L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2016

Sirai&Parigi, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno esportato la democrazia dove gli faceva comodo creando profughi, miseria e distruzioni

SIRIA: L'OCCASIONE PERDUTA DELL'OCCIDENTE

(di Giampiero Venturi)
05/02/16 
La crisi siriana, al quinto anno di di sangue e distruzione, ha messo a nudo tutte le fragilità del mondo occidentale. La questione è stata dibattuta fin dall’inizio sul piano della legittimità e del diritto: Stati Uniti ed Europa hanno perso tempo a capire se il governo Assad fosse o non fosse degno di quei parametri di democrazia che l’Occidente stesso ha disegnato sulla base delle sue risorse giuridiche e sociali, ma non hanno riflettuto abbastanza sull’occasione storica che la crisi ha offerto.
Dall’eliminazione di Saddam Hussein nel 2003 la catena di epurazione di regimi presidenzial-dinastici nei Paesi arabi non ha conosciuto soste. I governi via via rovesciati con interventi etero diretti sono sempre stati tuttavia a sfondo laico, con una “sacralità” autodefinita secondo le regole classiche dei regimi monopartitici. Una sacralità debole, a volte folcloristica, al netto delle crudeltà endemica di ogni dittatura, perfino simpatica.
Mai sono state lese però le maestà delle dinastie monarchiche, quelle che dal Marocco al Golfo di Aqaba rappresentano la culla della conservazione e a tratti dell’oscurantismo. Nessuno in Occidente si è mai permesso di giudicare i regni del Golfo Persico, né tantomeno di mettere il dito nei loro delicati e spesso fragili equilibri interni.
Messa da parte la Giordania hascemita illuminata da Re Hussein e dal figlio Abdallah, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Kuwait hanno tutti un tratto comune: seppur al centro delle linee geopolitiche mediorientali (e non solo), rimangono sempre immuni da contromisure e pressioni esterne. 
È curioso come l’Occidente si sia sempre affrettato a cospirare e ad armarsi contro sistemi senz’altro discutibili, magari repressivi e corrotti, ma spesso anche imbevuti di velleità sociali che in altri Paesi arabi sono escluse a priori. Tanto più curioso se pensiamo che l’Occidente di cui parliamo non è più quello legato al modello colonialista vittoriano ma quello che si vuole paladino di diritti umani e civili. Quello che sembra pronto a battersi per riforme strutturali perfino all’interno della sfera famiglia e dell’identità di genere.
Proprio la Siria, così come l’Iraq del primo Saddam, sono stati il banco di prova di un disegno quasi socialista, spunto di riflessione per eredità nasseriane, bene o male legate ad una forma di emancipazione araba spesso auspicata dalle stesse potenze occidentali. Se i regimi Baath in una logica di Guerra fredda finivano nell’orbita sovietica (più che altro per la presenza di Israele), il crollo dei muri ideologici avrebbe dovuto quanto meno suscitare una forma di revisione dei rapporti tra mondo occidentale e mondo arabo.
Con riguardo alla Siria, notiamo invece che all’isolamento di allora è seguito l’ostracismo ancora maggiore degli ultimi tempi. Comprensibile l’avversione dei liberismi di Reagan, della Thatcher, di Bush e perfino del neoatlantico Sarkozy ad un modello social-nazional-repubblicano. Molto meno comprensibile che tutti gli altri europei si siano adeguati.
Il nostro sguardo esula dagli aspetti repressivi dei presidenzialismi arabi, ne siamo coscienti, ma va detto comunque che le ambizioni ideologiche di realtà come la Siria (e in parte dei defunti Iraq e Libia) le hanno collocate nella Storia lontane dalle realtà sic et simpliciterdittatoriali sparse nel mondo.
L’Occidente così attento ai diritti individuali a volte però non fa distinzione fra teoria e pratica e finisce per privilegiare le officine anche teoriche dell’immobilismo. Gli assegni in bianco ad una Turchia sempre meno memore del disegno laico di Ataturk ne sono una mezza prova.
La politica non si fa con la teoria, si sa, e ci aggrappiamo al cinismo geopolitico che ha guidato per secoli le cancellerie occidentali. In altri termini, il solo rischio di sostituire governi laici con forme di fanatismo islamico avrebbe dovuto almeno far sorgere il problema ma in pochi lo hanno rilevato.
Nessun Paese arabo può definirsi antesignano del progresso, sia chiaro, ma vanno riconosciuti quei progetti (tra cui la Siria) quantomeno intenzionati a realizzare uno Stato moderno e laico, lontano dai cliché tradizionali a cui per abitudine ricolleghiamo il mondo islamico. A Damasco, così come nella Jamāhīriyya di Gheddafi, uno spazio per le minoranze etniche e per le diverse confessioni, almeno in teoria è sempre stato riconosciuto. In Paesi come l’Arabia Saudita viceversa, esiste ancora il reato di apostasia a danno dei cristiani…
Le scelte di noi occidentali a volte sono bizzarre. Ridurre tutto a interessi economici ci sembra limitato e gretto. Vogliamo ancora credere romanticamente di essere capaci si sbagliare o semplicemente di contraddirci…
(foto: Andrea Cucco)

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