Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 settembre 2015

Renzi&Lotti, 263mila euro di soldi pubblici persi, i debitori fanno parte di un clan al governo forse per questo che non si chiedono la restituzione

Lo Stato che ci perseguita non incassa i debiti dei Renzi

Per i cittadini basta poco per trovarsi davanti Equitalia che chiede conto dell'omissione, pena il blocco dell'auto. Ma per la famiglia Renzi i creditori non si sono nemmeno presentati

- Sab, 26/09/2015
 
Multe non pagate? Errorino nella dichiarazione dei redditi? Sollecitamente Equitalia o qualche altro concessionario della riscossione, per conto dello Stato, verrà a chiedervi conto della vostra omissione sollecitandovi ad adempiere all'obbligo pena, come minimo, il blocco della vostra auto. 


Siete un componente della famiglia Renzi e una vostra ex società deve alla collettività 263mila euro? Passa tutto in cavalleria.

È il caso del fallimento di Chil srl (poi denominata Chil Post srl) che faceva capo a Tiziano Renzi, papà del premier, e che poi fu ceduta a Gian Franco Massone. La Regione Toscana, tramite Fidi Toscana, aveva garantito il mutuo da circa 700mila euro concesso dalla Bcc di Pontassieve. Chiusi i battenti, la banca ha recuperato 263mila euro dal garante che si è fatto rimborsare 236mila euro dal Fondo centrale di garanzia del ministero dello Sviluppo economico. La Regione Toscana ha deciso di insinuarsi al passivo di Chil per recuperare i 35mila euro (sanzioni incluse) che il ministero non ha coperto. La stessa cosa poteva fare il ministero dello Sviluppo, titolare delle risorse per aiutare le imprese, o il ministero dell'Economia cui ormai fa capo ogni movimento di cassa dello Stato. E se non l'avessero fatto i due dicasteri, l'avrebbe potuto fare Banca del Mezzogiorno - Mcc, l'istituto del gruppo Poste Italiane che gestisce il Fondo di garanzia.

Niente di tutto questo. «Ad oggi non ho ricevuto insinuazioni al passivo dai soggetti indicati», cioè Banca del Mezzogiorno o il Fondo, ci risponde via mail Maurizio Civardi, curatore fallimentare di Chil. C'è ancora tempo? «Il termine è scaduto il 29 maggio 2014, salvo che il creditore dimostri che il ritardo è dipeso da una causa a lui non imputabile», replica Civardi spiegando che, in questo caso, c'è tempo fino alla chiusura della procedura fallimentare. L'insinuazione della Regione Toscana è molto probabilmente avvenuta con questo escamotage, previsto dall'ultima riforma del diritto fallimentare. A Firenze, infatti, si è saputo del cambio di proprietà di Chil, avvenuto nel 2010, solo tre anni dopo, quando la società era già fallita.

In teoria, quindi, sia lo Sviluppo economico che l'Economia (tramite Poste, controllata al 100%) possono vantare i loro diritti. Anche se dovranno dimostrare perché si siano ridotti all'ultimo minuto. In attesa di nuovi sviluppi da parte del Fondo e del suo gestore, si può presumere che, dal punto di vista politico, non sia proprio «carino» che un ministro o chi per lui si costituisca nella procedura fallimentare di una società che nel passato era appartenuta al padre del presidente del Consiglio. In buona sostanza, un conflitto di interessi.

Eppure è da oltre due anni che la Procura di Genova ha avviato le indagini su Chil e Chil Post e il governo, tramite i riscontri investigativi della Guardia di Finanza, poteva disporre delle informazioni necessarie. Ad esempio, poteva sapere che la parte in bonis di Chil, poi denominata Eventi 6, era stata ceduta da Tiziano Renzi alla consorte Laura Bovoli per circa 3.800 euro proprio nel 2010, mentre la periclitante Chil Post era stata venduta a Gian Franco Massone a zero euro. Praticamente una donazione.

Sempre nelle informative della Finanza alla Procura emerge che Fidi aveva cercato di sospendere la liquidazione del rimborso alla Bcc di Pontassieve perché all'oscuro del passaggio di proprietà e del trasferimento di sede sociale a Genova, quindi fuori dai confini della Toscana, entro i quali la garanzia originaria era valida. Via XX Settembre e via Veneto, quindi, avevano gli strumenti per pretendere il dovuto.

Renzi&Lotti, la cordata coccolata e premiata con la guida dell'agenzia delle comunicazioni e poi della municipalizzata della illuminazione

Lotti padre dà il mutuo e Matteo assume Lotti jr

Il funzionario della banca che diede l'ok è n

- Sab, 26/09/2015 
 
Roma. La complicata storia della Chil e del suo fallimento passa per una serie di strane coincidenze. Casualità talmente improbabili da far affiorare il sospetto di un conflitto di interessi. La vicenda, documentata in questi giorni dal Giornale , si chiarifica nel quadro delle indagini compiute dalla Procura di Genova e dalla caparbietà del capogruppo di Fdi alla Regione Toscana, Giovanni Donzelli, che ha di fatto «costretto» l'ente locale a insinuarsi al passivo della società.

Tutto parte nel 2009 quando Chil chiede alla Bcc di Pontassieve un finanziamento di 700mila euro. Il 15 giugno Fidi Toscana rilascia la garanzia fino all'80% del mutuo, trattandosi di un'impresa operante nella Regione e, per di più, di proprietà di Laura Bovoli, madre dell'attuale premier e al tempo sindaco di Firenze. Il 26 giugno Marco Lotti, funzionario dell'istituto cooperativo, dà un primo parere positivo. Anche se Chil e i Renzi non sono clienti, hanno «buone referenze raccolte dalla consorella Bcc di Cascia» verga Lotti. Il 13 luglio 2009 il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, nomina Luca Lotti (ora sottosegretario) responsabile della segreteria. Il 14 luglio 2009 Marco Lotti (padre di Luca), dà l'ok definitivo alla pratica «vista la bontà del business in questione (distribuzione di volantini e di allegati ai quotidiani, ndr ) e la provata esperienza dei nominativi».

Nel dicembre 2014, però, Lotti affermerà di aver conosciuto Tiziano Renzi «solo quando gli è stato presentato». All'erogazione del mutuo a firmare per Chil Post è Renzi-papà e non la consorte perché in poche settimane c'è già stato un passaggio di proprietà (la compagine femminile, secondo la Finanza, serviva a ottenere il massimo di garanzia possibile). La banca non dice niente.

Così come poche obiezioni si avranno nell'agosto 2011 quando Tiziano Renzi ottiene di sostituire l'ipoteca sulla casa di famiglia, a garanzia del prestito della società nel frattempo ceduta, con un libretto di risparmio da 75mila euro raccolti da tre amici. Si tratta di: Alfio Bencini (ristoratore e candidato con la lista Renzi alle Comunali 2009), Mario Renzi (cugino del premier e padre di Samuele, socio di Bencini) e di Andrea Bacci, nominato da Renzi prima alla guida dell'agenzia di comunicazione della Provincia di Firenze e poi nel 2010 alla guida della municipalizzata dell'illuminazione. Difficilmente queste coincidenze capitano a un cittadino qualunque.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/lotti-padre-d-mutuo-e-matteo-assume-lotti-jr-1175786.html 

la Russia accanto alla Siria, protegge gli euroimbecilli e combatte l'Isis/al Qaeda e i Fratelli Musulmani della Rivoluzione a Pagamento

Siria, ISIS: "Che Dio possa avere pietà di voi, gli specnaz non ne avranno"

