L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2016

Turchia e Arabia Saudita sull'orlo di una crisi di nervi e per uscire dall'angolo l'una si rifà alla Germania di Hitler e l'altra mette a morte 50 persone, Stati uniti complici

03/01/2016 
Russia e Turchia: guerra economica e di nervi

Entrate in vigore le sanzioni di Mosca nei confronti di Ankara. Che dovrà affrontare, nei prossimi mesi, una serie di problemi non da poco


Tra Ankara e Mosca è ancora scontro. Sempre più aperto e diretto. La questione siriana, in particolare per quanto riguarda la guerra contro il sedicente Stato Islamico, risulta dunque essere stata una miccia che ha fatto esplodere i rapporti tra i due Paesi. Da un lato la Russia, che con il suo impegno militare sta mettendo a segno una serie di successi contro il Daesh; dall'altro la Turchia, accusata di tenere un atteggiamento “border line” soprattutto per quanto riguarda la compravendita del petrolio.

In questo contesto, il Cremlino ha deciso di prendere misure ad hoc, che pur non influenzando troppo negativamente gli interessi economici di Mosca, dovrebbero colpire sensibilmente la Turchia. A tal proposito venerdì 1 gennaio è entrato in vigore il divieto di importazione in Russia di prodotti agricoli turchi e la chiusura di alcuni settori economici alle imprese di Ankara. Provvedimenti questi che, secondo i rappresentanti dei governi di entrambi i Paesi, peseranno sulle rispettive economie. Nonostante questo, Mosca ha dichiarato a più riprese di ritenerle necessarie ed inevitabili, aggiungendo che non ci sono le condizioni per instaurare un dialogo con l'attuale leadership turca.

Il percorso che ha portato a tale rottura è sotto gli occhi di tutti e ha radici, come già sottolineato, nella guerra contro il terrorismo islamico. Lo strappo al quale si è arrivati risulta però tanto più netto e radicale se si pensa che fino allo scorso novembre le relazioni tra Mosca e Ankara erano molto proficue. Oltretutto Putin ed Erdogan lo scorso anno si erano incontrati in varie occasioni, ed avevano manifestato reciprocamente la volontà di intensificare i rapporti commerciali tra i due Paesi. L'abbattimento del bombardiere russo Su-24 da parte di forze militari turche (definito dal leader del Cremlino come “una pugnalata alla schiena da parte dei complici dei terroristi”) ha però cambiato tutto. Ed ha portato, in una progressiva escalation di tensione, alla situazione odierna. Ovvero all'entrata in vigore del divieto di importazioni di prodotti alimentari turchi, alla sospensione del regime dei visti con Ankara e alla limitazione delle attività lavorative dei cittadini turchi in Russia.

Elementi questi che hanno provocato diversi problemi alla Turchia, sia sul fronte interno che su quello estero. Nel 2016 Ankara dovrà infatti gestire una situazione economicamente difficile, mantenendo oltretutto le sue posizioni per quanto riguarda la questione siriana. E non sarà per niente facile, come sottolinea anche il giornale turco “Hurryet”, che in un articolo sull'argomento fa rilevare che la maggior parte dei problemi di politica interna ed estera di Ankara sono ad ora irrisolti e la Turchia dovrà farci i conti nei prossimi mesi.

Le autorità turche cominciano dunque a mostrare, in tale contesto, un certo nervosismo, sia per le limitate possibilità – a causa della presenza russa – di influenzare lo scenario siriano sia per i recenti successi ottenuti dai curdi dell'Unione democratica (la questione curda resta una delle questioni irrisolte da affrontare).

La soluzione per Ankara potrebbe essere la chiusura dei 98 chilometri della frontiera con la Siria per impedire il passaggio dei miliziani dell'Isis. Ma questo significherebbe l'epilogo della politica turca sulla Siria degli ultimi quattro anni. Senza contare che le ricadute economiche derivanti dalla rottura delle relazioni commerciali con la Russia (che colpiranno prevalentemente i settori del turismo e delle costruzioni) difficilmente saranno coperte grazie ai rapporti con gli altri Paesi del Golfo.

Una situazione dunque apparentemente senza uscita. A meno che, si legge nell'articolo di Hurriyet, Ankara non venga aiutata dall'Europa, non ristabilisca le sue relazioni con Israele e soprattutto “non riesca a trovare il modo per riprendere il dialogo con il presidente russo Vladimir Putin”.

Cristina Di Giorgi e Tatiana Ovidi

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