Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 ottobre 2015

Se non si tagliano radicalmente i tentacoli degli islamisti Fratelli Musulmani, non sarà possibile nessuna integrazione ma solo sconfitta

IMMIGRAZIONE: NESSUNA EMERGENZA?

di Redazione
2 ottobre 2015, 
270137
di  Giulio Terzi di Sant’Agata
Pubblichiamo il testo dell’intervento dell’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata al Circolo “Impegno Civico” - 
Bologna il 1° ottobre 2015
Le grandi migrazioni rappresentano da almeno un decennio, insieme ai cambiamenti climatici, una preoccupazione crescente per il sistema delle  Nazioni Unite. Un sistema che deve affrontare ogni giorno la sfida enorme di dare aiuto e sostegno umanitario a sessanta milioni di migranti, in situazioni spesso rischiose perché in regioni ad elevatissima conflittualità; non di rado in condizioni inaccettabili per la dignità e i diritti di ogni essere umano ; in sterminati campi destinati a far fronte a primissime necessità, ma che poi diventano insostenibile e dura realtà  nella quale si svolge l’intera vita di quanti hanno dovuto lasciarsi dietro case distrutte, famiglie decimate, violenza ed orrore.
Le Nazioni Unite operano attraverso l’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), le Agenzie e i Programmi destinati allo sviluppo. Tutti organismi che collaborano nel tentativo di attenuare l’impatto economico e sociale dei richiedenti asilo sui Paesi di prima destinazione; Paesi molto spesso afflitti  da elevati indici di povertà, modesti tassi di sviluppo e di crescita, instabilità interna.
Si, e qui c’è una prima considerazione .Riguarda l’intollerabile, grave carenza di finanziamenti che l’intera Comunità internazionale,  in primis l’Europa e, ancor più gravemente l’Italia destina all’aiuto ai Rifugiati: per organizzare i campi profughi e per soccorrere alle loro necessità. Se esiste un modo per rendere sempre meno utilizzabili le strutture dell’UNHCR e spingere ancor più i profughi ad abbandonarle per riversarsi sulle nostre coste o per prendere la nuova via dei Balcani verso l’Europa, questo modo è far mancare i finanziamenti necessari  alle strutture di accoglienza delle Nazioni Unite in Giordania, Libano, Egitto Turchia e in Nord Africa. Sono 4.086.760 i profughi siriani registrati in quelle strutture al 15 settembre di quest’anno. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per finanziamenti indifferibili pari a un miliardo trecento quarantadue milioni di dollari.
Hanno ricevuto 571 milioni di dollari. Un disavanzo di 770 milioni , quasi il 60% del totale. L’insostenibilità finanziaria dell’accoglienza nei paesi confinanti con la Siria potrebbe comportare chiusure di campi con espatri ulteriori di centinaia di migliaia, se non milioni di profughi.
La pressione che l’intera Unione Europea e in particolare l’Italia sta subendo per i flussi di profughi in provenienza soprattutto dalla Siria farebbe ritenere che il nostro sostegno  finanziario alle Nazioni Unite per creare strutture di accoglienza lontano dai nostri confini avrebbe dovuto fa molto tempo essere di primo piano. Errato.
Nonostante l’emergenza siriana riguardasse direttamente, e da ben tre anni, l’Unione  europea, prima economia del pianeta con un PIL pari a circa un quarto del PIL mondiale, Bruxelles ha  pagato sinora solo un decimo dei finanziamenti pervenuti all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, e meno di un ventesimo di quelli richiesti. Un gap umiliante nei confronti dei pur non prodighi Stati Uniti che contribuiscono per una cifra cinque volte superiore a quella europea.
Con Dante dovremmo dire :“parlando cose che ‘l tacere è bello “, se appartenessimo alla realtà virtuale che spesso ci viene proposta sulle rosee affermazioni del nostro paese sulla scena mondiale, salvo poi esser tenuti fuori dalla porta persino dai Vertici ristretti , come quello di Parigi tra i Ministri degli Esteri Fabius, Steinmeyer e Hammond, dove gli “europei che contano” hanno discusso, la settimana scorsa  senza l’Italia, di Siria e di Libia. A fronte di 22 milioni di dollari erogati dalla Germania, 43 milioni dal Regno Unito, 9 milioni dall’Olanda, sapete qual’è l’ammontare del contributo italiano? 88.496 dollari.
Si è dovuto aspettare il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo del 23 settembre perché la Commissione venisse incaricata di rispondere agli appelli delle Nazioni Unite (UNHCR) del Programma Alimentare Mondiale e delle altre Agenzie, stanziando un Miliardo di Euro.
E per disporre un “sostanziale aumento”, peraltro non quantificato, per il Trust Fund Regionale destinato all’assistenza  a Libano, Giordania, Turchia per programmi dedicati ai rifugiati siriani (cd Fondo Madad). Analogo impegno dell’ultimo Consiglio Europeo ha riguardato i Balcani, il dialogo con la Turchia in previsione della visita di Erdogan a Bruxelles, e i programmi rivolti all’Africa.
I leaders europei riconoscono  assai tardivamente che la guerra in Siria sta causando 12 milioni di profughi.
Brucia ammetterlo, perché tutto ciò significa che la paralisi occidentale nell’affrontare la crisi siriana è la causa prima dell’enorme flusso migratorio, che non potrà essere fermato se non verrà fermata la guerra.
