L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 gennaio 2016

Il Capitalismo ha bisogno sempre più di velocizzare i suoi ritmi nella precarizzazione estesa a tutti

Neocapitalismo, alienazione e guerra
di Eugenio Orso
...
Il vecchio capitalismo industriale, dalla prima rivoluzione alla “riforma” keynesiana e al dopoguerra, era sostanzialmente reattivo, nel senso che si attivava e si trasformava solo davanti a minacce serie alla sua riproduzione, come ad esempio la crisi di fine ottocento, le lotte proletarie (dentro e fuori dal capitalismo), la crisi del ’29, la concorrenza del collettivismo sovietico. Se l’orizzonte fosse stato sgombro da minacce e pericoli, il capitalismo produttivo della prima rivoluzione industriale avrebbe continuato indefinitamente per la sua strada, a braccetto con l’alta borghesia proprietaria. Il neocapitalismo a vocazione finanziaria, invece, è pro attivo, nel senso che anticipa la minaccia, la debella e consolida la sua presa sul mondo. Per questo i suoi agenti strategici hanno iniziato da tempo, con successo, la lotta all'espansione del welfare e ai diritti dei lavoratori in occidente (guerra di classe a senso unico), hanno fomentato ad arte le “bolle” sui mercati finanziari, hanno circondato minacciosamente con le armi della Nato, i mercenari e i terroristi la Russia, hanno provocato guerre devastanti nello scacchiere medio-orientale, eccetera. 

Lenin aveva individuato nell'imperialismo lo stadio finale del capitalismo, essendo l’imperialismo qualitativamente diverso dal capitalismo e potendo esistere un capitalismo privo di lineamenti imperialisti. Analisi corretta la sua (stiamo evocando un grande), ma non definitiva, valida da qui all'eternità, perché Eugenio Orso, 30 dicembre 2015 7 l’imperialismo ai tempi del teorico (e pratico) rivoluzionario russo è diverso, nei fondamenti, dall'attuale imperialismo. Così è quello che io definisco “imperialismo finanziario privato”, non legando indissolubilmente, ad aeternum, le sue fortune e la sua capacità di dominio a una specifica e sovrana potenza statuale, come gli Stati Uniti d’America piuttosto che la declinante Gran Bretagna. La dimensione sopranazionale, vigilata e organizzata dagli organi della mondializzazione, è il suo elemento, privo di confini, libero da pericoli, come ad esempio la fastidiosa sovranità degli stati, che vorrebbero metter sotto il sistema bancario e garantire la protezione dell’industria nazionale. Uno spazio globalizzato in cui è impossibile che la politica riporti l’economia, debitamente finanzia-rizzata, sotto il suo controllo. Al contrario, sono proprio i “Mercati e Investitori”, secondo una nota espressione giornalistica, a controllare la politica e le sue decisioni strategiche.

Guerra, crisi economica, ideologia e struttura neocapitalista

Se Lev Trockij, che fu con Lenin e organizzò l’Armata Rossa, scrisse Guerra e internazionale (1914, se la memoria non mi tradisce), oggi qualcuno dovrebbe prendersi la briga di scrivere Guerra e globalizzazione, naturalmente economico-finanziaria. La mia non è una battuta fine a se stessa, perché gli apostati del comunismo e gli eredi infedeli della sinistra sono passati in massa, nel corso degli ultimi due decenni del novecento, agli apparati ideologico-mediatici e accademici neocapitalisti, sostituendo all'internazionale proletaria la globalizzazione economica. Nonostante il respiro planetario, comune all'internazionale proletaria e alla globalizzazione di matrice neoliberista, le abissali differenze le può notare anche un comune frequentatore di bar sport. Costoro, per servire con zelo il nuovo padrone, hanno persino inventato la clamorosa balla della “globalizzazione dei diritti”, tipicamente sinistroide e fuori dall'ordine del possibile, che avrebbe dovuto ammorbidire le durezze e correggere le crescenti ingiustizie dell’economia mondiale. Questo mentre la globalizzazione realmente esistente distruggeva i diritti dei lavoratori in occidente, usava lavoro schiavo o semi-schiavo nei paesi cosiddetti emergenti (le aeree di libero scambio, in Cina, nei paesi detti “tigri asiatiche” minori e altrove) e con un mix di crisi economiche e guerre “a bassa intensità”, come le chiamano ipocritamente militari, politici, giornalisti e intellettuali, estendeva il potere delle élite finanziarie. L’apporto d’intellettuali, giornalisti, politici e accademici, apostati del marxismo e sinistroidi, venduti non più a Mosca (secondo una battuta dei tempi di Peppone e Don Camillo), ma alle City finanziarie dominate dai Mercati e dagli Investitori, è stato molto importante da un punto di vista ideologico, del costume e degli stili di vita omologati, negli ultimi tre decenni, contribuendo a legittimare il modo di produzione neocapitalista. 

