Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 novembre 2015

la paura è il collante della nostra società questo è il messaggio che ci trasmettono i mass media

Il potere avanza, false flag o no [Alceste]

Chi ha assassinato 130 persone a Parigi?
Un commando riferibile all’Isis quale forza terroristica antioccidentale?
Oppure un commando che, sotto le spoglie dell’Isis (e sotto le spoglie degli ignari esecutori), fa solo il gioco delle élite capitalistiche mondiali?
Sui media ufficiali la questione non si pone: è l’Isis, pura concrezione dell’odio religioso e del terrore, ad attaccare, quale negazione del nostro stile di vita, fondato sulla libertà e la pace. Ci sono, è vero, dei sottili distinguo, specie sulle superstiti gazzette sinistrate, ma il coro, al netto di tali deboli stecche, è unanime.
Nei siti della controinformazione il dibattito è più articolato: prevale, però, la tesi del false flag. Secondo tale interpretazione sarebbe l’Occidente stesso (o meglio: gli Stati Uniti e i suoi vassalli; o Israele e i suoi vassalli) ad aver armato i terroristi (utili idioti, in tal caso) onde provocare nell’opinione pubblica una reazione viscerale (emotiva e irrazionale) che vada nella direzione di una restrizione ulteriore di libertà e democrazia – la vittima, insomma, debitamente ingannata, chiederà d’essere ancor più vittima.
Per conto mio, che intendo poco le sottigliezze geopolitiche, è piuttosto evidente che, nell’uno e nell’altro caso, l’Europa è spacciata.
O meglio: è assolutamente indifferente, per noi cittadini europei del nuovo millennio, la genuinità o meno delle cause del terrore. Attacco dettato dal fanatismo o false flag poco cambia. Sarebbe ora di ignorare bellamente questo problema minore per concentrarsi sulla disfatta ideologica europea; che ha un riferimento immediato: la scomparsa dell’Unione Sovietica.
Parecchi di noi hanno forse sottovalutato il declino e la resa ignobile dell’Unione Sovietica; non del comunismo, ma dell’Unione Sovietica quale deterrente per l’espansionismo ideologico contrapposto, quello americano (la parola ‘americano’ ha solo valore didascalico: tale potere, infatti, benché radicato in quelle lande, non ha patria e forma).
Per usare un termine caro a Massimo Cacciari, era l’Unione Sovietica (la Russia bianca) il katechôn dello scatenamento neocapitalista; ciò che tratteneva il pieno dispiegarsi di un’idea di società basata esclusivamente sul profitto, sulla devastazione finale del welfare, sulla economicizzazione dei sentimenti e dei rapporti umani, sulla menzogna pubblicitaria e sulla rapina pervasiva.
Quando cadde la Russia il Moloch invase l’Europa. I fatti storici presero a correre, come i fotogrammi di una pellicola impazzita. Nel 1990 furono da subito lanciate le prime guerre di conquista in Mesopotamia (prima guerra americana del Golfo): un successo non da poco, poiché seguiva la disfatta sovietica in Afghanistan e poiché, proprio allora, venne sperimentata positivamente la menzogna sistematica embedded su vastissima scala (già rodata pochi anni prima; ricordate le famigerate vittime del regime di Ceausescu, in realtà morti disseppelliti di fresco?).
Seguì, da subito, l’eliminazione della classe politica residuata dalla Guerra Fredda, ormai inservibile; venne incoraggiata, foraggiata, corrotta una nuova classe dirigente che avesse finalmente a liquidare le conquiste costituzionali e sociali del dopoguerra: i partiti socialisti europei furono i prescelti per tale operazione reazionaria (forse il PSI pagò qualche impennata nazionalista di troppo). In Italia gli eredi del PCI vennero individuati come agenti della dissoluzione: altra missione coronata da un successo prima contrastato, ma, alla lunga, irresistibile. Fu il PDS/DS a porre le basi per le revisioni costituzionali, le guerre interne all’Europa (Jugoslavia) e lo sbraco finale dell’adesione all’Euro: in nemmeno un decennio l’assetto sociale italiano fu rivoltato come un calzino (senza nulla chiedere al popolo, per carità) in nome di una globalizzazione inarrestabile.
A guardare a ritroso: un capolavoro.
Gli attentati dell’11 settembre (false flag o meno anch’essi) ruppero del tutto le catene che legavano la Bestia; il piano subì una ulteriore accelerazione: invasione di Afghanistan e Iraq, Siria, Libia, imposizione di trattati capestro, sottomissione totale all’economia finanziaria, e via elencando.
In vent’anni il volto dell’Europa è divenuto irriconoscibile; l’Occidente si è alfine fuso, in una gigantesca parodia del TTIP, in una sola entità coloniale, illiberale, anonima, e succube del totalitarismo neocapitalista (succube in ogni senso: militare, economico e, soprattutto, nella psicologia di massa).
La globalizzazione, intesa come imperio del politicamente corretto e della tirannia plutocratica, è al culmine; le differenze politiche, ideologiche e di visione geopolitica dei vari Stati-nazione sono state annientate e sostituite da una visione hollywoodiana e manichea della complessità del mondo.
Di fatto non esiste opposizione.
Chi si oppone, e ha successo nel farlo, viene eliminato, molto semplicemente.
Chi si oppone, e rimane ai margini, viene tollerato come un buffone di corte (ne Il trattato del ribelle, Ernst Jünger delinea un potere che assomma il 98% del consenso – un potere assai felice di tollerare quel residuo 2% quale legittimazione alla propria tirannia).
Che siano stati terroristi manovrati o terroristi genuini poco importa.
Cosa importa se Abdul uccide manovrato dall’entità euroamericana (versione di Federico Dezzani; vedi http://federicodezzani.altervista.org/cherchez-lhomme-a-la-dgse/) o in odio a tale entità (versione, questa, di Massimo Fini; vedi http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15864)?
Cosa importa, insomma, se Abdul è un burattino dei servizi segreti o un genuino partigiano combattente contro il Satana che compie stragi decennali sul sacro suolo dell’Islam.
Ciò che dovrebbe scandalizzare è che gli eventi di Parigi sono, al contempo, la conseguenza (delle guerre occidentali: versione Fini) e la causa efficiente (versione Dezzani) del progetto economico della globalizzazione imperiale, apolide e assolutista, senza bandiere e popoli.
Un serpente con la coda in bocca. E un altro capolavoro, a ben vedere.
Non s’era placata ancora l’eco delle sparatorie e già qualcuno invocava: più Europa.
Più Europa, ovvero più America, più Occidente, ovvero, se facciamo astrazione di tali nomi ingannatori, meno democrazia, più oligarchia, più controllo, più censura, più dispotismo economico, più povertà e disoccupazione, meno diritti e tutele (quelli veri), più diritti fuffa (siete pronti per l’omogenitorialità?) e, soprattutto più edonismo straccione per tutti: più pornografia, più sballo, più tablet e smartphone, più shottini, e meno istruzione (ah, che noia) … l’europeo ha da essere un Lucignolo sempre su di giri … coming soon: abolizione delle elezioni … ultimo inciampo  (in attesa dell’evento si celebrano percentuali di elettori in picchiata).
Di fronte a tale distopia suona assolutamente idiota accapigliarsi su false flag o meno; dietro la velina degli intenti si cela un progetto di lunghissimo respiro: la riorganizzazione della società su base feudale e plutocratica, senza fedi e passioni, generosa esclusivamente di squallidi circenses (anche qui ci si può sbizzarrire sui nomi: Illuminati, Bilderberg Nuovo Ordine Mondiale et cetera; per quel che conta).
L’inveramento di tale progetto, quello a noi più prossimo, è l’Unione Europea.
L’Unione Europea, la sua moneta fittizia e i suoi organi non eletti da nessuno, antidemocrazia allo stato puro, sono uno dei tanti tasselli della globalizzazione imperiale.
Da tale punto di vista il tracollo dell’Europa Unita e dell’euro è propedeutico a qualsiasi lotta.
La destabilizzazione di Bruxelles, in parole poverissime, vien prima della destabilizzazione degli Stati doppiogiochisti (Arabia, Turchia, Israele), che, a loro volta, sono altri tasselli del progetto di conquista anzidetto.
La dissoluzione del progetto di Bruxelles renderebbe di nuovo ogni Paese responsabile del proprio immediato destino, da subito e in modo brutale.
La Germania, ad esempio, priva della rendita di posizione garantitagli da una moneta artificiale, potrebbe avvicinarsi definitivamente all’Est. Il baricentro geopolitico verrebbe, perciò, a spostarsi potentemente verso Oriente, attirando a sé, come una potente calamita attira la limatura di ferro, i resti rovinosi delle entità statuali meridionali, fra cui l’Italia.
La Francia dovrebbe decidere da che parte stare, e in fretta.
I traditori, partiti socialisti in testa, verrebbero spazzati via.
Riacquistato l’imperio sui propri confini anche il flusso migratorio subirebbe un arresto poderoso. Si riconsidererebbe la politica estera in Medio Oriente: in modo più equanime; ISIS, Al Qaeda, Daesh e compagnia, nonostante sanguinosi colpi di coda, rovinerebbero veloci verso l’anonimato.
Cosa ci resta da fare?
Dimenticare le baruffe chiozzotte e gli scontri isterici e sforzarci di concentrare il consenso verso le formazioni populiste, antieuro, nazionaliste; questo ci resta da fare, senza fare gli schifiltosi.
Non è molto, ma carne da rivoluzione in giro ne vedo poca.

