L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 febbraio 2016

Libia, la Francia non ha i medesimi interessi dell'Italia e noi dobbiamo partire dal governo legittimo di Tobruk e non da quello fantoccio che non risiede neanche nel Paese

Libia d’Italia: Roma ci pensa e sfida Parigi. Scenari di guerra

Gen 31st, 2016 | By  | Category: L'Analisi
di Marco Pugliese –
soldati italiani afghanistanPer capire la questione libica è necessario fare un salto nel Golfo Persico. Gli stati del Golfo sono in guerra contro l’Iran, un conflitto che si svolge in particolare nello Yemen ed rappresenta lo scontro secolare tra sciiti e sunniti. Per i sauditi infatti la guerra all’Is (sunnita) è meno critica. Questo scenario apparentemente banale insabbia anche gli occidentali, alla disperata ricerca d’alleati di “terra”.
I paesi del Golfo non possono creare forze armate bilanciate per questioni puramente demografiche, mentre l’Iran conta ad esempio su 80 milioni d’abitanti e cresce di un milione l’anno. Nella strategia di Teheran vi è l’obiettivo d’arrivare a 280 milioni di persone nel 2050. L’Arabia Saudita (principale avversario) conta su appena 28 milioni d’individui. A questo si aggiunga che l’Iran ha uomini in “età militare” in quantità, i paesi del Golfo no. Inoltre le poche forze terrestri presenti sono variegate e necessitano di battaglioni “politici” atti al controllo, dei pretoriani di regime.
In Yemen infatti i sauditi sono dovuti ricorrere a mercenari colombiani. Stati come l’Iraq invece fungono da “serbatoio” di mezzi per Is, nonostante la litania presente sui media italianai, lo stato Islamico si rifornisce gratis d’armi e mezzi razziando l’Iraq. Sul terrirorio iracheno infatti vi sono più di dieci miliardi di dollari in armi, frutto della politica d’addestramento americana, per lo più finite gratuitamente nelle fauci del Califfo (al resto ci pensa la Turchia).
Gli Usa attualmente si stanno preparando per un conflitto ad alta intesità con la Cina e vogliono puntare tutto sulla tecnologia. Inoltre la “nuova guerra” avverrà nelle acque del Pacifico, motivo per cui l’amministrazione Obama ha finanziato un potenziamento marittimo senza precedenti, mentre in teatri per gli Usa secondari sono paesi come l’Italia a dover gestire la situazione. Nel libro bianco delle nostre forze armate infatti l’aumento del tonnellaggio della flotta è all’ordine del giorno. Entro il 2020 la nostra flotta, che conta due portaerei attive, avrà una potenza pari alla francese e sarà dotata di ben sei navi da sbarco. Nel Mediterraneo infatti il disimpegno americano è totale, saranno l’Italia e la Francia ad occuparsi del mare Nostrum, mentre gli inglesi sono impegnati con gli Usa nel Pacifico.
In questo contesto particolare è logico che i paesi del Golfo, la Francia, la stessa Italia e molti stati arabi puntino più sulle armi aeree che terrestri. I paesi europei infatti, pur potendo contare su eserciti preparati e numerosi, sono restii nello schierare fanteria, causa fronte interno. Ma con gli Usa impegnati altrove e l’Is avvicinarsi minacciosamente alle nostre coste (i governi libici sono incapaci di gestire il territorio, la missione Onu ha fallito palesemente l’obiettivo) l’opzione terrestre appare ormai più che probabile, come ha recentemente risportato anche il New York Times.
Mentre scriviamo, Navy Seals, Delta Force e Berreti Verdi sono in Libia impegnati in missioni di ricognizione e studio del territorio. Di più non faranno, lo scarpone in Libia dovranno metterlo altri. Gli inglesi hanno già dato la disponibilità logistica, tanto che le basi di Malta, Creta e Cipro sono già pronte al supporto.
