Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 ottobre 2015

Renzi&Lotti due mascalzoni al potere

Chil Post, la Corte dei conti manda la Finanza nella sede di Fidi Toscana

I magistrati contabili hanno aperto un'inchiesta sul presunto danno erariale a causa delle garanzie prestate dalla finanziaria regionale alla Chil srl di Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio

Siria, era nella logica delle cose la difesa dell'Isis/al Qaeda non era più sostenibile per gli Stati Uniti

SIRIA, GLI USA RITIRANO LA PORTAEREI: PUTIN È IL PADRONE DEL MEDIO ORIENTE

(di Franco Iacch)
09/10/15 
La USS Theodore Roosevelt è stata ritirata dal Golfo Persico. E’ quanto hanno comunicato, pochi minuti fa, dalla Marina Militare degli Stati Uniti.
Con l’uscita della Roosevelt, gli USA non hanno alcun vettore in Medio Oriente. Ciò non accadeva dal 2007. Il Pentagono, per quella che sembrerà una sorta di dietro front degli Stati Uniti nella lotta in Siria ed in Iraq contro l’Isis, ha assunto questa decisione in uno dei momenti più delicati della guerra. Un’altra portaerei, con relativo gruppo da battaglia, giungerà nel Golfo poco prima che finisca il prossimo inverno, cioè nel 2016.
“La Marina non ha avuto altra scelta che ritirare il proprio vettore, logorato dai continui interventi in tutti i teatri di crisi dove sono impegnati gli USA. I ritardi accumulati nella manutenzione non possono più attendere. Garantiremo comunque il nostro supporto all’interno della coalizione e rispetteremo gli impegni presi”.
Appare però evidente che la capacità offensiva degli Stati Uniti nel Medio Oriente è fortemente ridimensionata come non accadeva dal 2007. La Roosevelt riporta in patria 5.000 soldati e 65 aerei da combattimento, fino a ieri impegnati nei raid contro l’Isis. Secondo il Pentagono, i raid continueranno dalle basi in Turchia.
Ci si chiede però con quali forza gli Stati Uniti intendano continuare a colpire lo Stato islamico, considerando che l’Air Force potrebbe disporre di poco meno di venti F-16 in quelle basi. Quel vuoto lasciato da quei 65 aerei da combattimenti riportati in patria, non potrà essere colmato in alcun modo dalla coalizione.
La Theodore Roosevelt era schierata con la Quinta Flotta degli Stati Uniti. Se a questo consideriamo la sospensione del programma “train and equip” (annunciata poche ore fa) dei ribelli siriani, possiamo affermare, dati alla mano, che da oggi Putin è il padrone del Medio Oriente, con una capacità militare che non eguali nella Regione. E forse questo, era l’obiettivo dei russi, fin dal principio.
Da domani inizia una nuova fase nella guerra contro le fazioni ostili ad Assad e a dettare le regole saranno soltanto i russi.
(foto: US Navy)

2015 crisi economica, l'inflazione c'è quando c'è eccesso di denaro MA carenza di prodotti, abbiamo nel mondo una sovraproduzione di merci, questi Quantitative Easing sono inutili, alimentano solo le bolle. Solo stampando denaro per finanziare senza limiti la Piena Occupazione Dignitosa creiamo una ricchezza indistruttibile dell'economia

10 ottobre 2015

È ancora il Qe la medicina giusta per l’economia malata?

