Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 agosto 2015

una cordata toscana ha regalato al papà di Renzi 263mila euro di soldi pubblici, ora si accapigliano su chi deve gestire la fonte di clientelismo

A Carrai le chiavi della cassaforte toscana

L'uomo del giglio magico blocca la scelta del presidente di Fidi Toscana: vuole il figlio di un ex assessore Pd

- Sab, 08/08/2015 


In riva all'Arno il giglio magico che presidia la città da quando il gran capo Matteo Renzi è affaccendato a Palazzo Chigi deve risolvere un'altra grana.




È infatti slittata a settembre la nomina del nuovo presidente di Fidi Toscana. Ovvero la finanziaria regionale salita alla ribalta delle cronache nazionali qualche mese fa per aver offerto nel 2009 una garanzia sul mutuo concesso dalla Bcc di Pontassieve alla Chil srl, al tempo di proprietà della famiglia Renzi poi fallita e finita al centro di un'inchiesta della Procura di Genova. La linea di credito regionale aveva permesso alla Chil di coprire 263mila euro di debiti contratti con la banca.
La Fidi Toscana eroga infatti prestiti a tassi agevolati alle pmi, assorbe quasi il 50% del capitale investito dalla Regione nelle società partecipate e produce oltre la metà del deficit delle partecipazioni a maggioranza regionale. Gli azionisti della finanziaria (i principali sono la Regione con il 49,5%, Mps con il 25% e Cr Firenze con l'8%) hanno rinnovato il Cda, il collegio sindacale e deciso di convocare una nuova riunione entro il 30 settembre per la nomina del presidente. Il rinvio sulla scelta del nome di chi dovrà sostituire il numero uno uscente, Simone Bettini (ex presidente di Confindustria Firenze), è legato alla difficoltà - tutta politica - di decidere tra i nomi di Niccolò Manetti e Lorenzo Petretto. La Regione preferisce il primo che è un imprenditore manifatturiero del settore orafo (gruppo Manetti Battiloro), nonché consigliere d'amministrazione della Banca Federico del Vecchio e della Camera di commercio di Firenze. Ma il gruppo di potere che orbita attorno a Marco Carrai vuole il giovane docente universitario Petretto junior il cui padre, Alessandro, è stato assessore al Bilancio nella giunta Renzi. Nell'incertezza, ha prevalso la linea prudente del rinvio così il braccio di ferro può continuare. Nel frattempo, però, continuano anche le difficoltà della finanziaria regionale che ha chiuso il 2013 con un passivo di 6 milioni di euro, ripianato da 2,8 milioni dei cittadini toscani, e nel 2014 si è riconfermata in perdita per 3,5 milioni. Sarà anche per questo che dal 2012 al 2014: si sono succeduti tre presidenti e numerosi consiglieri hanno rassegnato le dimissioni.
Ora manca all'appello il presidente. Ma Carrai ci sta lavorando.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/carrai-chiavi-cassaforte-toscana-1159350.html 

Chi vuole i depositi di rifiuti nucleari? Devono dare corrispettivi sostanziosi

Rapporto Ispra, in Italia 30.025 metri cubi di rifiuti nucleari. Latina è tra i depositi

video-centrale-nucleare-latinaIl totale dei rifiuti radioattivi presenti in Italia è di 30.025 metri cubi. Sono le stime (dicembre 2013) dell’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, elaborate sulla base dei dati forniti dagli operatori e pubblicate nell’Annuario dei dati ambientali 2014-2015.
Questi rifiuti sono così ripartiti: 9.973 dalle centrali nucleari, inclusi alcuni rifiuti da attività preliminari di smantellamento già prodotti; 6.874 dagli impianti del ciclo del combustibile (fabbricazione, riprocessamento, ecc…); 4.270 dalla ricerca; 8.908 di origine medica e industriale.
Deposito nucleare LatinaI rifiuti radioattivi attualmente presenti in Italia – spiega l’Istituto – dunque, derivano per la maggior parte, dal pregresso programma nucleare e si trovano nelle installazioni gestite dalla Sogin – ex centrali nucleari di Trino, Garigliano, Latina e Caorso, impianti ex Enea, Eurex di Saluggia, Itrec della Trisaia (Matera) e impianti Plutonio e Opec presso il Centro della Casaccia (Roma) – nel Deposito Avogadro di Saluggia (Vercelli) e nelle installazioni del Centro Comune di Ricerche di Ispra (Varese) della Commissione Europea.
A quelli presenti – segnala l’Ispra – si aggiungeranno, nel prossimo futuro, i rifiuti che saranno generati dallo smantellamento delle installazioni nucleari, stimabili in alcune decine di migliaia di metri cubi di rifiuti condizionati prevalentemente di seconda categoria.
centrale-nucleare-latina-sabotinoIn più occorre considerare i rifiuti condizionati di terza categoria che rientreranno in Italia dall’Inghilterra e dalla Francia, derivanti dalle operazioni di riprocessamento del combustibile irraggiato. Oltre ai rifiuti radioattivi cosiddetti energetici – si legge nell’Annuario – derivanti cioè dal pregresso programma nucleare, prosegue la produzione di rifiuti provenienti da applicazioni mediche, industriali e di ricerca, che continuano ad accumularsi presso i diversi operatori, immagazzinati senza un adeguato processo di condizionamento presso strutture non idonee dal punto di vista della localizzazione per una gestione di lungo termine. Per tali rifiuti si registra una produzione di alcune centinaia di metri cubi l’anno.
Intanto si attende la scelta del luogo dove sarà realizzato il deposito nazionale dei rifiuti nucleari.

http://www.latina24ore.it/latina/111327/rapporto-ispra-in-italia-30-025-metri-cubi-di-rifiuti-nucleari-latina-e-tra-i-depositi

Napolitano sempre più invasivo ed intollerante

Ci stanno consegnando a un regime di stampo autoritario. Grazie Napolitano!

“Non è stata una lettera normale, un’opinione, quella pubblicata ieri in prima pagina dal ‘Corriere della Sera’. Quello del presidente emerito Napolitano è stato un ‘pronunciamento’. ” Così scrive Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, sulla sua pagina facebook

napolit

L’ex Capo dello Stato ha voluto consegnare una sorta di ultimatum alle prime due autorità in carica dello Stato, alla minoranza del Pd, e infine a Berlusconi, perché passi, senza ritocchi, senza rallentamenti, a velocità della luce. Si tratta di forzature inaccettabili. I primi tre destinatari sapranno loro se e come recepire questa ‘moral suasion’ (eufemismo).
Quella che si dirige a Forza Italia – coninua Brunetta -  e al suo leader è particolarmente odiosa poiché non tiene conto della deliberazione unanime del Consiglio Nazionale del 4 agosto ultimo scorso che non lascia margine a cedimenti sulla sostanza. Non rinuncia al dialogo, ma a due condizioni ineludibili. Una riguarda la legge costituzionale in discussione al Senato, l’altra l’Italicum.
‘Noi proponiamo – si puó leggere nel documento approvato – la revisione della riforma del bicameralismo paritario con l’elettività dei Senatori e, per quanto riguarda la Legge elettorale, l’attribuzione del premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista’.
Il perché lo stiamo illustrando da mesi. E il documento politico votato martedì scorso sigilla così il giudizio di Forza Italia sul tema: ‘Nel combinato disposto dell’Italicum con la riforma del Senato, l’Italia è a grave rischio di regime’.
Riteniamo che questo apparato di norme oggi sia un modo per incoronarel’uomo-solo-al-comando. Oggi Michele Ainis sul ‘Corriere della Sera’ non cita Giorgio Napolitano, ma dà sostegno alla nostra bocciatura illustrando con tre parole chiave l’impostazione ideologica dell’asse di potere che ci sta consegnando a un regime di stampo autoritario: verticalizzazione-unificazione-personalizzazione.
Concentrazione assoluta di potere in mano a un uomo solo, altro che democrazia e modernizzazione.

