Marcus Svedberg, capo economista di East Capital, spiega che a livello globale, se da un lato la politica monetaria statunitense è riuscita a ridurre con successo la volatilità, dall’altro le scelte portate avanti in Cina hanno contribuito ad innalzarne il livello. Questo non significa che la FED abbia ragione e la PBoC sia dalla parte del torto, ma che un maggior livello di incertezza è l’unica cosa che i mercati non apprezzano.
La volatilità del renminbi ha iniziato a manifestarsi già durante la scorsa estate e rappresenta un elemento di novità a causa del nuovo regime di tasso di cambio, ambito in cui la PBoC assume come riferimento un paniere ponderato. E la volatilità è travasata su altri mercati e asset - afferma Marcus Svedberg -. Sui mercati azionari abbiamo assistito ad un sell-off brusco e generalizzato e la maggioranza delle valute si è indebolita nei confronti del biglietto verde. I prezzi delle materie prime sono visibilmente diminuiti con il barile crollato al di sotto dei 30 dollari per la prima volta dal 2004. E tutto ciò, a sua volta, ha rimesso in discussione gli Emergenti.
Dal nostro punto di vista, siamo andati contro il parere del consenso per cui il rialzo dei tassi americani dovrebbe rappresentare un attivo netto per gli asset degli Emergenti - afferma Marcus Svedberg -. Sebbene riteniamo che l’indebolimento del renminbi non rappresenti di per sé un elemento a favore degli Emergenti, pensiamo che i rischi connessi alla valuta cinese siano esagerati. E, quindi, con implicazioni abbastanza modeste a livello macroeconomico.