di Riccardo Sorrentino


Funziona, o no? Sono ormai anni che la politica monetaria del mondo è dominata dai quantitative easing, ma gli effetti sono stati finora limitati. Ovunque, anche nei paesi in cui gli acquisti di titoli sono terminati, e la liquidità è rimasta in circolo, l’inflazione resta più bassa di quanto le banche centrali desiderino, e anche la ripresa resta sotto tono.
I numeri sono impietosi: con o senza un Qe, in base ai dati Ocse non c’è un paese avanzato con un’inflazione superiore al 2%, a parte la piccola Islanda; e in molte economie in transizione o emergenti la situazione non è granché migliore. Alcune aree - Spagna, Grecia, Finlandia - vedono addirittura calare i prezzi. L’andamento del Pil nominale - crescita reale più inflazione - è quindi inferiore a quella registrata prima della crisi e non porta il necessario sollievo ai debitori, i governi innanzitutto.
I quattro maggiori Stati ad aver realizzato un quantitative easing non si distinguono particolarmente dagli altri: in Giappone, dove è stata iniettata liquidità pari a oltre il 60% del Pil, l’inflazione è all0 0,2%, come negli Stati Uniti - dove la Fed ha acquistato titoli per poco più del 25% del Pil. In Gran Bretagna, dove è stata creata moneta per il 20% del Pil, i prezzi sono fermi, mentre in Eurolandia calano dello 0,1% malgrado la Bce abbia già acquistato titoli per oltre il 10% del Pil della regione.
I prezzi freddi sono in parte legati alla flessione del petrolio. Non è necessariamente una cattiva cosa. Se non ci fosse un effetto frenante sulle aspettative di inflazione - che sono più importanti dell’inflazione del passato, sia pure recente - si potrebbe parlare di una semplice variazione dei prezzi relativi (i prezzi degli altri beni salgono rispetto alla benzina); e se non ci fosse anche - almeno in Eurolandia - un’elevata disoccupazione l’effetto sarebbe inequivocabilmente positivo: le famiglie con un reddito stabile hanno più risorse da destinare invece che ai carburanti, necessari, ad altri beni.
Anche tenendo conto del fattore petrolio, però, l’inflazione resta bassa: escludendo la sola energia ad agosto era, per esempio, pari all’1% in Eurolandia, allo 0,6% in Gran Bretagna, È vero che la politica monetaria impiega molto tempo per avere un impatto sui prezzi - due anni in circostanze normali, di più oggi dopo la Grande recessione - ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, i primi a lanciarsi nel Qe, almeno qualche surriscaldamento dell’economia avrebbe dovuto manifestarsi.
I motivi di questa persistenza della bassa inflazione possono essere diversi.
Può essere cambiata la struttura dell’economia: per anni si è parlato di deflazione importata dalla Cina, che vendeva e vende prodotti a prezzi più bassi sia perché lo yuan è tenuto artificialmente debole, sia perché il costo del lavoro è inferiore. Alcuni economisti credono che una parte almeno dell’attuale disinflazione sia legata agli effetti della globalizzazione.
Altri economisti, e tra questi si distingue la scuola dei market monetarists, credono che - semplicemente - i quantitative easing siano stati insufficienti e occorra fare molto di più. Sarebbero proprio i dati sull’inflazione e sul Pil nominale a dimostrarlo: l’aumento dell’offerta di moneta, argomentano, non può che influire su crescita e prezzi, attraverso le aspettative prima ancora che in concreto. Le loro analisi puntano quindi a mostrare gli effetti frenanti delle esitazioni e dei continui, innegabili, stop and go delle banche centrali.
Uno dei problemi è che la politica monetaria ha effetto quasi immediato sui mercati finanziari e, solo indirettamente, sull’economia reale. Il Quantitative easing influisce subito sui cambi - l’andamento dell’euro/dollaro, trascinato verso il basso dal Qe della Bce e verso l’alto dai rinvii del rialzo del tassi Fed sono evidenti - ma nessuna banca centrale è nel pieno controllo della propria valuta: tutto dipende anche dalle politiche monetarie dei partner. Se tutti “svalutano”, anche se indirettamente, il risultato non è soddisfacente per nessuno.
L’effetto sul credito è decisamente meno intenso: acquistando titoli di Stato, le autorità monetarie “liberano spazio” nei bilanci delle aziende di credito e abbassano i rendimenti, incentivando quindi le banche a impegnarsi su altri fronti: facendo prestiti alle imprese per esempio. È evidente che molti altri fattori entrano in gioco in questo meccanismo, e i risultati possono essere limitati: l’elicottero che distribuisce moneta dall’alto, a caso e a tutti, evocato dal Milton Friedman, monetarista rigoroso, e poi da Ben Bernanke per contrastare la deflazione, è molto diverso.
In campo politico si è affacciata l’idea del Quantitative easing «per il popolo»: l’ultimo a parlarne è stato Jeremy Corbyn, leader dei laburisti britannici, secondo il quale la Bank of England dovrebbe investire direttamente in «immobili, energia, trasporti e progetti digitali». Boutade elettorali? In parte sì. Qualche commentatore ha però ricordato che la Bank of England ha studiato e proposto qualcosa di simile a quanto proposto da Corbyn - in realtà dall’economista Richard Murphy - per sostenere direttamente le piccole e medie imprese (Pmi). La stessa Bce ha avviato un programma di iniezione di liquidità alle banche che investano in Pmi che ha superato i 380 miliardi.
Ha molto stupito, in ogni caso, che il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, durante l’ultima audizione al Parlamento europeo, non abbia respinto come mera retorica politica l’idea di un Qe “diverso” o “per il popolo” - presentata un po’ confusamente dal deputato laburista olandese Paul Tang - pur isolandola tra le cose futuribili, anche per le difficoltà legali che il Trattato della Ue potrebbe opporre. «Per centinaia di anni - ha detto Draghi - le banche centrali hanno iniettato moneta nell’economia attraverso le banche e/o i mercati. Questo sappiamo. Certamente prenderemo in considerazione queste idee che si stanno discutendo: le si sta discutendo ovunque e la Bce prende parte a queste discussioni in ambito accademico e in altre circostanze».