(di Franco Iacch)
25/09/15
Mosca ha schierato in Siria un gruppo d’assalto Specnaz (a noi piace usare la traslitterazione dal cirillico) già entrato in azione. Il rischieramento (da noi anticipato in tempi non sospetti) è stato ormai confermato. I media russi, proprio in queste ore, non fanno altro che esaltare le cinque armi più potenti che l’Isis dovrebbe temere: tra queste ci sono proprio gli Specnaz.
I terroristi hanno seminato vento per troppo tempo compiendo ogni genere di efferatezza ed atrocità, convinti di essere protetti dalla Comunità internazionale sempre più incapace di reagire e da quel perbenismo occidentale che si indigna ed apre le braccia. Quella debolezza che nasconde, in realtà, un’incapacità di fondo nell’affrontare l’infimo livello dei terroristi. Perché non si possono sempre girare gli occhi, spegnere la tv o pensare che tutto quello che sta accadendo non possa avvenire anche da noi.
Quanto tempo passerà prima che inizieranno a fare saltare le nostre chiese? Ve lo siete mai chiesti o, in nome dello stato laico, è un problema solo dei cattolici? E’ solo un fattore probabilistico, prima o poi qualche pazzo lo farà. E poi cosa faremo? Chiederemo agli USA di lanciare qualche caccia? Ed i cattolici, praticanti o no, dovranno guardare impotenti ciò che sta avvenendo, reprimendo quella rabbia di giustizia che pervade le membra mentre assistono all’ennesimo stupro di gruppo?
L’Occidente, quella cultura occidentale (e di riflesso italiana) impone una tolleranza: una lunga coperta tessuta con debolezza. Siamo in guerra contro lo Stato islamico. In guerra. Ed al di là di quanto si possa affermare, a poche migliaia di chilometri si stanno compiendo delle barbarie in nome di una perversa interpretazione della religione. Ed oggi, l’Occidente, assiste impotente ad un’altra guerra dove in campo sono scesi i russi.
Sarebbe opportuno raccontare un aneddoto sugli specnaz. Sono macchine da guerra addestrate a vincere o morire nel tentativo di portare a termine la missione. Le munizioni da guerra, durante l’intero addestramento, sono utilizzate fin da subito e gli incidenti, anche quelli mortali, sono considerati accettabili. Soltanto tra gli ufficiali è usata la parola “Specnaz”: questi ricevono un addestramento suppletivo di altri quattro anni. Tutti gli Specnaz ricevono il simbolo non ufficiale del lupo: i lupi cacciano in branchi e sconfiggono prede più grandi di loro, causando il massimo danno. Certo, l’Occidente è ben consapevole di ciò che sono in grado di fare i Seal americani o gli elementi della SAS inglese. Ma per gli Specnaz, il discorso è diverso.
“Il terrore dei terroristi” titolano in Russia. E forse è proprio così perché nell’élite dei militari russi, portare a termine l’obiettivo è più importante degli effetti collaterali. I terroristi dell’Isis, tra questi molti ceceni che ben conoscono di cosa sono capaci i russi, stanno per affrontare qualcosa di mai visto in battaglia. Stiamo parlando di ferocia associata ad asimmetria purissima, forse nel suo punto più alto e per certi versi più terrificante. E, spiace dirlo, contro i mostri dell’Isis, non potevano essere schierati che elementi del genere. Lo sa Putin, lo sanno i russi e lo sanno gli americani.
Ma davvero qualcuno pensava che gli Stati Uniti si lanciassero in un altro Vietnam? Anche i soldati americani sono “figli di mamma” sapete e non possiamo delegare loro ogni nemico del mondo. Basta scorrere sui canali social gestiti dagli americani per notare una sfilza infinita di lapidi: ragazzi morti in battaglia per popoli che non smetteranno mai di odiarli. Odio, componente essenziale di alcune culture.
Dire in Italia “odio un terrorista” provocherebbe sdegno. Dirlo negli Stati Uniti è patriottismo. Non si poteva chiedere loro di sacrificarsi anche per la Siria anche se è stato fatto. Ed ecco che nello scacchiere politico internazionale, la Russia si erge a paladina (al di là dei reali interessi) del mondo libero. Putin non ha bisogno di nessuno per dichiarare guerra allo Stato islamico. In Siria continua ad ammassare truppe. E’ padrone dell’aria, è protetto dal mare e dispone di quattro basi fortificate (ne disporrà di altre a breve). E nei prossimi giorni, andrà sempre peggio per i terroristi. La loro retorica non li proteggerà dai russi.
E’ curioso notare come i media russi stiano appoggiando in toto la missione in Siria e che i terroristi del mondo, tranne qualche gruppo in cerca di notorietà, stiano ancora in silenzio sui loro account social, sempre attivi nel pubblicare qualche decapitazione.
Storpiando una frase tanto in voga negli States: “Che Dio possa avere pietà di loro, gli Specnaz non ne avranno”. Ed anche questa volta, l’Occidente sarà salvo.
(foto: MoD Fed. russa / slider-Sputnik)

Stati Uniti, armano i paesi coloniali, Giappone, contro la Cina


Non si arresta la scalata della Cina per diventare una super-potenza militare, oltre che economica. Secondo quanto emerge dalle ultime foto satellitari mostrate pochi giorni fa dal Center for Strategic and International Studies di Washington, la Repubblica Popolare avrebbe ulteriormente ampliato le proprie installazioni nell'arcipelago delle isole Spratly, nel Mar Cinese meridionale. Negli ultimi dodici mesi Pechino ha “costruito” sette nuove isole, su cui ha installato basi, porti ed aeroporti. Da ultimo una pista di atterraggio lunga 3 km. Questa capacità tecnica di creare isole artificiali pare abbia colto di sprovvista gli Americani, che nell'Oceano Pacifico puntano a sviluppare i propri interessi nei decenni a venire.
Se le opere di pionierismo ingegneristico dei cinesi sono una novità, non lo è però la disputa internazionale sulle Spratly . Fin dai tempi del colonialismo europeo, ma soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo arcipelago è conteso tra più Stati. Attualmente, oltre alla Cina, avanzano rivendicazioni il Brunei, Taiwan, il Vietnam – che ha oltre venti basi sparse tra le isole -, la Malesia e le Filippine (questi ultimi tre Paesi sono alleati degli Usa). Per decenni si sono susseguite scaramucce e anche crisi più gravi, ma negli ultimi anni Pechino sembra aver premuto decisamente sull'acceleratore. La Cina vuol portare a compimento il sogno della “Grande Muraglia di Sabbia”, cioè un cuscinetto di sicurezza attorno alle proprie coste che farebbe perno su diversi arcipelaghi: Spratly, Paracel (sottratte militarmente al Vietnam nel 1974), Pratas, Macclesfield Bank e Scarborough Shoal. Su tali isole verrebbero collocate diverse Adiz (Air Defence Identification Zone), che consentirebbero a Pechino di controllare qualunque sconfinamento nella zona cuscinetto da parte di navi o aerei stranieri. Si tratta insomma di una linea di demarcazione e di difesa che la Repubblica Popolare vuole costruire intorno a sé. Poco importa se le isole in questione sono molto più lontane dalle coste cinesi (1.100 km) di quanto non lo siano, ad esempio, da quelle filippine (240 km).

«La condotta aggressiva della Cina nasce da un progetto strategico ben definito a Pechino già a metà degli anni '90: limitare, non potendola eliminare, la proiezione di potenza degli Stati Uniti sul proprio territorio», spiega Claudio Neri, esperto di questioni militari e direttore dell'Istituto italiano di studi strategici. «Con proiezione di potenza intendiamo la capacità di portare attacchi militari in territorio nemico e, escludendo le testate nucleari per cui vale un diverso discorso, al momento gli Stati Uniti sono l'unico Paese in grado di avere – tramite portaerei, navi di appoggio, cargo militari, aviazione etc - una tale proiezione con armi convenzionali sull'intero globo, e di poter negare a qualsiasi altro Stato la proiezione sul suolo americano», prosegue Neri. «La Cina, come dicevo, è da venti anni che sta studiando come limitare la proiezione di potenza americana sul proprio territorio: da un punto di vista tecnologico (ad esempio sviluppando capacità di cyberwarfare o, ancora, testate “anti-satellite”, per “accecare” lo strumento con cui gli Usa hanno la possibilità di individuare e colpire qualsiasi bersaglio sul pianeta), ma anche da un punto di vista geografico. Le pretese di Pechino sulle Spratly si spiegano perfettamente in questo contesto, nascono dal desiderio di aumentare la distanza minima a cui possono avvicinarsi navi o aerei americani (o di altro Paese) senza che la Cina sia in grado di reagire immediatamente».
Ovviamente il valore delle Spratly e degli altri arcipelaghi non è esclusivamente militare. Oltre ad essere – pare – ricchi di risorse naturali, sono punti strategicamente fondamentali per il controllo dei traffici marittimi, commerciali in primis, e Pechino è fortemente interessata a garantirsi una via di approvvigionamento sicura e preferenziale verso il Golfo Persico, da cui ancora dipende – e probabilmente dipenderà anche nei decenni a venire – per i rifornimenti di greggio e gas naturale. Secondo gli analisti americani, ma non solo, il centro del mondo - o quantomeno il centro degli interessi delle superpotenze mondiali - sarà in futuro sempre meno Europa e Medio Oriente e sempre più l'Oceano Pacifico.
«L'amministrazione Obama aveva teorizzato uno spostamento del baricentro di interessi americani verso il Pacifico, e contava anche di aumentare la presenza militare statunitense in quell'area», dice ancora Neri. «Le crisi in Ucraina e nel mondo arabo da un lato e, soprattutto, il rischio di “bandwagoning” – la tendenza cioè a non investire proprie risorse nell'apparato bellico in presenza di un alleato più potente che si fa carico della gestione della sicurezza nell'area ndr. - da parte degli alleati locali dall'altro, hanno però spinto gli Usa a contenere questo previsto dispiegamento dell'apparato bellico. In compenso l'America spronato gli alleati nella regione a investire maggiormente nella propria sicurezza – ad esempio è caduto il veto americano su un riarmo di stampo nazionalista del Giappone, che infatti sta modificando la propria costituzione pacifista nata dopo il secondo conflitto mondiale – per rispondere all'escalation cinese, e li ha ulteriormente rassicurati sull'intenzione di mantenere, e anzi rafforzare, la propria presenza. Non potendo replicare un modello analogo a quello della Nato - considerate la complessità dello scenario asiatico, la sua vastità e la per ora relativa mancanza di una minaccia immediata – gli Usa vorrebbero quindi», conclude Neri «creare un'alleanza (per ora informale) militare, politica ed economica coi propri partners regionali per contenere la Cina. Ad esempio ricade in questo scenario il percorso di approvazione del Transpacific Trade Agreement». La Cina non è l'Unione Sovietica, e per ora l'espansionismo di Pechino sembra limitato e di carattere difensivo. Addirittura la Repubblica Popolare potrebbe avere interesse a entrare nel Transpacific Trade Agreement, secondo una logica del “se non puoi batterli unisciti a loro”. Ma nonostante la momentanea assenza di un grave e immediato pericolo di scontro aperto nella regione, un'arena in cui cozzano gli interessi di Cina, Russia, Stati Uniti, Coree, Australia e Giappone – solo per citare gli attori principali –, e in cui sta crescendo la corsa agli armamenti, viene considerata dagli esperti un fattore di potenziale instabilità nel futuro per l'intero pianeta.
@TommasoCanetta