Italia e Francia sono alla finestra, i francesi hanno il dito sul grilletto dal 13 novembre 2016 ed avrebbero l’opinione pubblica favorevole. Gli altri paesi europei sono ovviamente fuori dai giochi per i motivi più disparati, dalla Spagna che non possiede forze armate di livello, alla Germania, che è in piena crisi e non intende esporsi a livello militare. Il resto d”Europa ha tanta valenza politica quanto poca militare. Rimane l’Italia, uno degli zoccoli duri della Nato, alleanza che gestisce i cieli del Nord Europa (e con Putin non è facile), e che é ancora dotata di buon credito tra i paesi arabi (in Libano i nostri militari stanno svolgendo un lavoro certosino tra i plausi della popolazione); l’Italia ha un potenziale militare di livello, truppe speciali paragonabili in preparaziine a quelle americane, carabinieri addestrati per il controllo del territorio, istruttori militari formatissimi, mezzi tecnologicamente avanzati. Rimane un problema: l’esercito italiano conta 160mila uomini, per una tale missione ne servirebbero circa 430mila in armi.
Secondo uno studio della Difesa, oltre ad un richiamo obbligatorio dei congedati degli ultimi sei anni, bisognerrebbe andare a ritroso fino ai congedati 2002-2006, che avrebbero compiti di logistica e mentenimento strutture sul suolo patrio.
In Libia andrebbero più o meno 240mila militari. Attualmente ci vorrebbero sei mesi per arrivare a questo obiettivo; l’Armee invece può contare da subito su 230mila militari da impiegare in loco, i militari delle basi in Niger, Mali ed altre zone dell’Africa farebbero la parte del leone. Inglesi ed americani preferirebbero un impegno congiunto a comando italiano, come in Libano.
Gli italiani dovrebbero metterci da subito flotta, copertura aerea e truppe speciali (con realitivi elicotteri), i francesi aprirebbero per primi il fronte. In un secondo momento però l’armata diventerebbe italo-francese, l’Italia quindi schiererebbe truppe d’assalto terresti, mezzi corazzati, battaglinoni di paracadutisti.
Secondo gli analisti questa campagna si risolverebbe velocemente e con perdite minime, Is non potrebbe contrastare tale intervento e si scioglierebbe come neve al sole. La seconda ipotesi invece, sempre secondo il New York Times, è la seguente: armata italiana in avanzamento dalla Tunisia (che ha già dato disponibilità logistica) ed armata francese in partenza dall’Egitto, ed in un simile quadro la Turchia non oserebbe muovere dito verso stati Nato. In pratica una gigantesca tenaglia che “insaccherebbe” le forze del califfato, tagliando i ponti con la Siria. Nello stesso momento un’offensiva in Sinai ed armata russa in avanzata su Raqqa. In neanche un anno l’Is sarebbe sconfitto, sempre stando a fonti militari strategiche americane.
Roma però è titubante, il piano militare è nel cassetto da agosto 2015, manca la volontà politica, il fronte interno appare in stallo. Il premier italiano infatti è attanagliato da parecchi dubbi e preferirebbe una via diplomatica, via difficilissima visto che è ormai noto che con Is non si possa trattare.
Hollande e tutta la Francia invece spingono per l’intervento, a Parigi e dintorni infatti non vedono l’ora di menare le mani con lo Stato Islamico, vendicando l’attentato novembrino. Anche gli intellettuali francesi più pacifisti ammettono, senza tante perifrasi, che qualcosa si deve fare, anche da soli. Senza Roma però è tutto molto complesso, anche se il peso specifico post intervento sarebbe significativo, i paesi impegnati in prima linea avrebbero mano libera su parecchie questioni, anche europee. Si andrebbe a ridisegnare una politica mediterranea con l’Italia come baricentro, gli stati africani costieri avrebbero nel nostro paese un nuovo interlocutore politico ed economico.
I risvolti potrebbero portare ad un periodo di stabilità, le rotte commerciali mediterranee tornerebbero ad essere sicure e praticabili e fiorirebbero nuovi mercati e cooperazioni internazionali con paesi che avrebbero modo di svilupparsi con intelligenza. La stabilità politica e la conseguente fioritura economica sono l’arma più potente contro i fanatismi, che non troverebbero il terreno fertile d’oggi. Trattandosi di cooperazione non vi sarebbe nemmeno più il problema “colonialista”, sempre al centro di rivincite più o meno secolari. Questo ruolo calzerebbe a pennello ad un paese mediterraneo come l’Italia, ma il tempo stringe ed a Parigi hanno già allacciato gli scarponi.



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