10 ottobre 2015


Fabrizio Palenzona è Sistema Mafioso in eterno conflitto d'interesse

L’accusa di mafia per Fabrizio Palenzona









Il vicepresidente di Unicredit avrebbe aiutato un imprenditore vicino a Matteo Messina Denaro. Per i 10 indagati le accuse sono, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all'appropriazione indebita e al reimpiego di capitali di provenienza illecita. Il ruolo del vicepresidente di Unicredit e l'iricocervo delle Fondazioni

venerdì 09 ottobre 2015
Fabrizio Palenzona è indagato per mafia. L’accusa è stata formalizzata ieri nell’ambito di un’inchiesta della Direzione Antimafia di Firenze che ha recapitato all’attuale vicepresidente di Unicredit un avviso di garanzia insieme ad altre dieci persone per aver agevolato personaggi collegati al clan di Matteo Messina Denaro. Palenzona avrebbe avuto legami con Andrea Bulgarella, imprenditore di Trapani che lavora a Pisa; l’uomo gli avrebbe chiesto aiuto per il debito della sua azienda di costruzioni e hotel, che ammontava a 65 milioni di euro. E Palenzona avrebbe agito per favorirlo. Tra gli indagati Roberto Mercuri, definito dagli inquirenti “faccendiere” di Palenzona, del quale è stato perquisito l’ufficio dai ROS. 

Fabrizio Palenzona e l’accusa di mafia
Oggi i legali del vicepresidente di Unicredit negano che conosca Bulgarella aggiungendo che durante le perquisizioni nella casa e nell’ufficio di Milano “non è stato trovato nulla”. Tuttavia un’intercettazione telefonica tra altri due indagati, due manager bancari, tira in ballo Palenzona come colui che si sarebbe prodigato per far “accelerare” l’approvazione del piano di rientro del gruppo di Bulgarella. Bulgarella è indicato dai pm imprenditore di riferimento di Cosa Nostra. Varie le circostanze in questo senso ricostruite dalla Dda e dal Ros: non solo il fatto che lo abbia descritto nel 2014, come uomo “a disposizione di Cosa Nostra”, lo stesso pentito Giovanni Brusca. Scrive oggi Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano: 
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti Bulgarella aveva un’esposizione di oltre 60 milioni di debiti con diversi istituti tra cui la Banca Cooperativa di Cascina, commissariata un anno fa per riciclaggio, mentre Intesa Sanpaolo aveva avviato le procedure per segnalare Bulgarella alla centrale rischi. L’imprenditore studia un piano di ristrutturazione finanziaria e riesce a discuterne direttamente con Palenzona che lo riceve nei suoi uffici a Milano. Scrivono gli inquirenti: “Pur emergendo in maniera evidente che erano totalmente carenti i presupposti per l’approvazione, il piano è stato approvato solo perché di Bulgarella si è interessato personalmente Palenzona”. 

Nonostante in banca fosse noto il legame dell’imprenditore con Cosa Nostra. Lo conferma un’intercettazione tra dirigenti Unicredit: “Spiegami perchè gli andiamo dietro? È in difficoltà finanziaria, si è procurato l’aurea dell’imprenditore pulito e poi conosce senatori, deputati e vicepresidenti Unicredit”. Bulgarella ha tentato di ripulirsi l’immagine lasciando Trapani e trasferendosi a Pisa dove ha accumulato ingenti capitali ma, annotano i magistrati, è riuscito “grazie ai vantaggi ottenuti da rapporti con l’associazione mafiosa di Messina Denaro”. 

Sotto la lente però ci sarebbero anche rapporti di affari con un altro indagato, l’imprenditore siciliano Girolamo Bellomo, marito della nipote di Messina Denaro, Lorenza, avvocato, che è estranea a questa inchiesta e che è figlia di Rosalia Messina Denaro, sorella del boss Matteo, e di Filippo Guttadauro, fratello dell’ex capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Bellomo risulta titolare di una ditta di forniture alberghiere, che avrebbe avuto rapporti con le imprese Bulgarella che a Pisa e nel Nord ha realizzato da circa venti anni, hotel e centri direzionali, anche recuperando ex colonie marine. 