http://www.eastonline.eu/it/opinioni/open-doors/il-sogno-di-potenza-cinese-genera-isole 

Non c'era logica nel livore ideologico di Esposito contro il Tav, in questo modo il quadro diventa evidente e semplice

“Esposito favorì imprese per gli appalti della Tav”

Imputato nel processo San Michele fa i nomi dell’ex direttore generale di Ltf, Marco Rettighieri e dell’assessore ai trasporti di Roma. La replica: “Se sono indagato lo dicano”
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Stefano Esposito (a destra) a una manifestazione a favore della Torino-Lione al Lingotto

25/09/2015
L’imprenditore valsusino Ferdinando Lazzaro, imputato nel processo «San Michele», dal nome dell’operazione dei carabinieri sulle presunte infiltrazioni di ’ndrangheta in Piemonte, era riuscito a fare «intervenire in suo favore personalità politiche e quadri della committente Ltf» nell’ambito delle iniziative messe in atto per partecipare ai lavoro della Torino-Lione. È quanto si ricava da un rapporto dei carabinieri del Ros presente negli atti dell’inchiesta.  

Fra i nomi citati dagli investigatori, ai quali si sarebbe rivolto Lazzaro, figurano quelli di Stefano Esposito, senatore Pd e oggi assessore ai Trasporti del Comune di Roma, e di Marco Rettighieri, all’epoca direttore generale di Ltf. I fatti risalgono al 2012, quando l’esistenza dell’inchiesta non era ancora nota e non si sapeva che Lazzaro fosse un personaggio monitorato dagli investigatori.  

La replica  
«Non ho ricevuto nessun avviso di garanzia». Così l’assessore Esposito, che continua: «Se sono indagato lo dicano, altrimenti chiedo io ai Ros di rendere pubblica una segnalazione che feci, mi pare nel 2013, in merito a ciò che l’imprenditore Ferdinando Lazzaro mi raccontò relativamente agli appalti della Sitaf. La denuncia - ricorda Esposito - che secondo me aveva elementi di natura penale, l’ho fatta davanti al capitano Fanelli. Non mi risulta di essere intervenuto sui lavori Tav. So che dopo quella mia denuncia i Ros chiamarono altre persone che avevo segnalato e che potevano essere utili. Dal mio punto di vista non ho altro da aggiungere». In merito poi a Marco Rettighieri, tirato in ballo nel rapporto dei Ros insieme a Esposito, l’assessore dice: «È una persona al di sopra di ogni sospetto, chiamato anche a risolvere i problemi di Expo». E se gli si chiede quale sia oggi la sua posizione sulla Tav, l’assessore risponde: «Sempre la stessa, a favore e a maggior ragione».  

L'implosione della Germania travolgerà l'Euro, ben venga il Piano B di Paolo Savona e di Nino Galloni

"La Germania sta per essere travolta da una nuova Lehman Brothers". Micheal Snyder

La Germania sta per essere travolta da una nuova Lehman Brothers. Micheal Snyder
 

"Stanno per accadere cose grosse, e milioni di increduli ne resteranno spiazzati"


In Germania sta per arrivare una nuova Lehman Brothers. A scriverlo su il suo Blog The Economic Collapse è l'esperto finanzario Micheal Snyder. "Credo però che siamo entrati in uno di quei momenti del tempo che presenta tutte le condizioni perché si ripeta un’altra Lehman Brothers".

Mentre molti osservatori economici considerano Berlino il baluardo dell'Europa, la Deutsche Bank, un'altra banca "troppo grande per fallire", inizia a fornire sempre più segni premonitori: nei primi mesi del 2014, le azioni della banca, prosegue Snyder, sono state scambiate a più di 50 dollari ad azione. Da quel momento, il valore è caduto di oltre il 40% e oggi si scambiano a meno di 29 dollari.
 
Prima del "crollo improvviso" di Lehman Brothers del 15 settembre 2008, sulla stampa c’erano state notizie di licenziamenti di massa nell’azienda. Quando le grandi banche iniziano a trovarsi in guai seri, questo è quello che fanno. Cominciano a sbarazzarsi del personale. Lunedì scorso, fonti finanziarie hanno riferito che la Deutsche, prosegue Snyder, punta a tagliare circa 23.000 posti di lavoro, cioè circa un quarto di tutto il suo personale, attraverso piani di licenziamento soprattutto nelle attività tecnologiche e lo scorporo della divisione PostBank.


Dalla traduzione di SKONCERTATA63 su Come Don Chisciotte


Quello che ha reso le cose ancora peggiori è stato l’incauto comportamento della Deutsche Bank. A un certo punto, si è potuta stimare un’esposizione in derivati da parte della Banca di ben 75 trilioni di dollari. Da tener presente che il PIL tedesco di un anno intero è di solo 4 trilioni di dollari. Così, quando alla fine anche la Deutsche Bank crollerà, né in Europa e né in qualsiasi altro luogo del mondo ci saranno abbastanza soldi per poter ripulire il pasticcio. Questo è un perfetto esempio che spiega il motivo per cui continuo a martellare l’opinione pubblica sui danni nefasti delle moderne “armi di distruzione finanziaria di massa”.
 
Se la Deutsche Bank dovesse fallire completamente, sarebbe un disastro finanziario peggiore di quello di Lehman Brothers. Sarebbe come abbattere letteralmente l’intero sistema finanziario europeo e provocare a livello globale un panico finanziario mai visto prima d’ora. A quel punto, sarà meglio avere quel denaro con sé che tenerlo in banca. (Ad).
 
Nota personale: mi scuso per non aver postato niente la settimana scorsa. Ho partecipato a due importanti conferenze e sono stato sempre in giro per otto giorni.
 
Nel corso delle ultime due settimane l’aria è stata comunque piuttosto ferma; tuttavia, mi aspetto che questa calma finisca molto presto. Credo che il resto del 2015 sarà estremamente caotico e accadranno cose piuttosto gravi, cose che nessuno avrebbe potuto oggi immaginare.
 
Nei giorni che vengono, invito tutti a seguire attentamente sia la Germania che il Giappone.
 
Stanno per accadere cose grosse, e milioni di increduli ne resteranno spiazzati.
 