Napolitano: il comunista amato dagli americani e gli accordi segreti con gli USA
http://www.imolaoggi.it/2015/08/07/ci-stanno-consegnando-a-un-regime-di-stampo-autoritario-grazie-napolitano/

I Fratelli Musulmani turchi vogliono occupare un pezzo di Siria e in questo hanno l'appoggio degli Stati Uniti

Dottori: pressioni USA dietro la guerra di Ankara

di Gianandrea Gaiani
7 agosto 2015, pubblicato in Enduring freedom
dottori9436_jpg_415368877 Intervista a Germano Dottori
da Il Corriere del Ticino del 5 agosto 2015
“Non sono del tutto sicuro che quanto sta accadendo dipenda interamente dal Presidente turco, ho la netta impressione che Erdogan stia subendo le decisioni che gli vengono attribuite”. Germano Dottori , analista e docente di Studi strategici presso l’università a LUISS-Guido Carli di Roma, offre un’interpretazione dell’interventismo di Ankara che rispecchia la complessità degli scenari.
Cosa ha spinto a suo avviso Erdogan a rompere gli indugi ed entrare in guerra con ISIS e PKK?
La mia sensazione è che la Turchia si trovi in una situazione molto delicata tanto dal punto di vista esterno quanto da quello interno.
Sul piano internazionale, Ankara è contesa. Da un lato, c’è chi, come i sauditi, la vorrebbero al loro fianco per bilanciare la prevedibile ascesa di un Iran da pochi giorni riabilitato dall’Occidente.
Dall’altro, vi sono invece coloro che vedono la Turchia come il canale naturale per far giungere il metano persiano all’Europa, in modo tale da depotenziare la valenza strategica del gas russo. Questa è la visione di Washington.
Che ha quindi bisogno di una leadership turca affidabile nei confronti dell’Europa e riallineata in senso ostile a Mosca. Io penso che Erdogan e Davutoglu stiano quindi reagendo ad una fortissima pressione americana. Poi, c’è il problema interno. Dopo le recenti elezioni, l’Akp non può più governare da solo.
Il Presidente Erdogan vorrebbe portare subito la Turchia a nuove votazioni, magari dopo aver bandito il partito dei curdi, per recuperare il pieno controllo della situazione.
Ma il Premier Davutoglu ha un’occasione straordinaria per emanciparsi dal suo capo.
Sta quindi trattando una soluzione con i kemalisti e da qualche giorno anche con i nazionalisti per salvare la legislatura e mettere nell’angolo il suo Presidente, ormai da più parti ritenuto incontrollabile.
Gli americani sarebbero lietissimi di un rientro dei kemalisti nella stanza dei bottoni – un po’ meno dell’arrivo dei nazionalisti – e sicuramente li incoraggiano a cercare un compromesso. Una politica estera anti-curda e di rottura con lo Stato Islamico potrebbe facilitare l’accordo.
 Si può combattere l’ISIS e al tempo stesso i curdi che sono i più fieri avversari dello Stato Islamico?
Lo si può fare, a patto che il sedicente Stato Islamico sia veramente abbandonato da chi lo ha aiutato a divenire ciò che è, offrendogli copertura logistica e vie di transito attraverso le quali esportare petrolio e tesori archeologici.
Quanto ai curdi, mi sembra che i turchi stiano conducendo una campagna selettiva, che penalizza il Pkk ed i curdi siriani, con i quali i rapporti non sono stati mai buoni, evitando di mettere apertamente nel collimatore anche i peshmerga di Barzani.
Quest’ultimo ha appena intimato ai seguaci di Ocalan giunti nel Kurdistan iracheno per aiutarlo di andarsene quanto prima: un segno evidente del fatto che i curdi iracheni non vogliono rompere con Ankara, anche se gli attacchi di questi giorni sono destinati a lasciare strascichi.
Hanno pesato più valutazioni di sicurezza nazionale o il calcolo politico di sbarazzarsi del partito filo curdo HDP?
Hanno certamente pesato le forti pressioni di Washington, che si dice abbia presentato alla dirigenza turca le prove inoppugnabili del suo appoggio al Califfato.
Chi vuol salvare l’esperimento del governo islamico turco deve aver tratto la conclusione di non poter più andare avanti sulla strada tracciata da Erdogan. Che peraltro fa buon viso a cattivo gioco per mascherare il suo indebolimento.
La verità è che con le scelte degli ultimi giorni il progetto neo-ottomano di Ankara è naufragato, probabilmente per sempre, mentre sta riaffiorando il più moderno e pragmatico nazionalismo turco. Non c’è più spazio per protettorati di fatto di Ankara in Siria ed Iraq. Ecco perché i kemalisti potrebbero recuperare terreno ed essere cooptati in un nuovo governo che nascerebbe solo per fermare Erdogan, con il beneplacito degli Stati Uniti.
Usa ed Ankara sembrano d’accordo nell’imporre sul nord della Siria una zona cuscinetto/no fly- zone. Ma per il diritto internazionale non sarebbe necessaria una risoluzione dell’ONU per sottrarre la sovranità di Damasco su un pezzo di Siria?
Ciò cui si pensa sembrerebbe esser molto di più di una no-fly zone. Una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza sarebbe quindi certamente opportuna. Ma non mi stupirei se all’improvviso qualcuno affermasse che in realtà gli strumenti di diritto internazionale messi in campo per combattere lo Stato Islamico bastano ed avanzano.
Comunque la zona cuscinetto servirebbe anche ad impedire ai curdi siriani di mantenere la continuità territoriale appena conquistata e di consolidare i ponti gettati verso il Kurdistan iracheno e quello anatolico. Erano vicini come non mai al doppio traguardo dell’unità e dell’indipendenza. Non è difficile immaginare che il risentimento dei curdi aumenterà.
Forse si volgeranno verso Mosca. O forse verso Israele. L’attacco del Pkk ad Agri potrebbe anche esser stato un segnale in questa direzione, avendo bloccato per tre giorni l’unico gasdotto che colleghi al momento Turchia ed Iran.
La guerra all’ISIS è sempre più ambigua. Ormai quasi tutti i membri della Coalizione hanno obiettivi diversi e a volte contrapposti alla distruzione del Califfato. Così non si corre il rischio di far esplodere tutta la regione?
Finora, la campagna imbastita contro il Daesh ha avuto come obiettivo il suo contenimento, piuttosto che lo sradicamento auspicato da tutti. A tratti, si è persino avuta l’impressione che con degli omicidi mirati se ne volesse pilotare dall’esterno la trasformazione in un’entità meno indigesta.
Anche se si vuol portare il metano persiano sul Mediterraneo, la logica dell’equilibrio che gli americani hanno abbracciato anche in Medio Oriente esige che l’Iran sia territorialmente separato dal Libano e da Israele. Non escludo che lo Stato Islamico sia considerato da alcuni utile in questa prospettiva.
Lo sono in fondo, e per la stessa ragione, pure i ribelli di al-Nusra, dichiaratamente affiliati ad al-Qaeda, eppure indirettamente beneficiari di aiuti anche occidentali.
La disponibilità della base di Incirlik farà la differenza nella finora blanda campagna aerea degli USA?
Dicono tutti di sì, perché operando di lì vengono sensibilmente ridotte le distanze che gli aerei debbono percorrere prima di poter raggiungere i loro obiettivi. Io però preferisco aspettare di verificare i primi dati sul numero delle missioni mensili per capire come stanno davvero le cose.
Se si fa davvero sul serio contro lo Stato Islamico, oppure se ciò che conta è il cedimento politico della Turchia agli Stati Uniti. L’apertura di Incirlik ai caccia statunitensi, in effetti, restaura in qualche modo le credenziali atlantiche di Ankara, che per molti erano ormai in dubbio.
E marca una discontinuità con le politiche di distanziamento dall’America iniziate nel 2003 con il rifiuto di Erdogan di concedere al Pentagono la possibilità di attaccare l’Iraq di Saddam anche da nord. Non poco, specialmente se si crede che l’obiettivo di tutto questo sia normalizzare la Turchia.
Foto: US DoD, Getty Images, AP, Anadolu, Forze Armate Turche

Gianandrea Gaiani

Gianandrea Gaiani

Giornalista nato nel 1963 a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Attualmente collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Corriere del Ticino e con il settimanale Panorama sul sito del quale cura il blog “War Games”. Dal febbraio 2000 è direttore responsabile di Analisi Difesa. Ha scritto Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane.
www.presseurop.eu/en/content/author/269701-gianandrea-gaiani

La Sicilia è la pancia dell'Italia

La conversazione

Saro, i buchi neri e una trazzera verso il nulla
Dialogo sui mali della Buttanissima Sicilia

Sabato 08 Agosto 2015 -       




 
Colloquio tra GIUSEPPE SOTTILE E PIETRANGELO BUTTAFUOCO. L'uno (Giuseppe Sottile) ci mette il neretto delle domande e dei rumori 'fuori scena'. L'altro (Pietrangelo Buttafuoco) si occupa delle risposte e del clamore delle nostre cose. Insieme ci raccontano, per filo e per segno, le 'mille e una disgrazia' della nostra terra.

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Giuseppe Sottile e Pietrangelo Buttafuoco
“Che vergogna tutti questi milioni di milioni erogati dallo Stato alla Regione siciliana”.

 Ma come? Sono urgenti e ci sono dovuti. Pochi, maledetti e subito.

“Servono solo a sbiancare il buco nero del deficit”.

Adagio…

“Insomma, servono a somministrare un brodino al moribondo governo di Rosario Crocetta; portano ossigeno alla macchina dell’impiego pubblico, metastasi del tumore numero uno qual è lo Statuto speciale regionale e non vanno, questi soldi, ad avviare lo sviluppo. Saranno anche 500.000.000 di euro ma non potranno certo impedire quello che succede in ogni famiglia, in Sicilia: la fuga dei ragazzi, tutti scappati di casa per cercare il futuro altrove".

 Ma dove sei, adesso, ti sento così nervoso…

"Sono ad Agira, passo da Leonforte, attraverso in lungo e in largo il cosiddetto entroterra, è piena estate e non c’è che lo svuotarsi di tutto. Neppure gli emigrati tornano più".

Ormai sono tutti nonni, gli emigrati. Che vai cercando?

"E che vergogna anche tutto questo vivamaria dei Cinque Stelle per una trazzera di collegamento al posto dell’autostrada Catania-Palermo".