Fouad Ajami, lo scrittore libanese scomparso lo scorso anno descrive così l’inizio dei massacri da parte di Assad, nel suo libro “The Syrian Rebellion”:
Una dozzina di ragazzi della città dell’interno di Deraa  a inizio marzo scrisse dei  graffiti   contro il regime su alcuni muri. C’era un canto che stava diffondendosi in modo seducente nelle terre arabe. Il canto della gente che voleva la caduta del regime era ritmico; i programmi televisivi lo amplificavano. Era stato ascoltato in Egitto, Baharain, Yemen e in Libia.
E ora un pugno di adolescenti tra i 10 e i 15 anni, lo aveva portato in uno dei più proibitivi e autoritari contesti, la dittatura Siriana. Alla periferia di Deraa c’era una base militare che ospitava ufficiali Alawiti e le loro famiglie… I ragazzi vennero presi e quando gli anziani della loro tribù e i notabili si recarono a chiedere notizie, vennero trattati con disprezzo. Dimenticate i vostri figli, dissero loro. Andate a casa e fattene altri, e se non potete manderemo noi uomini validi per le vostre mogli. Quando i ragazzi furono rimandati alle famiglie, apparvero subito le torture e gli abusi. La principale Moschea della città divenne il centro della protesta. Il numero delle vittime aumentò rapidamente .Le forze di sicurezza iniziarono presto a sparare  contro i manifestanti e i funerali delle stesse vittime già cadute .I tiri dei cecchini colpivano a testa, collo, petto. Deraa venne posta sotto assedio, punita per aver violato il silenzio nella terra degli Assad 
Mi è capitato di ascoltare da leaders arabi all’epoca ancora in buoni rapporti con Bashir Assad dei consigli accorati che gli rivolgevano affinché si precipitasse a Deraa, punisse esemplarmente chi dava ordine di massacrare i dimostranti, mostrasse un minimo di apertura al dialogo e cercasse di spegnere l’incendio. La risposta a questa sollecitazioni fu di totale, arrogante chiusura ,di  totale diniego dei fatti, come poi Assad ha continuato a fare.
Ne è risultata una spaventosa “pulizia etnica“. Essa si sta trasformando in vero e proprio genocidio contro la maggioranza sunnita. Gli sforzi per portare Assad alla Corte Penale Internazionale, come avrebbe dovuto avvenire da tempo, si sono sempre infranti contro il veto russo in Consiglio di sicurezza.
Si, e oggi capiamo tutti meglio le ragioni di questo ruolo. Putin sta creando una seconda, grande base militare a Latakia.

Così Mosca assicura un sostegno determinante alla sopravvivenza di Assad; rilancia il proprio ruolo in Medio Oriente; rafforza l’influenza dell’Iran, considerato da Mosca un paese sempre più cruciale nel controbilanciare in Medio oriente e nel  Golfo la presenza Occidentale; il tipo di armi che la Russia spiega in Siria, in particolare il modernissimo sistema contraereo , leva ad Israele i margini di intervento che aveva utilizzato per impedire massicci afflussi di armi agli Hezbollah libanesi dalla Siria: d’ora in poi eventuali blitz di Gerusalemme soggiaceranno al consenso di Mosca.
“Last but not least”, la Russia combatte lo Stato Islamico – all’insegna di una Santa Alleanza  Ortodosso-Sciita contro il terrorismo sunnita, ma evidentemente non contro il terrorismo sciita -  in chiave di consolidamento della dominazione Iraniana in Siria, Libano, Iraq e possibilmente in Yemen.
La Russia potrà essere anche, insieme all’Iran e al regime siriano, un protagonista della guerra contro lo Stato Islamico. Ma deve esser ben chiaro che ciò avviene a condizione di tenere al potere il regime sciita-alawita in Siria, e quello sciita a Baghdad. Un obiettivo, voluto fortemente dalla teocrazia iraniana, ancor più protagonista dopo l’accordo nucleare, e decisa a tenere nell’emarginazione milioni e milioni di arabi sunniti, incoraggiando la loro fuoruscita da Siria e Iraq .
Nessuna guerra all’Isis risolverà alcunché  sin quando il regime siriano resterà al potere. Non mancano le prove che il regime stesso abbia incoraggiato la radicalizzazione delle tribù sunnite, liberando prima dal carcere l’ideologo qaedista Al Suri, uno dei primi teorizzatori di un Califfato creato “dal basso”; risparmiando poi in tutte le operazioni militari delle forze siriane le basi dello stato Islamico, come da ultimo avvenuto anche dopo l’occupazione Isis di Palmira.
Il genocidio sunnita attuato dalla ”pulizia etnica“ di Assad  è costato 300.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, 12 milioni di profughi.
Una catastrofe assimilabile a quella dei 15 milioni di profughi della Seconda Guerra Mondiale. Una catastrofe di gran lunga più devastante delle stesse carneficine in Bosnia, Darfur e, per numero di profughi persino in Ruanda: tre casi di pulizia etnica e di genocidio per i quali l’Occidente si era mobilitato con ben diversa determinazione dalla passività mostrata dal 2011 in Siria.
Diversamente da Bosnia, Darfur, Ruanda e molte altre guerre civili, Ue, Usa e i maggiori Paesi Occidentali hanno fatto troppo poco per smuovere la comunità internazionale, attivare coalizioni militari e missioni dell’Onu, fermare gli orrori e punire i colpevoli.