L'Euro è una moneta straniera e prima c'è ne liberiamo e meglio sarà

Economia e dintorni
25/09/2015

'Un Piano B tecnico per uscire dall'euro'

Verso il convegno del 3 ottobre a Roma

'Un Piano B tecnico per uscire dall'euro'
L'economista Nino Galloni: 'In una prima fase di doppia circolazione si potrebbe affiancare una moneta fiduciaria'

Nino Galloni, economista tra i più quotati non solo a livello italiano, già direttore generale del Ministero del Lavoro e docente universitario,  sarà tra i relatori del convegno del 3 ottobre a Roma sull’euro e un ‘Piano B per l’Italia’, organizzato da Scenari Economici.
Il Giornale d’Italia lo ha avvicinato per alcune anticipazioni di quello che sarà il nocciolo dell’incontro romano.
“Vorrei chiarire un equivoco – argomenta subito Galloni – e cioè che deve esistere un ‘Piano B’ tecnico, dalla stampa delle monete ai bancomat, e quindi bisogna essere attrezzati con i mezzi di pagamento. E’ una cosa che aveva previsto, ad esempio, l’ex ministro greco Varoufakis. Altro concetto di ‘Piano B’ è la fuoriuscita non traumatica dall’euro, e questa fase si può realizzare attraverso le cosiddette monete fiduciarie. Questa categoria non rientra nei vari trattati economici internazionali che abbiamo fin qui siglato e in cui ci siamo impegnati a non battere euro, ma senza  prendere impegni su altri aspetti”.
Ecco dunque che Galloni, per entrare ancor più concretamente nella dinamica del ragionamento, si rifà ad un esempio: “Mi rifaccio ancora alla Grecia e a quello che avveniva lì qualche anno fa: le amministrazioni locali che non avevano più euro battevano altra moneta e con questa pagavano i disoccupati che riparavano le strade;  poi chiediamo ai genitori dei bambini di un nuovo asilo di pagare la retta in questa nuova valuta. E così i Comuni ottenevano lo scopo di pagare i disoccupati, vedersi riparate le strade e portare comunque avanti il servizio degli asili. E la Grecia, in effetti, stava uscendo dall’euro, anche se poi le cose non sono andate più chiaramente avanti in questa direzione”.
A questo punto chiediamo al professor Galloni di spostare l’attenzione dalla Grecia all’Italia, sempre però mantenendo come prospettiva quella di un’uscita dalla moneta unica. “Credo sia necessario prestare il massimo dell’attenzione: al momento non sappiamo se c’è un Piano B tecnico, perché c’è troppa gente impreparata ai vertici delle nostre istituzioni. E in tal senso, per discutere attorno a soluzioni praticabili, si muove il convegno del prossimo 3 ottobre a Roma. L’uscita dall’euro converrebbe all’Italia solo se ciò significasse il ritorno ad una vera, autentica sovranità monetaria, almeno com’era prima del 1981. In caso contrario, ci ritroveremmo esposti maggiormente, e in maniera forse irreversibile, al rischio speculativo. Esiste quindi, ed è questo il secondo punto del mio ragionamento, la possibilità dell’uscita che potremmo definire “soft”:  in una prima fase di doppia circolazione monetaria si potrebbe affiancare all’euro una moneta fiduciaria, per abituarsi quindi all’uscita dalla moneta unica europea attraverso un percorso di passaggi graduali e concreti in quella direzione. L’emissione di una moneta senza riserva di valore servirebbe solo ad agevolare gli scambi e la produzione interna; con gli introiti derivanti dalle esportazioni si pagherebbero invece le importazioni necessarie. Ma c’è un terzo e ultimo punto - conclude il professor Galloni - che pure ritengo fondamentale: in questa fase, bisogna evitare ogni confusione di sorta, perché i potentati internazionali sono perfettamente consapevoli delle potenzialità di quanti spingono per uscire dall’euro, mentre la loro intenzione è quella di tenere ancora ancorati i popoli a monete che non diano respiro”.

Igor Traboni
 
 

L'Islam è laicità, tolleranza, apertura al confronto con la modernità, lotta contro il fanatismo

La moschea che divide la Milano dei “lumi”

di Paolo Pillitteri
26 settembre 2015
 

C’è qualcosa di nuovo oggi a Milano, anzi di antico. Ritorna nella discussione il ruolo che fu di una città che nell’Illuminismo pre e post Rivoluzione Francese improntò il pensiero moderno che, con i fratelli Verri e Beccaria posero le basi di una cultura laica, di un approccio libero e razionale, di una divisione fra politica e religione in nome di un principio di tolleranza e di aperura che rivela oggi tutta la sua attualità.

La questione delle nuove moschee decise dal Comune irrompe nel dibattito di una città che la scossa partecipativa dell’Expo dovrebbe avviare su orizzonti ampi ma che, invece, rischia di afflosciarsi senza captare il senso dei mutamenti e, soprattutto, senza ascoltare le lucide proposte della dottoressa Maryan Ismail, oltre che di politici e di esperti del mondo musulmano, in primis il professor Paolo Branca, docente della “Cattolica”. La vicenda è nota ai milanesi, ma non agli italiani. Maryan è una nota antropologa italo-somala, da anni a Milano e con un fratello ucciso in Somalia dai terroristi jihadisti di Al-Shabaab quando, nel marzo scorso, vi si trovava come ambasciatore dell’Onu; insieme a lui, in quell’albergo di Mogadiscio, furono massacrate una ventina di persone. Maryan è, almeno era fino a ieri, una dirigente del Partito democratico, il partito che col sindaco sta gestendo l’attribuzione della gestione delle nuove moschee alle diverse realtà, dopo gli anni della Moschea di via Jenner, con i fedeli curvi lungo i marciapiedi e dopo l’impressionante Piazza Duomo nereggiante di musulmani in preghiera su concessione del Cardinale.

Mancavano spazi, mancavano luoghi di culto. Per dire che era ed è più che necessaria una concreta concessione comunale per un’ampia frequentazione del culto dei musulmani che a Milano sono oltre duecentomila, di cui la metà marocchini e africani. Solo che le aree per le moschee nuove, dopo un bando pubblico, sono state assegnate ad Iman di altre zone, nettamente mediorientali e non africane, del complesso mosaico dei seguaci di Allah, ma, soprattutto, e qui insiste l’antropologa italo-somala, ciò che appare evidente è che manca a queste gestioni la neutralità, la trasparenza, ovvero quel senso di laicità che invece è sempre più invocato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, che sono moderati e laici e che vorrebbero nelle nuove moschee precise garanzie, che purtroppo il Comune di Milano non ha tenuto in nessun conto, sbagliando, come “La parità di genere, la separazione fra politica e religione, il “no” ad una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano”. Queste le priorità suggerite da Maryan anche in una lettera al sindaco nella quale, peraltro, la dottoressa italo-somala non intende polemizzare col Caim (Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano) - un’associazione ufficiale che coordina quel culto nell’area milanese e su alcuni suoi aderenti lo stesso onorevole Dambruoso, che di terrorismo se ne intende, ha sollevato qualche seria obiezione - che pure riconosce il loro diritto a rappresentarsi, ma “io non faccio parte di quella parrocchia e dunque non entrerò in moschea fino a quando non ci sarà una scelta chiara e inequivocabile per la laicità”. Parole chiare, limpide, coraggiose.

L’aspetto inquietante della vicenda riguarda l’atteggiamento del Pd locale, si spera non tutto, che dapprima voleva cacciare la Maryan e poi ha fatto marcia indietro dicendo che, comunque, non rappresenta più il Partito democratico. Capirai. Un altro sbaglio, dopo quello del Comune. Uno sbaglio compiuto da un partito che sbandiera giustamente le libertà di culto ma si ferma lì, allo slogan, senza recepire, maturare e attuare ciò di cui ha massimamente bisogno l’odierno Islam (avete riflettuto sull’orrore dei 700 morti nei pressi della Mecca in un momento di preghiera?), che è anche e soprattutto la laicità, la tolleranza, l’apertura al confronto con la modernità, la caduta di ogni fanatismo. Pur nel rispetto profondo di ogni religione. Ciò che vediamo oggi nell’Islam è invece una pervicace, inossidabile, mistica e fatale commistione fra politica e religione, la stessa che secoli e secoli fa devastò il mondo occidentale. Ma sono passati secoli, se non millenni. E intanto erano nati a Milano i grandi pensatori dell’Illuminismo, i Beccaria, i fratelli Verri. La Milano dei “lumi”. Come venne chiamata dal grande Manzoni, nipote dell’autore dell’insuperabile e modernissimo “Dei delitti e delle pene”. Milano dei lumi, se ci sei batti un colpo! Ascolta Maryan!

http://www.opinione.it/editoriali/2015/09/26/pillitteri_editoriale-26-09.aspx 

Pisapia e il corrotto Pd privileggiano i Fratelli Musulmani, organizzazione internazionale islamista, e isola l'Islam

Critica il partito sul "Giornale". Il Pd silura l'islamica moderata

La dirigente musulmana Maryan Ismail propone per Milano una moschea aperta a tutti e non politicizzata. Il Comune preferisce gli estremisti e i dem la emarginano


Il Pd non le ha neanche riconosciuto la soddisfazione di una espulsione schietta e brutale come quelle d'altri tempi. Alla fine di una serata agitata, dopo una doppia dichiarazione e una smentita (che in realtà non smentisce) il Pd prima ha cacciato, poi solo «scomunicato» Maryan Ismail. 

