Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 settembre 2015

la Cina non cercherà mai l’egemonia o tanto meno infliggerà mai ad altre nazioni le tragedie che abbiamo sofferto

PECHINO TAGLIA 300 MILA MILITARI E MOSTRA I MUSCOLI

di Redazione
4 settembre 2015, pubblicato in Analisi Mondo
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(AsiaNews e AGI ) – L’impressionante parata militare con cui il governo cinese ha celebrato oggi nella capitale il 70mo anniversario della fine della guerra contro il Giappone ha mostrato al mondo sia i “muscoli” del Dragone che il rinnovato potere del presidente Xi Jinping.
Ne sono convinti esperti ed analisti dell’Asia orientale, che hanno letto non solo la sfilata ma anche il parterre in chiave politica ed economica. Xi ha usato la celebrazione per spostare l’attenzione dai crolli dell’economia e dall’esplosione di Tianjin e – scrive oggi il South China Morning Post – sembra aver ottenuto il risultato sperato.
Dal balcone in piazza Tiananmen dal quale Mao Zedong ha proclamato la nascita della Repubblica popolare, Xi ha annunciato l’attesa riforma dell’esercito e ha indicato i punti chiave del futuro militare della Cina: “La vittoria completa del nostro Paese sul Giappone ha riportato lo status nazionale ai vertici della comunità internazionale.
Ma l’esperienza della guerra rende la pace ancora più importante. Ecco perché, nonostante i grandi progressi, la Cina non cercherà mai l’egemonia o tanto meno infliggerà mai ad altre nazioni le tragedie che abbiamo sofferto”.
Xi ha poi annunciato un taglio di 300mila unità – il doppio del totale delle forze armate britanniche – che renderanno l’Esercito di liberazione popolare “un corpo moderno in grado di vincere una guerra”. Al momento gli effettivi sono 2,3 milioni.
Dopo le 70 salve di cannone, il presidente ha passato in rassegna i 12mila soldati in assetto da battaglia e le varie apparecchiature belliche stanziate fra piazza Tiananmen e il viale Chang’an.
A bordo di una Sedan “bandiera rossa”, la stessa usata da tutti i suoi predecessori per le parate militare, Xi ha salutato i soldati: “Salute compagni! Avete lavorato duro!”. Al che i militari hanno risposto: “Salve comandante! Serviamo il popolo”.
La parata ha fornito un utile palcoscenico anche per alcune apparizioni politiche, interne ed estere, che hanno catturato l’attenzione dei media.
Per la prima volta era presente alla revisione delle truppe Peng Liyuan, moglie del presidente e considerata la first lady “più influente della Cina” dai tempi della quarta moglie di Mao Zedong, Jiang Qing.
Prima assoluta anche per l’apparizione di tre generazioni di leader cinesi: al fianco di Xi vi erano infatti sia Jiang Zemin che Hu Jintao. Insieme a loro anche tre ex primi ministri: Li Peng, il “macellaio di Tiananmen”; Zhu Rongji e Wen Jiabao. Presente anche l’anziano Song Ping, segretario personale del defunto Zhou Enlai e vicino ai 100 anni.
Fra i leader stranieri vi erano il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, il presidente russo Vladimir Putin, il sudafricano Jacob Zuma, il pakistano Mamnoon Hussain e il sudanese Omar Hassan al-Bashir, ricercato per crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.
L’unico capo di Stato europeo era il presidente ceco Milos Zeman, mentre l’ex premier britannico Tony Blair era presente ma senza incarichi ufficiali. Francia e Italia hanno mandato i ministri degli Esteri; Stati Uniti, Canada e Germania membri delle missioni diplomatiche.
Assente, come previsto, il giapponese Shinzo Abe; “disappunto” cinese per la scelta dell’inviato nordcoreano, Choe Ryong-hae, membro di basso livello del Politburo di Pyongyang. Forse a causa della presenza della presidente sudcoreana Park Geun-hye.
La rassegna delle truppe ha consentito al presidente di dare un importante segnale di unità anche dal punto di vista strettamente militare.
Negli ultimi tempi, infatti, Xi ha spinto per un repulisti ai vertici dell’Esercito di liberazione popolare che ha visto l’arresto e l’incriminazione di personaggi come Guo Boxiong e Xu Caihou, ex vice presidente della Commissione militare centrale (poi morto di cancro).
Il People’s Daily di oggi scrive: “Aprire un’inchiesta contro queste persone ha mostrato la nostra volontà di salvaguardare l’immagine dei militari, e la parata mostra come questi siano migliorati nel tempo”.
Wang Jian, vice commissario politico dell’esercito, non ha dubbi: “La sfilata di oggi è una dichiarazione di lealtà. Un’ispezione non solo delle armi, ma dell’amore e del sostegno per il Partito e per il presidente Xi”. Yue Gang, colonnello in pensione, ritiene che il tutto “stabilisca ancora di più l’autorità personale di Xi Jinping all’interno dell’Esercito.
Un fattore decisivo che, ad esempio, l’ex presidente Hu Jintao non ha mai tenuto in conto”.
Per la parata militare sono state prese misure eccezionali nella capitale. Ristretto l’uso delle macchine per i residenti e svuotati i quartieri centrali, che il South China Morning Post ha definito “una città fantasma”.
Impegnati anche cani, falchi e scimmie per spaventare gli uccelli migratori che in questa stagione affollano i cieli e potrebbero provocare incidenti aio 200 velivoli coinvolti nella manifestazione.
Chiusi sette parchi pubblici, diversi ospedali e la prima linea della metropolitana. Bloccati anche i due enormi aeroporti di Pechino.
Lungo il percorso della parata, che ha coperto la centralissima Chang’an Jie, la via che divide l’anticasede imperiale della Città Proibita da piazza Tienanmen, sono sfilati 12 mila militari con oltre 500 mezzi per l’84 per cento costituiti da sistemi nuovi o mai presentati al pubblico come ha sottolineato l’Agenzia nuova Cina.
Tra questi i discussi missili balistici “anti-portaerei” DF-21D, i caccia imbarcati su portaerei J-15, mezzi anfibi e nuovi droni, i missili balistici intercontinentali DF-5B, che hanno una gittata di 15mila chilometri eDF-31A, variante aggiornata di un tipo di missile già presentato nel 1999, e i missili balistici a media gittata (4 mila chilometri) DF-26 annunciati anch’essi come armi con capacità anti nave ma con raggio d’azione ben maggiore dei DF-21D, gli elicotteri da attacco WZ-19, il bombardiere H-6K (copia datata del Tupolev Tu-16 russo), i carri armati  99A2, oltre a pezzi di artiglieria, semoventi e veicoli da combattimento.

