aggirarsi sui 48mila euro. Soldi versati dalla Provincia e dal Comune (cioè dai contribuenti) di Firenze negli anni 2004-2014. Da più di un anno, sono stati liquidati dalla società della famiglia Renzi al suo ex dirigente in aspettativa e sono sul conto corrente del premier. Il dato è contenuto nel bilancio della società (controllata dalle sorelle Matilde con il 56% e Benedetta con il 36% e dalla mamma Laura con l’8%) depositato da poco. Il Fattoha raccontato come Renzi abbia costruito insieme con i suoi familiari questo tesoretto e un’invidiabile anzianità pensionistica.

Non grazie a un decennio di sudato lavoro, ma in forza di scelte furbe: l’assunzione nell’azienda di famiglia 12 anni fa, alla vigilia della candidatura alla Provincia, poi la cessione del ramo d’azienda da parte del padre alla mamma nel 2010, con il salvataggio del tfr diMatteo in un’altra società di famiglia, mentre il resto dell’impresa è poi fallita nel 2013 a Genova. Infine il bel gesto delle dimissioni all’inizio del 2014, dopo che la storia era stata scoperta dal Fatto, con l’incasso dell’intera somma.


Alla fine, i Renzi hanno fatto pagare alla collettività il tfr che ora Matteo ha ritirato: circa 48mila euro lordi (la somma percepita sarà più bassa per via della tassazione). Non è possibile essere più precisi perché Renzi non ha voluto rispondere alle domande del Fatto al suo portavoce per sei giorni: mediante sms, e-mail e whatsapp. Dal bilancio 2014 dellaEventi 6 Srl, risulta che l’azienda ha pagato nel 2014 tfr per60.787 euro ai dipendenti (Renzi e un’altra collega) che hanno lasciato la società.

Nell’ottobre 2010, il tfr accumulato da Matteo Renzi, nelle casse della Eventi 6, era pari a28mila e 326 euro e il Comune di Firenze ha versato per lui, alla stessa società, altri 14mila e 938 euro nel periodo 2010-2013. Quindi fanno43mila e 264 euro esistenti al 28 febbraio 2013 ai quali vanno aggiunti i versamenti per l’ultimo anno da sindaco per arrivare appunto a circa 48mila euro. La cronologia è nota ai lettori del nostro giornale, meno a quelli dei grandi quotidiani: Renzi il 28 ottobre 2003 è stato candidato dal suo partito di allora alla presidenza della Provincia di Firenze.

Un giorno prima, il 27 ottobre, l’allora segretario provinciale della Margherita è stato assunto dall’azienda di famiglia, Chil Post Srl che, per anni, lo aveva mantenuto nella posizione di collaboratore coordinato e continuativo (pagato18mila euro lordi nel 2003). Matteo Renzi era anche socio – con il 40% delle quote – della Chil e, il 17 ottobre 2003 (evitando così di farsi assumere in una società di sua proprietà), ha ceduto le quote alla madre, mentre la sorella Benedetta ha venduto le sue al babboTiziano. Dieci giorni dopo, l’ex socio Matteo è diventato unico dirigente della Chil Post.

La stranezza è che mamma e papà scoprono di avere bisogno del figliolo proprio quando Matteo ha deciso di fare per 5 anni il presidente della Provincia. Mentre le due sorelle, che tirano la carretta, restano cococo. La scelta di mamma e papà Renzi ha un effetto immediato: grazie allo Statuto dei lavoratori, Renzi beneficia dei contributi figurativi. Così il presidente della Provincia eletto nel giugno del 2004 (e poi il sindaco di Firenze) ha diritto al versamento dei contributi da parte dell’ente locale ai fini della pensione e del tfr. Solo per otto mesi, da ottobre 2003 a giugno 2004, i contributi per Matteo sono stati pagati dalla sua famiglia, poi, per 10 anni, solo dai contribuenti fiorentini.