Andrea Bulgarella e Matteo Messina Denaro
Per i 10 indagati perquisiti dal Ros le accuse sono, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all’appropriazione indebita e al reimpiego di capitali di provenienza illecita. La Dda ipotizza che Bulgarella abbia reimpiegato in Toscana capitali del clan di Messina Denaro. Una situazione che avrebbe determinato vantaggi a lui stesso e all’associazione mafiosa. Tramite le società del suo gruppo, scrivono nel decreto di perquisizione il procuratore Giuseppe Creazzo, il sostituto procuratore generale Alessandro Crini (da alcuni giorni reggente alla procura di Pisa) e la sostituta della Dda Angela Pietroiusti, Bulgarella “dagli anni ’90, senza soluzione di continuità, appare aver investito e continuare ad investire in attività economiche, prevalentemente acquisti, ristrutturazioni e gestione di alberghi in Toscana, ingenti capitali da lui accumulati grazie ai vantaggi ottenuti da rapporti con l’associazione mafiosa trapanese facente capo al latitante Matteo Messina Denaro con la finalità di agevolare l’attività della predetta associazione”. “Tali rapporti – secondo gli inquirenti – hanno consentito a Bulgarella” e di riflesso al clan di Messina Denaro “di conseguire reciproci vantaggi, consistiti per il Bulgarella, attraverso la sua condivisione nei propositi di infiltrazione della cosca nell’attività economico-imprenditoriale, del settore dei calcestruzzi, di non trovare ostacolo alcuno e di avere un trattamento di favore, inizialmente nel settore delle costruzioni e degli appalti e successivamente in quello turistico-alberghiero, soprattutto quando ha trasferito i suoi interessi in Toscana”. I vantaggi per il clan, invece, affermano i magistrati, “principalmente risiedono nel rapporto e nelle elargizioni che l’imprenditore trapanese ha avuto con Luca Bellomo, nipote acquisito di Matteo Messina Denaro”. In un comunicato UniCredit “preso atto delle notizie in merito ad indagini che coinvolgono esponenti della banca, dichiara di avere piena fiducia nel loro operato e si ritiene certa che le indagini dimostreranno con chiarezza la loro estraneità rispetto alle contestazioni mosse”. Sempre nell’articolo del Fatto si racconta del rapporto tra Bulgarella e Giorgio Mulè, direttore di Panorama: 

L’imprenditore, dopo avere appreso della condanna del direttore di Panorama per diffamazione nei confronti del procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, invia al giornalista un sms di solidarietà. Mulè ringrazia. Poi chiama Bulgarella per chiedergli di ospitare una coppia di amici in uno dei suoi alberghi di Trapani e di prenotare per lui una stanza presso l’albergo Monasteri di Siracusa. Bulgarella si mette a disposizione, ospitando gratis gli amici e prenotando per lui nel Monasteri Resort una settimana a luglio. 

Annotano i magistrati: da successive telefonate risulta che Mulè ha soggiornato “per sei giorni presso l’albergo pagando, dietro insistenze, la somma di 360 euro ricevendo una fattura pari a 720 euro”. L’8 giugno Mulè ringrazia Bulgarella gli comunica che sul prossimo Panorama un’intera pagina della rivista sarà dedicata proprio all’hotel Monasteri e gli chiede se preferisce che nell’articolo si facciaespresso riferimento anche al gruppo Bulgarella. 

Chi è Fabrizio Palenzona
Nato a Novi Ligure nel 1953, Palenzona muove i suoi primi passi in politica nella Democrazia Cristiana, con la quale diventa sindaco di Tortona per dieci anni tra 1985 e 1995; dopo passa alla Provincia con la Margherita e mantiene la rappresentanza della Federazione Autotrasportatori Italiani; da presidente della Provincia si autonomina consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, componente dell’azionariato di Unicredit, di cui diventa vicepresidente nel 1999, oltre che consigliere di Mediobanca. Palenzona, detto Il Grosso per la sua stazza, è il paradigma del banchiere “politico” che entra nel mondo del credito attraverso l’ircocervo delle fondazioni. Di lui rsi raccontano i tanti legami con personaggi del calibro di Francesco Cossiga, Cesare Geronzi, Gianni Letta. Racconta oggi Giovanni Barbacetto che la sua ascesa ai vertici dell’AISCAT la deve a Marcellino Gavio, piemontese come lui, costruttore e concessionario di autostrade. E non solo: 

QUA NDO Corrado Passera, nel 2011, diventa ministro delle infrastrutture, il suo primo atto è il finanziamento del Terzo valico, la nuova ferrovia ad alta velocità che deve collegare Genova con – guarda un po’ – Tortona, la capitale di Gavio. La seconda mossa è lo sblocco degli aumenti dei pedaggi autostradali, ma questo per Palenzona è un appuntamento fisso di Capodanno. La terza mossa si chiama Brebemi. Un’inutile raddoppio d el l’autostrada Milano-Brescia che oggi vediamo finita e desolatamente vuota di traffico, ma che ha fatto lavorare per anni i suoi azionisti principali: Intesa (a finanziare) e Gavio (a costruire). Il sistema è quello del project financing,a parole pagano i privati, in realtà i soldi ora li dovranno mettere le casse pubbliche. Il “Grosso”non faunapiega. Ne ha viste tante. Fino a ieri,quando lo hanno messo in mezzo a una storia che –novità –puzza anche di mafia. 