Canone Rai, con queste premesse, è Renzi e il governo che lo deve pagare

Come farò della Rai una noia mortale: “Un talk show che…”

Antonio Campo Dall'Orto, direttore generale della Rai, ha esposto, avvolta di fumo e di frasi un po' difficili da interpretare, la ricetta della resa del servizio pubblico agli interessi di Mediaset e Sky, Berlusconi e Rupert Murdoch

Pubblicato il 4 settembre 2015 
di Marco Benedetto

Antonio Campo Dall'Orto. Quale è il suo vero mandato?

ROMA – Antonio Campo Dall’Orto ha cantato,Berlusconi e Rupert Murdoch hanno sorriso. Antonio Campo Dall’Orto, neo direttore generale della Rai, ha spiegato con queste parole ai lettori del Foglio e al mondo avvertito via Twitter la Rai che sarà: “Untalk show che funziona non è sempre un talk show che supera come ascolti la concorrenza, ma è sempre un talk show che lascia qualcosa in più a chi lo sta guardando”.

In altre parole: Silvio, Mr. Murdoch, state sereni, la Rai non farà concorrenza a Mediaset né a Sky. Cominciamo dai talk show, poi…

Poi la Rai sarà di una noia mortale, proprio come sognate voi.

La Rai cede pezzi a Mediaset e Sky, perde campionati e gran premi, rinuncia persino a Miss Italia e qui stiamo a parlare di cultura, di educazione, di formazione.


Provoca un po’ di amarezza e di allarme che ci caschi tanta gente preparata e per bene della sinistra, tutti sinceramente anti berlusconiani, tutti ben allertati su Murdoch, magari con qualche pecca nel passato come Vincenzo Vita ma lui obbediva al Partito, cioè a Massimo D’Alema, nel consegnare le chiavi agli uomini di Berlusconi.

Le parole di Antonio Campo Dall’Orto dovrebbero suonare allarme nelle loro teste. Ben impacchettate come nemmeno Bertinotti avrebbe saputo fare, le idee di Antonio Campo Dall’Orto sono chiare: niente più concorrenza con i privati, il servizio pubblico è…Già cosa può essere il servizio pubblico della Tv se non dare il meglio possibile della televisione a chi non esce la sera e nemmeno più il pomeriggio e anche la mattina, a chi non può permettersi l’abbonamento a Sky, a quell’Italia di poveri che quando serve all’Istat costituisce la maggioranza dei miei concittadini?

Il meglio possibile della Tv vuole dire Miss Italia, Festival di Sanremo, partite, gran premi, film, anche il Papa e la Messa la domenica, tutto quello che ti fa passare il tempo senza soldi e chiuso in casa; non Luca Ronconi e Sorrentino in prima serata. Alla base del successo di Berlusconi furono i film che sulla Rai nessuno poteva vedere, se non uno alla settimana, il lunedì, ormai vecchi di almeno 2 anni. Marco Travaglio ha messo in evidenza la fumosità del linguaggio e la inconsistenza dei concetti dell’intervista di Antonio Campo Dall’Orto con Claudio Cerasa per il Foglio. Ha risparmiato Claudio Cerasa anche se l’italiano dell’intervistatore appare in totale sintonia con quella dell’intervistato.

Gli stessi concetti sono reiterati in un articolo di Marco Mele sul Sole 24 Ore basato su un documento presentato da Antonio Campo Dall’Orto al Consiglio di Amministrazione della Rai intitolato “Gruppo Rai – Contesto di riferimento e posizionamento competitivo”.

Dice che vuole fare della Rai una “Media company”. Ma la Rai è una media company, come lo sono tutte le società editrici italiane. Forse voleva dire “Multi Media” ma non l’ha detto, forse per non agitare troppo gli editori dei giornali tutti impegnati a fondo nel trasformare le loro stesse aziende in multi media company, loro con i soldi degli azionisti, la Rai con i soldi dei contribuenti.

Il timore è che, obbedendo al patto del Nazareno, Antonio Campo Dall’Orto prosegua nella demolizione della Rai che piace tanto a Berlusconi e che è in corso da un quarto di secolo, da quando fu estromesso Biagio Agnes, l’unico che abbia fatto sentire a Berlusconi il fiato sul collo.

Per confondere un po’ le acque si parla di media e multimedia, ma il cuore del business si chiama Rai 1, Rai 2, Rai 3. Quelle sono le spine nell’occhio di Berlusconi e un po’ anche di Murdoch. Dei Tg importa poco, con buona pace per la categoria.

Rinunciare alla competizione sull’audience vuole dire rinunciare a fare il proprio dovere di concessionario di servizio pubblico. L’audience non è il metro del Demonio, è la misura della capacità di essere apprezzato dal pubblico, cioè dagli italiani.

L’audience è anche lo strumento per cui la Rai può stare sul mercato della pubblicità senza svaccare i prezzi e, in azione combinata col taglio dei costi, sistemare i conti in modo da non gravare in modo eccessivo sui contribuenti.

Per questo staremo a vedere:

1. se davvero taglierà migliaia di posti e farà meglio di quanto avvenne ai tempi della Moratti, che ne fecero uscire qualche migliaio per poi riprenderne di più;

2. se davvero nominerà dei dirigenti senza prendere ordini da nessuno, dai partiti e nemmeno da…

3. se saprà ricondurre alla decenza le politiche commerciali della pubblicità Rai. Respirerà Berlusconi ma respireranno soprattutto gli editori di giornali e di internet che pagano e continuano a pagare gli scempi commessi sotto Gubitosi da Piscopo.

4. se davvero taglierà gli appalti, riserva di caccia dei politici di turno, da che la Rai è Rai. Ricordate il caso di Giancarlo Tulliani, il cognato di Fini?

5. se davvero saprà far quadrare i conti senza aumenti di canone e senza plusvalenze, come invece ha fatto Gubitosi.

Non credo ci sia molto da illudersi, così come la riforma della Rai tanto sbandierata è solo una rifrittura. Che si chiami direttore generale o amministratore delegato il capo esecutivo di un’azienda di cui non è padrone e che ha uno o più azionisti dominanti ha un riferimento formale che è il consiglio di amministrazione e uno sostanziale che è l’azionista di controllo.