Dopo che Il Fatto scopre lo scandalo, Renzi decide di dare le dimissioni dalla Eventi 6 nei primi mesi del 2014. Un gesto del quale gli abbiamo dato atto che, però, porta con sé questo “effetto collaterale” favorevole per le tasche del premier. Mentre Renzi impone ai giovani di rinunciare alle garanzie dell’articolo 18, beneficia di un tesoretto costruito grazie all’uso furbo dell’articolo 31 dello stessoStatuto dei lavoratori. Per il procuratore capo di Firenze,Giuseppe Creazzo, non c’è reato.

fonte: http://www.mafia-capitale.it



http://www.affaritaliani.it/politica/renzi-tfr-soldi-firenze-contribuenti-377924.html

Renzi scappa, non dubitavamo

Strage Bologna: Grasso e De Vincenti domenica nel capoluogo emiliano

Tutto pronto a Bologna per il 35esimo anniversario della strage del 2 agosto del 1980, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di 200. Nel capoluogo emiliano domenica arriverà il presidente del Senato Pietro Grasso, che parlerà in piazza delle Medaglie d'oro, mentre per il governo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, sarà in Comune, per le celebrazioni.
Quella della commemorazione del 35esimo anniversario della strage sarà l'occasione da parte dei familiari delle vittime di sottolineare ancora una volta la questione relativa ai risarcimenti promessi e alla piena applicazione della direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti relativi alle stragi. E infine la richiesta per l'approvazione in Parlamento del reato di depistaggio.

http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2015/07/31/strage-bologna-grasso-vincenti-domenica-nel-capoluogo-emiliano_7vle7h391vpSCza9fZryDP.html

Come sempre il Pd contro gli interessi delle comunità


Sulmona. Metanodotto Snam: il Ministero accelera i tempi, la Regione dice no

Pubblicato il 31 luglio 2015 
‘Siamo a dir poco esterrefatti’. Con una dura lettera indirizzata al Ministero dello Sviluppo economico, l’assessore all’Ambiente, Mario Mazzocca, ha chiesto il rinvio della conferenza dei servizi, convocata dalla stesso dicastero per il prossimo 6 agosto per discutere del procedimento autorizzativo in ordine al progetto del metanodotto Sulmona-Foligno.
Secondo Mazzocca, la convocazione è ‘quantomeno inopportuna, dal momento che nella riunione tenutasi il 20 luglio scorso presso la Presidenza del Consiglio dei ministri si era deciso, presente lo stesso Ministero, di procrastinare di 45 giorni la convocazione dell’incontro conclusivo per verificare la possibilità di raggiungere l’intesa sulla centrale di compressione ubicata a Sulmona. Dunque – sottolinea Mazzocca – non possiamo che contestare l’atteggiamento del Ministero, che viola gli accordi presi. Non si tratta solo di una questione formale. La decisione, che dovrebbe scaturire da questo approfondimento, è strettamente connessa con il progetto del metanodotto’.
Mazzocca ribadisce, inoltre, che l’Abruzzo, anche a nome di Marche, Umbria e Molise, ha chiarito che ‘non intende esprimere alcun assenso all’intesa sul progetto fino a quando non saranno chiariti i nodi relativi alla centrale di compressione di Sulmona.
Abbiamo finora negato l’intesa sui progetti del gasdotto – continua l’assessore – e della centrale, impegnandoci a presentare una proposta alternativa che stiamo definendo nel confronto con la Presidenza del Consiglio dei ministri. Qualsiasi fuga in avanti da parte del Ministero non può essere accettata.
Chiediamo quindi il rinvio della conferenza dei servizi a data da destinarsi, comunque non prima della definizione dell’ubicazione della centrale, in modo da permetterci di svolgere tutto il lavoro già avviato per la definizione di una soluzione che sia consona alle esigenze di tutela ambientale e di sostenibilità che questa regione ha fissato come prioritarie nel proprio programma di governo’.

http://www.ageabruzzo.it/2015/07/sulmona-metanodotto-snam-il-ministero-accelera-i-tempi-la-regione-dice-no-87748

