L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 maggio 2016

Implosione europea - la Francia si ribella MA anche il popolo belga rifiuta l'aumento da 38 ore a 45, come l'età pensionabile a 67 anni

La voce della nuova classe povera del ventunesimo secolo 


Perché in Italia si parla poco della grève francese? di Eugenio Orso
Posted on 28 maggio 2016

Grève – sciopero in lingua italiana – è un’espressione poco usata che incute sempre meno timori nei dominanti, di questi tempi. Ciò è particolarmente vero in Italia, in cui le manovre piddino-renziane contro il lavoro, che partono da Monti e dalla Bce (troika), non hanno suscitato, nel mondo del lavoro, una sola reazione degna di nota. Del resto, con sindacati come quelli guidati da Camusso, Furlan e Barbagallo la passività sociale è una certezza e l’inerzia delle maestranze è assicurata.

Detto in lingua francese, le droit de grève – il mitico diritto di sciopero, espressione moderna, un po’ edulcorata, dello scontro sociale – acquista una certa solennità e un’indiscussa concretezza, come accade in questi giorni nel paese d’oltralpe. Solennità e concretezza che in Italia, terra delle grandi lotte operaie negli anni sessanta e settanta, oggi mancano completamente. Dopo gli ultimi scioperini testimoniali, pacifici, democraticissimi di otto ore o addirittura di quattro, orchestrati dalla triplice per far passare contratti-truffa e controriforme su lavoro e pensioni, la rassegnazione, la paura e l’apatia dilagano. I lavoratori nostrani lo prendono in culo quotidianamente, dallo jobs act alla diffusione di milioni di voucher in tutti i settori, senza neppure accorgersene.

A differenza di quella italiana, la popolazione francese è cosciente dei rischi che sta correndo e un po’ più combattiva. Per tale motivo ha reagito all’imposizione dello jobs act/loi travail (Renzi docet!) da parte dei socialistoidi di Hollande e Valls, euroservi e filo-atlantisti. E’ possibile che la fecciaglia al governo in Francia abbia sbagliato i suoi calcoli – se la riforma è passata senza scosse in Italia, potrà passare anche in Francia – e sottostimato la reazione popolare, confondendo i francesi con gli italiani. Inoltre, la minaccia jihadista concretizzatasi al Bataclan sembra non aver aiutato a sufficienza Hollande e Valls, diffondendo il terrore nel volgo e distogliendo l’attenzione dalla prioritaria questione sociale. Sono certo che questi due infami, servi delle City finanziarie e di Soros, invidiano il loro compare italiano Matteo Renzi, che può contare sull’encefalogramma piatto di gran parte degli italiani.

Se il governo socialistoide francese è simile a quello sinistroide e collaborazionista della troika insediato in Italia (stesso gruppo al parlamento europeo, alleanza progressista dei socialisti e dei democratici!), i francesi mostrano, per loro fortuna, di non essere troppo simili agli italiani, cioè di non essere ridotti a gregge di miti pecorelle belanti da condurre, senza troppe difficoltà, alla tosatura.

Da noi, sarebbero inconcepibili occupazioni di raffinerie e centrali nucleari (che in Italia non sono attive …) appoggiate dai sindacati, oppure scioperi illimitati nei trasporti pubblici, capaci di paralizzare un paese per settimane. Il trio Camusso, Furlan e Barbagallo è già tanto se partecipa a inutilissimi tavoli di discussione con l’esecutivo (come quello per l’uscita anticipata dal lavoro), quando glieli concede. Qui, da noi, si è passati in una manciata d’anni dalla concertazione governo-sindacati, su materie riguardanti il lavoro, alla concertazione, dietro le quinte, delle sole inculate a lavoratori e pensionati.

I francesi hanno subodorato che restando inerti avrebbero fatto la fine degli italiani, perciò sono passati alle vie di fatto, in una situazione che sembra evolversi dallo sciopero alla rivolta. La fine che fanno i lavoratori in Italia la conosciamo, basta guardarsi intorno, ascoltare le storie di quelli che incontriamo quotidianamente. Qui, siamo già oltre lo jobs act, che si sta sgonfiando con il crollo dei contratti (fintamente) a tempo indeterminato perché sono finiti gli sgravi fiscali. La diffusione abnorme dei voucher non è che il passo successivo di flessibilizzazione del lavoro e la punta dell’iceberg del lavoro nero.