L’azionista di controllo della Rai in questo momento si chiama Matteo Renzi, come ieri si chiamava Berlusconi. Berlusconi ha sempre rispettato i patti non scritti tra maggioranza e opposizione, ha fatto quello che ha voluto ma non nella riserva della sinistra, Tg3 e Rai3. Come si muoverà Renzi è una domanda non banale.

Intanto Renzi si sta muovendo con abilità e determinazione. Finge la riforma e mette un suo uomo di fiducia. Il futuro ci dirà quale sia il vero mandato di Renzi a Campo Dall’Orto. Non credo sia quello espresso nell’intreccio di parole farfugliate tra lui e Cerasa (Il Foglio).

Migranti, e la Nato dopo aver prodotto guasti in medio oriente comincerà a produrre catastrofi in Ucraina

GIULIETTO CHIESA

Un Europa che affoga nell'ipocrisia

immigrati morto aylandi Giulietto Chiesa
Le foto dei due bambini siriani morti annegati, Aylan, due anni, Ghalib, 5 anni, non solo hanno fatto il giro del mondo: sono state come un pugno nello stomaco per milioni di europei, e di occidentali.
Una vignetta campeggia sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano. Riporta l'esclamazione di un altro bambino siriano, in questo caso vivo: “Se fate finire la guerra, ce ne torniamo a casa nostra“. Beata innocenza, risponde l'adulto.

In questa frase cè una tale enorme quantità di verità che solo i selvaggi bianchi e ben nutriti possono ignorare. Se sono qui, a invadere l'ex tranquilla Europa, questi poveri disgraziati non hanno colpa. In moltissimi casi, sicuramente la maggioranza, non ne avevano l'intenzione. Fuggono — e fuggiranno — dalle tremende conseguenze della violenza che subiscono. E di questa violenza l'Occidente e l'Europa sono stati i principali promotori.
Ma questa immane tragedia che è in corso, sta cambiando il volto stesso dell'Europa, frantuma le sue illusioni e la sua prosopopea. L'Europa si sta dividendo sotto i nostri occhi. E la linea di demarcazione, guarda caso, ci dice molte cose che molti leader europei avrebbero preferito non vedere squadernate così brutalmente. È la linea che fu della "cortina di ferro". Due pezzi di Europa che sono stati rattoppati in fretta e furia, per mostrare un volto unificato di fronte alla"minaccia russa". Il rattoppo si è rotto. L'Europa centrale e orientale non ne vuole sapere di condividere fardelli che dovrebbero essere comuni e invece non lo sono. L'Europa del sud è sotto una pressione che non può reggere da sola. Gli uni e gli altri non hanno strategie, non hanno capito cos'è successo e, dunque, non hanno le ricette per affrontarlo.
Adesso, con grave ritardo, la Germania, cerca di far valere almeno la ragione, più dell'umanità, ormai perduta. L'accordo tra Merkel e Hollande (quest'ultimo dai riflessi pachidermici) dice che l'accoglienza non può essere rifiutata e che l'onere dev'essere proporzionalmente sopportato da tutti. E si delineano punizioni e multe per quei paesi che non rispetteranno le decisioni comuni. Finalmente è arrivato l'idraulico europeo che turerà i buchi? Non penso che ci riuscirà. Perché questa Europa è piena di spazzatura ideologica, che ottunde le menti dei suoi leader e dei suoi sudditi. Non c'è spazio per i diritti e i valori umani (che avrebbero dovuto essere gli elementi distintivi della costruzione europea) là dove impera l'egoismo e l'interesse dei più ricchi e dei più forti.
Lo si è visto e lo si vede con la Grecia, verso la quale ogni idea di solidarietà è stata sacrificata sull'altare dei profitti bancari. Ma, se non c'è solidarietà tra europei, come potrebbe esserci con e verso questi "invasori" sconosciuti che arrivano a migliaia senza nemmeno bussare alla porta?
Certo c'è l'insipienza, la mancanza di lungimiranza, la vera e propria stupidità dei leaders europei. Ma c'è anche la totale impreparazione dei popoli europei a fronteggiare un collasso che nessuno aveva previsto. Nessuno aveva detto loro che, per esempio, il libero flusso dei capitali, deciso trent'anni fa dai governi già al servizio della finanza, avrebbe comportato, alla lunga, questo disastro. Alla lunga, perché il denaro viaggia alla velocità della luce, ma gli uomini sono poi costretti a inseguirlo, con la loro carne, il loro sangue, la loro vita. Ci mettono solo un po' più di tempo. Ecco, quel tempo è arrivato.
Nessuno aveva detto loro che distruggendo uno Stato, la Libia, si sarebbe creata un'onda di fuga. Nessuno aveva informato la gente che finanziando i fanatici attorno alla Siria, si sarebbe aperta una voragine, da cui sarebbero usciti milioni di profughi.
Adesso che fare? Se non si vuole affogare nell'ipocrisia, mentre loro affogano in mare, bisogna invertire tutte le rotte. Le prime dovrebbero essere quelle delle navi della Nato che, a fine settembre, cominceranno la più grande esercitazione militare del dopoguerra. Diretta contro la Russia. Si spenderanno, per niente, sei o sette miliardi di euro, forse molto di più. Ma quanti sanno che è stata la Nato a sostenere gran parte delle due guerre che hanno insanguinato la riva sud del Mediterraneo? Chi dirà la verità ai popoli europei, che camminano verso il nulla guardando dalla parte sbagliata?

Migranti, Siria, quando gli Stati Uniti, la Turchia e Arabia finiranno di fare le loro manovre i siriani rimarranno nelle loro terre

Siria, se l’attivismo militare di Mosca va di pari passo con quello di Washington

Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo, spiega perché la crescita del coinvolgimento russo nella crisi siriana, non è solo legato all’Isis, ma anche alle ultime mosse di Washington nella regione

Truppe russe sarebbero arrivate in Siria per sostenere l’esercito di Assad che arranca sempre di più sul terreno: questo è quanto affermano i quotidiani britannici Times e Daily Telegraph.








