L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2016

con questo euroimbecille si può concordare sul fatto che in Europa ognuna va per conto suo, la strategia che viene applicata serve solo alla Germania e l'Euro imploderà MA che i fondamentali siano sani dimostra che il nostro vive sulla luna, il commercio internazionale langue, i disoccupati sono milioni, il Pil è in picchiata

LE INTERVISTE DEL WEEK END - Cipolletta: "L'Europa sta sbagliando tutto: o cambia o non regge"

INTERVISTA A INNOCENZO CIPOLLETTA, economista - "I fondamentali dell'economia reale non giustificano il crollo della Borsa ma da Bruxelles e da Berlino arrivano segnali poco rassicuranti. L'Italia ha fatto quel che doveva ma il modello di integrazione e di sviluppo dell'Europa a trazione tedesca ci porta fuori strada: o si cambia in fretta o non si regge"












"L'Europa è l'unica area al mondo senza un governo in grado di controllare i fenomeni dell'economia e dei mercati finanziari, e capace di dare una sorta di garanzia di ultima istanza contro le crisi sistemiche ". Innocenzo Cipolletta, economista, già direttore generale di Confindustria ed ora presidente dell' Università di Trento, presidente dell'Aifi e di Ubs Italia sim,  si caratterizza da sempre per l'originalità delle sue analisi e per le sue ricette che sono spesso in contrasto con l'ideologia prevalente e con un certo stanco conformismo dell'accademia e del politicamente corretto.
 
In una situazione di grande volatilità sui mercati finanziari e di estrema incertezza sulle prospettive dell'economia mondiale,e in un contesto geopolitico che vede l'inasprirsi di conflitti armati e il ritorno dei nazionalismi che spingono i vari stati europei a fronteggiare da soli le difficoltà,mettendo in grave rischio la costruzione Europea,  lo abbiamo interpellato proprio per mettere a fuoco una diagnosi corretta della situazione ed indicare, se possibile la migliore via d'uscita.
 
Firstonline - La violenta crisi dei mercati azionari che ha colpito prima le banche e poi si è estesa a molti altri titoli, in particolare quelli ciclici, viene spesso liquidata dai responsabili politici come frutto della speculazione o di operatori che non hanno capito che i fondamentali delle economie, almeno quelle degli USA e dell'Europa, sono comunque in lieve miglioramento rispetto allo scorso anno. Ma forse movimenti così violenti rappresentano comunque un disagio degli operatori che se non viene affrontato rapidamente rischia poi di trasferirsi sull'economia reale. Come dobbiamo leggere questa fase di turbolenze ?
 
Cipolletta - Ci sono vari livelli di problemi che vanno attentamente valutati. A livello di movimenti di capitale si devono registrare vari fenomeni. I fondi sovrani dei paesi legati al petrolio stanno sicuramente alleggerendo le proprie posizioni perchè il basso prezzo del greggio richiede il rientro di capitali nei paesi di origine. Anche dalla Cina stanno uscendo molti capitali ( con crolli delle quotazioni di borsa ), ma pochi vengono in Europa data l'incertezza sulle prospettive del nostro continente. Poi l'introduzione del bail in è stata giustamente interpretata come un aumento dei rischi dell'investimento nelle banche che peraltro con i tassi così bassi fanno fatica a registrare utili soddisfacenti. In generale credo sia fondata la posizione di coloro che sostengono che i fondamentali dell'economia reale non sono così negativi da giustificare un tale crollo delle quotazioni di Borsa, ma tuttavia bisogna capire che gli operatori guardano anche ai segnali che vengono dalle autorità e non possono non vedere che quelli che vengono da Bruxelles o da Berlino sono poco rassicuranti , perchè o danno l'impressione di non avere la capacita' di intervenire in tempo per contrastare eventuale fenomeni negativi, o addirittura mandano segnali di voler proseguire su una strada sbagliata, che non ha avuto successo e comunque opposta a quella che servirebbe per stabilizzare le aspettative e favorire la propensione agli investimenti ed ai consumi.
 
