L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 gennaio 2016

Opus Dei e Francesco

Settimo Cielodi Sandro Magister07 genL'oro del Perù. L'Opus Dei l'ha perso quasi tutto

perù
Con la nomina di Greg Burke a vicedirettore e – si sussurra – a futuro successore del direttore della sala stampa della Santa Sede padre Federico Lombardi, l'Opus Dei si è aggiudicata un posto di rilievo nel nuovo organigramma vaticano.
Burke, infatti, americano di St. Louis, già corrispondente a Roma di "Time" e di "Fox News" e dal 2012 "advisor" per la comunicazione della segreteria di Stato, è numerario, cioè membro con voto di castità, dell'istituzione fondata da san Josemaría Escrivá de Balaguer. Esattamente come lo era stato prima di lui Joaquín Navarro-Valls, l'indimenticato portavoce di papa Karol Wojtyla.
Ma questa nomina non scioglie affatto le difficoltà che l'Opus Dei incontra nel suo rapporto con il primo papa gesuita della storia.
L'avversione della Compagnia di Gesù per l'Opus Dei è un ritornello della storia recente della Chiesa. E Jorge Mario Bergoglio s'è sempre guardato dal prendere le pubbliche distanze da questo stereotipo.
È vero che il cardinale dell'Opus Dei Julián Herranz, 85 anni, canonista di riconosciuta qualità, è uno dei pochissimi della vecchia guardia ratzingeriana che Francesco ancora stimi e ascolti. Ma quando s'è trattato di riformare i processi canonici di nullità matrimoniale il papa non ha per niente fatto tesoro della sua competenza, per affidarsi invece a un miracolato della carriera come l'attuale decano della Rota romana Vito Pio Pinto, i cui confusi prodotti sono ora sotto gli occhi esterrefatti dei canonisti di tutto il mondo.
È vero che al sottovertice dell'Opus Dei Bergoglio ha collocato – inaugurando per lui la carica di "vicario ausiliare" – un argentino suo amico, Mariano Fazio. Ma più che altro con il compito di tenere a bada il numero uno dell'Opus, il vescovo prelato Javier Echevarría Rodríguez e il resto della gerarchia della prelatura, come confessato candidamente dallo stesso Fazio in un'intervistadopo la sua nomina:
"A me il papa ha consigliato di stare molto attento al prelato, di seguirlo molto da vicino. Ed è quello che cercherò di fare".
Un effetto di questo controllo lo si è toccato con mano prima, durante e dopo il sinodo sulla famiglia, un argomento sul quale l'Opus Dei ha fior di specialisti, specie nella sua università romana della Santa Croce, ma sul quale ha incredibilmente taciuto, salvo qualche erudito articolo sulla rivista "Ius Ecclesiae" diretta dall'insigne canonista Joaquín Lllobell e qualche sporadico convegno a lume spento. E il motivo di questo imbavagliamento sembra proprio essere la posizione compattamente ortodossa dei suoi principali studiosi, fedelissimi alla tradizione dottrinale e pastorale della Chiesa in materia di matrimonio e quindi per niente congeniali con le "aperture" di Francesco.
Andando al sodo, c'è comunque un dato di fatto incontestabile che prova la mano pesante di Bergoglio sull'Opus. E ha come teatro il Perù.
In questo paese, negli ultimi decenni, l'Opus Dei aveva man mano conquistato con propri vescovi un numero insolitamente alto di diocesi, a cominciare dalla capitale Lima, dove tuttora regna uno di loro, il cardinale Juan Luis Cipriani Thorne.
E come da copione gli oppositori storici di questa avanzata dell'Opus erano stati dei vescovi appartenenti alla Compagnia di Gesù, a cominciare dal predecessore di Cipriani, Augusto Vargas Alzamora, e soprattutto dal combattivo vescovo di Chimbote, Luis Arnando Bambarén Gastelumendi, sostenitore della teologia della liberazione e a lungo presidente della conferenza episcopale peruviana.
Negli anni di Benedetto XVI, tra i vescovi del Perù appartenenti all'Opus Dei si sono annoverati, oltre al cardinale Cipriani, quello di Yauyos e poi di Cuzco Juan Antonio Ugarte Pérez, di Arequipa Luis Sánchez-Moreno Lira, di Chiclayo Jesús Moliné Labarte, di Abancay Isidro Sala Rivera, di Chuquibamba Mario Busquets Jordá, più gli ausiliari di Ayacucho Gabino Miranda Melgarejo e di Lima Guillermo Martín Abanto Guzman, quest'ultimo poi promosso ordinario militare.
Oggi però nessuno di questi vescovi è più in carica. E le loro rimozioni, più o meno forzate, sono quasi tutte avvenute regnante Francesco. Oltre a Lima con Cipriani, l'unica sede che è ancora retta in Perù da un vescovo dell'Opus Dei, Ricardo Garcia Garcia, è la piccola prelatura territoriale di Yauyos.

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