Francesco Palenzona, un fatto è certo l'articolo sottostante non ci dice cosa ci sta a fare Roberto Mercuri in Unicredit non avendo nessun incarico istituzionale, e che nel periodo interessato c'è un incendio al Terminal 3 di Fiumicino, tipico modo di intimidazione mafiosa, dove Palinzona e Mercuri hanno importanti incarichi in AdR

Interni
Il caso Unicredit e la macchina del fumo
 

novembre 21, 2015 Emanuele Boffi

Come un’inchiesta senza prove né riscontri è diventata uno scandalo. Così funziona il sistema giudiziario nostrano che si nutre di suggestioni con la complicità dei media

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Piero Tony, il magistrato di sinistra autore di Io non posso tacere, l’ha chiamata «l’antimafia delle suggestioni». È quel complesso di indagini che fan periodicamente mostra di sé sui giornali e in tv in cui si dà gran risalto alle tesi dell’accusa e il minimo indispensabile a quelle della difesa. Prove poche, illazioni a iosa. È la dittatura della “narrazione”, quel modo di raccontare la realtà dove il confine tra dati di fatto e libertà poetico-giornalistiche si fa confuso, un’amalgama di piacevole lettura e di non necessaria verità. Così la cronaca s’eclissa e diventa “racconto”, il diritto s’inabissa e diventa interpretazione. In fin dei conti, un boomerang, per chi voglia combattere sul serio la mafia.

Il recente caso Unicredit-Pallenzona-Bulgarella è, a suo modo, esemplare. C’è il potere e il potere occulto. C’è il vicepresidente di banca, l’imprenditore colluso e il ricercato numero uno in Italia. C’è tutto l’indispensabile per il canovaccio di una fiction. C’è pure la massoneria, e abbiamo fatto cappotto.

La vicenda inizia alle 15 e un minuto e cinquanta secondi di giovedì 8 ottobre quando un’agenzia di stampa manda on line la seguente notizia: «Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit, è indagato nell’ambito di una inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze con l’accusa di reati finanziari aggravati dall’articolo 7, cioè favoreggiamento a Cosa Nostra». Stiamo parlando della seconda banca più importante d’Italia, di uno dei maggiori istituti di credito europei e di uno dei suoi vertici, Palenzona, il cui nome, si scoprirà di lì a breve rimbalzando la notizia di sito in sito, è accusato di aver favorito con un prestito milionario un imprenditore, Andrea Bulgarella, in stretto contatto con Matteo Messina Denaro, il nemico pubblico numero uno, la primula rossa di Cosa Nostra, latitante, cui le nostre forze dell’ordine danno la caccia da anni. La notizia è una bomba e il titolo in borsa passa da 5,86 euro a 5,79.

«Notevoli riscontri»
Tempi ha letto la quarantina di pagine del decreto di perquisizione della Procura di Firenze. Lo avete fatto anche voi, a spizzichi e bocconi, sui giornali il giorno dopo e nei successivi. Il 9 ottobre la notizia è in prima pagina su tutti i quotidiani. Cosa scrivono i giornali? Semplice, copiano e incollano quanto ipotizzato dell’accusa. Che è, in sintesi, questo: Bulgarella, un imprenditore di Trapani che ha spostato le sue attività in Toscana, ha un debito di sessanta milioni di euro con Unicredit e studia con la banca un piano di rientro. Sebbene sia evidente che non ci siano i presupposti perché la banca lo assecondi, Bulgarella ottiene, grazie ai buoni uffici di Palenzona e del suo braccio destro Roberto Mercuri, che il piano sia approvato. Secondo l’accusa, l’aspetto grave di tutta la vicenda è che Bulgarella è in stretti rapporti con Messina Denaro e che Palenzona ne è consapevole.

Il modo con cui vi abbiamo sintetizzato la vicenda in una quindicina di righe non rende però l’idea di cosa ci sia scritto nelle quarantina di pagine del decreto di perquisizione e nelle oltre ottomila (8 mila!) pagine dell’informativa dei Ros che saranno depositate il 21 ottobre. Nel decreto vi si trova di tutto, anche valutazioni che nulla c’entrano con il fatto in sé, ma che ricostruiscono il “contesto” in cui accadono i fatti e l’indole dei vari protagonisti. Non volete chiamarla macchina del fango? Chiamatela macchina del fumo. Una cortina di fuliggine che scherma i fatti, che suggerisce anziché provare, che mormora sibillina anziché attestare l’autenticità o meno di un avvenimento.

Esempio: a pagina 6 e 7 gli inquirenti riportano un’intervista a Bulgarella realizzata nel 2005 dalla trasmissione Report. L’onorevole Pippo Gianni, amico del Bulgarella, si lamentò poi in vigilanza Rai delle modalità con cui quella intervista fu realizzata. Nove anni dopo, Gianni andò a trovare Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia in carcere per una condanna per favoreggiamento alla mafia. E quindi? E quindi niente e quindi tutto. Fatti slegati tra loro, ma opportunamente accostati, non sono una prova, ma un suggerimento sì. Una suggestione sì.

