L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 gennaio 2016

Siria, la Rivoluzione a Pagamento ha perso

Siria: Il puzzle degli oppositori al regime perde un tassello fondamentale

07 Gennaio 2016

Dopo un anno denso di colpi di scena e capovolgimenti, gli sgoccioli del 2015 hanno portato un’altra notizia che potrebbe rivelarsi determinante per i futuri sviluppi del conflitto in Siria: la morte di Zahran Alloush, il famigerato leader di Jaish al-Islam. Alloush e il suo gruppo controllavano dal 2013 Ghouta, un grande sobborgo nel nord-est della capitale Damasco. Se Jaish al-Islam dovesse dissolversi in seguito alla morte del suo leader, come a molti appare probabile, questo significherebbe la fine quasi totale dell'immediata minaccia dei ribelli sulla capitale: un enorme risultato per il regime. Non solo, con Jaish al-Islam l'opposizione coagulatasi in dicembre a Riyadh perderebbe una delle sue componenti più importanti e militarmente rilevanti, facendo perdere ulteriore potere negoziale ai suoi delegati in vista all'apertura delle trattative col regime, il prossimo 25 gennaio.
Ma la storia di Zahran Alloush, sia la sua vita sia la sua morte, sono soprattutto simboliche delle profonde contraddizioni che caratterizzano la tragedia siriana e degli enormi sforzi che saranno necessari per dirimerle.  
Cominciamo dalla sua morte. Scriveva Tommaso Besozzi sull’Europeo a proposito della morte del Bandito Giuliano il 16 luglio 1950: “Di sicuro, c’è solo che è morto”. Esattamente la stessa cosa potrebbe essere scritta a proposito di Zahran Alloush. Di sicuro c’è che il luogo dove si trovava a Ghouta è stato colpito da un missile il giorno di Natale. Chi ha lanciato quel missile, chi ha rivelato la posizione di Alloush tradendolo, chi era con lui e cosa ne sarà di Jaish al-Islam dopo la sua morte invece non è affatto chiaro.
I russi sono stati i primi ad affermare che la loro aviazione aveva colpito il rifugio di Alloush, notizia smentita poche ore dopo dal regime siriano che ha affermato che è stato un loro caccia a compiere l’operazione. Nessuna delle due versioni ha subito una ritrattazione a testimonianza di come le tensioni fra alleati e regime esistano, ed entrambi abbiano bisogno di dimostrare la propria efficacia nel conflitto. La Russia per dimostrare di essere il game-changer che la sua propaganda cerca di dipingere, e il regime per dimostrare di essere ancora la forza dominante nel suo schieramento, nonostante siano molti ormai a dubitarne.     
Poche ore dopo la notizia dell’attacco contro Alloush, Jaish al-Islam ha comunicato che Abu Humam Bouidani è il suo nuovo leader. Il fatto che la decisione sia avvenuta così velocemente confermerebbe anche il fatto che Bouidani sia uno dei pochi sopravvissuti tra la leadership del gruppo, la quale sarebbe stata falcidiata insieme ad Alloush. Ma molti già dubitano che il nuovo leader sarà in grado di tenere insieme il gruppo armato e di mantenere il suo potere nei sobborghi di Damasco, potere che negli ultimi due anni aveva reso Jaish al-Islam il gruppo maggiormente in grado di occupare la capitale in caso di caduta del regime. Bouidani non godrebbe del rispetto del suo predecessore fra i combattenti, e non godrebbe delle entrature presso l’Arabia Saudita, grande finanziatore di Jaish al-Islam. Soprattutto, Bouidani potrebbe non avere il carisma per evitare che Jaish al-Islam faccia la stessa fine di altri potenti gruppi armati della galassia dei ribelli siriani, come Jaish al-Tawhid, che nel 2013 si dissolse in gruppi rivali dopo l’uccisione della sua leadership.
Ma per capire l’importanza di Zahran Alloush non è necessario analizzare solo le circostanze e le conseguenze della sua morte. La sua storia e il suo ruolo nel conflitto siriano sono indicativi di quanto egli ne incarni le contraddizioni.