Via dell’onesta!

"Ma per favore. Ci stiamo ubriacando con una trazzera quando in Egitto, e dico in Egitto, con tutti i suoi guai, allargano il Canale di Suez. La stradina è come la traversata a nuoto dello Stretto di Beppe Grillo: un capolavoro mediatico. Tanto di cappello. Ma è solo fumo negli occhi: una distrazione di massa. E se invece ci fosse stata una tratta ferroviaria di Alta Velocità, oleata da robuste tangenti, realizzata da magnaccia corrotti, occhiuti e realisti, capaci di prendere e però dare anche, con un’infrastruttura funzionale e moderna, com’è d’obbligo nella politica tutta di sangue e merda?".

Non diciamo le parole sporche…

"Il guaio vero della Sicilia è di avere avuto politici di mezza molatura – sia a destra, sia a sinistra – e pecore zoppe adesso risultano questi populisti grillini, bravi a fare spuma di niente…".

 Ma come? La società civile!

"Il mito della società civile fa danni peggio della grandine. A inseguire i grillini, l’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani, dovette capitolare. Ed è per questo se ci ritroviamo oggi con Laura Boldrini presidente della Camera e Pietro Grasso presidente del Senato, due dilettanti allo sbaraglio. Alla Rai, ricordi? Vennero nominati Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo, due signori di passaggio. E non dobbiamo dimenticare che la società civile – il cui latrato, orchestrato dai Cinque Stelle, era Rodotà-tà-tà al tempo delle Quirinarie – si accompagna alle facce di Ignazio Marino a Roma o dello stesso Crocetta qui, in Sicilia. Per non dire del think…".

Il think?

"Certo, il think-tank, il ritorno di Gianni & Riotto detto Johnny a Palermo. La sua trasmissione di Rai3 in diretta dallo Spasimo con i panettoni di Castelbuono, le focaccine di Costa, l’intervista itinerante al sindaco Leoluca Orlando e il risultato dello 3,6%, ovvero seicentomila spettatori in tutta Italia. Praticamente, in Sicilia, tra nove milioni di abitanti, neppure suo cugino l’ha voluto vedere. Ma sono gli inconvenienti della società civile. Adesso lo chiamano Johnny Flop".

Senta, mi consenta: la fissazione è peggio della malattia.

"Che fissazione, che malattia. Proprio un doppio flop e lo stesso Matteo Renzi, che pure doveva raccogliere il grido di dolore di Johnny, non è andato a raccogliere invece il pianturello sul Sud di Roberto Saviano?".

E va bene, proseguiamo.

"Io non ne capisco di vicende elettorali ma di politica sì, e solo la politica, in forza anche della sua capacità di rottura, può essere utile adesso".

Quale rottura?

"Ecco, appunto, i grillini: avrebbero dovuto seguire l’esempio dell’unico vero e serio politico in questo frangente, ossia Fabrizio Ferrandelli, il giovane deputato del Pd che ha tirato la somma dopo tante sottrazioni di dignità e onore dell’Assemblea regionale siciliana e se n’è andato per davvero. Non ha annunciato le dimissioni. Le ha da-te! E i Cinque Stelle, invece di scegliere di stare dalla parte dello stipendio, avrebbero dovuto fare come Ferrandelli e farlo in blocco, anche a costo di farsi subentrare da mangiapane a tradimento. Avrebbero dovuto accendere l’attenzione con un gesto simbolico, e forse anche più costoso della trazzera, su un fatto inoppugnabile: non si può stare un minuto di più in un’istituzione al cui vertice c’è Rosario Crocetta. Non dico che anche i deputati di destra l’avrebbero potuto fare…".

Perché non lo dici?

"Perché ho capito cosa sono".

Cosa sono?

"Sono idealisti. Ovvero, hanno solo l’idea della lista. E’ una formula di Augusto De Marsanich, il segretario nazionale del Msi prima di Giorgio Almirante. E’ una battuta che Nello Musumeci conosce bene ma sono sicuro che lui saprà comandare ai suoi un'immediata uscita dall'elenco degli accomodati all'Ars e voglio proprio ricordarlo questo benedetto idealismo perché i parlamentari di destra, centrodestra o moderati che dir si voglia, avrebbero dovuto anche loro consegnare in blocco, e non minacciarle – come hanno fatto, temendo di essere presi sul serio – le loro dimissioni. Anche a costo di far subentrare in parlamento dei crocettiani di complemento, come si sono rivelati nella maggior parte dei casi lungo tutta questa legislatura i vari figuri dell’area moderata. Gli uomini di Angelino Alfano hanno tenuto la candela a Crocetta e, paradosso, anche le truppe di Micciché".

Perché paradosso? Micicchè, di fatto, è stato il grande elettore di Crocetta.

"E paradosso è perché difficilmente gli interessi di Angelino convergono con quelli di Gianfranchino. L’eletta di quest’ultimo, a Enna, la signora Luisa Lanteri, è una supporter del governatore…".

E chi è la signora Lanteri?

"E che ne so. Ho fatto un esempio. Io, a Enna, conosco solo Vladimiro Crisafulli…".

Lo stesso Crisafulli che ha dato la sua solidarietà a Crocetta contro il tuo articolo, pubblicato sul Fatto Quotidiano, sullo sbiancamento anale…

"Ma il mio non era un articolo contro Crocetta, anzi, dicevo che grazie alla sua stagione se ne vedevano delle belle. Tu che sei stato anche a Detroit, tu sapevi dell’esistenza di questa tecnica?".

Ma ti ha chiesto un milione di risarcimento!

"Ma non per lo sbiancamento. Lo ha fatto per la scena in cui Antonio Presti, peraltro simpaticamente, gioiosamente, goliardicamente, trovando i cronisti a Tusa, tutti in attesa del presidente, si mette sotto al suo balcone, lo chiama e dice…".

Non lo dire altrimenti i milioni diventano due.

"Ma io trasecolo! Presti è un gran signore, un uomo di grande spirito, si diverte nella disarticolazione del linguaggio, è un vero dada. Anche a me, quando ci siamo incontrati a Capo d’Orlando, a una cena, mi ha detto: 'Dove te ne vai tutta sola?'. Io dovevo proprio andarmene, non stavo in piedi dalla stanchezza e lui, sempre simpaticamente, gioiosamente, goliardicamente, soggiungeva: 'E che, fu coitus interruptus?'".

Simpatico, in effetti.

"Appunto, un uomo brillante Presti. E’ un numero uno, il suo Atelier sul Mare, a Tusa, è il biglietto da visita della Sicilia migliore. E’ un uomo veramente libero ed è per questo che Crocetta lo ha, di fatto, sabotato".

Ancora la fissazione. Ma Crocetta è così nefasto per te?

"Nefasto lo è per la Sicilia. Dopo di che mi smuove un sentimento di compassione. Chi gli sta accanto lo fa solo per spremerlo e cavarne utili, in termini di carriera e di potere. E’ un uomo solo. Spero che un giorno ci si possa incontrare per parlare, fuori dall’agone della gara perché non mi sento in gara. Una volta mi telefonò e mi disse: ‘avveleniamoci con dolcezza’. Quando tutto sarà finito gli porterò in omaggio, a consolazione di tanta delusione, un verso di Ibn Hamdis. Lui è solo un personaggio, è arrivato a palazzo d’Orleans come da un reality. Non è cosa sua fare il presidente della Regione. Non è mestiere adatto a tanti, troppi…".

 A proposito...

"Appunto: non mi candido. Non è cosa mia. Risulterei peggio di Crocetta. Non ho la necessaria moquette".

Moquette?

"Sì, il pelo, il pelo sullo stomaco. E poi sono, come si dice oggi, divisivo. Pensa che qualche avvocaticchio, in servizio permanente effettivo nell'esercito dei mestatori si adopera nel fornire dossier, nel redigere carte di mezze verità mescolate a doppie bugie, per intimidirmi. E io, come Totò con Aldo Fabrizi in Guardie e ladri, pur sparato a uso di intimidazione... Non mi intimidisco".

Un avvocaticchio?

"Anche due. E con loro tutta la testuggine dell'antimafia degli impresentabili. Quando sul Fatto Quotidiano mi sono occupato di un potente e pericoloso boss dell’antimafia, questi, senza smentire una sola cosa da me riferita nel mio servizio giornalistico, s'è limitato a inviare alla direzione del mio giornale una informativa accuratamente confezionatagli da un avvocaticchio – un picciotto, appunto - dove venivo descritto nella multiforme veste di nazista, stragista, mafioso va da sé, ovviamente omofobo, nonché satrapo di Enna, amico di Giuliano Ferrara e forse anche di Marcello Dell'Utri".

E a che cosa puntavano?