Quest’ultimo pubblicando le immagini di aerei di guerra russi, ripresi nei cieli della provincia di Inlib. Le notizie dell’invio di contingenti russi in Siria sono state subito smentite da Mosca
Tuttavia, una crescita delcoinvolgimento militare russonel conflitto siriano è ipotizzabile ed è probabilmente dovuto alla crescita dell'attivismo statunitense in questo scenario.
“La crescita del coinvolgimento russo nella crisi siriana è legato a diverse ragioni”, spiega infatti il Dott. Gumer Isaev, ricercatore dell’Università di San Pietroburgo ed esperto di Medio Oriente, “ed è prima di tutto una risposta alla crescita dell'attivismo degli Stati Uniti e dei loro alleati, in particolare la Turchia, nella lotta allo Stato Islamico in Siria. La Russia teme infatti che il reale obbiettivo dei raid turco-americani non sia combattere l’Isis, ma rovesciare Assad. In secondo luogo ci sono le informazioni che arrivano dal campo di battaglia, che non sono a favore dell’esercito siriano, costretto a cedere sempre più terreno agli jihadisti”. “La terza ragione”, spiega il ricercatore, “è infine legata all’accordo sul nucleare iraniano, riconosciuto da molti esperti come un punto di svolta nelle relazioni tra Usa e Iran, che potrebbe dunque influenzare molti scenari, incluso quello siriano”.
Un maggior coinvolgimento militare russo potrebbe verificarsi anche in relazione all’annuncio di Putin di voler costituire una nuova coalizione regionale anti-Isis che includa anche Damasco e Teheran. Ma, secondo Isaev, è poco probabile che in Siria compaiano, nel futuro più immediato, stivali russi sul terreno: “non credo in un intervento diretto dell’esercito russo, anche se è certa la presenza in Siria di un gran numero di strateghi e consiglieri militari russi, perché Mosca e Damasco hanno una lunga storia di cooperazione militare”. “La Russia”, continua il ricercatore “vuole organizzare la sua coalizione anti-Isis per non concedere agli Stati Uniti il monopolio nella lotta al Califfato nella regione e per proteggere Assad, mentre al contrario gli Stati Uniti cercano di indebolire Assad con i raid anti-Isis: i veri obiettivi si nascondono sotto l’idea di combattere il terrorismo”. In più, secondo il ricercatore, “la Russia è sempre stata contraria a qualsiasi violazione dei confini siriani e supporta la posizione di Damasco, che si oppone a qualunque tipo di intervento militare straniero in Siria”.

In particolare quindi, a spaventare Mosca potrebbero esserci sia i nuovi accordi militari operativi tra Stati Uniti e Turchia per il contrasto allo Stato Islamico in territorio siriano e, non ultimo, il coinvolgimento dell'intelligence statunitense, con la campagna segreta di attacchi mirati contro l'Isis condotti attraverso i droni, lanciata dalla Cia e svelata ieri dal Washington Post. “La strategia americana in Siria”, spiega Isaev, “ è basata sulla classica idea di usare le forze locali, come le diverse fazioni ribelli, sostenendole con armi e addestramento, o con il supporto aereo durante le azioni: può considerarsi una buona tattica ma non nel lungo termine”. “L’esempio della Libia” continua infatti il ricercatore, “ha mostrato come questi elementi, non appena raggiungono il potere, iniziano a combattersi a vicenda frantumando il Paese in una serie di 'città Stato’ in lotta fra loro, ed in Siria, allo stesso modo, l’opposizione è divisa in sottogruppi con ideologie diverse, uniti soltanto dall’idea di rovesciare Assad”. “Per questo”, prosegue, “è facile prevedere cosa succederà dopo la vittoria di queste opposizioni: inizieranno una nuova battaglia per il potere e la Siria si trasformerà nello stesso Stato fallito che è oggi la Libia”. Per evitare un simile scenario è dunque necessario, secondo l’esperto russo, “che finiscano le interferenze esterne nella politica mediorientale, sia che si tratti di interventi diretti che di iniziative di supporto ai movimenti separatisti ed anti-governativi”. In questo senso, infatti, secondo il ricercatore dell’Università di San Pietroburgo, i risultati degli interventi militari in Iraq, in Libia e in Siria, sono “esempi viventi degli errori strategici di alcuni governi occidentali in Medio Oriente”.

Lazio, Zingaretti, il solito giochino di passare l'esternalizzazione da una consorteria all'altra tenendo in fibrillazione chi lavora, già decurtati dallo stipendio che serve per mantenere i burocrati e la cupola politica (PD) del clan

Gara per l’affidamento del Cup della Regione Lazio, interrogazione parlamentare di Monica Gregori e Stefano Fassina

Gara per l’affidamento del Cup della Regione Lazio, interrogazione parlamentare di Monica Gregori e Stefano Fassina








“Il 27 giugno scorso, la Regione Lazio ha indetto una gara per l’affidamento dei Centri Unici di Prenotazione (Cup) delle Asl e delle Ao della Regione, in scadenza il prossimo 21 settembre; la medesima gara già indetta in passato era stata successivamente annullata nel dicembre 2014 a causa di un’inchiesta per turbativa d’asta nelle more delle indagini su ‘Mafia Capitale’. L’attuale bando di gara presenta una serie di elementi di criticità che vale la pena sottolineare. Vengono tagliati oltre 350 posti di lavoro sui circa 2000 quasi il 20% dell’intero organico attuale non tenendo conto della ricognizione dei fabbisogni dei servizi Cup elaborata solo lo scorso anno dalle Aziende Sanitarie e quindi rappresenta un’ulteriore difficoltà in termini di tempi di attesa e code da parte dei cittadini per accedere alle prestazioni sanitarie pubbliche”.

È quanto afferma, in una nota, la deputata Monica Gregori “presente questa mattina alla manifestazione promossa dai lavoratori dei Cup davanti alla Regione Lazio, annunciando che assieme a Stefano Fassina hanno presentato, sul tema, un’interrogazione al Ministro della Salute ed a quello del Lavoro e delle Politiche Sociali”.

“Vogliamo capire – aggiunge Gregori – se il Governo intende valutare la sussistenza dei presupposti per promuovere, per quanto di propria competenza e di concerto con le autorità regionali competenti, iniziative ispettive e di verifiche sulla sussistenza dei requisiti minimi di regolarità bando recentemente emanato, ed eventualmente procedere all’annullamento della stessa ovvero alla sua revisione con l’inserimento delle clausole sociali a tutela dei lavoratori. Va infatti considerato che l’attuale bando, predisposto da personale dirigente che è stato già indagato dalla Procura di Roma per favoreggiamento e false dichiarazione dinanzi al Pubblico Ministero, in merito alla gara Cup annullata nel 2014, inoltre, non prevede come obbligo, tranne che per le persone con disabilità, la riassunzione del personale attualmente in servizio nel ruolo e nel livello contrattuale raggiunto.

