L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 maggio 2016

Implosione europea - Ma come può un paese NON essere Sovrano della propria moneta ed usare una moneta privata chiedendo a organi non Nazionali il permesso di quanto e come usarla?


IDEE
Flessibili nel 2016. Dal 2017 nessuna deroga
Enzo Umbrella 20 Maggio 2016
E’ andata come previsto. La Commissione Europea ha accolto le richieste di flessibilità dell’Italia per il 2016, sottolineando nella lettera inviata al nostro Governo che nessun altro Stato membro ha mai richiesto ed ottenuto “qualcosa che assomiglia a questo ammontare di flessibilità senza precedenti».

Con gli 0,85 punti di PIL autorizzati ora, la Commissione consente 14 miliardi di maggiore spesa. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, il Controllore (la Commissione) ha dato al controllato (l’Italia) il nulla osta a indebitarsi di altri 14 miliardi – oltre quanto già previsto per il percorso di rientro dal debito (136,7% del PIL) – con il mercato. Una realtà astratta, il mercato, che non scrive lettere, ma che reagisce, anche brutalmente, in base alla credibilità del debitore. Il Presidente del Consiglio ha espresso sua soddisfazione: «E’ meno di quanto avrei voluto ma è importante, non è la soluzione di ogni male, però afferma il principio che, sulla flessibilità, l’Europa c’è”.

La decisione di Bruxelles è tutta politica. Si è mossa soprattutto sulla base dei rischi di crescita dei movimenti anti euro conseguenti a una posizione rigida sul rispetto delle regole. Nell’esame l’Italia era in buona compagnia: Francia e Spagna innanzitutto, a causa dei continui sforamenti del limite del 3% del deficit annuale in rapporto al PIL sono ormai arrivati a un livello di debito pari al PIL. Un livello, per dire, analogo a quello raggiunto dall’Italia sotto il Governo Prodi con Padoa Schioppa a gestire i conti pubblici. Inoltre, il verdetto di Bruxelles ha riguardato pure il Portogallo, il Belgio e pure la Finlandia.

Possiamo esultare per questo un successo? Illuminanti le dichiarazioni di Lorenzo Bini Smaghi, già membro del board Bce e ora Presidente di Société Générale, al quotidiano “La Repubblica”: «L’apertura dell’Ue sulla flessibilità è frutto di un accordo tutto politico, e in un’ottica politica va letta. Nel merito, il governo viene messo alle strette dalla lettera firmata da Dombrovskis e Moscovici: questa flessibilità è l’ultima che vi viene concessa». L’economista aggiunge: «I dati del primo trimestre confermano che l’Italia non riesce a tenere il passo con l’Europa, e con questo fatto dovremo confrontarci. Cominciare finalmente a tagliare il debito, come ci dice chiaramente la Commissione, in presenza di una crescita così asfittica, non sarà facile».

Andando nel dettaglio, dei 14 miliardi di maggior debito, 10 sono utilizzabili senza vincoli, ma 4 (lo 0,25% del PIL) vanno spesi per nuovi investimenti da realizzare entro la fine dell’anno.

Resta in sospeso l’impegno ribadito dal Governo a ridurre il debito già da quest’anno, sia pure simbolicamente di 0,3pp (dal 136,7% al 137,4%), conseguibile solo se il PIL nominale (crescita più inflazione) supererà il 2,2%. L’obiettivo, allo stato dei fatti, è raggiungibile quanto alle previsioni sulla crescita (1,2%) ma non sui prezzi (1%) che in aprile segnano un calo (-0,5%).

Condizione essenziale per la flessibilità è che nel 2017 il debito scenda in modo significativo.

In questo quadro il partito dei Governi europei rigoristi, capeggiato dalla Germania, è pronto a reagire, anche perché troppe concessioni ai paesi in difficoltà fanno perdere consensi tra gli elettori dei loro paesi. Il loro timore è che le continue richieste di flessibilità siano la scusa per continuare a non essere virtuosi. L’importante per l’Italia è di non sottovalutare il tono ultimativo della lettera e le rassicurazioni che per il futuro non continueremo a richiedere altra flessibilità.

Molto difficile evitare, in questo quadro, lo scatto automatico delle clausole di salvaguardia, cioèl’aumento dell’IVA, per il prossimo anno.

Il 2017 deve essere l’anno dell’inversione di tendenza.

Il messaggio di Bruxelles è lo stesso di quello di Schaueble e di Weidmann: l’Italia ha rinviato troppe volte l’avvio del percorso di risanamento.

Una verifica è prevista con la presentazione dei documenti di bilancio 2017 che il Governo deve presentare entro il 15 ottobre, proprio alla vigilia del referendum costituzionale. Una “legge finanziaria” la prossima, che – nonostante le flessibilità concesse anche per il 2017 – impone il reperimento di risorse imponenti per centrare gli obiettivi.

Nel frattempo si moltiplicano le dichiarazioni volte a disinnescare l’aumento dell’Iva previsto dal gennaio 2017 e ad ipotizzare nuovi interventi di spesa: riduzione Irpef per i ceti medi, bonus per i 18 enni e raddoppio bonus bebè, eliminazione del bollo auto, flat tax (più bassa) per le imprese individuali, riduzioni delle tasse d’imbarco negli aeroporti e, naturalmente, l’estensione degli 80 euro ai pensionati.

Nessuno ne parla nel Governo, ma alla fine sarà inevitabile evitare almeno in parte gli aumenti IVA.

Comunque nel 2017 e nel 2018 il Governo dovrà seguire una politica di bilancio molto rigorosa e senza sconti per garantire l’obiettivo scritto nella penultima modifica della costituzione, quella votata a larga maggioranza, ovvero il pareggio di bilancio.

L’Europa non sembra disposta a tollerare alcun “assalto alla diligenza”.

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