«Il dott. Palenzona neppure conosce la persona che sarebbe stata, secondo gli inquirenti, da lui favorita». Nelle perquisizioni «nulla è stato trovato perché nulla poteva essere trovato». «Siamo certi che questo spiacevole episodio verrà chiuso in tempi brevi», ha detto ieri Massimo Dinoia, legale di Fabrizio Palenzona. «Il dott. Palenzona neppure conosce la persona che sarebbe stata, secondo gli inquirenti, da lui favorita», spiega Dinoia riguardo all’ipotesi degli inquirenti secondo cui il vicepresidente di Unicredit e presidente di Aeroporti di Roma avrebbe favorito le attività del costruttore Andrea Bulgarella. «Ovviamente le perquisizioni hanno avuto esito totalmente negativo: nulla è stato trovato perché nulla poteva essere trovato, perché non c’era e non c’è proprio nulla!» aggiunge il legale in una nota. «Il dott. Palenzona ritiene profondamente ingiusto che debbano essere sottoposti a perquisizione l’ufficio e l’abitazione per ipotesi di reato – sottolinea Dinoia – assolutamente infondate. Altrettanto ingiusto è poi il fatto che la notizia di queste perquisizioni sia giunta alla stampa addirittura prima che le perquisizioni stesse fossero terminate. Siamo certi – conclude – che questo spiacevole episodio verrà chiuso in tempi brevi». 

Qasem Soleimani, sa difendere la Patria


Eravamo giovani e volevamo servire la Rivoluzione”. Ritratto di Qasem Soleimani
Aggiunto da Redazione il 9 ottobre 2015.


Roma, 9 ott – In questi giorni i media occidentali hanno riportato la notizia, a tratti sussurrata, quasi come se la situazione fosse per questo, ai loro occhi, ancor più grave, che il vero regista dell’intervento russo in Siria, non sarebbe come facilmente si potrebbe pensare, un generale del Cremlino o un ufficiale siriano, ma Qasem Soleimani, un generale di brigata iraniano, per i più un nome sconosciuto, ma per le agenzie di intelligence di tutto il mondo, per gli eserciti occupanti che scorrazzano da vari anni in quelle zone ed ora per i terroristi qaedisti di sedicenti califfati, il nemico numero uno.
Secondo la Reuters, nel corso di una riunione a Mosca nel mese di luglio, un generale iraniano sosteneva che la crisi siriana poteva essere capovolta a favore di Assad e dei suoi alleati. “Soleimani ha aperto una mappa e ha descritto minuziosamente ai russi tutta la situazione sul campo in Siria. Il Generale ha chiarito che l’iniziativa è ancora possibile e ci sono ancora carte utili da giocare “, cita la fonte di Reuters.

Il capo dell’unità speciale “Al Quds” (Niru-ye Qods o “brigata

Gerusalemme”), élite del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Sepah-e Pasdaran-e enghelab-e eslami), illustrava quindi ai russi il difficile teatro di intervento nel travagliato scenario siriano, tesi in qualche modo confermata anche in questi giorni, dai siriani e dai russi stessi, che la pianificazione dell’attuale intervento russo in Siria ha richiesto mesi di tempo ed è stata coordinata con gli altri alleati come l’Iran.

Ovviamente, l’interesse dell’Iran a riequilibrare il conflitto siriano e correre in aiuto della Siria è cosa ampiamente dimostrata, ma molti trascurano che – direttamente o indirettamente – l’Iran è attualmente impegnato nei tre conflitti regionali: in Iraq, contro i terroristi dell’Isis; in Yemen, a sostegno delle forze sciite e nazionaliste contro l’aggressione saudita; in Siria, in sostegno del legittimo governo Assad, contro l’ISIS e i terroristi “moderati” di Al Qaeda. Il ruolo più importante su questi tre tavoli l’Iran lo gioca con il suo uomo più riservato e geniale, Soleimani in persona.