Che in Siria da quattro anni la repressione ha avuto mano libera, innescando una delle più atroci guerre civili della storia contemporanea. Il potenziamento massiccio delle operazioni militari russo-siriane provocherà certamente altre ondate di profughi. I sunniti siriani fuggono dai massacri perpetrati dal regime assai più che dai massacri perpetrati dallo Stato Islamico. Almeno il 70% delle vittime civili, a partire dal 2011, è stato causato dall’esercito e dalle milizie sciite-alawite,  come indicano osservatori indipendenti.
Impressionante la progressione dell’esodo. Nell’intero corso del 2012, quando il regime ha iniziato a fare uso di bombardamenti massicci e di armi chimiche, i profughi registrati da UNHCR nei Paesi confinanti è stato di circa 600.000 persone. Nel 2013 di 2,5 milioni. Nel luglio 2015 di 4,1.  Altri 12-13 milioni di siriani potrebbero lasciare il  loro Paese.
L’attuale tragedia umanitaria non è lo sventurato riflesso della guerra. È la logica conseguenza della sopravvivenza di Assad. L’intelligence di diversi paesi ha rilevato come da diverso tempo l’esodo dalla Siria sia non solo accelerato dai bombardamenti aerei indiscriminati delle città siriane, bombardamenti sulla cui responsabilità vi sono pochi dubbi dato che l’Isis non ha aviazione.
L’esodo è attivamente favorito, incanalato, sostenuto dal regime nelle regioni sunnite che esso ancora controlla.
Vi è chi ritiene che questa strategia di “spopolamento “ sia accuratamente pianificata. L’arma di milioni di rifugiati che si riversano verso l’Europa sta infatti già cambiando le posizioni di Francia,  Regno Unito, Germania sul mantenimento di Assad al potere, e gli americani sono sempre più tentati dalla stessa scorciatoia adesso che Obama ha interesse a consolidare il suo appeasement con Iran e Russia.
La sopravvivenza di Assad diventa così, nei piani che sarebbero stati discussi nelle frequenti visite del responsabile dell’intelligence iraniana, generale Qassem Soleimani a Mosca e a Damasco, l’obiettivo da perseguire attraverso la “pulizia etnica” delle regioni sunnite e le ondate di profughi verso l’Europa.
Si, perché si è creata, anche volutamente, talvolta con approcci mossi da ideologismi e pregiudizi, confusione persino su termini fondamentali, definiti internazionalmente, dai quali bisogna partire per elaborare strategie e politiche ancora assenti, anche se infinite volte preannunciate e promesse, sia a livello europeo che nazionale.
Questo terreno riguarda: il diritto d’asilo; l’identificazione dei migranti; il riconoscimento dello stato di rifugiato; la circolazione tra i diversi Stati membri dell’UE; le norme che regolano i rapporti tra le religioni riconosciute e lo Stato di residenza o di cittadinanza; le quote d’immigrazione per l’inserimento nel mercato del lavoro; la protezione dei confini quale  funzione essenziale della sicurezza e della sovranità nazionale; le  illegalità che devono essere sanzionate; il contrasto alla criminalità coinvolta nel traffico di migranti; le misure antiterrorismo. Indubbiamente una lista lunghissima. Dimostra quanto sia urgente lavorare a una coerente politica per l’immigrazione.
Il Presidente Napolitano in un libro intervista con Federico Rampini al termine del suo mandato al Quirinale ha efficacemente sintetizzato così i termini della questione:
 ..La via maestra è l’immigrazione legale, secondo regole ed entro limiti sostenibili per un paese come il nostro. Dobbiamo tener ferma una politica che sia aperta all’ingresso legale di lavoratori di cui il nostro paese ha bisogno e alla loro piena integrazione, ma che nello stesso tempo combatta decisamente il traffico di esseri umani, l’organizzazione – da parte di bande criminali- di afflussi massicci sulle nostre coste di disperati in cerca di lavoro decimati da naufragi e abbandonati in mare.
Nei confronti degli immigrati illegali ci devono essere regole severe, che vanno dal respingimento immediato all’espulsione, sulla base di accordi con i paesi di provenienza. Gli accordi di riammissione contengono l’impegno di quei paesi a riprendere coloro che le autorità italiane abbiano verificato non avere titolo legale per entrare nel nostro paese.
Va combattuta invece la tendenza a demonizzare e rifiutare qualsiasi componente della crescente popolazione straniera in Italia.. 
.L’Italia non ha mai avuto una legge sull’asilo; il Parlamento non approvò quella presentata da me come ministro poco dopo la legge sull’immigrazione (varata nel marzo 1998) . C’è stata solo un’incorporazione nel nostro sistema normativo di regole europee. Ci tocca così gestire alla meglio la pressione di decine di migliaia di uomini, donne, bambini. Per il momento dobbiamo gestire da soli i nuovi immigrati in arrivo dal Nord Africa, che poi sono in parte immigrati clandestini per lavoro e in parte  richiedenti asilo (aventi titolo o no per ottenerlo). Continua a mancare una vera politica comune europea dell’immigrazione e dell’asilo.
Sono passati più di due anni da quando sono state scritte queste esortazioni. L’ultimo Consiglio Europeo di settimana scorsa finalmente ha  sollecitato, su impulso tedesco – dopo  due anni di vani appelli italiani – la Commissione , di cui è parte essenziale soprattutto per queste materie  l’Alto Rappresentante  Mogherini, a proporre una normativa europea del diritto d’asilo. È stato inoltre deciso l’avvio, contrastato per quasi un anno dal Governo italiano, degli “hotpots” in Italia e in Grecia. Si tratta dei centri di registrazione dei migranti.