"Era chiaro che boss e picciotto mirassero alla mia cacciata da Il Fatto Quotidiano o, quantomeno, alla mia delegittimazione ed è uno stilema, questo, tipico dell'antimafia degli impresentabili su cui proprio tu, su Il Foglio, hai scritto le parole definitive. E quando Manfredi Borsellino, alla cerimonia in memoria del padre, tra le braccia di Sergio Mattarella dice quelle cose che ha detto sulla giostra delle antimafiuzze di pronto accomodo non c'è da aspettare intercettazioni fantasma o meno, come quelle dell'incauto Espresso, per capire come è andata a finire. E mi ripeto: una cosa è la mafia, un'altra è la mafia dell'antimafia. Dopo di che c'è la lotta alla mafia. Ed è qualcosa di vero e di serio su cui, personalmente, scelgo di consigliarmi, affidarmi e farmi spiegare da Claudio Fava e non certo dagli avvocaticchi in servizio permanente ed effettivo presso i sottoscala di questura".

Sei stato investito da una polemica nata a destra sul tuo essere…

"Saraceno. Ebbene sì, il guaio è che questi di destra – la pur formidabile Giorgia Meloni – non sanno quanto sia di destra l’essere saraceni. Era solo un calcoluccio elettorale quello della Meloni, credono che tutto sia come una volta. Coi deputati depositari di voti ed equilibri. Pezzenterie di botteguccia. In verità è più efficace mobilitarsi così, con la parola e la libertà, piuttosto che con le alchimie elettorali. Sono pur sempre ludi cartacei".

Però fai politica.

"Certo. Con i miei articoli. E con i miei libri. E facendo politica mi sono convinto di un fatto: è necessario mobilitare l’opinione pubblica di Sicilia sull’urgenza di cancellare l’autonomia e dunque privarsi dello statuto speciale. E’ impossibile governare la Sicilia col ricatto del consenso ed è infattibile che si possa costruire la speranza con questo ceto politico regionale. Il fatto che tutti loro – tutti questi deputati - non si dimettano, la dice lunga".

E come la racconteremo?

"La racconteremo ancora a lungo. Con Buttanissima Sicilia a teatro, Salvo Piparo, in scena, cosa fa? Aggiorna lo spettacolo di continuo. Tutto quel grande successo al Teatro Biondo, per esempio...".

Quello del debutto o quello della replica?

"Quello del sold out, per dirla con Johnny Flop... Furono entrambe le serate un gran successo, un tutto esaurito rotondo. Non certo un flop. Il Teatro Biondo pieno come un uovo. Tutto quel successo del Biondo, insomma, si ripeterà con gli aggiornamenti dettati dalla realtà. Dal pilone della Palermo-Catania allo sbiancamento plastico del sederino. Tutta Italia aspetta le ultime nuove di questo cuntu, per dirla con la cantata che fa in scena Costanza Licata".

Tutta Italia?

"E certo, anche in continente: ricordi a Perugia, al Festival Internazionale del Giornalismo? Che spavento. Ce ne stavamo soli soli, buttati in due poltrone, io e il regista...".

Già, il regista...

"Sì, il regista: Giuseppe Sottile del Basto! Insomma, te lo ricordi? Io e te, terrorizzati di fare il forno, il fiasco e il flop e, invece, anche in continente, con un pubblico in larga parte di stranieri, il tuo canovaccio ebbe un grande successo. In soli cinque minuti il teatro si riempì. E non solo in platea: tanta gente in piedi! E quella signora, poi, ricordi? Ci disse: ho capito solo il 70 per cento ma quello che ho compreso mi ha divertito tanto... Era inglese quella signora. Pensa dove può arrivare il palermitano stretto di Salvo Piparo. A proposito: giorno 27 agosto, Buttanissima Sicilia, sarà a Messina, al Giardino Corallo. E il 28, dunque il giorno dopo, sarà di scena a Palazzo Donnafugata, a Ragusa, mentre in autunno la compagnia tornerà ancora in Continente, a Torino: quattro serate al Carignano".

E i piemontesi come se lo gusteranno lo spettacolo?

"Con il filtro dell'esotismo. Sono pur sempre le Mille e una disgrazia di Sicilia".

http://livesicilia.it/2015/08/08/saro-i-buchi-neri-e-una-trazzera-verso-il-nulla-dialogo-sui-mali-della-buttanissima-sicilia_654660/

Energia pulita, mentre in Italia la politica pensa ad accaparrarsi potere, la creatività italiana si ingegna per far sopravvivere l'industria

Fotovoltaico e internazionalizzazione delle PMI italiane: nasce 'Solar Breeder'