In pratica, questo è certo, l'ha lasciata sola.

Così viene silurata oggi, a Milano, una dirigente del partito di Matteo Renzi. Maryan Ismail è stata messa ai margini del suo partito per aver formulato - in un'intervista al Giornale - una serie di critiche al Comune sul caso moschee. Critiche misurate, argomentate, dettate da una storia e da un'esperienza peculiare. Maryan Ismail vive in Italia da molti anni, ha doppia cittadinanza ed è esponente della piccola comunità somala. È piuttosto nota in città, anche per l'impegno nella battaglia contro le mutilazioni genitali femminili; ha fondato e guidato il circolo «Città Mondo» ed è politicamente una sostenitrice di Stefano Boeri, antagonista alle primarie 2010 dell'attuale sindaco Giuliano Pisapia e poi assessore alla Cultura (licenziato in seguito dallo stesso Pisapia). La Ismail, purtroppo, conosce personalmente la tragedia del fondamentalismo: suo fratello, ambasciatore somalo all'Onu, sei mesi fa è stato ucciso a Mogadiscio in una strage rivendicata dalla filiale locale di Al Qaida. Maryan Ismail, nell'intervista rilasciata lunedì al Giornale , ha criticato il piano della giunta sui luoghi di culto (un bando per assegnare tre aree comunali alle associazioni religiose che hanno bisogno di edificare moschee o chiese). Ha criticato non tanto l'idea del bando, quanto la sua concreta formulazione. A suo avviso, infatti, ha premiato le sigle islamiche economicamente più forti, penalizzando le altre. Ma soprattutto ha deluso chi - come lei - auspicava una moschea «di tutti i musulmani». «Quel che lascia l'amaro in bocca - ha detto - è che la stragrande maggioranza dei musulmani, moderati, laici, via via sono stati esclusi». Ma la Ismail ha contestato anche la linea generale seguita a Milano. E la scelta degli interlocutori. Una critica condivisa per esempio dal professor Paolo Branca, grande esperto di islam e docente di lingua e letteratura araba all'Università Cattolica. Ma al suo fianco c'è anche un gruppo di donne che pochi mesi fa ha scritto al sindaco, chiedendo rilevanti garanzie: «Avevamo spinto sul fatto che la moschea fosse trasparente - ha ricordato Ismail - sulla separazione fra politica e religione, sul no a una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano». Una posizione forte, che altri esponenti del partito hanno difeso, sottoscrivendo le parole della Ismail e criticando implicitamente l'assessore che ha gestito la partita, Pierfrancesco Majorino, ora candidato alle (incerte) primarie del Pd con l'obiettivo di succedere a Pisapia nel 2016.

Al Pd milanese, evidentemente, non hanno retto i nervi. E l'imbarazzo, ieri, è stato rimpiazzato da un piccolo giallo. Prima è uscita un'agenzia di stampa che dava conto - con tanto di virgolettati - della sostanziale cacciata dal partito di Maryan Ismail. Nella dichiarazione attribuita al segretario metropolitano Pietro Bussolati si chiedeva alla Ismail di «valutare se lasciare la segreteria», perché la sua posizione era considerata «totalmente fuori dalla linea del partito». In seguito Bussolati ha smentito la cacciata della sua dirigente. E un altro lancio della stessa agenzia ha riportato una dichiarazione del segretario che ridimensionava la portata del «siluramento». «Lei può dire e fare quello che vuole ma non rappresenta il Pd. Valuterà lei cosa vuole fare».

http://www.ilgiornale.it/news/politica/critica-partito-sul-giornale-pd-silura-lislamica-moderata-1175312.html 

Xi Jinping e Obama


Rapporti Usa-Cina: Obama riceve Xi, l'incontro è quasi una messa cantata


25 settembre 2015


Rapporti Usa-Cina: Obama riceve Xi, l'incontro è quasi una messa cantata

di Giampiero Gramaglia
Roma, 25 set. (LaPresse) - Alla fine, è venuta fuori quasi una messa cantata: impegno comune contro il cambiamento climatico, accordo su pirati e spie informatiche, anche un dialogo schietto sulle dispute territoriali. Questa è la sintesi dell'incontro, oggi, alla Casa Bianca, tra i presidenti degli Stati Uniti Barack Obama e della Cina Xi Jinping, alla sua prima visita di Stato negli Usa: è stata l'ennesima 'prova di G2', cioè di un governo del Mondo 'assunto' da Washington e Pechino.
Angoli smussati tra Washingon e Pechino. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il suo omologo cinese Xi Jinping si sono confrontati oggi sui grandi temi dell'agenda politica internazionale. Per i due leader non era però la prima volta: si conoscevano, si sono incontrati più volte e Barack Obama ha già visitato la Cina.


In cima all'agenda dei colloqui, il clima, in vista del Vertice di Parigi tra fine novembre e inizio dicembre, e la sicurezza informatica: entrambi, sulla carta, terreni di frizione fra i due Paesi (Washington sta addirittura valutando sanzioni per i furti informatici subiti da aziende ed enti, attribuiti ad hackers cinesi). Come tela di fondo dei colloqui, il rallentamento della crescita economica cinese che crea, se possibile, più preoccupazioni nel resto del mondo che in Cina.

Alla vigilia dell'incontro, Xi ha disinnescato i contrasti sul clima, annunciando un programma di riduzione dei gas serra a partire dal 2017 e un sistema di compra-vendita dei diritti di emissione, simile a quello praticato dai Paesi occidentali. In tal modo, la Cina cerca di sottrarsi alle critiche di americani ed europei, che hanno già fatto i 'compiti a casa' in vista del Vertice di Parigi.


Parlando a Seattle, nella prima parte del suo viaggio negli Stati Uniti, Xi ha recisamente negato che il governo di Pechino sia coinvolto nei casi di cyber-spionaggio denunciati e ha anzi promesso di volere lavorare con gli americani contro i crimini informatici. Fonti cinesi hanno anche diffuso l'idea che i due Paesi possano costruire nel cyberspazio "un insieme dal comune destino".

Secondo esperti dell'Ispi, l'Istituto di studi politici internazionali di Milano, Xi vede nel viaggio "un'occasione per rassicurare il mondo imprenditoriale americano sulla tenuta dell'economia cinese dopo la crisi finanziaria estiva e sulla volontà di Pechino di aprirsi ai mercati internazionali". Invece, "il senso politico dell'incontro con Obama sta nel tentativo di costruire una solida relazione fra Cina e Usa". Il consenso sulla lotta al cambiamento climatico può rivelarsi "un nuovo modello" per la gestione delle politiche internazionali. Dal dialogo tra Obama e Xi, osservano gli esperti, "dipendono molte delle principali questioni internazionali: il ruolo della Russia, la partecipazione cinese alla governance politica ed economica globale, le politiche energetiche e finanziarie".

Per il presidente Obama, che mercoledì aveva ricevuto alla Casa Bianca Papa Francesco, continua la serie di impegni diplomatici al massimo livello. La prossima settimana, vedrà il presidente russo Vladimir Putin e parteciperà all'Assemblea generale delle Nazioni unite.

Anche Xi sarà all'Onu, dove il segretario generale Ban Ki-moon si appresta a dargli "un caldo benvenuto". Le organizzazioni internazionali sono unanimi nell'auspicare e nel prevedere un maggiore ruolo della Cina nella cooperazione internazionale e nella lotta contro la povertà e sottolineano quello che considerano "il comune interesse al rafforzamento delle Nazioni unite".

Ieri sera, Xi era stato accolto alla base aerea di Andrews dal vice presidente Joe Biden e aveva poi avuto una cena privata con il presidente Obama: nel menù, piatti americani con sapori cinesi. La visita di Stato è formalmente iniziata questa mattina: cerimonia di benvenuto alla Casa Bianca, colloqui nello Studio Ovale, conferenza stampa congiunta e pranzo anche con Biden e il segretario di Stato John Kerry.