E ancora: la procura ritiene «significativi» alcuni sms scambiati tra Bulgarella e il direttore di Panorama, Giorgio Mulè. Ma significativi di cosa? Del fatto che l’uno si complimenti con l’altro per i suoi articoli riguardanti il trasferimento del procuratore di Palermo Francesco Messineo? E quindi? E quindi niente e quindi tutto. Perché il trasferimento di Messineo è stato deciso dal Csm a causa delle inadempienze del procuratore nella mancata cattura di Messina Denaro. Chiaro no? Basta porre le premesse per far intuire l’obbligata conclusione del ragionamento.

E così via per pagine e pagine dove si dà gran risalto alle parole dei collaboratori di giustizia che confermano il sodalizio del Bulgarella con esponenti mafiosi. In verità, a leggere bene, i vari pentiti affermano che Bulgarella «si rifiutava di pagare integralmente la percentuale», ma il passaggio annega in una miriade di particolari tutti tesi a dimostrare che l’imprenditore era in «strettissimi rapporti» con Messina Denaro e legato ad ambienti massonici onde ottenere un prestito dalla banca di Credito Cooperativo di Cascina.

E Palenzona? Il vicepresidente appare a pagina 24. Il tono è assertivo. I vertici di Unicredit «erano pienamente consapevoli della situazione reale», «si sono adoperati per venire incontro alle richieste di Bulgarella assicurandogli un vitale ingiusto vantaggio patrimoniale», e tutto ciò è testimoniato da «notevoli riscontri». La prova principe è identificata dalla procura nel fatto che Unicredit ha approvato il 23 aprile 2015 il piano di ristrutturazione del debito. Quella sera, Mercuri ha organizzato a casa sua una cena per festeggiare la buona riuscita della fraudolenta operazione. Essendo questo l’impianto dell’inchiesta risultano «indispensabili le perquisizioni», anche in considerazione del fatto che «la ricerca di documentazione è particolarmente difficile in ambienti dove gli imponenti interessi economici e le tradizioni culturali conducano alla più rigida omertà».

Qualche domanda
A parte le formule di rito sulla presunzione d’innocenza, per i giornali è già tutto chiaro. Il 10 ottobre su Repubblica, Attilio Bolzoni firma un commento intitolato “La nuova mafia tra affari e potere” dove si legge: «L’inchiesta dei carabinieri del Ros (…) ci fa scoprire il “modello” di Cosa Nostra dopo lo sfascio causato da Totò Riina e dai suoi macellai corleonesi. La mafia è tornata mafia. Originale, pura, autentica. La mafia che non è certo quella frottola che ci vogliono rappresentare come anti-Stato ma mafia che con pezzi dello Stato s’intende, va a braccetto, mano nella mano». Quando il 20 ottobre è fissata la data del Riesame, Repubblica titola: “Unicredit fu raggirata da Palenzona”. Elio Lannutti, presidente dell’associazione di consumatori Adusbef, ex Idv oggi grillino, chiede che la Bce commissari Unicredit.

Il clima è questo. Anche se, c’è da sottolineare, la banca difende i suoi uomini. Sin dal principio, infatti, Unicredit ribadisce la fiducia nell’operato dei vertici e inizia un’indagine interna. Per il resto, nessuno si pone qualche domanda elementare. Quesiti che, invece, il difensore di Palenzona, l’avvocato Massimo Dinoia, potrà porre solo il giorno dell’udienza del Riesame. Interrogativi tipo questi: perché della vicenda si occupa il tribunale di Firenze anziché quello di Milano, luogo indicato dagli inquirenti come teatro della trattativa Bulgarella-Palenzona? La competenza territoriale è un’opinione? Oppure: perché durante la perquisizione dell’8 ottobre si è proceduto sequestrando computer, chiavette usb, pendrive, email e non solo quanto attiene all’indagine? Perché si è proceduto con un sequestro invasivo, acquisendo anche atti coperti dal segreto bancario?

Ma molte altre domande si potevano porre in base ai soli elementi indicati nel decreto di perquisizione. Come mai, dopo sette mesi di intercettazioni delle utenze di Palenzona, non una delle sue telefonate era contenuta nel decreto? È perlomeno singolare che nemmeno i pm abbiano ritenuto che non una delle parole dell’uomo che stavano indicando come “amico” dei mafiosi potesse essere utilizzata contro di lui. Oppure: perché Bulgarella è ora presentato come uomo che ha nelle sue disponibilità «ingenti capitali» di provenienza illecita, ora come un imprenditore in forte difficoltà economica? Non è un po’ strano che, per avvalorare la “mafiosità” del Bulgarella ci si appoggi a vicende, dialoghi de relato, trasmissioni tv di oltre dieci anni fa? Se Bulgarella è un noto amico di mafiosi, come mai per trent’anni anni nessuna procura italiana l’ha mai arrestato? Solo Nicola Porro sul Giornale del 28 ottobre avanza qualche dubbio. Si scopre infatti che, da trent’anni, Bulgarella «affitta uno dei suoi immobili alla questura di Trapani e ha concesso dietro canone, da dieci, un altro palazzo alla Procura della medesima città». Ergo: se nemmeno la Procura di Trapani sospettava di Bulgarella, come poteva sospettare Unicredit?

L’altro aspetto che, sempre in base alle carte dell’accusa, dovrebbe balzare all’occhio è che nel decreto non c’è nemmeno una riga che attesti un incontro tra Palenzona e Bulgarella. Anzi, si riportano intercettazioni in cui i due, parlando con altri, confondono i nomi («Pallanzona, come si chiama?») o chiedono informazioni (Bulgarella «chi è, un cliente?»). Il paradosso è che le intercettazioni in cui i dipendenti di Unicredit parlano di Bulgarella come «dell’immobiliarista di fiducia di Falcone e della Procura di Palermo» e «amico di Pio La Torre» non siano lette secondo la lettera ma come “millanterie” dell’imprenditore per rifarsi un nome.

Quali intercettazioni avete letto?
Bisogna aspettare il 31 ottobre, giorno del Riesame, per venirne a una. È così che si scopre che: uno, Palenzona e Bulgarella non si sono mai incontrati; due, il piano di ristrutturazione della banca che, secondo i pm, era stato approvato il 23 aprile, non è mai stato approvato né il 23 aprile né dopo. La prove indicate dai pm, semplicemente, non esistono. Anzi, è vero il contrario. La delibera del Comitato Crediti del 23 aprile dice che la banca, esaminata la richiesta di Bulgarella, la bocciò e, come condizione perché fosse erogato nuovo credito, chiese di ripresentarla non prima di aver ridotto il debito di 22 milioni.

La Procura di Firenze ha persino ignorato che, in data 15 giugno, Unicredit ha ri-bocciato il piano di Bulgarella. Le stesse verifiche interne alla banca nei mesi successivi hanno portato alla medesima conclusione: non è stato fatto nessun atto nei confronti dell’imprenditore che possa essere considerato di “favore”. Anzi, ancora una volta, è vero il contrario tanto che, come ha fatto notare l’avvocato Dinoia, «le informative agli atti sono infarcite di intercettazioni in cui Bulgarella (o chi per lui) si lamenta molto vivacemente delle condizioni applicate da Unicredit al suo gruppo». Queste intercettazioni le avete lette sui giornali? Esatto.