Su di lui gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni “personali”, praticamente quasi tutte le intelligence occidentali o dei loro alleati sono disposte a pagare fino ad un milione di dollari per avere anche solo poche informazioni, e soprattutto l’esatta posizione, del capo della forza Al Quds. Dal canto suo, il generale Soleimani, ha dedicato la sua vita alla protezione dell’Iran e degli ideali della Rivoluzione Islamica, pochissimi dei suoi sanno esattamente dove si trovi in un preciso momento, quasi sicuramente, almeno negli ultimi anni, in qualche posto tra la Siria e l’Iraq. Conta sulla fiducia indiscussa da parte della Guida suprema, Ali Khamenei e la sua voce ha un’importanza determinante nelle scelte della politica estera iraniana.
Ha trasformato l’unità speciale Al Quds, composta sembrerebbe da 5.000 uomini sceltissimi e di indiscussa fede, in un’organizzazione elastica, a metà strada tra intelligence e guerriglia, pronta ad affrontare le sfide più dure degli sconvolgimenti geopolitici. Proprio sulla visione di Soleimani e sotto la sua guida di questa importante unità, prende forma all’inizio degli anni 2000, l’“asse della resistenza”. La proiezione di difesa dell’Iran (e non solo), in scenari anche lontani dai confini nazionali (Libano, Asia centrale, Africa) alle politiche egemoniche di Washington, Riyadh e Tel Aviv nel Medio Oriente. Ogni Rivoluzione acquisisce un vero valore solo quando la si può difendere. E così l’Iran, isolato e sanzionato, ha negli anni organizzato una difesa della sua rivoluzione su approcci lontani, non solo strettamente ai suoi confini: “Nessuno a Teheran, inizialmente ha pensato di creare un asse di resistenza, sono gli eventi che lo hanno favorito” – scriveva tempo fa un diplomatico occidentale – “E in ogni caso, Soleimani è stato il più intelligente, il più veloce e di maggiori risorse di chiunque altro nella regione. Lui non ha perso una sola opportunità nella costruzione della resistenza al blocco Usa-Israele-Arabia Saudita, ed ha raggiunto il suo obiettivo lentamente ma inesorabilmente “. Gli stessi strateghi americani hanno dovuto ammettere che agendo nell’ombra e intessendo un fitta rete di contatti, il generale Soleimani ha bloccato più di un loro piano, tanto da soprannominarlo, senza nascondere un filo di ammirazione e di rispetto per lui, “il guardiano del Medio Oriente”, il “Cavaliere oscuro”.

“Eravamo giovani e volevamo servire la Rivoluzione”. Qasem Soleimani nasce a Rabord nella provincia di Kerman, vicino alle montagne con l’Afghanistan, da una famiglia di contadini. Nel 1970, l’Iran dello Shah dava poche possibilità alle classi meno abbienti di salire la scala sociale, la sua famiglia indebitata dovette così lasciare i pochi terreni per trasferirsi a Kerman. A soli tredici anni, Qasem, iniziò a lavorare in un cantiere per aiutare economicamente la famiglia, “Non potevamo dormire la notte, dovevamo preoccuparci dei nostri padri”, scrive il generale nelle sue memorie e continua dicendo: “L’infanzia è necessaria per giocare, non per lavorare come manovali lontani da casa”. Estinto il debito di famiglia, il giovane Qasem svolge altri numerosi lavori, ormai stabilitosi definitivamente a Kerman. Legge molto e cura il suo fisico anche se, come egli stesso ha più di una volta ammesso, il suo sogno giovanile di ricevere una formazione universitaria rimase insoddisfatto.

La sua infanzia, le difficoltà economiche, il senso di giustizia sociale lo portarono giovanissimo e fin dai primi giorni ad appoggiare la Rivoluzione Islamica del 1979. Nel 1980, a 23 anni, è tra i combattenti della neonata formazione dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e partecipa alla repressione del movimento separatista curdo in Iran. Proprio mentre si prepara a svolgere il primo anno di università, l’Iraq di Saddam Hussein attacca l’Iran, indebolito e sconvolto dalla rivoluzione khomeinista. Qasem parte subito per il fronte, svolgendo vari ruoli anche logistici:“Sono andato in guerra per quindici giorni ma ci sono rimasto fino alla fine”.

A causa delle alte perdite di ufficiali iraniani, soprattutto nella fase iniziale del conflitto, nel 1984 è già comandante di brigata dei Pasdaran, partecipando a gruppi di sabotaggio ed intelligence dietro le linee nemiche. Qasem aveva perso la possibilità di una sicuramente brillante carriera universitaria ma era diventato un grande comandante militare. Audace, coraggioso, freddo e calcolatore tanto da meritarsi l’ammirazione anche degli ufficiali iracheni suoi nemici. La sua carriera militare, iniziata per altro prestissimo, è piena di aneddoti e situazioni, anche sui fronti interni come la lotta al narcotraffico, al contrabbando e al separatismo, ma è sicuramente da comandante della forza “Al Quds” che Qasem Soleimani ha dimostrato il suo valore e la sua dedizione alla causa rivoluzionaria.