A fare da contrappunto alla politica, gli affari. Ieri, s'è saputo, fra l'altro, che la Boeing ha ottenuto una commessa dalla Cina del valore di 38 miliardi di dollari, in coincidenza con la visita di Xi all'impianto dell'azienda aeronautica a Everett, nello Stato di Washington.

http://www.lapresse.it/mondo/nord-america/rapporti-usa-cina-obama-riceve-xi-l-incontro-e-quasi-una-messa-cantata-1.768301 

Snam Sulmona, basta scrivere impatto zero e per il corrotto Pd il danno ambientale non esiste

CENTRALE SNAM SULMONA: COMITATI, ''IMPATTO ZERO? UNA BUFALA''

SULMONA - "I 'nostri' rappresentanti istituzionali, con Luciano D'Alfonso in testa, continuano a turlupinare i cittadini spacciando per una mezza vittoria il loro completo fallimento sulla vicenda Snam". Non usano mezzi termini i rappresentanti del Comitato cittadini per l'ambiente che da anni si oppone alla realizzazione della centrale di compressione che la Snam vuole realizzare a Sulmona.
"Dopo gli incontri che si sono succeduti, come in una sessione da 'brainstorming da brivido', tirano fuori il contentino, la genialata o meglio la bufala della 'centrale ad impatto zero', sottolineandone l’elevatissimo aggravio di costi aggiuntivi: ma come, la Snam il 12 settembre dello scorso anno in un incontro con il vice presidente Giovanni Lolli ed un ingegnere di infrastrutture on e off shore, aveva bocciato il progetto del totale passaggio in mare dell’opera proprio per i maggiori costi ed ora è pronta a sostenerli in un impianto che, tra l’altro, non è mai stato realizzato in Italia?".
"Peraltro - aggiunge il comitato - tali maggiori costi verrebbero arbitrariamente scaricati sui cittadini attraverso le bollette, essendo un’opera destinata a dare solo profitti alla multinazionale. Anche ammesso che sia possibile realizzare la stravagante idea di una centrale di compressione elettrica anzichè a gas, che soluzione sarebbe?".
"E' questo l'obiettivo per il quale si sta lottando ormai da quasi otto anni? Chi annuisce e presta il fianco ad un'idea del genere pensa forse che tutti i cittadini hanno l'anello al naso? Si rendono conto, costoro, che accettare la centrale anche fosse 'ad impatto zero' significa accettare il metanodotto in territori altamente sismici, come la Valle Peligna e gli Appennini? Significa collocare sotto i nostri piedi una potenziale ed enorme bomba?".
"L'esplosione di Mutignano di Pineto del marzo scorso - aggiungono - non ha insegnato proprio nulla? Non solo, ma si rendono conto costoro di quale impatto ambientale e paesaggistico avrà un centrale posta all'imbocco del Parco nazionale della Maiella? In una zona agricola, di ben 12 ettari, che di fatto diventerebbe un secondo nucleo industriale, attirando insediamenti simili? Sono consapevoli che lo stesso cimitero di Sulmona è a rischio, con ben 4 tubi paralleli di un metro e 20 ciascuno che passano ad una distanza di circa 300 metri dal luogo sacro? E che, in futuro, per le servitù imposte dall'impianto, non sarà più possibile l'espansione del cimitero stesso?".
"E' ora di smetterla: abbiate almeno l'umiltà di riconoscere che se la centrale di compressione si farà a Sulmona, come è ormai certo, la colpa è solo della vostra inconsistenza politica. Non possiamo prendercela con la Snam, che punta solo a fare profitti, nè con il Governo nazionale, totalmente asservito agli interessi delle multinazionali del petrolio e del gas".
"Ma da chi è stato eletto per difendere i sacrosanti diritti del nostro territorio, era lecito aspettarsi che vi sareste battuti a viso aperto e con la schiena dritta, come avevate promesso in tante occasioni e in particolare nella grande assemblea pubblica che proprio un anno fa, il 22 settembre 2014, si è tenuta a Sulmona al Cinema Pacifico. Ma tutte quelle promesse sono state tradite".
"Col passare delle settimane e dei mesi è apparso sempre più chiaro che il 'no' della Regione al devastante progetto della Snam era solo un fatto formale e che la stessa negazione dell'intesa con lo Stato era solo una foglia di fico destinata a coprire il nulla di cui avete dato ampia prova. Nessuna efficace iniziativa a livello politico ed istituzionale. Nessuna vera azione di contrasto, a livello tecnico e legale. Nessuna proposta alternativa rispetto ai diktat congiunto Snam-Governo".
"Addirittura la Giunta è arrivata a rinnegare le leggi approvate al riguardo dal Consiglio regionale. Quando si rinuncia ad esercitare le proprie prerogative e ci si inchina come fuscelli di fronte alla prepotenza del potere centrale, quando tutti i parlamentari del Pd votano obbedienti il decreto 'Sblocca-sfascia Italia', quando non si trova nessun deputato del partito di Governo che si batta per far applicare la risoluzione parlamentare sulla Snam, quando ci si comporta da sudditi e cortigiani (altro che camerieri!) rispetto al 'caro leader' che siede a Palazzo Chigi, ci si poteva forse aspettare un risultato diverso da quello che ci viene confezionato e imposto?".
"Prendiamo atto - conclude la nota del Comitato cittadini per l'ambiente - che ormai non ci sono più alibi: chi doveva difendere il territorio ha gettato definitivamente la spugna. Ma almeno abbia la decenza di non continuare ad ingannare i cittadini".
"Per parte nostra la vicenda non si chiude qui. Con tutti i mezzi legali e democratici continueremo la battaglia contro un 'corpo estraneo' che, non solo non porta nulla di positivo, ma rappresenta un pesante fardello per la vita e il futuro della nostra comunità".


25 settembre 2015

LIbia, soldi e assistenza, i Fratelli Musulmani non si risparmiano

Libia: ministro Esteri egiziano Shoukri, "paesi della regione sostengono terroristi, abbiamo le prove"
 
Tripoli, 25 set 09:33 - (Agenzia Nova) -
 
 
Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukri, ha dichiarato al quotidiano filo-governativo del Cairo “al Ahram” di “avere le prove di un coinvolgimento di paesi della regione nella crisi libica”. Parlando della situazione nel paese vicino, il capo della diplomazia egiziana ha spiegato che “ci sono paesi della regione coinvolti nel conflitto e che sostengono i gruppi terroristici in Libia, garantendo loro finanziamenti e luoghi sicuri dove curare i loro feriti. Questi paesi consentono l’attraversamento del confine dei miliziani dalla Libia”. Shoukri ha assicurato che "le prove saranno presentate al momento opportuno per chiedere provvedimenti a livello internazionale". Le parti libiche che partecipano al negoziato mediato dall’inviato Onu, Bernardino Leon, dovrebbero tornare al tavolo dei negoziati dopo la festività dell’Eid al Adha (Festa del Sacrificio, ndr) con l'obiettivo di raggiungere un accordo sulla formazione di un governo di concordia nazionale. Le tempistiche, tuttavia, restano incerte.

Dopo giorni di trattative, il mandato dell’inviato dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon, è terminato senza che i due governi libici contrapposti, quello di Tripoli e quello di Tobruk, riuscissero a trovare un accordo per la nascita di un esecutivo di unità nazionale. Il mandato del diplomatico spagnolo è terminato alla mezzanotte del 20 settembre, data entro la quale Leon sperava di raggiungere un accordo definitivo da presentare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Le Nazioni Unite hanno prolungato le trattative fino al primo ottobre. Intanto il governo di Salvezza nazionale di Tripoli, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ha chiesto chiarimenti al Congresso nazionale generale rispetto al dialogo inter-libico, chiedendo esplicitamente di poter rispondere agli attacchi lanciati dall’esercito del generale Khalifa Haftar a Bengasi contro le milizie islamiste. Il governo di Tripoli ha riferito di “voler sostenere i rivoluzionari di Bengasi”. Nonostante i tentativi di Leon, dunque, la situazione sul terreno sta evolvendo in nuovi e violenti scontri, soprattutto nella parte orientale della Libia.