Da quando il Governo Letta aveva avviato l’operazione Mare Nostrum, ammirevole certamente, e necessaria per il soccorso umanitario dopo la tragedia di Lampedusa, si era determinato un forte balzo negli arrivi ed un indubbio effetto di attrazione per i trafficanti di esseri umani.
Anziché completare seriamente “Mare Nostrum” con misure di registrazione, accoglienza, distribuzione trasparente sul territorio nazionale, e con accelerazione delle procedure sull’ asilo, si è trovata una “soluzione all’italiana”, di cui evidentemente né Ministri né Sottosegretari erano mai stati minimamente informati.
Come denunciato da funzionari di Polizia e dal sindacato delle Forze dell’Ordine, circa 100.000 stranieri , su un totale di 170.000 sono stati volutamente fatti entrare in Italia nel solo 2014 senza alcuna registrazione, e se ne sono intenzionalmente lasciate perdere le tracce.
Un modo per “deresponsabilizzare” l’apparato governativo di sicurezza, di accoglienza, di controllo dalla gestione di flussi cosi grandi e di “scaricarla” non solo su altri Paesi europei, ma inevitabilmente sulla nostra cittadinanza, ignara talvolta disinteressata, molto spesso sviata da disinformazione e silenzi di comodo.
La “ soluzione all’italiana” degli “irreperibili”, probabilmente escogitata da qualche brillante mente del Ministero dell’Interno, e l’orribile sfruttamento degli immigrati illegali da parte delle cooperative del sistema di Mafia capitale, dalle cosche del lavoro nero e dalla criminalità organizzata, ha danneggiato la credibilità europea del nostro Paese a Bruxelles e nelle altre capitali, come Berlino e Parigi.
Per questo motivo abbiamo  avuto nell’ultimo anno e mezzo difficoltà molto serie a farci ascoltare, nonostante la rosea narrativa che viene diffusa dai telegiornali e dalla stampa filogovernativa. Il boomerang della furbizia è stato un micidiale elemento di debolezza che ha  ostacolato la solidarietà degli altri partners europei, a cominciare da Germania e Francia che sono saltate sull’occasione per rovesciare sull’Italia anche loro responsabilità.
Al punto che, pur avendo dovuto  il nostro paese accettare ora gli “hotpots” sotto controllo e tutela europea la Germania ha ancora risposto evasivamente alla richiesta del Presidente del Consiglio affinché i costi dell’accoglienza siano esclusi dal Patto di stabilità.
Gli “hot spots” dovranno assicurare la registrazione di tutti gli immigrati illegali al momento dell’arrivo sul territorio nazionale, prima e indipendentemente dall’intenzione degli interessati di chiedere l’asilo o la protezione umanitaria.
Le decine di migliaia di “irreperibili”  presenti in Italia continueranno perciò a restare “fuori dal radar”. Per i nuovi arrivati le registrazioni avverranno sul database Eurodac, mentre sinora avvenivano non di rado su… foglietti volanti.  Eurodac consentirà di applicare restrizioni di movimento all’interno dell’Ue e dello stesso spazio Schengen. Impedendo ad esempio il passaggio non autorizzato verso Germania o Francia, con le tensioni nelle zone di transito che abbiamo visto negli ultimi mesi.
La revisione degli accordi di Dublino è particolarmente urgente. Sembra che – un altro “finalmente”! – si stia andando in  direzione di una revisione che dia peso alla destinazione finale, anziché solo al luogo d’arrivo del migrante. Ma aspettiamo di vedere cosa partorirà la montagna europea .
Dei 350.000 transitati per la Grecia nel 2015, solo 5.475 hanno formalizzato la richiesta d’asilo in tale Paese, pari all’1,5%. La Germania ha dichiarato di aspettarsi un flusso di 800.000 migranti nel corso del 2015. Si tratta di un Paese che ha un’elevatissima mobilità sia in entrata che in uscita, con cifre che superano il milione di persone all’anno.
Tuttavia i dati delle richieste di asilo per la Germania nel 2015 sono molto importanti: ci sono state dall’inizio dell’anno 150.000 domande, il 20% degli arrivi stimati dal Cancelliere Merkel. E qui veniamo a un’altra peculiarità preoccupante del nostro paese.
Essa emerge dalle statistiche del ministero dell’Interno. Il diritto d’asilo appare sempre più valutato e concesso come si faceva sino a poco fa con le pensioni di invalidità, e negli anni post ‘68 con il voto politico nelle Università. Con la differenza che  un atteggiamento improntato a lassismo, se non a peggio, avrà conseguenze gravi e di lungo periodo per la società italiana.
Svanita da tempo la volontà politica di procedere ai respingimenti, è ormai caduta in desuetudine anche la pratica dei rimpatri. Non stiamo proponendo nuovi accordi  con i Paesi di provenienza.
Aspettiamo, anche qui, che sia Bruxelles a farli. Mentre i nostri partners più coinvolti nel fenomeno migratorio fanno di tutto per stipularne il maggior numero possibile.
Non è perciò casuale che le statistiche pubblicate dal Governo tacciano sui rimpatri effettuati negli ultimi due anni. Si sono ridotti dalle migliaia di anni fa alle pochissime centinaia di oggi a fronte dell’enorme aumento di immigrati che neppure il permissivismo delle Commissioni valutatrici può evitare di considerare illegali, senza titolo per stare in Italia. E ciò, nonostante l’UE finanzi i quattro quinti dei costi dei rimpatri. Lasciamo così che di tali fondi beneficino altri partners più attenti. E noi ci teniamo i rilievi negativi.