Nel 2000 riorganizzò radicalmente “Al-Quds”, che la rende oggi un’organizzazione unica nel suo genere, con forze di intelligence e speciali, una rete globale di agenti, arruolati attingendo principalmente alle comunità sciite in tutto il mondo. Qasem Soleimani in poco tempo è diventata l’ostacolo , la pietra d’inciampo dell’egemonia americana in Medio Oriente. Nel 2003 con i soldati americani entrati a Baghdad, il generale aveva già a disposizione una fitta rete di agenti in Iraq, tanto da scavalcare con il tempo, facendo “buon viso a cattivo gioco”, l’influenza americana sui governi iracheni, espandendo di fatto quella iraniana e provocando non solo la rabbia di Washington ma anche quella di Ryadh. Nel 2011, promosso generale di brigata, Qasem Soleimani iniziò subito una nuova guerra, il suo jihad personale. In poco tempo organizzò la resistenza sul campo, portando personalmente a Damasco e Baghdad i migliori combattenti per affrontare le milizie qaediste e dell’ISIS, aiutando i rispettivi governi a non crollare, sul piano militare, sotto l’avanzata terroristica delle cosiddette “primavere arabe” ed impedendo a quest’ultimi la presa, in alcuni momenti vicinissima, delle capitali siriane ed irachena.

Questo grande successo militare è stato raggiunto grazie alle tattiche utilizzate dal generale e dai suoi comandanti, sulla base dell’esperienza delle truppe sovietiche in Afghanistan, incursioni di piccoli gruppi di soldati addestrati il ​​cui compito era ed è la liquidazione fisica dei comandanti qaedisti appoggiati dalle milizie popolari e territoriali. Una guerra lampo e asimmetrica allo stesso tempo.

In quei rari giorni in cui il generale Qasem Soleimani ritorna a Teheran, si misura con la vita di un ufficiale di mezza età. “Ogni giorno si alza alle quattro del mattino e va a letto alle nove e mezza di sera,” – dice uno dei suoi amici. – “E’ ‘rispettoso di sua moglie, e qualche volta cammina con lei nel parco, ha tre figli e due figlie. E’ un padre affettuoso ma severo”. Ma felicità domestica non sempre dura a lungo. E così ogni volta che le nubi si addensano sopra l’Iran, il generale riparte dalla sua casa.

“Di solito nella rappresentazione popolare il paradiso è descritto come un emozionante paesaggio colorato, ruscelli gorgoglianti, belle donne. Ma c’è un altro tipo di paradiso: il campo di battaglia“- ha detto in un’intervista, così concludendo: “Il campo di battaglia per la propria Patria.”

Giovanni Feola

Infrastrutture digitali, fibra ottica, marcia indietro del governo, si riparte dalla posizione di Telecom, azienda strategica che deve essere italiana, si alla transizione comprensiva di regole certe per l'accesso alla rete

STRATEGIE

Telecom Italia chiede ‘pax regolatoria’ e carta bianca su Metroweb

Con un timing non certo casuale, Marco Patuano lancia un messaggio di pace ai concorrenti, per risolvere le cause pendenti in tribunale e giungere a un accordo che fissi regole certe per l'accesso alla rete.
di Alessandra Talarico | @aletala75 | 
HANDS
Telecom Italia vuole carta bianca sulla fibra ottica e, con una tempistica forse poco casuale, chiede una ‘pax regolatoria’ con i competitor, alcuni dei quali, come Vodafone e Fastweb, hanno intentato delle cause miliardarie in seguito al riconoscimento, da parte dell’Antitrust, dell’esistenza di ostacoli frapposti dall’operatore all’accesso alla rete.

Gestire una rete è complesso, e non è possibile pensare che a farlo sia un ‘condominio’ di operatori, ha ribadito ieri il presidente Giuseppe Recchi.  Più volte in passato si è pensato a un progetto per la fibra che mettesse insieme tutti gli operatori del paese. Ogni volta il tavolo è saltato.
Nei giorni scorsi, però, Telecom ha deciso di riaprire il dossier Metroweb, con la possibilità, stavolta, di mantenere il 100% della rete al completamento dei lavori, sulla base di quanto avvenuto nei Paesi Bassi con Reggefiber. Modello, comunque, contestato dai competitor diKPN: dopo che l’operatore storico ha acquisito la piena proprietà della rete FTTH in Olanda, Vodafone ha infatti presentato ricorso presso il Tribunale di Rotterdam contro il regolatore del mercato (ACM) che ha approvato l’operazione.


Nel frattempo, quindi, mentre sta per andare a scadenza la lettera d’intenti siglata da Metroweb con Wind e Vodafone, l’ad di Telecom Marco Patuano lancia un messaggio di pace ai concorrenti, per risolvere le cause pendenti in tribunale e giungere a un accordo che fissi regole certe per l’accesso alla rete.
Due anni fa, l’Antitrust ha comminato a Telecom una multa da 103,7 milioni di euro per abuso di posizione dominante nella fornitura di servizi di accesso all’ingrosso alla rete a banda larga.
Sulla scia di questa sanzione, confermata dal Consiglio di Stato, i competitor – Vodafone e Fastweb – hanno chiesto risarcimenti miliardari.
Pensare di poter risolvere queste cause miliardarie “senza risolvere i motivi del contendere è inutile, così come risolvere i motivi del contendere senza trovare un accordo con chi ti ha fatto causa, diventa inefficace”.
È essenziale, quindi, “…trovare un accordo a entrambi i livelli, dobbiamo trovare un accordo che fissi le regole per il futuro perché il futuro abbia regole più certe per tutti e anche obblighi più facilmente misurabili e dall’altro lato trovare un percorso che ci permetta con gli operatori che ci hanno contestato dei comportamenti a loro giudizio non adeguati, trovare una soluzione”.