Sabato scorso, 19 settembre, il generale Khalifa Haftar - ministro della Difesa e capo di Stato maggiore del governo di Tobruk, sostenuto da un parlamento riconosciuto a livello internazionale - ha lanciato un'operazione a Bengasi per liberare la città dalle milizie di Ansar al Sharia. Gli scontri hanno già provocato diversi morti e feriti. Ieri Haftar ha passato in rassegna le truppe di stanza presso l’aeroporto di Benina, impegnate a combattere contro le milizie islamiste presenti a Bengasi. Secondo quanto riferisce il sito informativo libico “Akhbar Libya 24”, Haftar ha tenuto una riunione allargata con tutti gli ufficiali informandoli sugli ultimi sviluppi della situazione in Libia e sulle fasi dell’operazione militare “Destino” avviata sabato scorso, incitando i militari a continuare a combattere contro i gruppi armati della zona. L’operazione “Destino” fa seguito a quella “Dignità” ed è stata lanciata in modo particolare contro le milizie di Ansar al Sharia a Bengasi. (Res)

il governo Renzi, del corrotto, non ha in programma nessuna infrastruttura nè manutenzione nel 2016

Def, Crosio (Ln): in una nota manca collegato infrastrutture

Jonny Crosio (LN)

(AGENPARL) – Roma, 25 set 2015 – “Renzi pensa di essere al ‘Festival del ridicolo’ in corso a Livorno e non in parlamento. Stamattina scopriamo infatti che nella nota del documento economico e finanziario manca il collegato alle infrastrutture. Ad aprile il governo aveva garantito che la cancellazione della legge obiettivo sarebbe stata sanata proprio dal collegato al Def. Vogliamo subito delle risposte: quale è il piano delle opere del governo? Comuni e regioni che hanno già investito in opere strategiche cosa faranno ora senza sapere se ci sarà o meno la compartecipazione dello stato? È ora che Renzi accantoni il libro dei sogni e si presenti in aula con un piano serio e compiuto sulle infrastrutture che sono necessarie per lo sviluppo e l’economia del paese. Mi chiedo anche come si comporteranno quei senatori che si sono venduti per un piatto di lenticchie quando torneranno al paesello senza nulla in mano. Tutte le loro speranze si sono fermate alla tranvia di Firenze”.

Lo dichiara Jonny Crosio, capogruppo in commissione infrastrutture a Palazzo Madama per la Lega Nord.

Il corrotto Pd si appresta ad aumentare le tasse mentre la CGIA comincia a debordare

L’allarme delle Imprese: “Nel Def stangata da 107 miliardi”

L'analisi del Centro studi dell'associazione sulla nota di aggiornamento del Def appena approvato dal governo

Se da un lato la CGIA di Mestre sottolinea come il governo Renzi stia abbassando le tasse per famiglie e imprese, alcune associazioni imprenditoriali sostengono l’esatto contrario. E’ il caso dell’analisi del Centro studi di Unimpresa sulla nota di aggiornamento del Def appena approvato dal governo: secondo lo studio, dal 2015 al 2019 le entrate tributarie e previdenziali saranno in costante aumento, fino a 866 miliardi, così come la Pressione fiscale che supererà il 44%.

I NUMERI DI UNIMPRESA – Secondo l’analisi del Centro studi, l’abbassamento delle tasse è una chimera, mentre è in arrivo una stangata fiscale da 107 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Dal 2015 al 2019 le entrate tributarie dello Stato cresceranno costantemente e arriveranno fino agli 884 miliardi del 2019. Complessivamente nel prossimo quinquennio i contribuenti italiani dovranno versare nelle casse pubbliche 107,5 miliardi in più rispetto allo scorso anno (+13,84%). Sulle imposte dirette e indirette – principalmente Irpef, Ires e Iva – ci sarà una stretta da oltre 81 miliardi. E la pressione fiscale salirà oltre il 44%. Il bilancio statale non sarà sforbiciato: le uscite cresceranno di quasi 40 miliardi (+4,82%) e sono stati sterilizzati gli investimenti pubblici, che resteranno stabili attorno ai 60 miliardi l’anno con un calo complessivo di 1,1 miliardi. Questi i dati principali dell’analisi, che ha preso in esame le tabelle della nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) approvato il 18 settembre scorso dal consiglio dei ministri.

GIRO DI VITE SU IRPEF, IRES E IVA DI 81,8 MILIARDI – Stando all’analisi, nel 2015 le entrate tributarie e previdenziali saliranno a quota 788,6 miliardi dai 777,2 miliardi del 2014; nel 2016 cresceranno ancora a 817,3 miliardi e poi a 843,2 miliardi nel 2017; nel 2018 e nel 2019 arriveranno rispettivamente a 866,6 miliardi e a 884,7 miliardi. Complessivamente, nel quinquennio si registrerà un incremento di 107,5 miliardi (+13,84%). Aumenteranno sia le entrate tributarie sia quelle derivante dai cosiddetti contributi sociali (previdenza e assistenza). Per quanto riguarda le entrate tributarie l’aumento interesserà sia le imposte dirette (come quelle sui redditi di persone e società, a esempio Irpef e Ires) sia le imposte indirette (tra cui l’Iva): le imposte dirette cresceranno in totale di 35,2 miliardi (+14,84%) mentre le indirette subiranno un incremento di 46,5 miliardi (+18,86%). Il sostanziale giro di vite su Irpef, Ires e Iva sarà pari a 81,8 miliardi (+16,89%). I versamenti relativi alla previdenza e all’assistenza cresceranno dal 2015 al 2019 di 23,3 miliardi (+10,78%).

PRESSIONE FISCALE STABILE SOPRA IL 44%, PIL TIMIDO – L’incremento delle entrate tributarie e di quelle contributive farà inevitabilmente salire la pressione fiscale. Nello stesso Def, il peso delle tasse rispetto al pil è infatti previsto in aumento: quest’anno si attesterà al 43,7%, superiore al 43,4% del 2014; nel 2016 salirà al 44,2%, nel 2017 e nel 2018 si attesterà al 44,3%, per poi calare leggermente al 44,0% nel 2019. Nello stesso arco di tempo, la crescita economia, stando alle previsioni del governo, sarà timida: il pil non farà scatti in avanti significativi ed è infatti dato in aumento dello 0,9% nel 2015, dell’1,6% nel 2016, dell’1,6% nel 2017, dell’1,5% nel 2018 e dell’1,3% nel 2019.

BILANCIO STATALE SU DI 40 MILIARDI: BRUCIATO IL TESORETTO SPREAD DA 2,2 MILIARDI – Nessun intervento rigoroso sul bilancio statale: le uscite saliranno costantemente rispetto agli 826,2 miliardi del consuntivo 2014. Nel 2015 saliranno a 831,5 miliardi, nel 2016 a 840,4 miliardi, nel 2017 a 842,6 miliardi, nel 2018 a 853,7 miliardi e nel 2019 a 866,1 miliardi. Complessivamente, nel quinquennio si registrerà un incremento della spesa pubblica pari a 39,8 miliardi (+4,82%). L’incremento è legato esclusivamente alle uscite correnti (acquisti, appalti, stipendi) che, nel quinquennio, aumenteranno di 43,2 miliardi (+6,24%). In diminuzione, invece, la spesa per interessi sul servizio del debito che beneficerà verosimilmente della riduzione del divario di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi: il tesoretto legato allo spread sarà pari a 2,2 miliardi tra il 2015 e il 2019 (-2,97%), ma verrà di fatto bruciato dagli aumenti delle altre voci di spesa, piene di sprechi non toccati. Resta invariata, invece, la voce “uscite in conto capitale”, che corrisponde agli investimenti pubblici, stabile attorno a circa 60 miliardi l’anno: nel quinquennio si registrerà una riduzione pari a 1,1 miliardi (-1,95%).

LONGOBARDI: “LE TASSE AUMENTANO E GLI SPRECHI RESTANO INTATTI” – “Di fronte a questi numeri – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – c’è poco da dire: come rappresentanti delle micro, piccole e medie imprese italiane ci sentiamo presi in giro, perché non possiamo ignorare lo spread esistente dagli annunci del governo ai provvedimenti e ai numeri messi nero su bianco dopo le sedute del consiglio dei ministri. Sta di fatto che le tasse aumentano e gli sprechi del bilancio pubblico restano intatti: non è questo il modo per salvare il nostro Paese”.

Infrastrutture digitali, Lte 4G, si può e si deve fare di più, dobbiamo arrivare e superare i 30 Mbps

LTE: come se la passa l’Italia?