Ecco perché l’ordinanza del Riesame ha smontato le accuse della Procura, sposando la ricostruzione della difesa di Palenzona. «Le fattispecie di reato ipotizzate – si legge – appaiono tutt’altro che ben delineate». Si tirano le orecchie ai pm per l’indebito ricorso alle intercettazioni e ai pentiti, e si mette nero su bianco che, in tutta questa vicenda, nemmeno esiste il «fumus» di qualsiasi reato. Si conferma quindi il decreto di sequestro per la vicenda Bulgarella-Cascina, ma si annulla quello Bulgarella-Unicredit: nessuna truffa, nessuna associazione a delinquere.
Tutto bene, insomma. Abbiamo imparato che l’accusa di avere a che fare con la mafia va circostanziata con cognizione di causa, mostrando fatti, documenti e occasioni che la avvalorino. Giusto? Mica tanto. Data nelle pagine interne la notizia su Unicredit, i giornali hanno cambiato copione. Il 5 novembre c’è stata a Roma la prima udienza di “Mafia Capitale”.

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Arexpo-Expo, il brillante Sala non sapeva che i suoi collaboratori vendevano appalti, delle due o imbecille o colluso

I giudici «graziano» il manager Expo, ma non Majorino E il partito lo isola

Se i giudici «graziano» Giuseppe Sala, ad alimentare sospetti sul commissario Expo che sta decidendo se partecipare alle primarie del centrosinistra è il suo possibile competitor, l'assessore Pierfrancesco Majorino. Lui è sceso in campo da 4 mesi, anche se il partito fa a gara per sminuirlo. Il faro è puntato su Sala. Anche ieri nel processo innescato da Majorino, si è schierato. Nel pomeriggio infatti è arrivata la condanna ieri a 4 mesi del direttore generale di Expo Christian Malangone, braccio destro di Sala, nel processo abbreviato che è scaturito dall'inchiesta a carico, tra gli altri, di Roberto Maroni su presunte pressioni esercitate dal governatore per far ottenere un lavoro e un viaggio a Tokyo a due ex collaboratrici. La procura aveva chiesto una condanna a una sanzione di 300mila euro per la società Expo, ma il Gup l'ha assolta. Singolare. Nessuna ripercussione mediatica su Sala, ma ci pensa Majorino a definire «preoccupante in sè e per Expo» la notizia della condanna a Malangone. «È la terza figura cruciale della società - ricorda - ad esser coinvolta in atti illegali». Si riferisce ad Angelo Paris e Antonio Acerbo, finiti al centro dello scandalo «appaltopoli» prima dell'avvio di Expo e legati al commissario. «Credo che la cultura dell'illegalità e la scelta delle persone sulla base della loro moralità - affonda - debba essere un prerequisito per la gestione della cosa pubblica». Anche il capogruppo regionale dei 5 Stelle, Stefano Buffagni, si domanda se «Sala non sapeva e vedeva mai nulla? Il Pd non lo candidi».Fanno quadrato invece gli esponenti Pd che sperano nella discesa in campo. «La malapianta dell'attacco giustizialista a fini politici non è ancora estirpata. Dispiace di vederla in atto all'interno della campagna per le primarie» contesta l'assessore Carmela Rozza al collega di giunta. Come sempre, attaccano anche il segretario regionale del Pd Alessandro Alfieri e quello cittadino Pietro Bussolati , «c'è chi guarda il dito e non la luna.a sentenza non mette in dubbio la correttezza di Sala, ma l'operato del direttore generale». Malangone», a cui lo stesso Sala ieri ha confermato apprezzamento, «le primarie non servono a delegittimare gli avvesari decidendo chi è di sinistra e chi no, chi è moralmente all'altezza». ». Per il senatore Franco Mirabelli se servono solo a screditare, meglio non farle»

http://www.ilgiornale.it/news/milano/i-giudici-graziano-manager-expo-non-majorino-e-partito-isola-1196953.html 

Finlandia, il principio di sano realismo incombe e alcuni euroimbecilli cominciano a riflettere e a far di conto

attualita' posted by

CI SIAMO. IL PRIMO PARLAMENTO EUROPEO DISCUTE L’USCITA DALL’EURO

finlandia bandiera MOD
Il prossimo anno il parlamento finlandese discuterà sull’uscita dall’euro. Per la prima volta il problema della moneta unica – povertà diffusa entrerà nelle aule parlamentari di un paese UE in modo ufficiale !
La Finlandia, in preda ad una crisi economica  quasi di tipo mediterraneo, con una crescita , o meglio decrescita,  piuttosto sensibile
finland gdp
Qui confrontiamo il terzo trimestre della Finlandia con quello degli altri paesi della UE
finland gdp quarter
Ora i disillusi finlandesi, molto empiricamente, non hanno avvertito tutti i vantaggi della moneta unica e quindi hanno raccolto rapidamente 50 mila firme  necessarie per presentare un progetto di legge di uscita, da discutere obbligatoriamente entro il 2016.
Gli economisti  finlandesi euroscettici fanno notare che dal 2008 la Svezia, con moneta propria,è cresciuta dell’otto %, mentre la Finlandia è calata del 6% nel proprio PIL.
SVEZIA - FINLANDIA
Il pensatoio Eurothinktank ha valutato che il costo di 20 miliardi per l’uscita sarebbe rapidamente recuperabile con una crescita più elevata.
La maggioranza dei finlandesi è ancora favorevole alla permanenza nell’euro, ma la percentuale è in rapida decrescita.

http://linkis.com/scenarieconomici.it/n0HaO

la strategia della paura è voluta dal potere per impedire che ci sia opposizione




I mass media, la televisione, la stampa e la radio si sono scatenati per incutere paura e terrore negli individui, nelle comunità nei popoli europei.

La strage di Parigi serve per annichilire qualsiasi opposizione che mette in rilievo le contraddizione degli euroimbecilli a cominciare da Draghi e dal comportamento della Bce.

La paura ancestrale che i mass media stanno inoculando in maniera massiccia nel corpaccione degli euroimbecilli serve per annichilire il pensiero e dirigerlo solo per mantenere l’istinto di sopravvivenza, da qui sproloqui e cretinate a non finire.

Questa modalità di agire è stata usata in Italia abbondantemente dal 1975 con le Brigate Rosse, le stragi di stato, le stragi di mafia.

L’Italia è stato il paese precursore in cui è stato sperimentato in maniera nazionale questa strategia, ma di converso è l’unico paese nel mondo che ha acquisito sufficienti anticorpi per smascherare bugie e le azioni che portano all’applicazione di questa strategia.

L’11 settembre del 2001 con tre torri che cadono per due aerei è la menzogna più grande della storia, la Consorteria Guerrafondaia Statunitense ha ucciso deliberatamente migliaia di suoi cittadini per instaurare la strategia della paura.

Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Mali sono i segni evidenti di quello che si è ripromesso la Consorteria Guerrafondaia Statunitense con i suoi alleati-servi, Gran Bretagna e Francia.