Mentre i rimpatri effettuati dall’Italia sono una percentuale al disotto dello 0,000%  la media europea dei rimpatri, si legge nell’Agenda sulle Migrazioni della Commissione è attorno al 40%.
Secondo Eurostat il Regno Unito ha disposto il rimpatrio di 65.000 immigrati illegali, la Grecia di 73.000, la Germania di 34.000 la Francia addirittura di 87.000. I nostri mancati rimpatri preoccupano gli altri europei. Si tratta di migranti che potrebbero arrivare anche da loro.
Le organizzazioni criminali che governano i flussi  vedono così nel nostro paese una  porta spalancata verso l’ Europa. I messaggi che provengono dall’Italia sono di incoraggiamento, non di deterrenza nei confronti dei trafficanti.
Su questo sfondo, la “ propensione” e una sorta di “pregiudizio favorevole” al riconoscimento del diritto all’asilo e della protezione umanitaria a categorie di migranti che non rientrano manifestamente nei criteri stabiliti dal diritto internazionale merita speciale attenzione. Ancora una volta, le statistiche parlano chiaro.
Tra il 1993 e il 2004 la percentuale dei casi di riconoscimento dello stato di rifugiato e la concessione della protezione umanitaria nelle sue diverse forme ha oscillato annualmente tra il 14% e il 22%. Mentre nello stesso periodo le domande respinte sono state annualmente tra il 70% e il 90%.
Vale la pena notare come tale decennio fosse stato caratterizzato da genocidi e pulizie etniche, in Ruanda e in Bosnia; da guerre civili con masse ingenti di profughi, in Sudan- Darfur; dal conflitto tra Etiopia e Eritrea; dall’implosione della Somalia; dall’esodo dall’Afghanistan; e da molte altre situazioni di crisi certamente assimilabili a quelle che stiamo vivendo.
Eppure solo una percentuale nettamente minoritaria dei profughi che per tutto quel decennio hanno raggiunto l’Italia dalle stesse regioni dalle quali arrivano anche ora hanno ottenuto il riconoscimento di rifugiato o di persona da proteggere.
Tra il 2004 e il 2014 il rapporto tra riconoscimenti dello status di profugo e di persona protetta, da un lato, e il respingimento della domanda, dall’altro, si è non solo radicalmente rovesciato, ma ciò è avvenuto con una progressione stupefacente nelle autorizzazioni, e una caduta impressionante nei dinieghi. Tra il 2004 e il 2010 la media annua dei dinieghi e stata attorno al 38%. Dal 2011 e il 2014 del 25%. Ormai quattro immigrati illegali su cinque vengono accolti in Italia come rifugiati o bisognosi di protezione.
Tra poco tempo, le Commissioni lavoreranno per niente, trattandosi di filtri sempre meno attendibili. Negli “hot spots” europei, intervenendo per la sola registrazione e prima del vaglio delle Commissioni, potranno fare qualcosa.
Che vi sia molta demagogia in tutto questo, e volontà anche a livello amministrativo di lasciar correre per evitare grane, appare ancor più evidente quando si scorrono le cifre riferite ai Paesi di provenienza nel 2014. Il 50% dei nigeriani immigrati illegalmente in Italia ottiene lo status di profugo o di persona protetta. Così come il 25% dei tunisini , il 60% dei turchi, il 75% dei togolesi, il 95% dei somali, il 90% dei senegalesi, il 50% dei ghanesi, il 90% degli etiopi. Quante richieste di status di profugo potremmo negare a 12 milioni di siriani sunniti, cristiani, curdi , yazidi?
La tendenza che si va sempre più radicando sull’onda dell’emotività e della demonizzazione antipopulista, definendosi come tali le preoccupazioni di ampie fasce della cittadinanza, ha ovviamente delle ripercussioni economiche, oltre che sociali. L’OCSE stima che le cifre discusse a Bruxelles siano solo una quota minoritaria dei flussi accertati per il 2015, senza parlare del 2016.
Entro fine anno le 700.000 domande di asilo già registrate nell’UE saliranno ad almeno un milione; secondo l’Ocse il 45% di queste potrebbero essere accolte (il trend italiano, come detto sopra, è di due volte tanto).
La generosa disponibilità all’accoglienza che gli ultimi Governi italiani hanno dimostrato è sembrata offuscare alcuni fondamentali termini della questione.  Tra “migranti“ e “rifugiati” esiste una  cruciale distinzione nel diritto internazionale.
Il “rifugiato” lascia il proprio Paese per sfuggire a guerre e persecuzioni ed è in grado di provarlo. La Convenzione sui Rifugiati del 1951 riconosce tale status a chi avverta “un ben fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica e si trovi fuori dal proprio Paese e intenda non farvi ritorno”.
Nei piani di redistribuzione decisi la scorsa settimana a Bruxelles si è posto, tra gli altri, un problema di conformità al diritto internazionale, che prevede per chi rivendica lo stato di rifugiato una certa libertà di decidere a quale paese rivolgere la domanda.
Può trattarsi di un Paese vicino, o dall’altra parte del mondo. E gli Stati non possono rimandare indietro i richiedenti se non dopo aver respinto la domanda. Esame che, secondo il diritto internazionale vigente, deve aver luogo anche se l’ingresso è stato illegale.
