L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 gennaio 2016

Sono poche centinaia di persone che detengono il potere economico, sempre gli stessi con mille incarichi

SALOTTI & TINELLI

Profumo di corte e dame di Compagnia

Pubblicato Giovedì 07 Gennaio 2016, ore 8,15

Partono i giochi per il rinnovo dei vertici delle due fondazioni bancarie. L'ex rettore fa collezione di poltrone, ma rischia l'incompatibilità. A caccia di dote pure la leader degli industriali torinesi Mattioli e la numero uno dell'Ascom Coppa

Com’è grande Piero, com’è vivo Piero, com’è bravo Piero… manca solo che, parafrasando Gaber, osino anche un com’è allegro Piero, com’è bello Piero. Complimenti ed endorsement quelli perFassino ricandidato sindaco che, in questi giorni e da qualche parte, suonano - come dire? - un po’ interessati. Sarà solo un’impressione, soltanto le abituali malignità, ma l’approssimarsi di importanti decisioni che spettano al Lungo in tema di nomine qualche dubbio lo alimenta. Se a pensare male si fa peccato, ma s’indovina, tanto vale mettere in conto un paternoster in più e rischiare, guardando alle due casseforti nonché centri di potere che s’apprestano a rinnovare vertici e poltrone di rango: la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt. Per la prima, sono in partenza le lettere ai vari enti, 12, cui spetta designare i 14 componenti del nuovo Consiglio generale per il quadriennio 2016-2020, avviando di fatto la procedura che dovrà portare al rinnovo del boardin primavera. In movimento pure la macchina per la “cugina” di via XX Settembre.

In entrambi casi, ma soprattutto per gli assetti di corso Vittorio Emanuele, la golden share è nella mani del sindaco che per consuetudine esprime o, comunque, condivide appieno la scelta del presidente, non disdegnando certo di dire la sua anche su altre figure, peraltro molto ambite e tali da scatenare corse e rincorse, contatti e blandizie. Per la Compagnia sono stabili le azioni di Francesco Profumo, da sempre la prima scelta di Fassino. Sull’ex rettore del Politecnico e attuale numero uno di Iren grava il rischio di incompatibilità con la presidenza del colosso delle partecipate: la fondazione detiene, insieme a Intesa Sanpaolo l’intero capitale sociale (100 milioni di euro suddivisi in 100milioni di azioni ordinarie, il 45% circa delle quali in pancia alla Compagnia) di Equiter, veicolo societario dedicato agli investimenti di capitale di rischio in quattro settori strategici: infrastrutture, utilities, ambiente e fondi. E proprio nel settore delle utilities Equiter possiede circa il 2,45% del pacchetto azionario di Iren.

Profumo se diventasse presidente della Compagnia rimanendo a capo pure di Iren – condizione categorica posta dallo stesso ex ministro per accettare - finirebbe con l’essere azionista (tramite la cassaforte torinese) del colosso dell’energia di cui resterebbe presidente. Un ostacolo che, tuttavia, chi sostiene la candidatura dell’ex rettore si dice sicuro di poter oltrepassare, anche se il rischio permane, tanto da aver indotto a tenere pronto un parere pro-veritate in cui esimi giuristi escluderebbero l’eventualità di dover fare i conti, dopo la probabile nomina, ad altrettanto probabili ricorsi. In caso di emergenza i sarebbe sempre la ruota di scorta rappresentata dal segretario generale Piero Gastaldo, uomo della continuità che sarebbe comunque chiamato a gestire la non facile partita della dismissione del 4% della quota di Intesa e l’investimento di 2 miliardi oggi in pancia della Compagnia.

Nell’altro Palazzo, quello di via XX Settembre tutto ormai è pronto per l’arrivo, al posto del notaio Antonio Maria Marocco, del cuneese Giovanni Quaglia, uscito dalla quarantena imposta dallo Statuto dopo l’aver rivestito incarichi in seno alla banca Unicredit. Fedelissimo di Fabrizio Palenzona, Quaglia non pare avere rivali e anche quelli che aspiravano, vedi Enzo Ghigo, si sono messi il cuore in pace: la speranza che il centrosinistra lo premiasse si è rivelata una pia illusione. E, anzi, il consolidarsi di un asse politico tra il “Camionista” di Tortona e la corrente di Fassino ne ha rafforzato ulteriormente le chance. Del resto, si vocifera nei salotti del potere subalpino che il sindaco uscente avrebbe ricevuto ampie garanzie dallo stesso Quaglia sull’impegno futuro della fondazione in operazioni strategiche per la città, Ogr in primis.

Altre sono le poltrone che scatenano ambizioni e appetiti. E si sussurra che in un palazzo come nell’altro ambirebbero di entrare, ai piani alti, altrettante dame. Di Compagnia, verrebbe da dire per la presidente uscente degli industriali torinesi Licia Mattioli. Il suo nome ricorre sempre più spesso e pare che lei stessa non disdegnerebbe l’ingresso nel futuro comitato di gestione e, magari riuscire a diventare il vice di Profumo. Del resto, per l’imprenditrice orafa una permanenza in ambito confindustriale, con la “promozione” alla guida dell’associazione datoriale piemontese, è preclusa dalla regola non scritta che vuole alternanza di mandato tra un torinese e un rappresentante di altra provincia del Piemonte. E ora l’inquilino di via Vela è Gianfranco Carbonato. Il suo rapporto con Fassino viene descritto al limite dell’ottimo e questo, aggiunto a qualche apprezzamento in più sull’operato del primo cittadino, potrebbe spianare ulteriormente la strada alla Mattioli.

Più sorprendenti, vista la sua collocazione da sempre nell’ambito del centrodestra,le lodi sperticate e i ripetuti peana nei confronti del sindaco da parte della presidente di Ascom Maria Luisa Coppa. “Accogliamo con soddisfazione la disponibilità di Piero Fassino a ricandidarsi. Ha saputo guidare Torino in un contesto di crisi importante, interpretando quel cambiamento di cui la città aveva bisogno e che ora va completato”, questo il saluto-benedizione della Coppa all’annuncio della candidatura di Filura. Anche per lei si dice sia in vista – o comunque nelle mire – una poltrona in Fondazione Crt. In verità una già la occupa nel pletorico consiglio di indirizzo. Ben altro peso avrebbe quella nel cda. Magari come vice di Quaglia. Tutto o molto dipenderà da Fassino. Com’è bravo Piero. Perché, come scrive Filippo Pananti nella Civetta, “Si ha i più bei posti e gli ottimi bocconi coi grandi ossequi e coi riverenzoni”.

Nessun commento:

Posta un commento