Tutto ciò è in contrasto con le disposizioni a tutela del lavoro previsti dalla normativa vigente e dalle nuove direttive comunitarie sulla base anche dei nuovi indirizzi previsti dalla riforma degli appalti pubblici, risultando persino in violazione all’articolo 7 della Legge Regionale del Lazio n. 16/2007″. “La mancata indicazione – conclude Gregori – degli inquadramenti economico contrattuali del personale in forza e la logica incardinata nel bando del massimo ribasso, rischiano di creare una ingiusta disparità di concorso alla gara, tra chi all’interno delle offerte economiche, deve garantire continuità di lavoro e di retribuzioni e chi, invece, potrebbe subentrare ex novo, senza alcun vincolo, con la possibilità ad esempio di potersi avvalere della disciplina statuita dal c.d. Jobs Act e decreti delegati.

La suddivisione in quattro lotti di una gara centralizzata dei 17 servizi di Cup, favorisce accordi lottizzatori e spartitori tra imprese concorrenti e turbative d’asta (come del resto già accaduto per una precedente gara), con il rischio di creare forti disparità di trattamento contrattuale a parità di ruolo tra il personale occupato in lotti differenti. Inoltre, la suddivisione in lotti è paradossale rispetto al processo di razionalizzazione del sistema sanitario regionale in corso, che prevede l’accorpamento di aziende che fanno parte di lotti differenti”.

http://www.jobsnews.it/2015/09/cup-regione-lazio/

Mobilità Sostenibile, la logica vorrebbe che la costruzione di una nuova stazione sia un nodo di interscambio ferro-ferro, MA NO si farà ferro-gomma

Trasporti, i pendolari contro ‘Medio Etruria’

L’ipotesi relativa alla realizzazione della fermata di Farneta li trova fortemente critici

04 set 2015
di Gianluigi Giusti
del Coordinamento Comitati Pendolari Umbri
Abbiamo letto in questi giorni vari articoli di giornali riguardanti la nuova stazione denominata Medio Etruria, che, secondo alcune anticipazioni dell’assessore pro-tempore alle infrastrutture e trasporti, architetto Chianella, potrebbe essere costruita in Toscana e precisamente in località Farneta provincia di Arezzo.

Ora ci viene spontanea la domanda, come Coordinamento Comitati Pendolari Umbri, quindi fruitori giornalieri del servizio ferroviario, “cui prodest”, “a chi giova”, una tale scelta, non di certo all’Umbria, nè tantomeno agli utenti umbri, ma di fatto solamente alla Regione Toscana e al territorio dove verrà costruita, eventualmente, la stazione.

Diciamo questo tenendo conto del fatto che la località Farneta, come ben si sa, è a più di cinquanta chilometri dal nostro capoluogo di Regione, per non parlare poi dagli altri importanti centri della nostra regione e della distanza che intercorre dall’aeroporto San Francesco di Assisi.

Inoltre, la stessa, sarà raggiungibile, in futuro, dagli utenti solo con mezzi propri o con eventuali servizi di trasporto pubblico su gomma, dal momento che la linea AV/AC Roma/Firenze, nel punto in cui dovrebbe sorgere la struttura, dista circa venti chilometri dalla linea storica o lenta Roma/Firenze e, quindi, non vi è alcuna possibilità di interscambio con altri servizi ferroviari sia regionali, che sovraregionali per l’Umbria.

Ciò è grave, poiché, a differenza di quanto avrebbe scritto, giorni fa, dalla presidente della Regione, su Facebook e riportato da alcuni quotidiani, riteniamo che “i servizi interni o da e per l’Umbria non sono un’altra cosa, rispetto all’Alta Velocità, ma se integrati con la stessa, aggiungiamo, permetterebbero di raggiungere quei tanti centri umbri che, altrimenti, ne continuerebbero, ancora, ad esser tagliati fuori”.

La stessa stazione Medio Padana, discutibile forse per i costi di costruzione o altro, unica fermata sulla linea AV Bologna/Milano e presa come esempio per la futura Medio Etruria, ha, guarda caso, sottostante alla stessa, una stazione della linea ferroviaria regionale Reggio Emilia/Guastalla/Ferrara, ex ferrovia in concessione, sotto la gestione della Regione Emilia Romagna.

A dimostrazione che il criterio di corrispondenza tra Ferro AV e Ferro Trasporto Locale è pienamente funzionale, tenuto conto che il servizio regionale è l’unico vero collettore da e per il servizio a lunga percorrenza/AV ed all’Umbria, nella fattispecie, non servirebbe una stazione di proprietà, ma, bensì, una stazione di interscambio ferro/ferro funzionale.

Non di meno, non sappiamo, ad oggi, quanto potrà costare tale infrastruttura, sicuramente molto, per certo è, che se da parte delle massime cariche istituzionali umbre, sembra esserci tanto entusiasmo nel portare avanti questa opera, come mai le stesse, e così anche i loro predecessori, non hanno, lo sappiamo bene come Pendolari, fino ad oggi, cercato, di migliorare la qualità dei servizi ferroviari, vedasi i disagi, ormai, cronici più volte denunciati, e le infrastrutture ferroviarie della nostra Regione. Cercando, ad esempio, di sollecitare il Ministero competente, vedasi, anche, l’ultimo incontro con il Ministro Del Rio, per far reinserire tra le opere strategiche il raddoppio della Terni/Spoleto e il completamento del tratto tra Spoleto e Campello del Clitunno, che da anni sembra essere in stallo.

Forse, sono dimentichi che il 21/3/2011 la Regione Umbria firmò, con le Regioni Marche, Abruzzo,Toscana e Lazio, un documento congiunto, sottoposto al MIT, con il quale si manifestava l’esigenza del completamento ferroviario centrale e il potenziamento delle trasversali che mettono in collegamento il Tirreno con l’Adriatico e il nodo ferroviario di Falconara oltre ad interventi infrastrutturali per la velocizzazione dei servizi su linee convenzionali come la Foligno/Terontola/Arezzo ed, altresì, il miglioramento e il completamento della rete regionale interconnessa alla rete nazionale.

A tal proposito, tanto per dire, nell’allegato infrastrutture al DEF 2012-2014 il “raddoppio Terni/Spoleto” è riportato in varie tabelle come opera sia di rilevanza strategica, che regionale.

