L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 gennaio 2016

2016 crisi economica, la Fed aumenta i tassi e non perché la sua economia vada bene ma per una decisione politica, il rientro dei capitali in giro per il mondo, questo depaupera soprattutto i paesi più poveri che si trovano strozzati da questo aumento, si difende il renminbi, l'euro, lo yen e la corona svedese con svalutazioni





USA tra rialzo dei tassi, borse in rosso e Cina: è rischio recessione?

USA tra rialzo dei tassi, borse in rosso e Cina: è rischio recessione?

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Il rialzo dei tassi USA programmato dallla Fed per quest’anno potrebbe essere a rischio a causa di diversi fattori. L’economia USA è davvero pronta ad una stretta ?
La Federal Reserve quest’anno ha programmato di effettuare quattro rialzi dei tassi di interesse statunitensi da un quarto di punto percentuale e con cadenza trimestrale. La Fed a Dicembre ha aumentato già dello 0,25% i tassi di interesse, forzando in parte la mano visto che il target sull’inflazione non è stato ancora raggiunto.

Secondo la banca centrale americana, l’economia statunitense è pronta per ricevere una stretta di politica economica ma ci sono delle nubi all’orizzonte che
 potrebbero frenare la svolta di politica monetaria voluta dalla Fed.

USA: l’economia è davvero così forte?

A Dicembre, come si sa, la Federal Reserve ha annunciato il tanto atteso aumento dei tassi di interesse americani ponendo fine ad una politica monetaria espansiva che durava da diversi anni. Per la banca centrale statunitense, l’economia USA è pronta ad affrontare una stretta sulla politica monetaria visti i buoni risultati conseguiti sulla disoccupazione e sulla crescita del PIL.
Tuttavia, vi sono alcuni dubbi sul fatto che l’economia americana sia pronta per tale stretta e questo è visibile da alcuni dati macroeconomici e dalla situazione dei maggiori partner commerciali del Paese.
Andando con ordine, due giorni fa è stato pubblicato il dato sull’indice ISM manifatturiero statunitense che è risultato sotto le attese e registrando un calo che ormai dura da questa estate.

Questo indice è di fondamentale importanza perché è come se fosse una radiografia del settore manifatturiero di un Paese. Difatti, il PMI manifatturiero tiene conto della capacità produttiva, della capacità di acquisire beni e servizi da parte delle aziende, dei nuovi ordini, dell’occupazione del settore e della consegna e delle scorte del settore manifatturiero.
Il PMI manifatturiero statunitense, non solo è risultato deludente rispetto al consenso ma si sta muovendo stabilmente a ribasso contro il valore considerato “soglia” del 50%.
Un declino costante al di sotto di tale valore indica una fase recessiva del settore manifatturiero e quindi dell’industria. Recessione confermata anche dai profitti trimestrali delle aziende statunitensi che, come si vede dal grafico sottostante, negli ultimi due mesi e nella scorsa primavera sono risultati in calo.

Tutto ciò a dimostrazione che l’industria statunitense non gode di ottima salute e che grazie alla svalutazione del petrolio e dall’aumento di valore del Dollaro USApotrebbe peggiorare.

Il ruolo del petrolio nell’economia statunitense

Il petrolio gioca un ruolo molto importante nella crescita del PIL statunitense. Gli aumenti dei prezzi negli scorsi anni hanno fatto in modo che aumentassero gli investimenti nel settore Oil & Gas americano, con gli Stati Uniti che nel 2014 erano diventati primo produttore al mondo di greggio superando l’Arabia Saudita.
Il crollo improvviso del petrolio richiede un taglio degli investimenti da parte delle società del settore che investe di riflesso tutti i settori collegati alla produzione di greggio statunitensi.
La guerra dei prezzi e della produzione aperta dall’Opec nei confronti degli Stati Uniti, sta mettendo in ginocchio il settore Oil & Gas americano: si pensi che nel solo 2015 sono stati bruciati 70.000 posti di lavoro nel settore e 9 compagnie hanno fatto richiesta di bancarotta.
La stessa Federal Reserve di Dallas aveva posto il problema in un report denunciando che a questo ritmo di fallimenti ci sarebbero potuti essere ripercussioni pesanti anche nel 2016.

Cina e Dollaro mettono a rischio la crescita USA

Non solo: il rallentamento della Cina rappresenta un grosso rischio per l’economia americana. In primis per il petrolio visto che la Cina è primo importatore al mondo e la diminuzione della domanda di greggio dipende principalmente dal Paese asiatico e dalle economie emergenti.
In secondo luogo, la Cina è foraggiatrice del debito pubblico e del settore immobiliare americano ed una rivalutazione del Dollaro americano potrebbe mettere a rischio gli acquisti di questi da parte della Cina.
E qui si pone un altro problema: l’aumento di valore del Dollaro USA. Una rivalutazione della moneta statunitense mette in difficoltà i mercati emergenti con la Cina in prima fila visto che molte aziende del Paese hanno il debito espresso in Dollari. Inoltre, l’aumento del Dollaro comprime le esportazioni statunitense causando ulteriori danni ai già provati profitti delle società USA.
La nuova svalutazione dello Yuan arrivata quest’oggi e che potrebbe arrivare prossimamente (per rilanciare l’export cinese) rischia di peggiorare ulteriormente la situazione debitoria delle aziende cinesi.

Disoccupazione e inflazione USA sono parametri corretti per il rialzo dei tassi?

Seppur vero che la disoccupazione americana si trova ai minimi dal 2008 e che è stato uno dei driver del rialzo dei tassi da parte della Fed, il rischio recessione dell’economia statunitense mette a repentaglio anche questo dato.
La linea guida della banca centrale USA rimane sempre l’inflazione poiché un aumento di questa si riflette positivamente sui debiti sia di aziende che statali visto il diminuito valore reale della moneta.
La grande offerta di denaro, perpetrata attraverso i vari QE messi in campo dall’istituto centrale statunitense, fa in modo di comprimere il valore reale del Dollaro americano.
Questo però ha un effetto negativo sui consumi che sono il reale motivo della crisi economica globale. In vari Paesi del mondo, compresa l’Eurozona, la messa in atto di misure di politica monetaria senza precedenti sta cercando in qualche modo di risollevare i consumi domestici senza però riuscire effettivamente nell’intento.
La mancanza di un aumento reale della moneta e il mancato trasferimento di ricchezza agli strati medio-bassi della popolazione sta comprimendo sempre più la spesa dei consumatori che sono sempre più inclini al risparmio e meno al consumo.
L’exploit di vendite verificatosi durante il black friday e il cyber monday è indice che i consumatori sono disposti a spendere solo a prezzi di vantaggio mentre a prezzi normali non lo sono.
Una stretta sull’economia americana, come detto, rischia di mettere in difficoltà le aziende statunitensi che per tagliare i costi ed aumentare i margini di guadagno dovranno mettere mano al costo del lavoro.
Questo si traduce in un abbassamento dei salari e ad un’ulteriore contrazione dei consumi interni che si ripercuoterà sugli utili delle società.
Tutto ciò, sommato ad una crisi dei maggiori partner degli USA (Eurozona compresa) rischia di portare ad una spirale recessiva che potrebbe portare ad un mancato rialzo dei tassi USA e ad un ritorno ad una politica espansiva.


Gli effetti di un evento simile potrebbero essere drastici: se l’economia statunitense non regge c’è il rischio di un pesante sell-off sui mercati mondiali e a ripercussioni sulle economie sia di Paesi sviluppati che emergenti.

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