Nei Paesi emergenti con alta insolazione e scarse fonti energetiche tradizionali, le rinnovabili sono sempre più una scelta politica. Per supportare le PMI italiane che intendono esportare il loro know-how nei Paesi emergenti nasce 'Solar Breeder', un nuovo modello di collaborazione industriale.
Si legge spesso di come le fonti rinnovabili siano diventate o stiano diventando un’opzione concreta per molti Paesi che all’alta insolazione aggiungono la scarsità di fonti energetiche tradizionali. Nella grandissima parte dei Paesi emergenti, quelli nei quali le rispettive economie hanno iniziato a “muoversi”, questa opzione sta diventando “scelta politica”.
Una vera e propria rivoluzione a livello mondiale nella quale molti grandi gruppi industriali e una parte delle più grandi utilities elettriche stanno rivolgendo importanti investimenti. Per fare un semplice esempio di quanto stia avvenendo a livello internazionale basta riportare due dati elaborati dalle previsioni dell’EPIAEuropean Photovoltaic Industry Association - sullo sviluppo mondiale del fotovoltaico.
Secondo l’EPIA, da oggi al 2018 l’incremento di potenza elettrica fotovoltaica installata a livello mondiale sarà compresa tra i 60 e i 70 GW/anno. Al confronto in Italia siamo nell’ordine di 0,4 GW/ anno. Lo sviluppo che per alcuni anni è stato prevalentemente europeo si è completamente spostato verso il resto del mondo. Di fatto l’Italia è praticamente 'sparita' dalle statistiche del nuovo installato. In molti Paesi la quota di domanda aggiuntiva di energia elettrica è coperta per quasi il 100% da energia rinnovabile.
D’altra parte questo fatto non ci deve stupire (se non per il fatto che nessuno ci avrebbe creduto neppure tre/quattro anni fa): la gran parte dei Paesi con economie in crescita e con larga parte della popolazione ancora lontana da un certo livello di benessere deve sussidiare con fondi statali le produzioni tradizionali di tipo termoelettrico, così come tutti i carburanti necessari per la movimentazione di persone e cose. Scoprire che, finalmente, con risorse non importate (sole e vento in particolare) si può affrontare e risolvere a medio lungo termine il problema, è stato per molti politici locali una vera e propria “fortuna”: un regalo inaspettato dello sviluppo tecnologico fatto da altri.
La combinazione favorevole di grande disponibilità della fonte primaria e costi della tecnologia ridotti per effetto degli incentivi pagati dai cittadini dei Paesi più ricchi, rende possibile avviare tutte le politiche di riduzione degli incentivi ai fossili senza “trasferirli” sulle rinnovabili, ma semplicemente cancellandoli. Il vantaggio è duplice: miglioramento del bilancio degli Stati e riduzione delle importazioni di fossili.
Un duplice risultato che, per essere pieno, deve evitare per quanto possibile un corrispondente incremento delle “importazioni tecnologiche”. In altri termini si devono attuare politiche di settore che rendano possibili gli investimenti nelle produzioni locali di tecnologia: un processo complesso che può essere trattato solo attraverso la ricerca di collaborazioni industriali con i Paesi maggiormente sviluppati che posseggono know-how e tecnologie produttive. Emerge “prepotente” l’esigenza per le imprese italiane di tentare di partecipare a questa enorme opportunità per salvaguardare il know-how acquisito negli anni del boom del fotovoltaico italiano.
Se “veniamo a noi” è opportuno soffermarci per un momento sulla situazione industriale italiana nel settore. È lecito affermare che in Italia non esiste l’industria del silicio: non purifichiamo il silicio, non produciamo lingotti di silicio puro adatto al fotovoltaico. Si può anche affermare che non produciamo celle fotovoltaiche. Esistono, invece, buoni produttori di moduli anche se con capacità produttive molto inferiori alle dimensioni dei grandi produttori internazionali, ma con ottima qualità del prodotto e capacità anche di diversificare modelli, dimensioni, colori, ecc. In sostanza, buoni prodotti e grande capacità di adattamento e di diversificazione produttiva.
Per tutti gli altri componenti fondamentali di un impianto fotovoltaico, l’Italia dispone di un sistema produttivo di prim’ordine. Inverter, trasformatori, dispositivi elettronici, contatori bidirezionali (dove siamo peraltro leader mondiali) prodotti, tuttavia, da imprese di media e piccola dimensione con buona capacità di “vendere” all’estero, ma scarsa propensione a “produrre” all’estero.
Quest’ultima affermazione è, in realtà, la conseguenza della dimensione medio piccola dell’impresa nazionale del settore. Una dimensione economica e finanziaria che rende notevolmente rischioso affrontare le insidie e le difficoltà di un investimento produttivo diretto in uno o più dei Paesi nei quali il mercato fotovoltaico, e delle rinnovabili in generale, sta crescendo a ritmi elevati.
Crisi interna
Dobbiamo anche aggiungere che i nostri “campioni nazionali” si sono recentemente trovati di fronte a un crollo vero e proprio del mercato interno (a tutti è noto il passaggio dai 9.000 MW del 2011 ai 400 MW del 2014: praticamente una riduzione del 95% del mercato).
La conseguenza sul sistema industriale è facilmente immaginabile: in molti hanno chiuso o stanno chiudendo i battenti (lo vediamo dalle persone con buona esperienza nel settore che cercano lavoro), altri - che per loro fortuna facevano anche altro - hanno chiuso la divisione dedicata e sopravvivono con un business più tradizionale. Ma ci sono anche quelli che, avendo adottato politiche prudenti di crescita e di contenimento dei costi negli anni del boom, si stanno consolidando sia dal punto di vista della dimensione del proprio business, sia dal punto di vista tecnologico. Sono gli appartenenti a questo gruppo che possono pensare di affrontare con nuovi sistemi la complessità dei mercati esteri emergenti.
Tra questi ultimi sono prevalenti le aziende di medie o piccole dimensioni: il vero problema nell’affrontare i mercati esteri è la “soglia” d’intervento iniziale (gli investimenti di insediamento, la scelta dei partner locali sempre necessari, l’introduzione presso le Autorità locali e nazionali, le analisi del mercato specifico, la complessità e i costi della partecipazione alle gare internazionali, ecc.) che, molto spesso, rappresenta un ostacolo insuperabile per le imprese del settore.
Ovviamente il rischio di produrre all’estero è di gran lunga superiore a quello di tentare di vendere i propri prodotti esportando dall’Italia. Ma forse, tenendo conto della concorrenza internazionale, è l’unica strada che può essere percorsa con successo. Ovviamente a certe condizioni e con certe cautele a salvaguardia.
Nel caso del Marocco, che abbiamo affrontato come primo esempio di un progetto di filiera, già nelle prime gare è indicata l’esigenza di installare una produzione locale come condizione per la partecipazione. Questa inizia a esser una condizione che si sta ripetendo anche in altri Paesi.
In altri termini l’accesso nei nuovi mercati richiederà sempre di più l’esportazione del know-how e di attività produttive locali.
Il Solar Breeder (SB) nasce per rispondere alla necessità di molte PMI italiane del settore, quelle che hanno resistito al crollo del mercato interno, di aprirsi ai mercati internazionali minimizzando, per quanto possibile, i costi e i rischi dell’avviamento.
L’idea base è quella di mettere insieme l’intera “catena del valore” (dalla produzione di moduli, agli inverter, ai diversi componenti elettrici ed elettronici degli impianti, al know how degli allacci in alta tensione, alla progettazione, all’ingegneria dei sistemi, alle capacità di due diligence, al monitoraggio e alle attività di O&M, fino alla formazione specialistica di settore) dell’industria fotovoltaica italiana attraverso la scelta di imprese in grado di “lavorare insieme” in uno stesso distretto industriale.
Tutte le attività di filiera, sia produttive sia di servizio, vengono sviluppate da una decina di Aziende Partner tutte collocate nella medesima area industriale. In tal modo condividono molti dei costi generali esterni al core business di ciascuna e, in parte, anche i costi di comunicazione, promozione, amministrazione e vendita.
Nella stessa area industriale è prevista l’installazione di un impianto fotovoltaico della potenza di circa 8 MW dotato di accumulo elettrochimico in grado di garantire una regolazione delle forniture elettriche sia alle imprese interne al distretto, sia a selezionati utenti esterni. L’impianto verrà realizzato in una prima fase con prodotti delle Aziende Partner importati dall’Italia, in una seconda fase dalle produzioni locali. Da qui il concetto di “Breeder”.
L’impianto alimenterà inoltre un sistema d’irrigazione a goccia destinato a produzioni agricole collocate a fianco dell’area industriale, attraverso il pompaggio dell’acqua dalla falda acquifera presente a circa 150 metri di profondità.
L’investimento totale dell’attuale dimensione del SB ammonta a circa 20 milioni di euro. Molto al di sopra della soglia prevista dal Governo marocchino per la concessione di una serie di incentivazioni fiscali e doganali che contribuiscono ulteriormente alla competitività dell’intero sistema di imprese.
Il progetto Solar Breeder, dopo una preparazione di oltre nove mesi, si è “consolidato” con la costituzione di una holding operativa, la Solar Breeder Morocco sarl di diritto marocchino (vedi la foto del progetto in alto a sinistra), della quale farà parte la S.I.E. (Societè d’Investissment Energetique), società del Ministero dell’Energia marocchino, che ha l’incarico di investire nelle attività industriali del settore “rinnovabile” e che investirà nel progetto il 35% circa del totale.
Scelta a Sud
Perché il Marocco? Su questa scelta si è già detto quasi tutto. Il Paese più stabile della sponda sud del Mediterraneo, il Paese che importa la quasi totalità delle risorse energetiche, il Paese che ha recentemente adottato una convinta politica di sviluppo delle fonti rinnovabili e, soprattutto, un Paese nel quale il fotovoltaico non ha bisogno di incentivi alla produzione di energia elettrica.
Questa condizione, che a prima vista sembrerebbe una condizione negativa, a ben guardare non lo è. Il significato profondo è che il fotovoltaico è già competitivo con qualsiasi altra fonte di energia fossile o rinnovabile. Questa è la “fortuna” cui ho accennato prima.
Forse la parola fortuna è sbagliata, ma in Marocco è del tutto chiaro, anche a livello del Governo, che l’uscita progressiva dalle fonti fossili importate è possibile a iniziare dalla produzione di energia elettrica.
Si può aggiungere che, anche se i mercati energetici sono sempre pesantemente influenzati da decisioni politiche, il fatto di poter lavorare in assenza di interventi di sostegno diretto (come nel caso italiano), permette di programmare il proprio futuro solo sulle previsioni di un mercato il meno possibile “drogato” da elementi “transitori” e poco controllabili. (Nella tabella di seguito sono riportate le stime sulla possibile crescita della potenza fotovoltaica installata in Marocco tra 2015 e 2020, ndr).

Da questo punto di vista il Marocco è un Paese esemplare. L’ente elettrico nazionale (ONEE) prevede che le bollette elettriche da fonti fossili, per le diverse tipologie di consumatori, aumentino con la progressiva riduzione del sostegno pubblico.
In tale situazione l’impianto previsto nell’area del Solar Breeder potrà fornire energia elettrica a un prezzo inferiore del 20% rispetto ai prezzi del mercato, con una buona redditività dell’investimento (Vedi grafico di seguito).


In definitiva il Solar Breeder ha l’ambizione di presentarsi come un modello di collaborazione industriale tra aziende e istituzioni di Paesi diversi a vantaggio delle reciproche economie e delle rispettive imprese. È un’iniziativa che “guarda lontano”, ben diversa da interventi puramente speculativi, che si radica su altri territori. È un’iniziativa “aperta” che può continuare ad accogliere altre imprese per esempio del settore eolico e della gestione energetica dei rifiuti.
In conclusione, un modello che potrà essere replicato dopo la prossima costituzione di una Holding internazionale: il Solar Breeder International SpA.

L'articolo di Giovanni Simoni, CEO Gruppo Kenergia, è stato pubblicato sul n.3/2015 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo "Il Sole italiano può farcela. All’estero".

Rimandare di nove mesi il processo-boomerang per diffamazione di Renzi a Maiorano era troppo, anticipata prima udienza al 13 novembre

07-08-2015 Dalle escort di Palazzo Vecchio a un giro di fatture false
 

Escort a Firenze, Taormina: ‘Processo contro Maiorano diventerà contro Renzi’


Chiamati a testimoniare anche Boschi e Lotti
di Barbara Laurenzi - ItaliaChiamaItalia

Roma – Rinviata da giugno a marzo, poi nuovamente anticipata all’autunno. Si terrà il prossimo 13 novembre la prima udienza del processo che vede Alessandro Maiorano, dipendente comunale di Palazzo Vecchio, imputato per diffamazione dal premier Matteo Renzi in seguito a una serie di dichiarazioni rese alla stampa, tra le quali un’intervista a ItaliaChiamaItalia pubblicata nel giugno 2013.

La procura di Firenze ha di fatto accolto le istanze di Maiorano e del suo legale Carlo Taormina che, dopo avere appreso dell’iniziale slittamento di nove mesi, avevano richiesto di abbreviare i tempi. Come già raccontato da Maiorano a ItaliaChiamaItalia, l’avvocato Taormina ha elaborato un fascicolo di cinquantadue pagine nelle quali spiega e motiva punto per punto ogni accusa mossa dal dipendente fiorentino all’ex sindaco e chiama a testimoniare una lista di nomi eccellenti, tra i quali non mancano alcuni attuali ministri.

La linea della difesa è semplice. Poiché Matteo Renzi accusa Alessandro Maiorano di diffamazione, si dimostrerà in aula che, al contrario, tutto quello che è stato detto è vero, a partire dalle presunte spese incontrollate fino ad arrivare al giro di escort che avrebbero frequentato Palazzo Vecchio.