OpenSignal ha diffuso il nuovo rapporto sulle connessioni LTE a livello globale e l’Italia, pur non primeggiando come diffusione, non delude nella velocità.
Il nuovo rapporto di OpenSignal sulla diffusione e le prestazioni delle reti LTE/4G a livello globale ha mostrato innanzitutto una penetrazione di questa tecnologia sempre più profonda ed estesa, soprattutto nelle regioni asiatiche come testimoniato dagli indici di diffusione osservati in Paesi come Giappone e Corea del Sud. Non è però in queste aree che l’LTE ha fatto segnare le velocità maggiori di download.
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A issarsi al primo posto in classifica sulla qualità delle reti è infatti la Nuova Zelanda, con una velocità media in LTE di 36 Mbps che supera anche quella del precedente primatista Singapore, che però sale in testa come provider più veloce in assoluto grazie ai 38 Mbps di media fatti registrare da StarHub. La Corea del Sud ha invece il primato della diffusione del LTE con il 97% del territorio coperto, mentre a primeggiare in Europa (e non senza sorpresa) è la Romania, con una velocità media di 30 Mbps che le è valsa il terzo posto mondiale.
E l’Italia dove si colloca in questo scenario? Sebbene i risultati complessivi siano frenati dai bassi livelli di copertura del segnale di Wind e 3 Italia rispetto a quelli di TIM e Vodafone, nel nostro Paese OpenSignal ha misurato una velocità media di 17 Mbps, che equivale al diciottesimo posto su scala globale e alla nona posizione nello scenario europeo. Una media ottenuta mettendo a confronto i 23 Mbps di 3 Italia, i 18 Mbps di Vodafone, i 17 Mbps di Tim e gli 11 Mbps di Wind.
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A livello di copertura invece Vodafone è al primo posto con il 66% di diffusione sul territorio nazionale, seguita da TIM (58%), Wind (37%) e 3 Italia (34%). Ne risulta una media di circa il 51%, che pone il nostro Paese al cinquantesimo posto a livello mondiale, davanti comunque a grandi Paesi come Brasile, Russia, Gran Bretagna, India e Francia. Il rapporto ha infine contato 140 Paesi in cui è attiva almeno una rete LTE e 8 in cui questo avverrà nei prossimi mesi come nel caso di Mongolia, Somalia, Senegal e Bangladesh.

http://www.cwi.it/lte-come-se-la-passa-litalia_80026/

Dove c'è corruzione c'è il Pd, il canavaccio si ripete

Il progetto fermato

Colata di Idice, cinque indagati
per le minacce al sindaco di San Lazzaro

La richiesta di proroga per Gamberini (Legacoop), Sermenghi (sindaco Castenaso), Bacchiocchi, Venturoli e Camellini

BOLOGNA - Sono stati notificati cinque avvisi di richiesta di proroga di indagine per l’inchiesta della Procura di Bologna nata da una denuncia del sindaco di San Lazzaro di Savena, Isabella Conti. Il primo cittadino del Pd a dicembre 2014 aveva segnalato pressioni dopo aver bocciato un progetto di un maxi-insediamento edilizio a Idice, ribattezzato «La Colata». LA VICENDA - Il consiglio comunale, a febbraio di quest’anno, aveva poi approvato la delibera sulla decadenza del Poc, il Piano operativo comunale, dove era prevista la costruzione di un insediamento edilizio a Idice da 582 alloggi. Conti aveva ricevuto la solidarietà anche dal premier Matteo Renzi. A quanto si apprende l’inchiesta, coordinata dal pm Rossella Poggioli e dal procuratore aggiunto Valter Giovannini, ipotizza il reato all’articolo 338 del codice penale, violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario. Indagati sono Simone Gamberini, direttore generale di Legacoop Bologna; il sindaco del Comune di Castenaso, Stefano Sermenghi; l’ex sindaco di San Lazzaro, Aldo Bacchiocchi; l’imprenditore Massimo Venturoli; l’ex presidente del Collegio dei revisori del Comune di San Lazzaro di Savena, Germano Camellini. La Procura, decorsi i termini delle indagini preliminari, ha chiesto al Gip una proroga per procedere con ulteriori accertamenti, atto che è stato notificato agli indagati e ai loro legali.
Da Renzi a Morandi la solidarietà al sindaco anti-cemento
SERMENGHI - «La magistratura farà il suo corso, ma sono convinto di non aver commesso illeciti». Stefano Sermenghi, sindaco di Castenaso (Bologna), indagato per violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario per la vicenda delle pressioni sul sindaco di San Lazzaro Isabella Conti, si è limitato a commentare così la notizia che lo riguarda. La Conti è stata spesso indicata dal premier Matteo Renzi come un esempio da seguire per come aveva saputo resistere alle pressioni dopo che si era opposta al progetto di un maxi insediamento edilizio. Sermenghi è vicinissimo al premier fin dall’inizio della sua parabola politica, tanto da aver scelto come assessore alla scuola della giunta del suo Comune (che si trova alle porte di Bologna, come il confinante San Lazzaro) la sorella di Renzi, Benedetta.


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Minacce a sindaco anti-cemento, indagate 5 persone: ci sono anche dg Legacoop Bologna e 2 politici Pd

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Emilia Romagna
 
Notificati cinque avvisi di richiesta di proroga di indagine per l’inchiesta della Procura di Bologna nata da una denuncia della Conti. Il primo cittadino del Pd a dicembre 2014 aveva segnalato si aver subito pressioni dopo aver bocciato un progetto di un maxi-insediamento edilizio a Idice, ribattezzato 'La Colata'
Colpo di scena nella vicenda della cosiddetta Colata di Idice. Cinque persone sono indagate dalla procura della Repubblica di Bologna. Tra loro anche il sindaco Pd di Castenaso, (alle porte di Bologna) Stefano Sermenghi, renziano di ferro che tra suoi assessori in giunta schiera anche la sorella dello stesso Matteo Renzi, Benedetta. A dicembre del 2014 Isabella Conti, sindaco Pd di San Lazzaro di Savena aveva denunciato di avere ricevuto delle pressioni dopo che la sua giunta comunale aveva deciso di bloccare la costruzione di un nuovo complesso residenziale a Idice, una frazione del comune. La decisione politica di annullare la nuova mega-colata di cemento, decisa anni prima da altre maggioranze Pd, aveva tuttavia creato non pochi malumori: a costruire le palazzine sarebbe dovuta essere una cordata di imprese comprendente tra le altre la Coop Costruzioni, colosso edilizio della cooperazione rossa, la Palazzi srl, la Astrale Srl. Di fatto vedevano sfumare un affare da 300 milioni di euro.
Gli indagati, che hanno ricevuto nella mattinata un avviso di proroga delle indagini dalla pm Rossella Poggioli (l’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunte Valter Giovannini) oltre a Sermenghi sono Germano Camellini, commercialista e al momento dei fatti revisore dei conti del Comune di San Lazzaro, Simone Gamberini, direttore di Legacoop Bologna (ed ex sindaco Pd di Casalecchio di Reno), Aldo Bacchiocchi, sindaco di San Lazzaro di Savena dal 1995 al 2004 e Massimo Venturoli, dirigente della Palazzi srl. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 38 del codice penale: “Chiunque usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”. Il sindaco di Castenaso, contattato da ilfattoquotidiano.it, ha spiegato di “essere sorpreso dalla notifica. Non sono in grado di capire il motivo visto che l’atto inviato dalla procura è stringato”. Poi Sermenghi conclude: “Sono sereno”.
Alla fine del 2014 il sindaco, che di professione fa l’avvocato e ha 32 anni, in assenza di una parte delle fidejussioni necessarie (a causa del fallimento di alcune delle coop coinvoltye), bloccò la realizzazione della new town: 580 nuovi alloggi. “Non consumo suolo a vanvera” spiegò l’amministratrice. Ma per lei non fu un cammino facile. “Ci tengo a dire che quello che ho riferito ai magistrati non è una mia percezione, chiunque al mio posto avrebbe vissuto certi comportamenti come minacciosi”, spiegò in un’intervista l’amministratrice. “Su questa vicenda c’è stata una escalation intollerabile di comportamenti discutibili e pressioni indebite”. Conti davanti ai pm ricordò gli incontri sul tema con uomini delle coop e con suoi colleghi di partito. E poi sms.
In particolare venne a galla che Camellini avrebbe pronunciato, di fronte a una dirigente comunale, una frase poi riportata alla stessa prima cittadina. Una frase che suonava più o meno così: “La Conti vuole finire sotto una macchina?”. Camellini (difeso dall’avvocato Tommaso Guerini), si difese sui giornali:“Forse la dirigente ha equivocato una mia battuta. Ammesso che l’abbia detto, probabilmente mi riferivo a possibili guai per il Comune. Finire sotto una macchina in quel senso, nel senso di avere dei danni”, spiegò il commercialista al Resto del Carlino.
La denuncia di Isabella Conti fece mobilitare lo stesso presidente della Regione Stefano Bonaccini, presente nell’aula del consiglio comunale al momento del voto che decretò a febbraio 2015 il no alla Colata. In quei giorni si mosse lo stesso Matteo Renzi. Il premier chiamò Conti per dirle che “il Pd è al suo fianco a testa alta e senza paura”.

http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/basket_city/2015/25-settembre-2015/sorella-renzi-contro-conti-ma-se-prima-stava-bersani-2301967228261.shtml