L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 febbraio 2016

Quatitative Easing è una pagliacciata, l'Inflazione è data dall'eccesso di denaro in carenza di prodotti, il denaro non circola nelle tasche dei consumatori questi non possono spendere e le merci prodotte non vengono vendute

Inflazione: Draghi non sa più cosa fare. E grida al complotto
Aggiunto da Filippo Burla il 5 febbraio 2016.


Francoforte, 5 feb – Nonostante il “bazooka” monetario del quantitative easing, tanto sbandierato e sostenuto dalla cassa di risonanza mediatica attorno alla Banca centrale europea, l’inflazione non ne vuole sapere di tornare a salire. Anzi, nemmeno si può dire che abbia invertito la tendenza: a gennaio la crescita dei prezzi si è attestata ad un misero +0.4%, molto più in basso rispetto all’obiettivo “attorno ma sotto al 2%” che Draghi ripete, rispettando pedissequamente lo statuto della Bce, come un mantra.

La strategia bernankiana di inondare il mercato di liquidità non sta però pagando: le banche non riprendono a fare il loro mestiere, le aziende di converso non investono e non assumono, la domanda interna (ad eccezione della Germania) rimane stagnante perché proprio per salvare la moneta unica si è dovuti ricorrere all’austerità, altro nome per chiamare la svalutazione interna tramite compressione dei salari. E il tutto è ben segnalato dall’asfittica inflazione, che al netto di eventuali errori statistici rimane in ogni caso nel brullo terreno degli zerovirgola.

L’impressione è che il governatore stia brancolando nel buio. Tanto da rispolverare la teoria dei complotto. “Ci sonoforze nell’economia globale di oggi che cospirano per tenere bassa l’inflazione“, ha detto Draghi in occasione di un incontro organizzato dalla Bundesbank tedesca. “Queste forze potrebbero far sì che l’inflazione ritorni più lentamente verso il nostro obiettivo. Ma non vi è alcuna ragione per cui esse dovrebbero portare ad una inflazione più bassa in modo permanente”, ha poi chiosato.

Draghi, come buona parte delle autorità monetarie europee, è di scuola monetarista, formato alle teorie di Milton Friedman per cui l’inflazione è un fattore esclusivamente monetario. In tal senso, considerare altre variabili – come ad esempio il crollo nel prezzo del petrolio – non è dato. Non che la moneta non riguardi l’andamento dei prezzi, ma ricondurre tutto alla sola offerta in sovrappiù di strumenti di pagamenti rischia di essere riduttivo. Anzi lo è: per cui, se la realtà non si adatta al modello, ad essere sbagliata è la realtà. Ecco il succo del ragionamento del dominus della Banca centrale.

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