Firstonline - Ci riferiamo al bail in e a tutti i vincoli posti in capo alle banche ed alle politiche fiscali dei governi?
 
Cipolletta - Dire che il mercato deve risolvere da solo tutte le sue crisi è pura illusione. Questo non avviene in alcun paese. Anche gli USA, dopo il caso Leman hanno salvato tutte le banche ed anche le aziende in difficoltà, come quelle dell' auto.
 
Ora inserire nuovi vincoli, come vorrebbe la Germania, al possesso dei titoli pubblici da parte delle banche avrebbe conseguenze disastrose non solo per le banche , ma per l'economia di molti paesi tra i quali certamente l' Italia. Dire che i titoli pubblici sono a rischio e quindi richiedere delle coperture di capitale da parte delle banche che li possiedono, equivale a mandare un messaggio ai mercati sulle possibilità che un paese può fallire. E se lo dice una autorità come il ministro delle Finanze tedesco o la Commissione di Bruxelles, cosa devono fare gli operatori se non vendere. ? Il problema è quindi quello di un' Europa senza governo dove ci sono delle regole che i singoli paesi devono rispettare, come il divieto degli aiuti di Stato, il bail in, i bilanci in pareggio, che hanno un senso se esistesse un governo centrale che, come accaduto negli Stati Uniti, in caso di bisogno fosse in grado di intervenire con politiche fiscali o finanziarie per evitare crisi sistemiche o periodi di stagnazione eccessivamente lunghi.
 
Firstonline -  In realtà noi europei vorremmo passare da un sistema basato sulla socialità ad un sistema di mercato dove ogni soggetto deve assumersi i propri rischi, senza sperare in aiuti pubblici.
 
Cipolletta - Noi in Europa abbia creato un modello di solidarietà che certo ha dato luogo ad abusi, ma che ha anche contribuito a ridurre i rischi per i singoli soggetti. Il passaggio ad un sistema di puro mercato, che magari può essere anche considerato eticamente più corretto, sta però creando incertezza e paralisi che ci porta nel migliore dei casi verso una lunga stagnazione ( proprio perchè si riduce la propensione dei singoli ad assumere rischi) . Il problema europeo è quindi quello di ripulire dagli azzardi di chi è riuscito ad approfittarne,il nostro modello di solidarietà ma non abolirlo in tempi troppo stretti.  Casomai occorre  avviare un percorso più lungo e realistico. Altrimenti faremo solo danni e non riusciremo nemmeno a raggiungere l'obiettivo.
 
Firstonline -  Rimaniamo in Europa. Quali sono gli errori di fondo che si stanno facendo e quali quelli di  gestione corrente. C'è una via di uscita?
 
Cipolletta -  L' Europa a trazione tedesca sta commettendo un errore  concettuale enorme. Si dice : prima raggiungiamo l'equilibrio tra i  vari paesi e quindi dei loro bilanci pubblici, della loro competitività, delle loro banche, e poi procediamo ad avanzare verso più stretti legami nelle finanze pubbliche e nella politica. E ' una strada che non ci porterà da nessuna parte. Quando mai le varie regioni di un paese hanno raggiunto l'uniformità prima di unirsi ? Ancora oggi questa uniformità non c'è in Italia , o in Francia, ma neanche in Germania ed in Gran Bretagna. Poi l'Europa con la riduzione dei deficit pubblici e con l'enfasi sulla competitività sta di fatto spingendo per basare la propria crescita  solo sull'export. Ma questo è possibile per un'area di oltre 400 milioni di cittadini ? E poi a chi dovremmo esportare le nostre merci.? In realtà la nostra crescita dovrebbe basarsi sulla domanda interna stimolata soprattutto dai paesi che avendo un debito sotto controllo, possono fare per alcuni anni una politica di deficit del loro bilancio o dagli investimenti gestiti dalla UE.  Ma per far questo occorrerebbe un governo federale più forte dell'attuale commissione di Bruxelles che ormai fa una politica sempre meno comprensibile, trattando in maniera diversa i diversi paesi ed apparendo in balia degli strattonamenti da parte dei più forti.  La situazione e' molto difficile. Non vedo svolte a breve. Certo l' attuale sistema non sembra in grado di continuare a lungo.
 