Telecom tende la mano ai concorrenti e al regolatore perchè, ha detto ancora Patuano in questo momento bisogna “…mettere il regolatore nelle condizioni di gestire un mercato all’interno del quale i player vogliono fare più business e non fare business uno contro l’altro”.
Dal momento che tutti gli OLO, ossia Vodafone, Fastweb e Wind sono clienti Telecom bisogna “servire questi clienti in modo ottimale come un obbligo e non come un nostro dovere commerciale, prima che un dovere regolatorio”.
Non per paura delle sanzioni, insomma, ma per avere un cliente soddisfatto, come è nella logica di qualsiasi azienda che ci tenga alla propria reputation. E poi, ha concluso Patuano l’obiettivo deve essere “allargare la dimensione della torta, non diventare matti per prenderci una fettina leggermente più grossa di una torta che continua a rimpicciolirsi”.


La riapertura del dossier Metroweb

Secondo alcune fonti citate da Reuters, al prossimo cda Telecom del 16 ottobre sarà discusso un eventuale mandato al management per riaprire la trattativa per l’acquisto di una quota in Metroweb. L’agenzia  spiega che “si discuterà un mandato alla riapertura della trattativa sulla base di una lettera dei soci Metroweb che non prevede più il limite a un’eventuale acquisto integrale” della società della rete.

Le indiscrezioni sulla riapertura del dossier su queste nuove basi sono state confermate ieri dal presidente Recchi, che ha attestato l’esistenza di una opzione per salire al 100% di Metroweb.
“Telecom Italia è sempre stata aperta a Metroweb, non c’è nessuna preclusione ideologica alla società. E’ sempre aperta a costruire una rete sostenibile a beneficio del mercato e del Paese”, ha affermato Recchi,  pur precisando che non è detto che l’opzione, di cui si parlava già sei mesi fa “non venga stravolta quando se ne riparlerà”.
Già perché, secondo Telecom la riapertura del dossier Metroweb non può prescindere da valutazioni sui mutamenti intercorsi nelle condizioni attuali del mercato, soprattutto alla luce dello sblocco di fondi Cipe per 2,2 miliardi destinati ai cluster C e D (pari al 65% della popolazione), ossia le aree a fallimento di mercato dove gli operatori non sono interessati ad intervenire.
Ecco perché la società ha affidato al CFO Piergiorgio Peluso il compito di fare un’analisi dei cambiamenti del mercato rispetto a sei mesi fa: l’analisi approderà sul tavolo del cda che valuterà la sostenibilità finanziaria di ogni eventuale operazione.


Le reazioni

Si smarca dalla bagarre il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico Antonello Giacomelli: il Governo, ha detto, ha fatto la sua parte com’è sua prerogativa, “stanziando 2,2 miliardi di euro ai quali si aggiungono altri 2 miliardi delle regioni…Poi – ha aggiunto –come si organizzano gli operatori è un problema loro”.

Alberto Calcagno, amministratore delegato di Fastweb condivide la scelta del governo di“concentrare i fondi di 2,2 miliardi sulle aree bianche per evitare un’Italia a due velocità”ma aggiunge: “…i fondi devono essere impiegati per creare un’infrastruttura: se il governo mette i soldi, lo stato deve rimanere proprietario di questa infrastruttura passiva”.
Gli operatori, secondo Calcagno, “hanno il dovere di mettersi d’accordo e di trovare insieme soluzioni migliori per illuminare questa rete e competere per dare il miglior servizio ai cittadini”.
Solo collaborando, secondo l’ad di Fastweb, si potrà colmare il gap italiano nell’ultrabroadband, adottato soltanto dall’8% delle famiglie contro una media Ue del 27% e del 60% negli Usa.


Wind, dal canto suo, si dice favorevole a un allargamento dell’accordo su Metroweb ma senza parlare “di maggioranza di uno o dell’altro”.
Secondo l’ad Maximo Ibarra, che si dice convinto della “possibilità concreta di poter costruire una partnership di sistema” deve però essere garantita “una governance equa che consenta l’equilibrio dei partecipanti e un corretto accesso alla rete di ogni operatore”.
Ibarra definisce, infine, di “buon senso” l’ipotesi che la collaborazione che Wind e Vodafone hanno avviato con Metroweb per la realizzazione di una una nuova infrastruttura possa allargarsi nel tempo: “l’importante – conclude – è che l’Italia abbia una rete importante e completa”.