Inoltre, proprio effettuando delle ricerche anagrafiche per preparare la linea difensiva in seguito alla querela per l’intervista pubblicata su ItaliaChiamaItalia, Maiorano e Taormina si sono imbattuti nel caso della residenza del premier in via Alfana, spostata in tutta fretta e il cui affitto veniva pagato dal fedelissimo Marco Carrai.

Avvocato, la procura ha accolto la vostra richiesta anticipando la prima udienza al 13 novembre. Quale sarà la linea difensiva?

Questo processo presenta diversi filoni, ai quali sono collegati differenti testimoni e situazioni. Un ruolo importante è sicuramente quello giocato da amministrativi e funzionari da un lato e potere politico dall’altro. Molte delle spese alle quali abbiamo fatto riferimento riguardano sia la Florence Multimedia, sia la Fondazione Strozzi sia, infine, il Genio Fiorentino. Per ciascuno di questi tre settori, moltissime delle rogazioni a favore di Renzi venivano effettuate sulla base di delibere che avrebbero dovuto essere esaminate sotto il profilo della legittimità ma, di fatto, venivano fatte dai dirigenti senza passare dal controllo politico. Il cuore delle nostre testimonianze, quindi, è rappresentato dalla giunta e dai funzionari responsabili delle erogazioni.

Qual è il ruolo di Florence Multimedia in relazione alle spese contestate da Maiorano?

Esistono alcuni aspetti riguardanti la Florence Multimedia in relazione alle campagne elettorali fatte a favore di Renzi che, in parte, utilizzavano questi meccanismi di divulgazione di attività teoricamente legate alla provincia. Dall’altro lato è emerso il ruolo delle fondazioni che facevano capo al solito Carrai. Lui è il perno di tutto, intorno a lui ruotano tutte le spese per tutte le campagne elettorali, sia per le primarie che per le altre, ad esempio il comune, sia per tutto ciò che riguarda le controprestazioni che sembrerebbe aver avuto in termini di fornitura per un museo di Firenze, per la presenza come amministratore dell’aeroporto di Firenze e nella Firenze Parcheggi, due grandi municipalizzate dove troviamo sempre e immancabilmente Carrai.

Per quale motivo, nel vostro fascicolo, è citato anche l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi?

Perché è stato proprio Lusi a versare una somma consistente a Renzi e, quindi, dobbiamo sapere da dove vengono questi soldi. Se sono parte di quelli per i quali Lusi è stato condannato per appropriazione indebita, allora si configurerebbe il reato di ricettazione.

Come farete a risalire ai soldi versati da Lusi?

Ne abbiamo prodotto le fatture all’interno del fascicolo.

Come avete fatto ad averle?

Abbiamo queste fatture perché somme, ufficialmente, venivano date a determinati soggetti, mentre poi i soldi andavano a Renzi.

Quindi ipotizzate un giro di false fatturazioni?

Sì, certamente.

Per quale motivo avete chiamato a testimoniare anche il ministro Boschi e il sottosegretario Lotti?

Perché indagando sulle attività delle spese per sostenere l’ascesa di Renzi troviamo quelli che oggi sono ministri ma, all’epoca, avevano un ruolo molto importante che a noi interessa per capire quali fossero le reali utilizzazioni dei soldi erogati. Soldi che risultano dovuti per certe attività e che, invece, riguardano iniziative delle quali la provincia non si sarebbe mai dovuta interessare. Quindi questi soldi sono stati impiegati o per attività che non hanno una compatibilità istituzionale, oppure sono andati in una direzione diversa da quella dichiarata. A queste spese poco limpide si sommano quelle messe in conto per alberghi, viaggi, ristoranti e caffè, ma ammontano a poco meno di un milione di euro e sono una cifra poco significativa, se confrontata con il totale dei trentuno milioni contestati.

È vero che la questione della residenza di Renzi in via Alfani 8 emerse proprio mentre svolgevate le indagini per preparare la difesa di Maiorano?

Sì, effettuando delle ricerche si scoprì che lui, in un brevissimo lasso di tempo, forse solo una giornata, trasferì la residenza da via Alfani a Pontassieve quando, secondo quella che è la nostra impostazione accusatoria, si rese conto che quella sua presenza avrebbe potuto scottare, sulla scia di quanto accade a Fini per la casa di Montecarlo ad esempio. In via Alfani c’era un contratto di locazione intestato a una persona, mentre il canone veniva pagato da Carrai, lo stesso che gestisce le fondazioni ed è presidente di AdF, ossia Aeroporti di Firenze.

Per quale motivo, secondo lei, la procura ha cambiato idea ed ha accolto la vostra richiesta?

Secondo me perché non potevano fare altrimenti, è un principio generale, le procure sono impersonali, il pm può essere chiunque, anche se devo dire che, quando si tratta di processi delicati, si fa in modo che sia sempre lo stesso pm a seguire il tutto. Però, in questo caso, c’era una particolarità. La nostra era un’udienza di transito per ammettere le prove per poi rinviare alla prima udienza vera e propria, quindi qualsiasi pm andava bene. Poi, da quello che ci risulta, il pm era impedito a presentarsi in aula solo fino al giorno seguente, quindi l’udienza si sarebbe potuta tenere anche a due giorni dopo. Invece hanno rinviato fino al 21 marzo e noi, di contro, abbiamo presentato l’istanza ma, per non darci soddisfazione e non poterci far dire che eravamo stati noi a determinare l’anticipazione, è stato poi il pm stesso a spostare la data.

Quali assi calerete nel corso del dibattimento?

Abbiamo diverse cose interessanti che non posso anticipare, naturalmente c’è tutto il capitolo delle escort che deve essere scandagliato e, nella lista dei testi, abbiamo le indicazioni di coloro che possono testimoniare la frequentazione di escort a Palazzo Vecchio, che è poi la vicenda per la quale Renzi ha sporto querela.

Su quali aspetti insisterà la difesa in aula?

In buona sostanza, poiché agiremo in exceptio veritatis e poiché in questo processo si giudica per diffamazione, dovremo dimostrare che non abbiamo commesso diffamazione e che quelle spese furono realmente ‘spese pazze’. Il primo agosto è un anno che la Procura di Firenze ha le nostre contestazioni, un fascicolo di decine di pagine, e finora non ha fatto nulla. Ora la Procura dovrà attivarsi. Paradossalmente, il processo contro Maiorano diventerà invece il processo contro Renzi.

Renzi, massoneria, Maggioni

LE MANI DEL GRUPPO BILDERBERG SULLA RAI. NOMINATA MONICA MAGGIONI

Postato il Venerdì, 07 agosto  di davide



DI SERGIO CARARO

contropiano.org

Già da due giorni si era capito che la nomina del nuovo presidente del Consiglio di Amministrazione della Rai sarebbe stato la "carta da spariglio" che Renzi si sarebbe giocato. Mentre tutti si accanivano sulla nomina di un outsider competente come Freccero o di illustri ma sconosciuti portaborse dentro il nuovo Cda, il Presidente del Consiglio aveva la sua carta in mano da giocare. Questa carta si chiama Monica Maggioni, la ex corrispondente internazionale della Rai che in questi anni aveva “normalizzato” quella che era stata l’isola felice di Rainews24, allineandola sempre più all’informazione embedded imposta dai poteri forti. Una funzione a questo punto realizzata e suggerita da uno dei centri di potere più forti: il gruppo Bildeberg.

La Maggioni ha partecipato agli incontri di questa organizzazione riservatissima dei potenti del mondo e lo aveva fatto facendosi legittimare proprio dalla Rai di cui si apprestava a diventare presidente. La Rai, sollecitata da un’interrogazione del presidente della Commissione Vigilanza Roberto Fico (M5S) in merito alla partecipazione della Maggioni alla riunione del Bildeberg del 29 maggio scorso, si era sentito rispondere: “Si conferma che la Dottoressa Monica Maggioni ha partecipato a Copenaghen al meeting annuale di Bilderberg nel periodo compreso tra il 29 maggio e il 1° giugno. La Rai - ancorché la partecipazione citata sia avvenuta a titolo personale - ritiene assolutamente legittimo che, nell’ambito della propria attività professionale, un suo dipendente possa partecipare se invitato, a prendere parte ad eventi organizzati da un think tank di tale rilevanza internazionale e che tale partecipazione costituisca elemento di prestigio per l’azienda stessa”.

Per onestà occorre sottolineare come la Maggioni non sia affatto l’unica giornalista di comando a partecipare alle riservate riunione del Bildeberg. Negli anni passati negli hotel di lusso che ospitavano gli incontri si potevano incontrare Lilli Gruber, Gianni Riotta, Ugo Stille, Arrigo Levi, Ferruccio de Bortoli, Lucio Caracciolo. Soprattutto quelli del Corriere della Sera, erano di casa.

Sulla funzione del Bilderberg come “facilitatore” nel controllo dei punti strategici del comando, è interessante il meccanismo descritto nel libro di Domenico Moro (“Club Bildeberg”), ossia quello delle “porte girevoli”, per cui un ministro (o, nel caso degli USA, un segretario di Stato) si ritrova poi al vertice di una multinazionale, o magari ne aveva fatto parte prima, mentre grandi manager pubblici come Romano Prodi dopo aver portato avanti massicce privatizzazioni si ritrovano presidenti del Consiglio o ai vertici dell’Unione europea; o ancora uomini come Mario Draghi, che passano da presidente del Comitato economico e finanziario del Consiglio della UE a direttore generale del Ministero del Tesoro italiano, per poi diventare vicepresidente della Goldman-Sachs, dopo di che governatore della Banca d’Italia e infine presidente della Banca centrale europea.