Firstonline - prendiamo il caso della Gran Bretagna....
 
Cipolletta -  Minacciando di uscire dalla Comunità con un referendum, Cameron sta ottenendo delle concessioni che di fatto minano la compattezza europea e che potranno dare il via a richieste da parte di altri paesi con il risultato che avremo una Europa a la carte, dove ogniuno prenderà quello che preferisce. Secondo me bisognava non accettare il ricatto e mettere Cameron di fronte alle sue responsabilità. Del resto credo che l'uscita dall' Europa danneggi più gli inglesi che noi continentali.
 
Firstonline -  E l' Italia che cresce, ma ancora troppo poco per le sue esigenze, come può comportarsi per cercare di cambiare il segno della politica europea?
 
Cipolletta -  L' Italia ha fatto tutto quello che doveva fare. La politica fiscale è stata molto restrittiva tanto che il deficit strutturale è vicino allo zero. Se non avessimo avuto una severa recessione e l'inflazione fosse su livelli di normalità, anche il nostro debito scenderebbe e quindi tutti gli allarmi che ogni tanto di sentono in giro per l'Europa sono infondati. D'altra parte è ormai evidente che se i tagli della spesa pubblica mantengono una fase di quasi stagnazione allora il rapporto debito - PIL non ce la farà mai a scendere proprio perchè il denominatore va giù o è fermo.  Sul versante delle riforme mi pare che si sia fatto tutto quello che si doveva. Ora l'importante è curarne l'implementazione senza la quale le nuove leggi non si tramutano in comportamenti concreti. Dall' Europa per ora non arrivano sostegni ma addirittura segnali destabilizzanti.
 
Firstonline - E' quindi giusto chiedere  un pò più di flessibilità nel deficit di bilancio per cercare una accelerazione della crescita?
 
Cipolletta - Credo che alla fine Bruxelles cederà alle richieste italiane. Ma il problema è che noi non possiamo dare l'impressione che vogliamo solo spendere più soldi pubblici per fare qualche regalo qua e là. Dobbiamo trovare il modo per chiedere una riflessione strategica su dove sta andando l' Europa. Se deve essere solo un insieme di Stati autonomi con legami modesti come quelli reclamati da Cameron, oppure se bisogna  fare qualche passo in avanti  verso una più stretta integrazione, e come farlo. Stare in mezzo  al guado ci porta solo svantaggi. Ed anche in Italia la pubblica opinione sta cominciando ad essere profondamente delusa dal tipo di politica che viene da Bruxelles.La disciplina va bene, ma sull' altro piatto della bilancia quali vantaggi e garanzie ci sono?
 
Firstonline - Ma l' Europa oggi attraversa una profonda crisi  legata in maniera particolare alla questione degli immigrati la cui mancata gestione gestione (pur tenendo conto delle oggettive difficoltà) sta dando fiato alle formazioni nazionaliste che ci riporterebbero agli anni cinquanta o, speriamo di no, agli anni trenta.
 
Cipolletta -  Se si pensa che nel dopoguerra lo sviluppo italiano fu trainato dagli immigrati, cioè dalla nostra gente che si trasferiva dalle campagne alle città e dal Sud al Nord, e che aveva bisogno di case, scuole, servizi oltre alle fabbriche nelle quali lavorava. In questo modo si sono sviluppati gli investimenti e la domanda interna. Oggi gli Stati dovrebbero investire sull'immigrazione creando una organizzazione per gli ingressi e per facilitarne l' integrazione nell'economia e nella società. Non è semplice, ma l'Europa nel suo insieme non ci sta nemmeno provando. Proprio per questo serve un chiarimento su quale Europa vogliamo. E l' Italia è nelle condizioni di portare la discussione su un livello più alto e veramente strategico. Il tempo e' poco. Occorre agire con rapidità.

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