Charlie Hebdo è servito per iniziare ad inoculare agli euroimbecilli il terrore, la paura ancestrale. La Francia ha ucciso deliberatamente degli uomini per questo scopo, dei suoi figli.

Il ministro degli interni, cominciò a parlare di tre uomini quando tutti i filmati dicevano due, il terzo uomo è comparso il giorno dopo, ma il ministro già sapeva (lapsus).

Hollande che sulla scia di Bush applica leggi speciali per prevenire ma che di fatto servono per impedire che si formino opposizione a questo regime chiamato di libertà ma che ha dentro il suo corpaccione malato ingiustizie&diseguaglianze enormi e incompatibili con la libertà.

L’opposizione deve essere eliminata, perché tutti dobbiamo accettare il credo in cui pochi diventano sempre più ricchi e molti diventano sempre più poveri.

L’opposizione deve essere eliminata perché non dobbiamo vedere e non dobbiamo denunciare le manovre per mantenere l’economia Capitalistica in cui l’unico credo è il profitto e ignora bisogni ed esigenze di milioni di uomini.

L’opposizione deve essere eliminata perché non si organizzi e ponga una Progettualità Alternativa in cui tutti gli uomini hanno dignità e si valorizzi le moltitudini di capacità che sono connaturate nell’essere umano.

Ma noi siamo forti, temperati da mille battaglie vissute anche sulla nostra pelle e insieme tessiamo il filo rosso della speranza, dei sogni, delle prospettive per noi, i nostri figli, i nostri discendenti.

 martelun

2015 crisi economica, la stessa Fed vende i Treasuries insieme alla Cina, Gran Bretagna, Russia, India, Giappone in attesa di aumentare i tassi d'interessi a dicembre che servirà agli Stati Uniti per cercare di superare la crisi a discapito di tutte le altre economie

Fed pronta ad agire, i creditori voltano le spalle agli Usa
20 novembre 2015, di Laura Naka Antonelli
NEW YORK (WSI) – Fed pronta ad agire, accelera la fuga dai titoli di stato Usa.
Lanciare l’allarme è forse prematuro, ma i fatti illustrano un quadro non proprio confortante per i Treasuries americani: tutti e cinque i principali creditori degli Stati Uniti hanno infatti venduto i bond nel mese di settembre. E’ quanto risulta dal dipartimento del Tesoro Usa.
Non solo: gli investitori degli ETF Usa stanno vendendo Treasuries nel mese di novembre per la prima volta dallo scorso giugno. Motivo: cambio di strategia in attesa che la Fed, nella riunione di dicembre, alzi i tassi per la prima volta dal 2006, ovvero in ben nove anni.
Tornando a come si stanno muovendo i principali detentori stranieri di debito Usa,  nel mese di settembre – i dati del dipartimento del Tesoro arrivano con due mesi di ritardo – la Cina ha smobilizzato titoli per $12,5 miliardi, il Giappone ha fatto lo stesso per $19,9 miliardi, le società offshore dei Caraibi idem per $7,2 miliardi, l’Opec per $1,9 miliardi, e il Brasile $3,7 miliardi.
Impressionante l’entità degli smobilizzi di debito americano da parte della Cina, principale detentore di Treasuries, che a settembre ha ridotto la sua partecipazione al minimo in sette mesi, a $1,258 trilioni; il Giappone, secondo acquirente di titoli di stato Usa, ha tagliato la propria quota a $1,17 trilioni, ovvero al minimo in quasi due anni.
Ma le vendite sono arrivate anche dalla Russia, con la quota che è scesa sempre a settembre di $800 milioni a $89,1 miliardi; smobilizzi inoltre dai BRICS per $18,9 miliardi, dal Regno Unito per $8,9 miliardi, dall’India, per $2,1 miliardi.
Hanno invece acquistato Treasuries Irlanda, Svizzera, Lussemburgo, Singapore e altri creditori.
Riguardo all’andamento dell’ETF, stando a quanto riporta Bloomberg, gli investitori hanno ritirato questo mese $1,12 miliardi dai fondi che investono sul reddito fisso Usa. 
L’intensità delle vendite dimostra come, nonostante le rassicurazioni della Fed – che ha reso noto che si muoverà comunque in modo graduale – gli investitori stiano cercando di proteggersi da quella che sarà la prima manovra di politica monetaria restrittiva in quasi un decennio.
Lo stesso mercato secondario sconta lo scenario di tassi più elevati, con le scommesse su un intervento della Fed a dicembre che aumentano.
Basti pensare che il rendimento extra che i Treasuries Usa a due anni offrono rispetto ai Bund tedeschi con la stessa scadenza ha testato il record in nove anni nella stessa giornata di oggi, dopo che il presidente della Bce Mario Draghi, intervenendo al Congresso bancario europeo in corso a Francoforte, ha reso noto che la Bce farà di tutto per far tornare l’inflazione a livelli accettabili.
I tassi sui titoli di stato tedeschi a due anni sono scesi al nuovo minimo record a -0,389%, con lo spread sui tassi Usa a due anni che si è allargato a 1,29 punti percentuali, al massimo appunto dall’agosto del 2006.
E intanto, la stessa Fed si sta premunendo contro le scelta che essa stessa adotterà visto che dall’inizio del 2015 ha venduto Treasuries Usa per un valore di 115,3 miliardi di dollari.

Bail-in uccidere le piccole banche che fanno credito e salvare quelle grandi che fanno speculazioni finanziarie, le buffonate degli euroimbecilli

banche e assicurazioni

Bcc: le regole Ue hanno tre peccati, su bail-in le piccole pagano per le grandi


Bcc: le regole Ue hanno tre peccati, su bail-in le piccole pagano per le grandi
La nuova normativa europea sugli istituti di credito è affetta da tre "peccati originali", secondo il presidente di Federcasse, Alessandro Azzi. Rischia, infatti, di penalizzare le banche che finanziano l'economia reale; manca di proporzionalità tra banche sistemiche e intermediari di territorio; erode il patrimonio delle banche per effetto di metodi di calcolo frutto di modelli teorici non sperimentati.

Durante l'assemblea annuale della Federazione Italiana delle Banche di Credito Cooperativo, il banchiere ha criticato il nuovo metodo di salvataggio delle banche (bail in) in quanto il Fondo Unico di Risoluzione è "sostanzialmente riservato a banche di grandi dimensioni ma pagato da tutti".

Nel far presente che l'Unione Bancaria è oggi una realtà e che ha inaugurato una nuova era per tutte le banche europee, Azzi ha ricordato che il primo pilastro dell'Unione Bancaria, il meccanismo di vigilanza unico sulla base del Single rule book (CRD IV e CRR), è stato avviato già più di un anno fa.

Mentre al 1 gennaio 2016 le Autorità nazionali di vigilanza dovranno conformarsi alle linee guida dell'Eba sulle procedure e le metodologie per il processo di supervisione e valutazione prudenziale, il cosiddetto Srep1, con l'obiettivo di attenuare le distorsioni ascrivibili ad approcci di supervisione eterogenei e di favorire la messa a fattor comune delle migliori prassi di vigilanza.