Insomma una vera e propria oligarchia esclusiva che occupa sistematicamente tutti i posti rilevanti nell’economia, nella politica, nell’informazione e nella diplomazia internazionale. Gente che quando si incontra in località esclusive e in riunioni riservate di certo non discute certo della fame nel mondo o del giro d'Italia di ciclismo.

Con un Presidente del Consiglio in odore di grembiulini come Renzi (e come aveva scritto l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, immediatamente messo alla porta), la nomina di una partecipante al Gruppo Bildeberg a presidente del Consiglio di Amministrazione della Rai è tutt’altro che una sorpresa, è una conferma.

Sergio Cararo

Fonte: http://contropiano.org

Link: http://contropiano.org/articoli/item/32243

6.08.2015

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15412

Renzi prende tempo, ma noi romani sappiamo che Roma è mafiosa in tutte le sue istituzioni e il Pd è il brodo in cui prolifera la corruzione

Renzi insabbia la verità su Roma

Se non fosse tragica, la questione avrebbe del comico: il premier Matteo Renzi tiene nascosto il documento sul quale è scritto se il partito del segretario Matteo Renzi è mafioso o no


La verità non ce la vogliono dire. Renzi ha ricevuto ieri la relazione del ministro Alfano sulle presunte, si fa per dire, infiltrazioni mafiose nel Comune di Roma e, invece di portarla come previsto in Consiglio dei ministri per adottare le conseguenti decisioni, l'ha chiusa nel cassetto.


Alfano non ha battuto ciglio, cosa che non sorprende. In un Paese normale non solo il ministro degli Interni è innanzitutto servitore dello Stato e non del premier, ma il Parlamento pretenderebbe di sapere subito se la Capitale è caduta nelle mani della mafia, se sì che cosa intende fare il governo, se no che cosa intenda fare il Csm contro i pm che hanno spacciato una bufala di tali dimensioni. Da noi invece nessuno fa una piega, deputati e senatori hanno la valigia in mano, in fondo se la mafia ha governato Roma per tanti anni, qualche settimana in più non è poi così grave.
Ma il motivo per cui Renzi e Alfano hanno nascosto la relazione nel cassetto non sono le vacanze incombenti. No, è che i partiti di cui sono segretari, Pd e Nuovo Centrodestra, sono coinvolti, direttamente e indirettamente, fino al collo in questo scandalo e in quelli gemelli scoperti sull'onda del primo su (Emilia Romagna) e giù (Sicilia) per l'Italia. Se non fosse tragica, la questione avrebbe del comico: il premier Matteo Renzi tiene nascosto il documento sul quale è scritto se il partito del segretario Matteo Renzi è mafioso o no. E, non contento, ci prende pure per i fondelli: «Ne parliamo a fine mese - ha detto ieri -, ma non aspettatevi sorprese». Il dubbio è: dice questo perché, beato lui, la relazione l'ha solo letta, oppure perché l'ha direttamente dettata al fido Alfano, temendo che il ministro senza quid ne combinasse una delle sue? E se «non ci sono sorprese», perché chiudere quei fogli in un cassetto?
Insomma, la verità mi sembra questa. A Renzi e ad Alfano della mafia a Roma non importa nulla, dei politici corrotti idem, di una Capitale in ginocchio e ridicolizzata nel mondo men che meno. Il loro rispetto per i cittadini è pari a zero. L'unica preoccupazione è insabbiare, annacquare, rinviare la verità su uno scandalo che coinvolge i loro amichetti e che dovrebbe portare a chiudere per infiltrazioni mafiose non solo la giunta Marino, ma i loro stessi partiti. Sapremo a fine mese, tempo sufficiente per lavorare di sbianchetto. Pratica diffusa tra i premier di sinistra.

Fiumicino allo sbando, le istituzioni assenti, disorganizzazione organizzata, tutto è voluto

«Così sono stato truffato a Fiumicino
da un tassista abusivo»

A bordo di un minibus bianco, con una «complice» dell’autista che è ripartito sgommando con il bottino: una corsa da 88 euro in totale

shadow
Lunedì 3 agosto, ore quindici circa: arrivo a Fiumicino con un volo da Palermo. In aeroporto tutto fila alla perfezione. La trappola mi aspetta fuori, e scatta quando decido di prendere un taxi. In attesa in testa alla fila c’è un minibus, una Opel Vivaro fatta per trasportare otto persone oltre all’autista. Strano, accanto alla portiera che «slitta» sulla fiancata ci sono un uomo e una donna che discutono animatamente.
«Il tassametro è spento»
Non importa, penso io, tanto in questa fila ci sono soltanto i taxi regolari. Comincio a capire che qualcosa non va quando l’autista fa salire al suo fianco la giovane donna che avevo visto prima, senza dedicarmi la minima spiegazione. Bisogna conoscerli, questi minibus. Se stai seduto dietro, nella fila di mezzo, non vedi assolutamente nulla di quanto accade in quella del posto di guida. Hai davanti un muro, e quando decido di passare alla controffensiva chiedendo dove sia il tassametro (peraltro inutile sul tragitto Fiumicino-Roma) , il «tassista» mi risponde scocciato che non lo vedo perché è spento. Io mi metto comodo e mi rassegno, tanto la strada è quella giusta e più di 48 euro non tirerò fuori, cosa mai può capitarmi?
«Mi ha dato dieci euro, non cinquanta»
Ingenuo! Ho dimenticato che siamo nell’agosto romano, nella stagione prediletta dei truffatori (italiani, sia chiaro) che da ogni parte convergono sulla capitale. Ma torniamo su quel «taxi», perché la scena madre sta per arrivare. Faccio in tempo a notare che all’interno non ci sono i documenti che normalmente stanno sul retro del sedile anteriore, rivolti verso il cliente. Ma non c’è più tempo, siamo arrivati. Prendo un biglietto da 50 euro e lo consegno all’autista, il quale mezzo secondo dopo mi fa vedere dall’alto della barriera del sedile anteriore un biglietto da 10 euro evidentemente preparato in precedenza. Guardi che le ho dato 50, no mi ha dato 10, ho visto anch’io che gli ha dato 10, interviene la donna. Chiamare il 113? Lui ha un testimone anche se non dovrebbe essere a bordo, io non ho prove. Mi prendo i 10 euro, ne mollo altri 50 e a conti fatti la corsa mi costa 88 euro invece di 48. Il «taxi» parte sgommando, quasi scappa, ha sul retro un numero di licenza (il 380) falsificato perché privo dello scudetto comunale. Insomma ho viaggiato, e nemmeno da solo, su un minibus bianco camuffato da taxi. Non siate, cari lettori, arrendevoli come sono stato io. E poi mi piacerebbe che qualcuno spiegasse al Corriere come mai quel veicolo, del quale non ho fatto in tempo a prendere la targa, fosse in attesa nella fila dei taxi veri. L’aeroporto di Fiumicino non ha bisogno anche di questo.

Sulmona, la politica dimentica la sua ragione d'essere, sintesi in funzione degli interessi delle comunità

Snam, Comitati: la grande beffa
venerdì 07 agosto 2015
Immagine attivaSULMONA – “I nostri timori si sono, purtroppo, rivelati fondati: la Regione Abruzzo non ha avuto nè la capacità nè la volontà di far rinviare la Conferenza di Servizi sul metanodotto”.
Non risparmiano critiche i comitati cittadini per l’ambiente dopo la conferenza dei servizi sul metanodotto che ha rimesso l’ultima parola al governo (clicca).


“Occorreva un intervento molto deciso sul Governo, che invece non c'é stato da parte dei nostri rappresentanti – incalzano - occorreva la partecipazione in prima persona del Presidente D'Alfonso e del Vice Presidente Lolli che invece hanno, con la loro assenza, ancora una volta abbandonato la lotta e imposto, ai cittadini e ai territori, l’umiliazione di soccombere allo strapotere del Governo e della multinazionale. Così come si sono fatti notare per  la loro latitanza i Presidenti di Umbria e Marche, tutti Governatori, guarda caso, dello stesso colore politico del Presidente del Consiglio il cui "decisionismo", evidentemente, va assecondato. Vistose anche le defezioni di molti Comuni, tra cui l'Aquila in testa: proprio l'Aquila, che era la città capofila della opposizione al progetto Snam. Il risultato non poteva che essere disastroso: dopo quella sulla centrale si chiude anche la Conferenza di Servizi sul metanodotto e la Snam, che ha visto accolte tutte le sue istanze, può tranquillamente cantare vittoria. Per indorare la pillola l'Assessore Mazzocca, lasciato  da solo a gestire la bollente questione, parla ancora di "riunione interlocutoria", dice che ora la palla passa alla Presidenza del Consiglio e che la Regione si opporrà "fino alla morte".
Ma la realtà è ben diversa – aggiungono - perchè i giochi sono ormai  fatti e il diritto alla salute, all’incolumità, l’ambiente, l’economia, le opportunità di sviluppo, sono compromessi e condannati grazie a coloro che, da rappresentanti del popolo, si sono trasformati in paladini dei poteri forti. Il Governo calpesta arrogantemente il dissenso espresso dalle istituzioni e dalle comunità locali anche perchè non supportati da un fronte unico di opposizione con azioni di contrasto all’opera e si limiterà, pertanto, a considerare gli incontri che seguiranno, adempimenti puramente formali. La vera battaglia, che avrebbe potuto cambiare l'esito della "vicenda Snam", è quella che  la Regione,  per calcolo o per inadeguatezza, non ha combattuto. Ora è troppo tardi. Eppure la Regione Abruzzo ha avuto a disposizione ottime carte da giocare, a livello politico, tecnico e giuridico; carte che però ha buttato nel cestino, per calcolo o inadeguatezza, lasciando pienamente campo libero alla Snam e al suo principale sponsor, il Governo Renzi.