Tutto questo non fa altro che confermare, che nella nostra Regione non si ha la cultura del trasporto su ferro, a differenza di altre Regioni Italiane, quali ad esempio le stesse Toscana ed Emilia Romagna.

venerdì 4 settembre 2015

gli euroimbecilli non capiscono niente, la Merkel li tiene in pugno e i loro cervelli sono all'ammasso

Salvini: la Germania prende solo i siriani e gli altri li lascia a noi. Il Cara di Mineo emergenza di Stato

4 settembre 2015

Matteo Salvini (Ansa)

«Sono ridicoli. Sono ridicoli. Il massimo sforzo che fa la Merkel è dire, prendo i siriani che è l'unica popolazione che scappa dalla guerra ed è anche immigrazione qualificata. Per la serie scelgo io quelli che voglio io e il resto li tenete voi. È l'ennesima presa in giro della Germania nei confronti dell'Europa, e l'ennesimo silenzio di Renzi e Alfano che rispondono con il nulla e con la resa». Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini arrivato a Mineo per visitare il centro di accoglienza per i richiedenti asilo al centro delle polemiche dopo il duplice omicidio per il quale è stato arrestato un diciottenne inoriano ospite del centro. Attacca il Governo e il ministro dell’Interno. «Renzi e Alfano sono due incapaci incollati alla poltrona. Dove sono? A Palagonia non li ho visti». ha detto Matteo Salvini.

Il Cara di Mineo è un spreco 
«Mi farò dare i numeri esatti degli immigrati accolti nel Cara di Mineo. E vedrete che solo tre persone hanno diritto all'asilo, gli altri sono tutti clandestini. Sprechiamo 100 milioni. A che scopo? Doveva essere chiuso subito dopo l'emergenza del 2011 e il governo non l'ha fatto», ha detto Salvini, entrando nel Cara di Mineo

Ai vescovi che fanno politica non rispondo 
«Ai vescovi che fanno politica non rispondo. Che il Cara di Mineo fosse stato aperto da Maroni, in condizioni di emergenza e di guerra in corso, è assolutamente vero. Che fosse gestito in maniera seria e dovesse essere provvisorio è altrettanto vero. Dopo quattro anni non è più provvisorio ed evidentemente dopo quattro anni è sfuggito il controllo. I vescovi e i politici, poi, facciano il loro lavoro», ha detto il leader della Lega Nord rispondendo al vescovo di Caltagirone, Calogero Peri, che ieri, riferendosi al leader del Carroccio, aveva ricordato che il Cara di Mineo lo `volle´ il suo collega di partito ed ex ministro degli interni, Roberto Maroni. «Si candidi con Rifondazione comunista, prenda i voti e poi ne riparliamo», ha attaccatp Salvini.

Sciacallo? Sono quelli che vanno a piangere i morti che si potevano evitare 
«Gli sciacalli sono quelli che vanno a piangere i morti che si potevano evitare», ha detto il leader della Lega, commenta con i giornalisti le dichiarazioni del ministro Angelino Alfano che ieri lo aveva accusato di essere uno sciacallo.

Difficoltà nella gestione della sicurezza 
Salvini ha anche ricevuto anche un volantino di esponenti del sindacato di polizia Coisp che denunciano le loro difficoltà nella gestione della sicurezza nel Cara di Mineo e le problematiche riguardanti «gli sperperi della polizia catanese», si legge, in relazione alle tante emergenze in città. Salvini, tra gli altri è accompagnato dal segretario della commissione nazionale antimafia Angelo Attaguile.

Visita ai familiari dei coniugi uccisi 
Fuori programma per il leader della Lega Matteo Salvini oggi in Sicilia. Prima di lasciare l'isola il leader del Carroccio si è recato a Palagonia dove ha incontrato, in forma privata e riservata, i familiari dei coniugi Solano, uccisi nella loro villa di via Palermo il 30 agosto scorso.

un governo che basa la sua azione sui continui ricatti alle istituzioni, Parlamento, Presidenza del Senato, Presidenza della Repubblica deve andare via a calci nel sedere

Jobs Act, “un ricatto istituzionale a Mattarella. O firma a scatola chiusa o scade la delega”


Lavoro & Precari

L’esecutivo entro il 26 agosto doveva consegnare al Quirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. Ma il governo li ha ritoccati fino all'ultimo: il Consiglio dei ministri li ha approvati solo oggi
di Stefano De Agostini | 4 settembre 2015

Un grave vulnus contro le prerogative del presidente della Repubblica”, che lo mette “davanti a un ricatto: o firma a scatola chiusa oppure salta il termine di esercizio della delega”. Gianluigi Pellegrino, avvocato costituzionalista, commenta così l’ultimo passo falso in cui è incappato il governo in tema di Jobs act, svelato ieri dal Fatto Quotidiano.

Dopo l’errore sui numeri dei contratti stabili attivati nei primi sette mesi dell’anno, ecco il nuovo scivolone dell’esecutivo in tema di lavoro. Ma stavolta la situazione appare ben più grave: dietro quello che può sembrare un banale ritardo burocratico, si cela unaviolazione della legge che compromette gli equilibri dei poteri istituzionali, in particolare con il Colle.

L’esecutivo, infatti, entro lo scorso 26 agosto doveva consegnare alQuirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. A stabilirlo è una norma del 1988, la legge 400: “Il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza ”. L’ultimo giorno utile per l’entrata in vigore dei decreti del Jobs act è fissato al 16 settembre e, andando a ritroso di venti giorni, si arriva al 26 agosto. Il termine è stato ampiamente superato, ma il governo ha ritoccato i testi fino all’ultimo momento:solo oggi, il Consiglio dei ministri li ha approvati in via definitiva.
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Così, di fatto, i decreti non sono ancora sulla scrivania di Sergio Mattarella. E l’esecutivo Renzi ha violato una norma dello Stato. “La legge 400 – spiega Pellegrino – impone quel termine per consentire al Presidente della Repubblica un esame serio e dargli il tempo di eventuali osservazioni in punto dicostituzionalità anche quanto al rispetto della legge delega. Violare quei termini vuol dire mortificare le prerogative del Capo dello Stato”.

Insomma, se i decreti saranno approvati oggi, il Quirinale avrà a disposizione solo dodici giorni, praticamente la metà del tempo previsto, per esaminare ben quattro testi legislativi. E stiamo parlando della riforma del lavoro che, nel bene e nel male, toccherà i destini di tutti gli italiani.