Ma ci sono, ha sottolineato il presidente di Federcasse, "tre peccati originali che equivalgono ad altrettanti rischi sistemici in questo approccio. Il primo è il rischio di penalizzare, in termini di esigenza di patrimonializzazione, soprattutto il modello di intermediazione vocato al finanziamento dell'economia reale", ha spiegato. L'indice di leva finanziaria, che considera la dimensione dell'intero bilancio di una banca, previsto da Basilea 3, è oggetto di segnalazione e di misurazione nell'Icaap, ma entrerà in vigore come requisito soltanto nel 2018.

"L'effetto deleterio di questo approccio è anche di immagine. Paradossalmente, infatti, risultano brillare per coefficienti patrimoniali elevati, e quindi per solidità percepita, che talvolta viene enfatizzata anche in termini pubblicitari, quegli intermediari che prestano pochissimo all'economia reale, canalizzando raccolta soltanto verso proposte di investimento del risparmio".

Il secondo peccato originale è relativo alla mancata applicazione di un'adeguata proporzionalità che riconosca le cospicue differenze, in termini di rischio, tra grandi banche a rilevanza sistemica e intermediari di territorio. E c'è anche un terzo peccato conseguente, il più grave secondo Azzi: l'erosione "a tavolino" del patrimonio delle banche solo per effetto (attuale o prospettico) di metodi di calcolo frutto di modelli teorici non sperimentati, applicazione di maggiori ponderazioni o rischi di perdita di misure di riequilibrio (SMEs supporting factor).

"La gravità è che quest'erosione patrimoniale avviene senza aver assunto maggiori rischi di credito, senza aver impiegato neppure un euro ulteriore nell'economia reale", ha aggiunto. Anche le modalità di finanziamento e, soprattutto di utilizzo del Fondo unico europeo di risoluzione delle crisi bancarie, incastonate nella direttiva europea Brdd, suscitano perplessità tra le Banche di credito cooperativo. Il nuovo meccanismo di risoluzione unico delle crisi bancarie entrerà pienamente in vigore all'inizio del 2016. Una "direttiva che determina una rivoluzione copernicana, riassumibile in un concetto: dal bail-out al bail-in".

La crisi di una banca dovrà, in altre parole, essere risolta utilizzando in via prioritaria le risorse finanziarie interne. "Ciò comporterà cambiamenti strutturali profondi nelle strategie degli intermediari, la cui portata sarà pervasiva non solo per gli istituti in crisi ma anche per quelli in bonis", ha avvertito. L'adeguata consapevolezza degli esponenti e la corretta informazione di soci e clienti delle Bcc costituiscono un obiettivo di Federcasse che sta realizzando attraverso una serie di iniziative.

Il nuovo quadro di regole appare congruente. Esistono tuttavia, ha osservato il presidente di Federcasse, alcuni problemi, soprattutto per i piccoli intermediari. Ne sono esempi l'utilizzo delle risorse del Fondo unico di risoluzione sostanzialmente "riservato a banche di grandi dimensioni, ma pagato da tutte, e la possibilità che per le banche piccole sia preferita un'applicazione delle norme sulla risoluzione delle crisi che conduca in via preferenziale alla liquidazione atomistica. Anche per i piani di risanamento, previsti dalla Brrd, è necessario declinare concretamente obblighi semplificati per le istituzioni meno complesse e di dimensioni ridotte".

Per questo il presidente di Federcasse sulle modalità di applicazione dei salvataggi, secondo il principio del bail-in, ha rammentato la necessità di applicazioni "coerenti con la forma societaria cooperativa, che tengano conto anche dell'esistenza e della protezione fornita dal Fondo di garanzia degli obbligazionisti". Va poi perseguita la facoltà di contribuire al Fondo unico di risoluzione con versamenti forfettari "che riducano significativamente l'onere per le Bcc, soprattutto per quelle di minori dimensioni". Oltre a procedure semplificate di risanamento in relazione alla dimensione delle banca, alla sua struttura societaria e alla complessità operativa.

Posizioni, ha detto Azzi, illustrate con "successo" al Parlamento europeo: "auspichiamo che nel completamento del percorso di recepimento della direttiva, nel combinato disposto dei decreti e delle disposizioni di vigilanza, possano essere confermati gli orientamenti del Parlamento".

Le Bcc sono altresì preoccupate per la posizione dell'Ue sul progetto di bad bank presentato dal governo italiano. "Siamo preoccupati dell'atteggiamento dei regolatori europei e delle censure che sembrano giungere a progetti diversi, dopo che in Europa (ma non in Italia, ndr) sono stati approvati fino al 2013 complessivamente interventi pubblici per 5.763 miliardi di euro finalizzati a salvataggi bancari. Ostacoli, rinvii, dilazioni rischiano di rappresentare un importante inciampo per la ripresa", ha contestato ancora Azzi.

Mentre sulla gestione del credito deteriorato, che appesantisce i bilanci e zavorra l'operatività di tutte le banche, il credito cooperativo, che aveva segnalato tra i primi la questione nel 2013, attende di poter valutare la soluzione che sta predisponendo il governo, adoperandosi, contemporaneamente, per cogliere opportunità di mercato con operazioni di cartolarizzazione. "La questione ha una rilevanza e una urgenza che richiedono il massimo sforzo, politico e tecnico", ha concluso il presidente di Federcasse.

Elezioni amministrative, Milano, le bande del corrotto Pd affilano i coltelli e il brillante Sala, l'incompetente e/o colluso, che si salva mentre gli indagano i più stretti collaboratori, non vuole le primarie

Milano, Pd a pezzi su Sala: Renzi rischia di perdere

Milano, tra i dem è tutti contro tutti. Sala in standby. Sel e Pisapia diffidenti. L'evento del 20 novembre per autofinanziarsi è il bivio: compattarsi o rompere.

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20 Novembre 2015
Luca Lotti e Matteo Renzi.
(© Imagoeconomica) Luca Lotti e Matteo Renzi.
L'arrivo di Luca Lotti, braccio destro di Matteo Renzi, a Milano per la cena di autofinanziamento del Partito democratico in vista delle elezioni comunali del 2016 non poteva cadere in un momento peggiore.
Perché tra le maglie del centrosinistra milanese è ormai scattato il 'tutti contro tutti'.
È una guerra senza esclusione di colpi tra il Pd e Sinistra ecologia e libertà, compreso il vecchio movimento arancione che sostenne Giuliano Pisapia nel 2011.
Frattura ormai difficile da ricomporsi, dove nessuno vuole fare il primo passo in attesa che rompano definitivamente gli altri: un gioco al massacro su cui pende il futuro politico del capoluogo lombardo.
CAPUTO CONTRO TABACCI. C'è per esempio Roberto Caputo - candidato 'socialista' appoggiato tra gli altri dal Mes (Movimento Europeo Socialista) alle primarie previste per il 7 febbraio, ma su cui continuano a serpeggiare dubbi - che ha attaccato Bruno Tabacci, ex assessore al Bilancio: «È sbagliato caricare la figura di Pisapia di ogni responsabilità ed è sbagliatissimo considerare il Pd come una propaggine del centrosinistra e non invece la forza di maggioranza della coalizione. Cari Tabacci, Bassetti & co. bisogna far politica con la testa rivolta in avanti e non guardando sempre al passato».
PISAPIA, FAI IL CAPOLISTA? Il riferimento è all'intervista concessa dall'ex democristiano al Corriere, dove chiede a Pisapia di uscire dalla nebbie o da silenzio e candidarsi come capolista in appoggio a Giuseppe Sala, l'amministratore delegato di Expo 2015 che è in rampa di lancio per arrivare a Palazzo Marino, ma che continua a restare fermo nell'hangar per la lotta fratricida interna ai democratici.
MAJORINO NON SI RITIRA. Nel frattempo, l'altro candidato alle primarie Pierfrancesco Majorino ha pubblicato su Facebook il video di Ufficiale e Gentiluomo con Richard Gere, per respingere le voci che lo vorrebbero in ritirata.
Il punto è sempre lo stesso. Sala nei suoi colloqui con il premier Matteo Renzi ha spiegato che preferirebbe non fare le primarie.
Per questo motivo da diverse settimane continuano a girare voci sul possibile ritiro di Emanuele Fiano come quello di Majorino.
TICKET? NO, GRAZIE. Girano ipotesi di ticket che però vengono respinti al mittente in quanto poco praticabili.
Non solo. Il documento programmatico firmato da una parte di assessori della giunta ha aumentato le tensioni a cui si aggiungono ogni giorno nuovi problemi.