L’economia (neo)liberista, compendiata dal liberalismo democratico sul piano politico, non una è scienza, ma soltanto ideologia. Infatti, se prendiamo la teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes e invertiamo l’ordine dei fattori, l’intera somma cambia, a differenza di ciò che accade in matematica. Anteponendo all’occupazione, cruciale per il baronetto inglese, l’interesse e la moneta, ci troviamo di colpo proiettati nell’attuale economia globalizzata di matrice neoliberista, non più in un sistema economico nazionale con assistenza sociale diffusa, iniziativa economica di stato e (perché no?) lineamenti di “keynesismo militare”.

A differenza di ciò che credeva Marx in relazione agli aspetti ideologici, io sostengo che la cosiddetta ideologia di legittimazione di un modo storico di produzione, per la sua crucialità non sia elemento sovra-strutturale, come la moda o l’arte, ma faccia parte a pieno titolo della struttura, che sia, cioè, non una semplice parete divisoria in cartongesso, ma un muro maestro della costruzione, senza il quale l’intero edificio rischierebbe di crollare.

Guerra “a pezzi” e crisi economica endemica rappresentano gli esiti catastrofici, per i popoli, del neocapitalismo dominante. Il nuovo capitalismo finanziarizzato – scrissi tempo fa – è come un grande squalo pelagico, simile al pinna bianca oceanico, che per non morire di asfissia non può fermarsi, adagiandosi sul fondo per dormire, e perciò dev’essere sempre in movimento. Ciò comporta la velocizzazione della creazione del valore, azionaria, finanziaria e borsistica, con la conseguente moltiplicazione di “prodotti finanziari” e soprattutto di bond spazzatura e tossici (fino a oltre le dieci volte il Pil mondiale), ma comporta anche, per placare la fame dello squalo, il susseguirsi di crisi economiche, giustamente definite strutturali, e l’uso della destabilizzazione di interi paesi trascinati negli inferi della guerra (anche se “a bassa intensità”). I focolai di resistenza, effettivi e potenziali, devono essere eliminati, possibilmente giocando d’anticipo, e per questo  motivo esplodono “bolle” finanziarie in occidente, si abbassa il prezzo del petrolio per danneggiare la Russia resistente e scoppiano guerre in paesi che rappresentano, o potrebbero rappresentare, un problema per le élite neocapitaliste. Il mostro nuovo-capitalista è sempre in movimento e, come chiarito in precedenza, è sempre pro-attivo, non semplicemente reattivo come lo era il suo ascendente, cioè il capitalismo industriale del secondo millennio.

Per aumentare il valore artificialmente creato si può far esplodere la “bolla” High Tech (esemplifico a caso), oppure destabilizzare un paese non ancora sotto controllo, che si vuole neutralizzare o controllare in futuro assieme alle sue risorse energetiche, come ad esempio la Libia. Se lo stato di crisi economica diventa un “assetto permanente”, così anche la guerra (almeno per ora) “a pezzi” e non mondiale è “infinita”, esattamente come quella “al terrore” dichiarata nel 2001 da Bush figlio il cretino, ispirato e manovrato dai neocon. Le cosiddette rivoluzioni colorate, orchestrate e supportate dall'occidente, in diversi casi sono fallite e non hanno raggiunto l’obbiettivo, come quella verde Iraniana fra il giugno 2009 e lo stesso mese nel 2010, che aveva quale pretesto la rielezione, con sospetto d’irregolarità, dell’allora presidente Mahmud Ahmadinejad. Ecco che si è passati con decisione, oltrepassando qualsiasi limite imposto dall'etica e dalla stessa ragione, alla destabilizzazione nelle forme più violente e sanguinose, ben oltre le rivoluzioncelle twitterate appoggiate dalle Ong, infarcite di “diritti umani” e democrazia esportata, provocando vere e proprie guerre civili e inondando il campo di mercenari stranieri, come accaduto in Siria, paese sottoposto a un martirio violentissimo e senza fine. Quella che io chiamo l’asse del male e della guerra endemica, con gli Stati Uniti in testa, la Nato, le monarchie islamosunnite del Golfo, la Turchia e Israele, è uno strumento nelle mani della classe globalfinanziaria occidentale, per imporre la sua “lex de imperio neocapitalista” al mondo. Crisi economica strutturale e guerra infinita a pezzi (secondo alcuni “geopolitica del caos”, che sarebbe possibile addirittura controllare) sono elementi strutturali del modo di produzione neocapitalista, senza i quali la costruzione non potrebbe reggere a lungo. Il vecchio imperialismo ai tempi di Lenin era sicuramente guerrafondaio, ma oggi, credetemi, è mille volte peggio. 

....

Nessun commento:

Posta un commento