“Ciò che è gravissimo è il vulnus al presidente della Repubblica – prosegue l’avvocato – In termini oggettivi, è un modo per innescare una sorta di ricatto istituzionale: o firmi così come è o sei tu a far scadere la delega”. Il governo Renzi, sostiene il costituzionalista, ha di fatto messo il Colle con le spalle al muro e ne ha svilito il ruolo stesso: “L’esecutivo in tal modo finisce con il ridurre a orpello le prerogative del presidente della Repubblica”.

In poche parole, il governo trasforma la firma della prima carica dello Stato in un autografo, un abbellimento superfluo sul cavallo di battaglia di Matteo Renzi. “Mi meraviglia – afferma Pellegrino – che Mattarella non se ne lamenti, soprattutto riguardo a un atto di particolare importanza come questo sulla disciplina sindacale e del lavoro. È davvero singolare che non difenda le sue prerogative, che poi sono nell’interesse dei cittadini e della legge, affinché il governo non abusi del potere delegato. È una questione di fondamentaleequilibrio tra poteri che è persino più rilevante di singoli profili di costituzionalità”.

Al di là dei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, la questione va considerata anche sotto il profilo della validità dei decreti, a rischio di illegittimità ancora prima di venire alla luce.

Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto Quotidiano sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi, ha risposto: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”.

Ma la questione è tutt’altro che chiusa e la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata ai Verdi, ne ha chiesto conto al governo con un’interrogazione parlamentare: il timore è quello di una valanga di ricorsi per sollevare la questione di incostituzionalità. “Il mancato rispetto di quella norma – precisa l’avvocato Pellegrino – non è una causa di per sé di incostituzionalità dei decreti che verranno varati, perché una legge non può violare la legge. Piuttosto, si tratta di uno sgarbo al presidente della Repubblica in danno di prerogative poste a tutela di tutto il Paese”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 settembre 2015

Cina, solo gli imbecilli hanno scambiato l'evento politico per una dimostrazione di forza

70 anni fa la vittoria sul Giappone, la Cina fa mostra della sua potenza militare
03/09/2015
La sua potenza, ma anche la volontà di cooperare con i vicini. Per i settantanni dalla vittoria della Seconda Guerra Mondiale, la Cina mostra la sua doppia faccia al mondo intero.

Da un lato la maxi parata organizzata per le strade di Pechino, dove hanno sfilato missili di ultimissima generazione e carri armati.

Dall’altra il discorso, tranquillizzante del Presidente Xi Jinping, che ha tranquillizzato i Paesi vicini, Giappone in primis, annunciando che la Cina non cercherà mai di imporre la propria egemonia.

“La Cina s’impegnerà sempre nella ricerca della pace” ha dichiarato Xi Jinping “Noi cinesi vogliamo la pace. Non è importante quanto la Cina continui a crescere perché non cercheremo mai di imporre la nostra egemonia. Non vogliamo che altri Paesi soffrano quello che abbiamo sofferto noi in passato”.

Ai festeggiamenti ha preso parte anche Vladimir Putin e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, mentre nessun leader occidentale si è recato a Pechino.

Oltre la parata militare, giudicata una prova di forza e insieme un messaggio agli Stati Uniti che mantengono una flotta nel Mar Cinese del Nord, hanno suscitato critiche anche le rappresentazioni storiche della Seconda Guerra mondiale. Giudicate da molti come eccessivamente anti giapponesi.

Bail In, va in vigore dall'1 gennaio 2016, ma nulla osta che i correntisti, oggi che superano i 100.000 euro, partecipano e domani anche quelli che hanno 10.000 euro o tutti nessuno escluso

Il piano salva banche da 1,5 miliardi. In attesa del bail in

di: WSI | Pubblicato il 04 settembre 2015| 

Il 1° gennaio sarà operativo il salvataggio forzoso: coinvolti anche depositanti. Intesa: "Sia chiaro: noi non compriamo nessuna banca.



Banca Marche, insieme a Carife e Popolare dell'Etruria, potrebbe essere salvata con un piano da 1,5 miliardi.

ROMA (WSI9 - Un piano per salvare le tre banche italiane Banca Marche, Carife e Popolare dell’Etruria, attraverso la creazione di una holding, finanziata dalle altri istituti di credito italiani, attraverso un aumento di capitale in contanti per 1,5 miliardi. E' il piano salvabanche di cui parla oggi Il Sole24 Ore, aggiungendo che tale piano è ora all'esame del board del Fondo Interbancario per la tutela dei depositi.

Prevista, secondo il quotidiano, anche "la conversione delle obbligazioni subordinate delle singole banche in dissesto (circa 700 milioni di euro di bond) in azioni degli istituti in difficoltà". 

"Quelle attuali sono dunque settimane di lavoro intenso nonostante il periodo estivo: dal primo gennaio 2016, infatti, a livello europeo diventerà operativo il nuovo meccanismo del bail in (il salvataggio forzoso delle banche a opera di azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i 100 mila ero), e l'intenzione di tutti è quella di risolvere tutto prima, definendo il piano, individuando gli aumenti di capitale necessari e convocando le assemblee. Lo auspicano in particolare Banca d'Italia, il Mef e Il Fondo interbancario di tutela dei depositi, ma anche le stesse banche, conscie che l'alternativa è comunque peggiore".

Ancora, l'articolo afferma che "un eventale bail in, soprattutto per istituti di dimensioni non piccole, costerebbe caro in termini di reputazione per tutto il sistema ma anche di coperture, visto che i depositi sotto i 100.000 euro vanno comunque garantiti dai fondi appositi, sempre finanziati dalle banche sane". 

Il Sole 24 Ore torna sul piano, che "vede in cabina di regia il Fondo interbancario per la tutela dei depositi" e che "prevede la creazione di un veicolo ad hoc, il cui capitale complessivo sarà pari a 1,5 miliardi circa. Finanziato interamente dalle banche italiane del sistema - che verseranno il capitale in maniera proporzionale alla quota di mercato posseduta -, il veicolo ricapitalizzerà le tre banche in dissesto, riportandole in bonid. Di fatto le banche italiane sane diventeranno così socie delle banche in crisi. La scommessa è che, a fronte di un esborso cash immediato, una volta risanate e rilanciate da nuovi vertici, con Cda eletti da nuove assemblee, le tre banche vengano riportate sul mercato e vendute, permettendo così agli istituti di registrare, se non una plusvalenza, quanto meno una riduzione della perdita". 