Quando, alcune settimane fa, D'Alfonso aveva "strappato" la possibilità di ridiscutere la localizzazione della centrale, sembrava che l'intera infrastruttura potesse essere rimessa in discussione. Ma ora che la Conferenza di Servizi  ha bloccato il metanodotto sulla dorsale appenninica e dunque sui nostri  territori,  che senso ha quello "spiraglio"? Solo uno specchietto per le allodole perché spostare la centrale di qualche centinaio di metri o di qualche chilometro non cambia assolutamente nulla e non è questo l'obiettivo per il quale stiamo combattendo dal 2008.

Quella che si sta consumando sulle nostre teste e a danno del nostro territorio – concludono - è una grande beffa che ha come protagonisti avversari ben definiti come il Governo e la Snam in perfetta simbiosi, ma anche quei tanti politici molto inclini alla carriera politica e poco avvezzi a difendere i diritti delle popolazioni e il territorio,  la cui inaffidabilità abbiamo imparato ormai da tempo a riconoscere e verso i quali i cittadini non potranno che puntare l’indice accusatore: E’ COLPA VOSTRA!”.


venerdì 7 agosto 2015

Cisl, sono ricattabili e per questo sono complici dei padroni (20 miliardi di investimenti della Fiat, mai fatti)


Gli scandali infiniti dei sindacalisti complici In evidenza

Gli scandali infiniti dei sindacalisti complici
Quando abbiamo preso a chiamare “complici” i sindacati ufficiali – insomma: Cgil, Cisl e Uil – in molti, anche nella cosiddetta sinistra radicale, hanno arricciato il naso. Ok, ci veniva detto, va bene la critica di una linea decisamente arrendevole, ma da qui a chiamarli di fatto “servi del padrone” ce ne corre.
Eppure la definizione di “complici” era stata proposta da Maurizio Sacconi, il più feroce nemico del sindacalismo pro-lavoratori che si sia mai visto. E lui, che veniva dalla Cgil oltre che dal Psi craxiano, sapeva indubbiamente bene di cosa stava parlando...
Poi la scomparsa improvvisa di Raffaele Bonanni, da segretario generale della Cisl a “invisibile”, ha cominciato a far uscir fuori alcuni comportamenti decisamente incompatibili col ruolo di “difensore dei diritti dei lavoratori”. A cominciare dagli stipendi, autoattribuiti nella più totale segretezza e a livelli da far invidia al presidente degli Stati Uniti.
La cifra esatta dello stipendio di Bonanni è stata a lungo un mistero della fede. Il Fatto Quotidiano, qualche anno fa, l'aveva quantificato in 336.000 euro annui (Obama prende 250.000 dollari, poso più di 200.000 euro...). L'unica cosa certa è che il maxiaumento retributivo per il segretario generale, deciso poco dopo la sua ascesa a quella poltrona, è arrivato giusto in tempo per arricchire il suo monte contributivo in vista della pensione, per cui fce domanda nel 2011.
A proposito di tempismo, giova ricordare che quella domanda venne fatta mentre già si preparava la sostituzione di Berlusconi con Monti, e quindi quella “riforma delle pensioni” ordinata dalla lettera della Bce (agosto 2011) e che avrebbe poi preso il nome dalla signora Fornero.
Voci di corridoio riferiscono che al dunque, la sua pratica sia stata espletata in soli tre giorni, giusto qualche mese in meno di quel che è necessario per un qualsiasi lavoratore. Dal 2012 al momento delle dimissioni – nell'autunno del 2014 – riuscì a sommare il ragguardevole stipendio con un assegno mensile netto di 5.391,50 euro mensili (lui dice 5.122, ma insomma siamo lì), ovvero altri 65.000 annui.
Dentro la Cisl, allora, si svolse una vera e propria faida a colpi di dossier e lettere di denuncia, anonime o palesi. E in questo modo venne fuori che il “vizietto” di darsi compensi faraonici era diventato un sport alquanto diffuso.
La sostituta di Bonanni, Annamaria Furlan, nuova segretaria generale nazionale della Cisl, si era impegnata a riportare la situazione a livelli accettabili. E quindi ha ridotto, per esempio, il suo stesso stipendio portandolo dai 336.000 euro del predecessore a “soli” 156.627,52 euro annui- Che comunque, rispetto ai compensi previsti del 2008 (anno di esplosione della crisi generale e di inizio delle politiche di “austerità” prescritte dalla Troika), segna un aumento del 58,11% ai 76.201,60 euro annui (più un 30% di “indennità”); totale 99.000 euro.
Ma il “vizietto” di attribuirsi stipendi faraonici è decisamente più diffuso e coinvolge livelli molto meno importanti della segreteria generale.
Pochi giorni fa, Fausto Scandola, iscritto dal '68 alla Cisl (il '68 non è stato uguale per tutti, diciamolo, e comunque allora anche una parte della Cisl divenne improvvisamente conflittuale), naturalmente oggi pensionato in quel di Verona, ha preso carta e penna per fare nomi e cifre.
In cima a tutto la domanda politica inaggirabile: I nostri Rappresentanti/Dirigenti ai massimi livelli Nazionali della nostra Cisl sono ancora, si possono ancora considerare Rappresentanti Sindacali dei Soci finanziatori, lavoratori dipendenti e pensionati? I loro comportamenti, lo svolgere dei loro ruoli, come gestiscono il potere, si possono ancora considerare da esempio e guida della nostra associazione che punta a curare gli interessi dei lavoratori dipendenti e pensionati soci finanziatori? O rappresentano caratteristiche più affini a chi gestisce una sua proprietà? Come poterli definire, da come esercitano il rispetto delle regole Confederali nel costruirsi i propri compensi, ricavati dal finanziamento volontario dei soci iscritti?”.
Per stare sul sicuro, Scandola denuncia casi che conosce direttamente e di cui presumibilmente, ha in mano le carte per provare ciò che dice. Per esempio Antonino Sorgi, presidente nazionale dell'Inas Cisl – il patronato, di fatto - che nel 2014 si sarebbe messo in tasca 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di “compensi” da parte dell'istituto che dirige e altri 77.957,00 euro grazie al ruolo dirigente nell'Inas immobiliare. Il totale (256.049,71 euro), anche qui, supera seppur di poco lo stipendio di Obama. Ma volete mettere quant'è più difficile e faticoso dirigere un patronato rispetto a guidare gli Stati Uniti d'America?
Meglio di lui avrebbe fatto però l'ex presidente del Caf della Cisl, Valeriano Canepari, che l'anno prima sarebbe riuscito a sommare 97.170,00 euro di pensione e 192.071,00 euro di compensi da parte dell'Usr Cisl Emilia Romagna – l'Unione Sindacale Regionale - per un totale di 289.241,00 euro.
I nomi denunciati dall'orripilato Scandola sono molti di più, spesso noti soltanto agli addetti ai lavori. Ma appunto il loro numero e il loro “grado”, alla testa di funzioni minori del sindacato nazionale, fa a cazzotti con l'entità delle cifre percepite.
Non che la Cgil stia messa molto meglio, anche se le cifre sono decisamente meno rilevanti. Guglielmo Epifani, per esempio, è titolare di una pensione mensile netta di appena 3.400 euro, comunque frutto di un “ritocco” stipendiale (appena 800 euro) deciso alla vigilia della presentazione della domanda di pensione.
Gli scandali, in Corso Italia, sono gestiti con metodologie antiche, miranti a salvaguardare il buon nome dell'organizzazione anche a costo di far scomparire dalla circolazione quelli presi con le mani nel lardo. Lì dentro, per esempio, ancora si parla a mezza bocca di quel membro della segreteria nazionale improvvisamente dimesso subito dopo aver gestito i lavori di ristrutturazione della sede centrale.
Cose minori, come si vede, sul piano finanziario. Ma nello stesso milieu “culturale”. Perché – bisogna sempre ricordare – quegli stipendi vengono pagati con i soldi degli iscritti, spesso semplici lavoratori da 1.000 o meno euro al mese; e i cui diritti – contrattuali o legali – vengono svenduti con regolare costanza da dirigenti che “grattano” in cassa.