Gli imbecilli al governo non considerano la Geo Avio un'azienda strategica

31-07-2015
Ge avio: Governo non eserciterà 'Golden Power'

Roma, 31 lug. (AdnKronos) - Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti, di non esercitare i poteri speciali in relazione all'operazione di cessione alla società Xae di quote detenute da Ge Avio nella joint venture Xaxac, in quanto l'operazione non comporta cessione di capacità tecnologiche o industriali in attività strategiche svolte da Ge Avio e pertanto non si ravvisano minacce per gli interessi essenziali della difesa e dell'interesse nazionale. E' quanto si legge nella nota diffusa da Palazzo Chigi al termine del Consiglio dei ministri.

http://www.sardegnaoggi.it/adnkronos/2015-07-31/9e57f02d0a4c604b5a56605057996806/Ge_avio_Governo_non_eserciter_Golden_Power.html

Suruc, il pretesto che i Fratelli Musulmani turchi usano per uccidere e distruggere il popolo curdo e mantenere il potere con il sangue e con artigli d'acciaio

REUTERS/Murad Sezer
Alla svolta con cui la Turchia pare abbia abbandonato la connivenza con l'Isis – utile in funzione anti-curda e anti-Assad in Siria – per unirsi alla coalizione internazionale che combatte lo Stato Islamico, sono seguiti giorni di condotta ambigua da parte di Ankara.
Più che il Califfato sembra essere finito nel mirino dell'esercito e della polizia turchi il Pkk, il partito marxista curdo che da decenni lotta – anche tramite attentati – per l'indipendenza del Kurdistan, considerato da Turchia e Usa un'organizzazione terroristica, ma con cui erano in corso da due anni una tregua e delle trattative, fatte saltare da Ankara subito dopo l'annuncio della propria partecipazione alla guerra all'Isis. Nel corso del conflitto in Siria, tuttavia, i curdi siriani del Ypg (ala militare) e Pyd (ala politica), che sono collegati a doppio filo col Pkk, sono diventati progressivamente l'alleato più prezioso per gli Usa nella guerra all'Isis, la fanteria dell'aviazione internazionale. Indebolirli – anche tramite la creazione della “safe zone” al confine ipotizzata da Ankara, se diventasse un pretesto per stroncare sul nascere l'entità autonoma curda nel nord della Siria, la Rojava – significherebbe aiutare indirettamente lo Stato Islamico.