Commenta intanto il piano il presidente del consiglio di gestione di Intesa SanPaolo, Gian Maria Gros-Pietro, a margine del workshop Ambrosetti a Cernobbio. "Vorrei essere chiaro: noi non compriamo nessuna banca. Però, se dobbiamo mettere i soldi per coprire un buco e garantire la tutela dei depositanti - e vogliamo farlo - vogliamo vedere come questi soldi vengono spesi".

"Sulle architetture non mi pronuncio. Non è la nostra banca che gestirà questo processo, saranno la Vigilanza nazionale e sovrannazionale a dirci sosa bisogna fare".

Intesa Sanpaolo è dunque pronta a intervenire per il salvataggio di Banca delle Marche, Banca Etruria e CariFerrara (tutte commissariate), ma non intende acquisire nessuna di esse." 

"Certamente noi non inteverremo nella gestione. Quando dico che vogliamo vedere come vengono spesi i soldi non intendo dire che lo faremo in modo diretto: lo farà il fondo interbancario con i suoi strumenti e con i suoi organi di governo". E sull'entrata in vigore del bail in: "L'idea è che anche in questo caso i depositanti debbano stare tranquilli, ma non si può pensare che i problemi creati dalle banche mal gestite si riversino sulle banche che invece si sono comportate bene, quindi è chiaro che si dovrà sviluppare un meccanismo nel quale coloro che prendono l'onere di tutelare i depositanti delle banche mal gestite abbiano anche il potere per fare quello che è necessario per contenere al minimo il danno".

Guerra del Capitalismo UltraFinanziario, il rialzo dei tassi d'interessi della Fed, farà confluire negli Stati Uniti i capitali che lasceranno i paesi emergenti, lo scopo è mandarli in rovina, ci riusciranno?

G20 non bloccherà Fed. Timori su Cina e QE europeo
WSI | Pubblicato il 04 settembre 2015
Insieme a crollo materie prime sono le grandi sfide che il mondo finanziario deve affrontare. Gramegna, ministro del Lussemburgo, rivela i temi sul tavolo.



Il ministro delle Finanze del Lussemburgo Pierre Gramegna.

NEW YORK (WSI) - Il G20 non ostacolerà la Federal Reserve, che sarà lasciata libera di alzare il costo del denaro: sarebbe la prima volta dal 2006.

I paesi emergenti hanno espresso timori sulla possibilità e sulle tempistiche di un rialzo dei tassi in Usa, ma i leader che saranno riuniti in Turchia non solleciteranno la banca centrale americana ad astenersi da tale manovra.

Lo ha comunicato a Reuters un delegato. "Non ci saranno riferimenti al fatto che la Fed non dovrebbe agire".

L'imminente stretta monetaria della banca centrale americana è solo una delle quattro grandi sfide che il mondo finanziario deve affrontare. Sono i temi che verranno discussi al tavolo del prossimo G20 e ne ha parlato il ministro delle Finanze del Lussemburgo venerdì.

In un intervento ai microfoni di Bloomberg Pierre Gramegna dice di sperare che le discussioni siano "aperte e franche" su questi quattro punti: l'incremento dei tassi di interesse ("non è un segreto che si materializzerà"), sul programma di quantitative easing della Bce, sulle turbolenze finanziarie in Cina e sulla debolezza dei prezzi delle materie prime, in particolare del petrolio. 

Sul tema Cina, il più caldo di tutti probabilmente, Gramegna ha detto che la speranza è che l'economia crescerà del 7% quest'anno. Ma il rallentamento del settore manifatturiero e il calo di fiducia potrebbero compromettere i dati sul Pil. Un +7% sarebbe un 'risultato incredibile' se confrontato con i timiti segni più europei. 

Sul fronte finanziario le preoccupazioni sono maggiori. Gramegna avverte delle difficoltà enormi di andare contro i mercati. La paura è che alla riapertura dei mercati lunedì, una nuova crisi finanziaria si palesi davanti agli occhi degli operatori di Borsa.

Guerra del Capitalismo UltraFinanziario, il dollaro vuole separare i potenziali alleati del renminbi e trascinare l'euro in una lotta che riguarda solo gli interessi statunitensi

Putin contro l'Occidente: obiettivo eliminare dollaro ed euro
 

WSI | Pubblicato il 03 settembre 2015| Ora 10:25
Stilata bozza per indebolire e progressivamente distruggere il ruolo delle due monete.



Il presidente russo Vladimir Putin punta a distruggere il dollaro e l'euro.

ROMA (WSI) - Continua la lotta del presidente russo Vladimir Putin contro l'Occidente. Gli accordi commerciali siglati con la Cina e con altri partner commerciali, nei mesi precedenti, lo hanno confermato. Putin vuole distruggere il dollaro, per mettere in ginocchio gli Stati Uniti. Ma non solo. Fonti vicine al Cremlino parlano nelle ultime ore di una bozza da lui personalmente stilata che ha un obiettivo ancora più ambizioso: l'eliminazione del dollaro e dell'euro negli scambi commerciali che avvengono tra i paesi CIS (comunità degli stati indipendentisti).

Ciò implica la creazione di un mercato finanziario unico tra la Russia, l'Armenia, la Bielorussia, il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tajikistan e altri paesi dell'ex Unione Sovietica. 

Un comunicato del Cremlino recita: "Ciò aiuterebbe a espandere l'utilizzo delle valute nazionali nei pagamenti per il commercio estero e nel comparto dei servizi finanziari, e dunque creare le precondizioni per una maggiore liquidità dei mercati valutari domestici". Secondo Putin, la norma faciliterebbe il commercio tra i vari paesi, contribuendo a raggiungere la stabilità macroeconomica.

Le implicazioni di una tale mossa, sebbene non necessariamente immediate, potrebbero essere gravi nel lungo periodo. Sia la Cina che la Russia stanno infatti smobilizzando asset denominati in dollari, alimentando le teorie di chi parla, ormai da diverso tempo, di dedollarizzazione.

Lo scorso anno, Putin ha iniziato a liberare massicci ammontare di riserve di dollari Usa: soltanto nel mese di dicembre del 2014, Putin ha venduto qualcosa come il 20% dei Treasuries Usa detenuti dal paese, una decisione che non ha fatto altro che provocare l'escalation delle tensioni tra Russia e Occidente. Successivamente la Cina ha fatto lo stesso, smobilizzando mezzo trilione di asset denominati in dollaro. E la scorsa settimana la banca centrale della Cina ha smobilizzato miliardi di asset in dollari, al fine di stabilizzare i mercati finanziari cinesi, reduci da un collasso a ritmi record. (Lna)