L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2016

Siria&Parigi, solo gli imbecilli non sanno che i Presidenti degli Stati Uniti sono eletti anche con i soldi dell'Arabia Saudita e a questa soggiaciono

IRAN E ARABIA SAUDITA SULL’ORLO DELLA GUERRA (CHE NON CI SARÀ…)

(di Giampiero Venturi)
03/01/16 
Ne parliamo da mesi su questa rubrica. Ora sembra che il frutto sia maturo: Iran e Arabia Saudita sono ai ferri corti. Tutto sembra riassumersi allo scontro atavico sciiti contro sunniti che lacera il mondo islamico da 1400 anni. Dietro le questioni teologiche però c’è un’importante partita geopolitica che interessa gli equilibri globali.
Per capire meglio quale sia la posta in palio vanno tenuti presenti due fattori:
* la fine dell’isolamento internazionale dell’Iran dopo 40 anni;
* il considerevole aumento del peso geopolitico dell’Arabia Saudita ben oltre la ristretta area mediorientale.
Il primo fattore dipende essenzialmente (v.articolo) dalla destabilizzazione di aree storicamente monolitiche come Siria e Iraq. La Siria a maggioranza sunnita è governata dagli alauiti di Assad (branca dello sciismo); l’Iraq, per decenni in mano alle tribù sunnite di Tikrit, è invece a maggioranza sciita, soprattutto a sud, nella ricca area petrolifera di Bassora. I due Paesi sono sempre stati la cartina da tornasole del peso internazionale di Teheran. L’Iran non può assolutamente permettersi che Siria e Iraq cadano contemporaneamente in mano sunnite, soprattutto se legate al wahhabismo, corrente teologico-politica sponsorizzata dai sauditi.
Seppur con molta difficoltà, il gioco lo hanno capito anche le cancellerie occidentali, improvvisamente spaventate dal concretizzarsi di un asse politico monocolore che unisca la sempre più confessionale Turchia alle sponde del Golfo Persico. Di più: considerando le penetrazioni islamiste in Eritrea e i riferimenti ideologici di Al Shabab in Somalia, la vittoria dell’ISIS (sunnita) in Siria aprirebbe uno scenario catastrofico: dal Mar Nero all’Oceano Indiano, la jihad sunnita godrebbe di coperture istituzionali certe e ininterrotte sotto il profilo geografico.
Da più parti si ritiene che l’Iran abbia interesse a non auspicare una sconfitta definitiva dell’ISIS, solo perché si ritiene che ISIS e Arabia Saudita si combattano realmente. Il coinvolgimento diretto delle forze armate iraniane e di Hezbollah (sciita) in Siria dimostra il contrario: l’Iran è una pedina attiva e fondamentale nel contenimento della deriva sunnita che unisce Riad e Califfato più di quanto le divida.
La Russia di Putin ha compreso l’importanza della posta in palio molto prima dell’Occidente e ha stretto i rapporti già ottimi con l’Iran (v.articolo).
Alle forniture militari dell’ultimo decennio e al rinnovato uso della base navale di Bandar Abbas si è sommata la consegna a Teheran sul finire del 2015 dei sistemi S-300, vero e proprio smacco alle capacità aeree occidentali. Dopo aver rassicurato Israele (v.articolo), l’intervento diretto di Mosca in Siria ha contribuito a fare chiarezza sullo schieramento delle forze e sugli attuali equilibri in Medio Oriente. Possiamo sostenere che il fantomatico fronte anti ISIS e anti terrorismo capeggiato da Riad (v.articolonon abbia grandi contenuti; per l’ambiziosa Arabia Saudita sembra molto più appetibile tenere il pallino del gioco attraverso la supremazia sunnita dall’Africa Atlantica fino al Kashmir pakistano. Mettiamo nella filiera anche l’Afghanistan, dando per probabile un prossimo ritorno dei Talebani o di altre forze fondamentaliste sunnite wahhabite.
Quanto detto ci aiuta a capire il secondo punto: l’Arabia Saudita ha considerevolmente allargato il suo ‘‘carisma geopolitico’’ sulla base di un ribaltamento nei rapporti di forza con gli Stati Uniti, loro storico partner privilegiato. Oggi è più Riad ad influenzare le scelte di Washington che non viceversa.
Tra le cause più evidenti c’è il credito politico che l’Arabia Saudita ha maturato con gli Stati Uniti in virtù di una produzione di greggio tenuta oltre misura alta per sgonfiare il prezzo del barile. La pressione americana in tal senso è da leggere soprattutto in chiave anti russa, ma indispettisce non poco anche l’Iran, quarta potenza mondiale di petrolio e molto danneggiato dal ribasso dei prezzi. Non a caso il ministro del Petrolio Benjamin Zanganeh nell’ottobre del 2015 ha inoltrato all’OPEC la richiesta ufficiale di tagliare la produzione per permettere la risalita dei listini.
Ecco allora che il terreno di competizione fra Iran e Arabia Saudita prende forma. Dietro lo scontro tra sciiti e sunniti c’è una rivalità geopolitica per il dominio di un’area macroregionale al centro d’interessi strategici mondiali.
L’esecuzione dell’imam sciita Al Nimr e le violente reazioni iraniane sono solo l’aspetto esterno di uno scontro secolare ma che dalla crescita internazionale del fondamentalismo islamico si è riempito di nuovi significati.
Il fuoco dell’ambasciata saudita a Teheran si va a sovrapporre agli scontri ormai aperti nel teatro yemenita dove Arabia e Iran sono molto più che semplici supporter rispettivamente dei lealisti sunniti e dei ribelli houthi.
La soglia dello scontro armato tra Riad e Teheran è stata superata ma è probabile che rimanga confinata a quest’area periferica permettendo ai due protagonisti delle politiche mediorientali di consolidare le loro posizioni. Aumenteranno le distanze fra sauditi e iraniani e il mondo islamico continuerà a polarizzarsi. La Russia ha fatto la sua scelta per il futuro prossimo. Vedremo Europa e USA.
(foto: IRNA)

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