Un piccolo insignificante caso può servire per comprendere in che direzione sta andando il mercato del lavoro in Italia e perché i francesi, che non vogliono fare la nostra fine, sono disposti alla rivolta e all’uso della violenza di piazza, contro i collaborazionisti socialistoidi euroservi che vogliono imporgli la loi travail.

Un cinquantaseienne senza lavoro del basso isontino, appena uscito dal fallimento di un’attività commerciale che gestiva da anni, inseguito dall’agenzia delle entrate (50.000 mila euro contestati per il solo 2013), è andato in cerca di un’occupazione qualsivoglia per riuscire a sopravvivere. Finiti i tempi in cui possedeva la Bmw, una moto e uno scooter e se ne andava regolarmente in vacanza, l’unico lavoro che ha trovato, quasi per miracolo e su “raccomandazione”, è quello di lavapiatti in un ristorante giapponese posticcio gestito da cinesi. Rischiando di perdere anche la casa e avendo esaurito i risparmi, costui accetta di lavorare per sei giorni la settimana una caterva di ore, con giorno libero a discrezione dei cinesi che glielo comunicano, a sorpresa, la sera prima e una retribuzione non superiore ai settecento euro mensili.

Il protagonista di questa storia riceve dai datori di lavoro con gli occhi a mandorla qualche sparuto voucher, acquistabile e pagabile in tabaccheria assieme alle sigarette, e gran parte del salario di lavapiatti in nero. Il primo mese, un buono lavoro da 45 euro e circa 600 euro in nero, il secondo mese ben tre voucher da (udite, udite!) sette euro ciascuno e circa 650 euro in nero.

Non c’è da stupirsi, dunque, che ci siano in circolazione migliaia e migliaia di buoni lavoro non pagati e che quelli pagati, in molti casi, servano come specchietto per le allodole, mascherando il nero, che rappresenta il massimo della flessibilità imposta ai lavoratori, oltre gli stessi voucher e lo jobs act.

Non bisogna prendersela con i datori di lavoro cinesi dell’italiano “caduto in disgrazia”, perché i figli dell’impero di mezzo, immigrati nel basso isontino, non fanno che assumere comportamenti generalizzati e diffusi in tutto il paese, favoriti dalle controriforme degli ultimi anni e dall’imposizione di una flessibilità esasperata, che non si accontenta neppure dei voucher ma porta a preferire la totale irregolarità e, implicitamente, lo schiavismo “di ritorno”.

I francesi, sospesi fra gli scioperi della Confédération Générale du Travail e la rivolta violenta di piazza, tenuti a bada con difficoltà da polizia e gendarmerie nationale, rifiutano coscientemente di scivolare per la china sulla quale siamo scivolati noi.

E’ facile capire perché in Italia si parla poco della grève francese, grazie ai pennivendoli dei giornali e ai media asserviti a Bruxelles, Francoforte e New York.

I motivi sono essenzialmente due:

1) La loi travail del governo euroservo di Valls è l’equivalente dello jobs act italiano, ma rincara la dose elevando l’orario di lavoro. Non si deve spiegare chiaramente agli italiani assopiti che i francesi sono in rivolta contro una riforma che soggiace alle stesse logiche che hanno portato allo jobs act renziano, e alla diffusione in tutti i settori dei voucher. Meglio che gli italiani continuino a dormire.

2) Ciò che stanno facendo i lavoratori francesi, se dovesse avere qualche riscontro positivo, anche soltanto edulcorando la riforma e/o diluendola nel tempo – visto che Hollande e Valls non sono disposti a ritirarla – potrebbe essere d’esempio per milioni di lavoratori italiani, che negli ultimi anni hanno solo subito. Meglio non favorire “comportamenti imitativi” dei cugini d’oltralpe, diffondendo troppe notizie.

Resta il fatto che se i francesi otterranno qualche vittoria contro il governuncolo euroservo e socialistoide (gemello di quello renziano/piddino), la portata della cosa non potrà più essere nascosta alle masse e allora, forse, ne vedremo delle belle anche qui …

Una piccola speranza è meglio di niente. 



http://pauperclass.myblog.it/2016/05/28/perche-italia-si-parla-della-greve-francese-eugenio-orso/

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