Il presidente turco Erdogan e il primo ministro Davutoglu sono dunque di fronte a un bivio e, secondo gli analisti, ancora non hanno preso una decisione definitiva, se dare la precedenza alla repressione dei curdi o sfruttare l'occasione della guerra al Califfato per riguadagnare centralità politica regionale e rapporti più stretti con l'Occidente. Se inseguire la linea ideologica  del partito - l'islamico e sunnita Akp, vicino alla Fratellanza Musulmana - o il vantaggio strategico che potrebbe derivare dalla svolta. In attesa di capire cosa succederà sul fronte interno – dopo le ultime elezioni in cui l'Akp ha perso la maggioranza assoluta manca ancora un governo e secondo alcuni analisti Erdogan si starebbe preparando a nuove elezioni  – il presidente e il premier secondo gli esperti prolungheranno un atteggiamento ambivalente in politica estera.
«La Turchia fino a poco tempo fa supportava, più o meno indirettamente, l'Isis in funzione anti-curda, per mantenere una situazione di “balance of power”», spiega Claudio Neri, direttore dell'Istituto italiano di studi strategici. «Adesso, su pressione americana e non solo, è stata trascinata nella guerra all'Isis e, non avendo ancora deciso in che direzione andare, bombarda tanto gli uomini del Califfo quanto i guerriglieri curdi, fiaccando così entrambe le fazioni e mantenendo l'equilibrio. Se si concentrasse solo su bersagli dello Stato Islamico il vantaggio per i curdi sarebbe immediato e sostanziale. Probabilmente – conclude – si vedrà nelle prossime settimane in che direzione intende andare Ankara e, oltre ai fattori interni, molto peserà l'evoluzione dei rapporti tra Usa e Iran dopo l'accordo sul nucleare».
Uno dei motivi che spingono gli analisti a ritenere che, uscita da questa fase di stallo, sia più probabile che la Turchia alla fine si concentri sullo Stato Islamico, accettando di aiutare indirettamente i curdi e anche Assad, è proprio la nuova prospettiva per le dinamiche economiche regionali con la fine delle sanzioni all'Iran: il governo turco stima tra i 35 e i 50 miliardi di interscambio economica con Teheran. La partecipazione allo sforzo bellico contro lo Stato Islamico - e un'eventuale riduzione, ovviamente ufficiosa, del supporto ai ribelli anti-Assad - potrebbe essere spesa al tavolo negoziale con l'Iran per ottenere rapporti privilegiati, e anche per discutere con Teheran della questione curda (secondo indiscrezioni di stampa l'Iran starebbe già trattando coi curdi per garantire loro una vera autonomia in cambio degli sforzi in Siria contro l'Isis, un aiuto de facto ad Assad).
Ma non c'è solo la questione iraniana a pesare. Gli Usa, che pure hanno giustificato il recente comportamento di Ankara nei confronti del Pkk anche in sede Nato (più freddi gli Stati europei, Germania in primis), non sembrano tuttavia disposti a tollerare che la Turchia esageri nel colpire i movimenti curdi, indebolendo così il contrasto all'espansione del Califfato. Fonti dell'amministrazione americana citate da Foreign Policy  hanno dichiarato che non abbandoneranno al loro destino i curdi e che «non vogliamo che la situazione si complichi. I curdi siriani hanno riportato importanti successi, e non li dimenticheremo». Tra Ankara e Washington stanno poi emergendo divergenze anche sulla “safe zone” che si vorrebbe creare sul confine nord della Siria. Gli americani vorrebbero usarla come base per attaccare l'Isis, addestrando qua ribelli siriani moderati (finora il programma è stato un disastro: a fronte di 500 milioni di dollari stanziati sono stati addestrati appena 60 uomini, e alla prima prova sul campo il loro comandante e diversi altri membri pare siano stati catturati dalla formazione qaedista Al Nousra ad Aleppo. I Turchi vorrebbero – per ora, a parole, in attesa che la direzione strategica da intraprendere diventi più chiara - che qui venissero addestrati ribelli anti-Assad (e finora Ankara non si è mostrata troppo sensibile al problema dell'estremismo islamico all'interno degli insorti). Se abbandonassero la loro posizione attuale – sia sui curdi che sui ribelli jihadisti anti-Assad – potrebbero ri-forgiare migliori rapporti tanto con li Usa quanto con l'Unione europea. Mantenerla, andando in rotta di collisione con la Casa Bianca, potrebbe essere rischioso nel medio periodo, specie se la situazione sul terreno in Siria rimanesse bloccata per anni, anzi con un probabile rafforzamento di Assad grazie all'ascesa dell'Iran nella regione .
Abbandonare l'ambiguità e portare la svolta alle sue estreme conseguenze è un boccone amaro per Erdogan, che dopo le Primavere arabe tramite il supporto alla Fratellanza Musulmana in Egitto, Libia, Tunisia e Siria coltivava ambizioni neo-ottomane e ora, fallito ovunque l'esperimento, è costretto a una clamorosa retromarcia. Ma se dovesse rimanere lui al timone della Turchia questa potrebbe essere l'alternativa meno dolorosa a un'ostinata coerenza, destinata ad accrescere l'isolamento di Ankara – al cui fianco sono rimasti per puro interesse i Sauditi, che tuttavia hanno un'altra visione ideologica e ritengono la Fratellanza Musulmana un'organizzazione terroristica - e a peggiorare le sue prospettive geopolitiche per l'avvenire.
@TommasoCanetta

http://www.eastonline.eu/it/opinioni/open-doors/turchia-la-pericolosa-scelta-tra-isis-e-curdi