Fatte salve queste norme di tutela dello straniero, il “ben fondato timore di essere perseguitato“ deve essere provato e documentato dal richiedente. In questo senso il Paese che riceve la richiesta ha una precisa responsabilità nei confronti di partners ai quali sia legato da accordi di libera circolazione delle persone, come nel caso di Schengen.
L’impegno europeo a potenziare Frontex non può essere disgiunto da un deciso impegno nazionale  al controllo delle  nostre frontiere; a contrastare le organizzazioni criminali anche con attività intrusive di intelligence, sino ad un uso della forza  perfettamente legittimo per autotutela nei confronti di fenomeni che minacciano la sicurezza e la sovranità nazionale.
Se molto resta da fare per rivedere completamente politiche al limite della irresponsabilità che hanno aggravato tensioni e problemi derivanti dalla situazione migratoria in Italia, altrettanto importante è la sfida che abbiamo dinanzi per instaurare con le comunità islamiche un profondo, serio dialogo su tutti gli aspetti della loro integrazione nella società italiana. Positivi esempi in questo senso vengono da paesi  a noi vicini come Francia e Austria. Parigi sta incoraggiando “formazioni civiche contro la radicalizzazione”, un progetto preesistente agli attentati dello scorso gennaio che si è da allora accelerato.
Nuovi diplomi universitari di formazione civica e civile destinati a tutti, ma in particolare concepiti per imam, presidenti di associazioni, religiosi per l’assistenza spirituale nelle carceri dove la radicalizzazione costituisce un rischio elevatissimo. L’obiettivo è la diffusione di un islam compatibile con i valori di una repubblica laica, che devono essere condivisi nella formazione teologica e giuridica di tutti i  cittadini e i residenti in Francia.
La scorsa estate è stata inoltre adottata dall’Austria la Legge sulle Comunità Islamiche, Islamgesetz. Essa non nasce certamente come un’imposizione del legislatore, bensì da una lunga e complessa concertazione con i rappresentanti della realtà islamica austriaca.
Formazione, finanziamenti dei centri di culto e di insegnamento, integrazione culturale, approccio positivo verso la società e lo Stato, garanzie per la sicurezza e l’ordine pubblico, riconoscimento  delle festività, tutela dei diritti e delle libertà costituiscono gli assi portanti della nuova legislazione.  È tempo che la politica del nostro Paese si concentri e dia una risposta tempestiva a questioni così vitali per tutti gli italiani.
Foto: Marina Militare, Reuters, AP, ANSA – Vignette di Alberto Scafella

MAI mettere l'avversario all'angolo, sempre lasciargli la dignità di lasciare il campo a testa alta

Come si ferma la guerra in Siria?

 30 settembre 2015
L’iniziativa russa in Siria e la ripresa del dialogo internazionale ripropongono una domanda che abbiamo evitato per troppo tempo: come si ferma, concretamente, la guerra in Siria? Senza la pretesa di avere la risposta, vediamo però dieci punti chiave necessari per ogni soluzione
Cosa si ferma la guerra in Siria? In tanti chiedono che si faccia qualcosa ma, concretamente, cosa è necessario fare? Senza alcuna pretesa di conoscere la risposta, crediamo sia necessario ricordare dieci punti fondamentali che a nostro avviso vanno tenuti in estrema considerazione ogni volta che si parla di tale argomento, per evitare soluzioni teoricamente valide ma impossibili da applicare nella realtà.
1) Comprendere che non esiste un nemico singolo da sconfiggere per avere la pace
A volte si pensa che per risolvere la questione in Siria basti poco: un aumento dello sforzo militare, la sconfitta di un singolo attore considerato il responsabile, e così via… Non è così però. Se è vero che da un lato il problema militare causato da alcune parti coinvolte è rilevante, il vero problema consiste in come dovrebbe essere il Paese dopo un’eventuale cessazione del conflitto. Chiediamoci questo: se domani finisse il conflitto, quale sarebbe l’organizzazione del Paese? Unito o diviso? Chi comanderebbe? Tutti i gruppi etnico-religiosi sarebbero tutelati? E come? E così via… risolvere il conflitto significa porsi – e trovare una risposta –  a queste domande e altre simili. A partire dal fatto che i vari attori esterni in gioco devono essere coinvolti perché sono loro ad avere la maggiore influenza su quello che accade.
2) Prendere coscienza che tutti vogliono che la guerra termini…ma alle proprie condizioni
Spesso si pensa che quattro anni di conflitto indichino che nessuno vuole la pace… ma non è così. Come ho scritto a dicembre 2013 sulla rivista “Il Regno”, in realtà tutti vogliono che il conflitto termini. Il problema è che ciascuno vuole che termini alle proprie condizioni, le quali sono spesso opposte a quelle di un avversario. È proprio il tentativo di spingere il conflitto verso il proprio risultato desiderato a scapito degli avversari che rende la Siria, come altri conflitti mediorientali odierni, una guerra per procura, dove potenze regionali si sfidano contribuendo a infiammare la situazione. Questo costruisce una matassa di interessi sovrapposti, che vanno capiti per poterla districare.