Il tentativo di 'allungare' le primarie di due giorni per Sala

Giuseppe Sala e Matteo Renzi.
(© GettyImages) Giuseppe Sala e Matteo Renzi.
In vista primarie il quotidiano Il Giorno ha registrato il tentativo del Pd di allungare di due giorni le primarie.
C'è un rischio concreto che l'elettorato pro Sala non partecipi lasciando a Majorino troppo spazio?
Semplici malignità? In realtà sembra continuare il 'tira e molla' tra Sel e i democratici su chi debba rompere per primo.
SALA IN... PELLEGRINAGGIO. È probabile che il Pd renziano aspetti la spaccatura, ma allo stesso tempo Sel continua a resistere.
Nel frattempo il potenziale candidato sindaco è in pellegrinaggio a Santiago de Compostela, torna a fine novembre e dovrebbe incontrare Renzi per riuscire a chiudere sulla candidatura.
Ma come si riuscirà a comporre la frattura?
RISCHIO DI BALLOTTAGGIO. C'è chi fa notare, sempre nel centrosinistra, che 'Beppe' è molto forte sulla carta come candidato, anche perché una buona parte degli ex centrodestra di Silvio Berlusconi potrebbe seguirlo in una lista civica.
Ma tra Alessandro Sallusti, il candidato più papabile al momento per Forza Italia e Lega Nord, il solitario Corrado Passera e il Movimento 5 stelle c'è poco da stare allegri.
C'è infatti il rischio che alla fine a Sala tocchi fare il ballottaggio, perché il 50% dei consensi è al momento, secondo tanti, un miraggio.
Soprattutto se la vecchia sinistra arancione e Sel dovessero andarsene rompendo il patto.
In sostanza Milano sta diventando un problema per Renzi, un rebus molto difficile da risolvere.
Toccherà al fidato Lotti mettere pace tra le anime inquiete? 

Elezioni amministrative, Torino, ci si muove per bande, blocchi di voti per poltrone&soldi&potere questo è il corrotto Pd

RETROSCENA

Moderati per Renzi (e per Verdini)

Pubblicato Venerdì 20 Novembre 2015

Lo zatterone di Portas si prepara a imbarcare la ciurma degli esuli del centrodestra. E per studiare le modalità dell'approdo il premier manda in avanscoperta il fido Lotti. Summit la settimana prossima. Al vaglio possibili modifiche dell'Italicum

Cos’avranno da discutere il renziano di complemento (seppur con i gradi di comandante in capo dei Moderati) e l’ufficiale di collegamento tra il premier-segretario e le truppe di Denis Verdini? Nell’incontro riservato, ma già concordato, che ci sarà la prossima settimana tra Giacomo Portas, per tutti Mimmo, e Luca Lotti gli argomenti non mancheranno di sicuro. Non bisogna lambiccare troppo per prevedere che uno dei punti, se non il principale, all’ordine del giorno del conciliabolo saranno le prossime elezioni. Amministrative, certo, ma anche quelle politiche di là da venire. Torino è una delle piazze dove il Pd a trazione fiorentina potrebbe incontrare difficoltà, fino a ieri impensabili, e la riconferma di uno stanco e demotivato Piero Fassino preoccupa non poco il Nazareno. L’uomo dei numeri, nato e cresciuto tra sondaggi e call center, ormai ben navigato con il suo zatterone in riva al Po, è in grado di scandagliare i fondali e avvertire, forse per primo, incagli e marosi. E la sua carta di navigazione, ma soprattutto, la sua agile galera potrebbe risultare utile a imbarcare la ciurma di alleati “ingombranti” allo scoglio delle urne.
 
Per il voto politico c’è tempo, vabbè, però sia Lotti sia il deputato torinese non sono certo i tipi da farsi piovere addosso le cose, senza aver aperto per tempo l’ombrello e aver pure controllato che non abbia neppure un buco. Prima ci sono le amministrative, è vero. Quelle che Portas, sempre guardando al 2018, ma non rinunciando a prevedere una scadenza anticipata della legislatura, considera un test (oltre che l’opportunità per portare a casa il risultato, fornendo all’alleato Pd la consolidata lealtà, che a Torino per esempio vale pur sempre un 10 per cento). Ma le grandi manovre che incominciano ad essere studiate con un largo anticipo sono calibrate sul bersaglio grosso, che per non pochi degli attuali parlamentari posizionati non saldamente al centro equivale a una roulette russa. Indovinare il colpo per evitare di essere fatti fuori definitivamente dal Parlamento, più precisamente non riuscire a tornarvi. E piuttosto che trovare una porta sbarrata dalle urne e dall’Italicum (pur con possibili modifiche), meglio bussare a un’altra… Portas.
 
È proprio a questa transumanza, all’imbarco sullo zatterone moderato di salvataggio gonfiato e messo in acqua al tempo giusto dall’ex bersaniano torinese che questi, insieme a Lotti, si sta preparando. Forte del suo network basato sul marchio in franchising che gli fa contare un migliaio di amministratori locali sparsi per il Paese, Portas è per il partito di Renzi qualche cosa di più di un semplice alleato, una banale stampella. È la terza via per quegli elettori che non votano più a destra, ma non se la sentono di passare la matita copiativa sul simbolo del Pd. Ma è anche la via verso una probabile rielezione per almeno qualche attuale parlamentare della galassia centrista e anche ex berlusconiana, altrimenti destinato a dire addio per sempre al Palazzo. Non di meno, e lo sa bene Lotti che è l’esponente del Giglio Magico di Matteo Renzi più prossimo a quegli ambienti, i Moderati possono rappresentare una sorta di centro di permanenza temporanea per quei personaggi che gran parte dei dem non ne vuole sapere assolutamente di vedere nella lista del partito: dai verdiniani agli alfanoidi delusi.
 