Quando il conflitto inizia Alloush si trova in carcere, presso la famigerata prigione sotterranea di Seydnaya. Vi si trova perché è un attivista salafita. Il padre, Abdullah Alloush, è un teologo estremista e risiede in Arabia Saudita. Egli si trova a Seydnaya con molti altri esponenti della scena dell’estremismo islamico siriano, a conferma della presenza di una parte già radicalizzata dell’opposizione siriana già prima del conflitto. In prigione Alloush approfondisce la conoscenza di molti esponenti di tale scena che in seguito faranno parte di Jaish al-Islam e di altri gruppi estremisti. Lui e molti altri vengono scarcerati nel 2011, pochi mesi dopo l’inizio della rivolta. Non fuggono ne sono fatti fuggire. Vengono ufficialmente scarcerati dal regime, che è perfettamente consapevole che nel giro di poco tempo quasi tutti entreranno a far parte della rivolta, radicalizzandola ulteriormente.
Gli ufficiali del regime non si sbagliano. Alloush torna subito a Damasco, nel sobborgo di Ghouta di dove è originario. Grazie ai contatti del padre in Arabia Saudita riesce ben presto a ottenere preziose linee di credito da Riyadh e il suo gruppo di ispirazione salafita, così ben armato e finanziato, prende rapidamente il sopravvento nei dintorni della capitale, costringendo gli altri gruppi alla fuga o alla sottomissione. Espelle il regime da numerose zone attorno a Ghouta e vi stabilisce il dominio della sua organizzazione, che in seguito all’unione con altri gruppi estremisti inizia a chiamarsi Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam). Quello che stabilisce nei territori sotto il suo controllo è un dominio personale. Come diranno diversi attivisti passati direttamente dal dominio di Assad a quello di Alloush, fra i due non c’è ben poca differenza a parte i contenuti religiosi nella retorica del secondo. Come Assad, Alloush reprime ogni dissidenza, fa sparire attivisti e giornalisti, e chiunque metta in pericolo il suo potere. Intrattiene rapporti controversi con gli altri gruppi della ribellione, dall’Esercito Libero e Jabhat al-Nusra (il braccio di al-Qaeda in Siria). Quando tra il 2014 e il 2015 Isis tenta di infiltrarsi a Ghouta,Alloush porta a termine una sanguinosa operazione di repressione, apprezzata all’estero per la sua durezza soprattutto dall’alleato saudita ma anche da Stati Uniti ed europei.
Ma nonostante questo Alloush diventa presto anche il simbolo di quell’opposizione diventata quasi impossibile da sostenere per l’Occidente. In discorsi pubblici parla chiaramente della necessità di istituire in Siria uno stato basato sulla Shaaria e della totale illegittimità della democrazia per l’Islam salafita. Solo alla fine del 2015, dopo diverse pressioni esterne, Alloush dimostra il suo talento da politico senza scrupoli, ribaltando completamente la propria retorica. Inizia a parlare di un futuro democratico per la Siria e di un ruolo anche per le minoranze religiose. Nonostante ben pochi gli credano, a dicembre Jaish al-Islam partecipa alla riunione di Riyadh dell’opposizione siriana. E’ il più grande gruppo islamista che vi partecipa, e fra i più potenti in assoluto fra quelli presenti. L’unico con il potere la credibilità religiosa per poter attrarre intorno a questo nucleo di opposizione il consenso necessario, dopo un eventuale accordo col regime, per lanciare una offensiva contro i gruppo estremisti rimasti fuori dall’opposizione mainstream, come Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra. Senza contare, ovviamente, Isis.
Per questo, nonostante tutto, molti piangono la sua morte. Ma senza molto trasporto contando le molte cose che Alloush è stato, poche delle quali positive. Attivista estremista, scarcerato appositamente dal regime per radicalizzare la rivolta, dittatore sanguinario, antidemocratico convertito alla democrazia per opportunità politica. Un simbolo di tutto ciò che di contorto e contraddittorio aleggia all’interno della tragedia siriana.

Eugenio Dacrema (Ibn_Trovarelli)

Nessun commento:

Posta un commento