3) La Russia vuole Tartous

Perché la Russia ha voluto intervenire? Principalmente perché ha un’importante base navale sulla costa siriana, a Tartous, sua unica base rimasta nel Mediterraneo, unica presenza visibile nell’intero scacchiere mediorientale e per questo estremamente importante. Putin non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. Finché il regime siriano appariva ancora abbastanza capace di sopravvivere non era necessario intervenire, ma nell’ultimo anno Bashar Assad ha perso molte posizioni, molti uomini e mezzi e appare sempre più debole. Vicino o lontano che fosse un collasso del regime, Mosca non voleva correre rischi e ha mandato le sue truppe a proteggere il suo “tesoro”. Al di là di qualsiasi accordo possa crearsi ora, qualsiasi soluzione del conflitto includerà il continuo controllo russo sulla base navale… o semplicemente i russi non accetterebbero di aiutare. Non guasta, dal loro punto di vista, che l’intervento imbarazzi gli USA e l’Occidente e apra la strada alla riduzione dell’isolamento internazionale, oltre a riproporre la Russia come attore importante in Medio Oriente.
4) Gli Alawiti vogliono sopravvivere
Per questo motivo la posizione russa si lega a quella della minoranza alawita che controlla Tartous, gran parte della zona costiera occidentale e una striscia di terra verso Damasco. Piaccia o no Assad per tutto ciò che ha fatto e fa ancora, non è pensabile una soluzione che non tuteli la minoranza sciita a cui appartiene e che, ovviamente, teme una rappresaglia mortale da parte dei sunniti in caso di crollo del regime. E gli alawiti ancora hanno Assad come punto di riferimento, e con lui, volenti o nolenti, oggi serve parlare. Però lo stesso Assad di fatto è oggi solo una pedina, utile per dialogare con gli alawiti, ma sacrificabile (dai suoi alleati russi e iraniani) se un eventuale accordo con l’Occidente fosse possibile solo a patto di toglierlo dalla scena (ad esempio trovando un sostituto). Per questo gli USA parlano di “periodo di transizione”: possono anche mandare giù il boccone amaro di dover dialogare con lui per un futuro assetto del Paese, ma non rinunceranno a chiederne la testa, prima o poi. E prima o poi lui non sarà più necessario, nemmeno ai suoi alleati.
5) L’Arabia Saudita teme l’asse sciita
Gli USA hanno fatto l’accordo con l’Iran sul nucleare. Ora gli USA potrebbero fare un accordo con la Russia (e l’Iran) per salvare Assad. C’è qualcosa che possa dare fastidio ai sauditi più di questo? L’Arabia Saudita è uno dei principali attori di questa guerra per procura, assieme ai suoi alleati, e non ha alcuna intenzione di vedere i suoi nemici sciiti uscirne vincenti e consolidare una presenza che va dall’Iran al Libano passando per Siria e Iraq. Per questo motivo ogni soluzione per la Siria deve vedere una riduzione dell’influenza iraniana sul Paese, una riduzione cioè delle paure saudite – altrimenti molti gruppi armati potrebbero continuare a ricevere armi, denaro e incoraggiamento a continuare a combattere. In quest’ottica va visto l’intervento francese contro l’ISIS e l’opposizione ad Assad. Oltre a dinamiche di tipo interno e a opportunità commerciali (la Francia sta vendendo molte armi a Paesi alleati dell’Arabia Saudita e vorrebbe incrementare), Parigi svolge anche il ruolo del “poliziotto cattivo” che mostra ai Paesi del Golfo la vicinanza di parte dell’Occidente permettendo ad altri (USA in primis) di portare avanti le vere fila del dialogo. È già successo per il nucleare iraniano, quando parole di fuoco in pubblico contro Teheran da parte dei ministri francesi si combinavano ad atteggiamenti più dialoganti dietro le quinte.
6) La Turchia teme i curdi
Come per l’Arabia Saudita il vero nemico è l’Iran, così per la Turchia il vero avversario sono i curdi e in particolare il timore che i curdi siriani decidano di unirsi anche politicamente ai loro vicini iracheni e magari provochino una rivolta più vasta nella stessa Turchia. La Turchia è stata accusata più volte di chiudere un occhio (o anche entrambi, o anche peggio) davanti ai traffici di persone e materiale bellico verso i gruppi estremisti e perfino l’ISIS in Siria… e anche di aver barattato una base aerea concessa alla coalizione internazionale in cambio di zero critiche verso la repressione dei curdi. In altre parole, è improbabile che Ankara accetti soluzioni in Siria nelle quali i curdi abbiano troppa autonomia o addirittura possano vantare una autodeterminazione. Per quanto essi siano popolari tra l’opinione pubblica occidentale, le loro aspirazioni oggi rischiano di essere contrarie al cammino verso un accordo, una tragica testimonianza di quanto la realpolitik possa essere crudele nei confronti di alcuni anche quando serve per fermare un conflitto. Trovare un accordo (ad esempio federativo, come in Iraq) che soddisfi la Turchia e garantisca la sicurezza curda, entro i limiti suddetti, sarà necessario per garantire almeno in parte gli interessi di tutti.
7) Gli USA non vogliono perdere la faccia
Sembra banale, ma a volte ce ne scordiamo. Al contrario di tanti Paesi mediorientali e perfino della Russia (dove gli oppositori hanno vita molto difficile, per usare un eufemismo), gli USA sono una democrazia, abituata ad avere un ruolo di primo piano nel mondo. Giusto o meno che sia quest’ultimo punto, i politici USA (in primis l’amministrazione attuale, ma anche i candidati di tutti gli schieramenti che, per esempio, l’anno prossimo correranno per la Presidenza) non vogliono e non possono permettersi di perdere la faccia internazionalmente e davanti ai propri elettori mostrandosi deboli, fallimentari o indecisi. Al di là degli errori passati, gli USA non accetteranno di sembrare semplicemente “al traino” della Russia né rinunceranno ad alcuni dei loro punti fermi, come vedere Assad andare via. Il loro ruolo ne esce sicuramente ridimensionato, ma non accetteranno mai di essere umiliati.