Non è un caso – nulla lo è mai per Portas – se allo storico nome Moderati, nel simbolo recentemente registrato il deputato dai trascorsi berlusconiani ha aggiunto “per Renzi”. Semmai ne avesse ancora di vecchi manifesti, gli basterebbe un foglio con su scritto il nome del premier e coprire quel “per Bersani” di qualche anno fa. Il copia incolla funziona: alle comunali dell’anno prossimo sotto la Mole la versione prevede i “Moderati per Fassino”. Della partita saranno pure i reduci della disfatta montiana. Tra di essi c’era chi pur ribadendo la lealtà al premier, quel “per Renzi” lo aveva immaginato in un più smorto e meno impegnativo “per l’Italia”. Delusi, ingoieranno il rospo: Portas va avanti per la sua strada e visto che quelle percorse fino ad oggi non lo hanno mai condotto dalla parte sbagliata, magari andrà meglio pure per loro che non vedono l’ora di scrollarsi definitivamente pure i pelucchi del loden. Per restare in pista lo sostituirebbero pure con il giubbotto di Fonzie.
 
Portas e Lotti sono uomini pratici e di sofismi non ne vogliono sapere. Così come non sfugge loro che per preparare lo zatterone moderato, calcolarne i posti e fare le esercitazioni di imbarco ci vuole tempo e calma. E bisogna pure evitare pericolose rincorse. Difficile, quindi, immaginare almeno a breve la costituzione di gruppi alla Camera, così come al Senato. Più che una faccenda di numeri è una questione di opportunità. Meglio restare ognuno là dove si è (compreso lo stesso Portas nel gruppo dem e Michelino Davico (ex leghista) nel Gal a Palazzo Madama) e lavorare più o meno sottocoperta. Al momento opportuno per far salire a bordo chi vede la salvezza, non ci sarà neppure bisogno di un colpo di fischietto. La via d’uscita per cercare di non uscire dal Palazzo ha una sola Portas.

venerdì 20 novembre 2015

Isis/al Qaeda sono il frutto dell'industria delle armi e della paura, queste si possono sconfiggere combattendo l'iniquità&ingiustizia

Papa Francesco: l'anatema di Bergoglio sulla guerra dei ricchi contro i poveri

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"Cosa rimane di una guerra, di questa, che noi stiamo vivendo?", si è chiesto il Papa nella messa a Santa Marta. "Rovine, - ha detto - migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: e tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi". "La guerra - ha detto ancora Bergoglio - è proprio la scelta per le ricchezze: 'Facciamo armi, così l'economia si bilancia un po', e andiamo avanti con il nostro interesse".
"Ma anche oggi - ha affermato il Papa nella messa a Santa Marta - Gesù piange, perché noi abbiamo preferito la strada delle guerre, la strada dell'odio, la strada delle inimicizie. Siamo vicini al Natale: ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi; tutto truccato: il mondo continua a fare la guerra, a fare le guerre. Il mondo non ha compreso la strada della pace".
Papa Francesco ha aggiunto: "E mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un'altra, un'altra, un'altra, danno la vita". Come fece "un'icona dei nostri tempi, Teresa di Calcutta". Contro la quale pure, "con il cinismo dei potenti, si potrebbe dire: 'Ma cosa ha fatto quella donna? Ha perso la sua vita aiutando la gente a morire?".

2015 crisi economica, tutti si stanno preparando all'aumento dei tassi d'interessi della Fed, il cui unico scopo è quello di attrarre i Capitali dal resto del mondo e ancora una volta salvare gli Stati Uniti sulle miserie degli altri

La lezione della storia e le regole dell'economia


Quale sarà l'impatto economico di questa recrudescenza terroristica? La domanda è legittima, anche se può sembrare cinica in questi momenti di dolore e di rabbia. La prima osservazione da fare è che i danni diretti – e non si parla naturalmente dei danni senza misura legati a tante vite recise – sono modesti. La storia insegna che sia le catastrofi naturali che i disastri causati dalla pazzia fanatica degli uomini lasciano poco più che ammaccature nel corpaccio dell'economia. I danni indiretti possono essere più seri, se attentati ripetuti ingenerano incertezze, paure e ritegno a spendere. Anche qui, tuttavia, l'esperienza insegna che le propensioni alla spesa possono cambiare di composizione ma non di livello.
Il sentiero dell'economia mondiale continua a correre sul doppio crinale di una transizione e di una divaricazione, e gli schizzi di sangue, per quanti strazi incidano nella carne viva della nazione, rimangono a margine di quel sentiero.
La divaricazione sta nelle politiche monetarie dell'una e dell'altra parte dell'Atlantico. In America è praticamente certo che i tassi di interesse aumenteranno. Ad attutire l'orrendo shock di un tasso a breve che sale dallo 0,0% allo 0,25% ci sarà un'attenuante – i tassi risalgono perché l'economia va bene – e una serie di cautele sul cammino futuro: altri rialzi dipenderanno dai dati dell'economia, e in ogni caso il punto di arrivo – ha detto molte volte la Fed – sarà più basso rispetto a quello che un tempo era considerato “normale”. In Europa, invece, la Bce si avvia ad allargare ancora i cordoni della moneta. Lo strumento è ancora da decidere, ma l'orientamento è verso altre boccate di ossigeno per un'eurozona che si riprende a passi troppo piccoli.
La transizione riguarda la Cina: i motori della crescita si spostano dall'export alla domanda interna, dagli investimenti ai consumi. Ci sono danni collaterali, come il crollo delle materie prime, ma in sè la transizione è positiva. E il disgelo post attentati con la Russia va a sciogliere un nodo infetto nelle relazioni economiche internazionali. Insomma, l'economia mondiale tiene, e non saranno gli urti cruenti del terrorismo a farla deragliare. Come scrisse Eugenio Montale: «La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice./ Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C'è chi sopravvive».

Muos, è uno strumento di morte, via dalle terre siciliane e italiane

TERRORISMO

Il Muos di Niscemi è a rischio attentati

di
Dopo la strage di Parigi, tra i sorvegliati speciali c’è anche la base della Marina militare statunitense di contrada Ulmo

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NISCEMI. La strage di Parigi di venerdì sera, ad opera dei terroristi islamici dell'Isis, ha fatto salire anche in Italia lo stato di allerta per possibili attentati verso gli obiettivi sensibili. Fra questi, viene catalogata la base della Marina militare statunitense di contrada Ulmo, a Niscemi, dove è stata realizzata la contestatissima quarta stazione mondiale di telecomunicazione satellitare (in sigla Muos). Al motto di «Je Suis No Muos - Nous Sommes No War», il Coordinamento regionale dei Comitati No Muos, in un comunicato, condanna il clima di paura che si è diffuso all'indomani degli attentati nella capitale francese.
"Dopo la strage avvenuta a Parigi - si afferma in una nota No Muos - adesso molti capiranno finalmente che partecipiamo a guerre da anni e questo renderà più comprensibile a sempre più persone quali sono le ragioni che ci hanno spinto a batterci come No Muos in tutto questo tempo. Con le nostre mobilitazioni e con le nostre azioni dirette finora, abbiamo cercato di opporci alla presenza di basi militari in tutta la Sicilia per impedire che le tensioni geopolitiche degenerassero sempre più, travolgendo anche noi".

http://caltanissetta.gds.it/2015/11/20/il-muos-di-niscemi-e-a-rischio-attentati_438864/