8) Israele vuole garanzie
Israele in questi anni si è sentito relativamente sicuro, quasi felice che i vicini si combattessero tra loro. Ma teme sopra ogni altra cosa che movimenti come Hezbollah (legati all’Iran) possano guadagnare posizioni chiave in Siria, o ricevere armi sofisticate dalla Russia. Per questo quando i Russi hanno iniziato il movimento di truppe in Siria il premier Benjamin Netanyahu e i suoi collaboratori sono volati a Mosca: russi e israeliani sono in buoni rapporti, vogliono evitare incidenti (ad esempio tra aerei e contraeree reciproche) e, soprattutto, Bibi vuole assicurazioni che il nemico iraniano non ne sia in alcun modo avvantaggiato. Per questo Israele non protesta troppo se la Russia guadagna terreno (soprattutto se lo toglie, di fatto, ad Hezbollah) e la Russia non protesta troppo se ogni tanto Israele bersaglia le milizie sciite che si fanno troppo spavalde. Come per l’Arabia Saudita, un calo dell’influenza iraniana in Siria anche a favore della Russia è preferibile.
9) Senza appoggi, è più facile opporsi a gruppi non dialoganti
Forse vi sarete accorti che non abbiamo citato molto l’ISIS, né Jabhat al Nusra, né Ahrar ash-Sham o altri gruppi. Con loro il dialogo è sostanzialmente impossibile, almeno in maniera diretta, e contro di loro, realisticamente, l’azione militare non è evitabile. Piaccia o meno, contro certi attori non è possibile evitare di combattere per respingerli e sconfiggerli se rifiutano il dialogo. Ma è il come arrivarci che cambia l’intera situazione. Sconfiggerli militarmente senza un accordo sul futuro del Paese significa non risolvere davvero nulla e aprire la porta a nuovi conflitti dopo, quando le questioni non risolte torneranno ad affacciarsi inevitabilmente. Una soluzione condivisa da tutti o quasi tutti gli attori regionali e internazionali sul futuro della Siria significa invece togliere a questi gruppi estremisti gran parte del loro appoggio esterno e, contemporaneamente, costruire una coalizione capace di opporsi in maniera concentrata e focalizzata contro di loro. Come mostra l’azione dei curdi in tanti casi, un’opposizione ferma è sufficiente a ottenere buoni risultati. Allora chi è disposto a trattare troverà modo di farlo all’interno di un accordo globale già pronto, e chi non è disposto si troverà isolato e in difficoltà. L’accordo – qualunque esso sia e in qualunque forma si concretizzi – sarà sicuramente difficile, di lungo periodo e pieno di insidie, ma fornirà la base sulla quale costruire un diverso rapporto tra le varie parti della popolazione. Anche in quest’ottica, “sacrificare” Assad per placare alcuni gruppi ribelli potrà essere un’opzione possibile.
10) Non è un gioco a somma zero!
Tutto questo si ottiene solo in un modo. Per molti attori locali e regionali questo conflitto (come altri nella regione) è, come dicono gli anglosassoni, un gioco a somma zero: o vinco io o vinci tu, non esiste una soluzione intermedia accettabile, perché se tu mantieni qualche posizione/vantaggio/presenza allora sicuramente è a discapito mio. È come avere una torta troppo piccola: dividerla non sfama nessuno, perciò tutti provano a mangiarla tutta togliendola agli altri. La chiave di tutto, a tutti i livelli diplomatici è quella che viene definita “allargare la torta, renderla più grande e quindi permettere a tutti di sfamarsi. In termini reali e concreti questo significa innanzi tutto che nessuno deve risultarne “umiliato” (a eccezione dei gruppi estremisti, naturalmente), perché nessuno accetta accordi umilianti: piuttosto che accettare qualcosa di umiliante è preferibile continuare a lottare. Sarà quindi necessario formulare e costruire ogni proposta di soluzione in termini che mostrino a ogni attore (locale, regionale e internazionale) come essa costituisca un vantaggio maggiore, soprattutto a lungo termine, rispetto al proseguimento di un conflitto che, a dispetto delle illusioni di tanti, altrimenti non avrebbe fine ancora per molti anni.
Lorenzo Nannetti

Un chicco in più
I negoziati tra un gruppo ristretto di attori regionali e internazionali (USA, Russia, Iran, Turchia, Egitto e Arabia Saudita) sono previsti, secondo indiscrezioni, il mese prossimo. Per quanto riguarda l’Iran, il Paese si trova oggi in una situazione molto diversa dagli anni scorsi in seguito al riuscito accordo sul nucleare: ora che tale accordo consente un certo grado di legittimità internazionale e dunque di sicurezza, l’alleanza con Assad risulta meno fondamentale – la Siria non è più infatti un utile mezzo per rompere l’isolamento internazionale. Questo significa che Teheran potrebbe vedere di buon grado un ritiro di Hezbollah in Libano ed eventualmente anche la rimozione di Bashar Assad a patto che gli sciiti alawiti siano tutelati e che gli estremisti islamici (considerati strumenti dei rivali sunniti) vengano sconfitti.