L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2016

2016 crisi economica - pagliacci la Piena Occupazione è l'obiettivo cosa che non vuole il Progetto Criminale dell'Euro

l’intervista
El-Erian: Troppa incertezza. La Fed deciderà dopo il referendum Brexit
 

Il rialzo dei tassi? Se non a giugno sarà altamente probabile a luglio, e certamente a settembre, spiega il chief economic advizor di Allianz. L’azione della Bce? Senza il supporto di altre politiche la sua influenza resterà modesta; e non è senza rischi
«Se non fosse per l’incertezza legata al referendum sulla Brexit del 23 giugno, un rialzo dei tassi a giugno da parte della Federal Reserve sarebbe appropriato», sostiene Mohamed El-Erian, 57 anni, chief economic advisor di Allianz. E spiega: «Il mercato del lavoro ha continuato a migliorare, creando nuovi posti e riducendo la sacca dei disoccupati; l’inflazione e i salari stanno finalmente andando su; e la Banca centrale è sempre più consapevole dei danni collaterali e delle conseguenze non volute di tassi di interesse artificialmente bassi. Se la Fed non fa un rialzo a giugno, è altamente probabile che lo farà a luglio, o certamente nella riunione di settembre».

E la prova che l’economia Usa va bene?

«L’America si sta riprendendo, ma lo fa in modo graduale che non le permette di raggiungere la velocità di fuga. Sebbene cresca più delle altre economie avanzate, deve ancora recuperare il reddito perduto dalla Grande Recessione. È una situazione che mette sotto pressione la futura crescita potenziale».

L’Europa migliora, anche se di poco, grazie alla politica espansionistica della Bce, ha detto giovedì il presidente Mario Draghi, rialzando le stime sul Pil nella zona euro all’1,6% per quest’anno dall’1,4% previsto a marzo.
«Sono d’accordo con il presidente Draghi, quando sostiene che le misure annunciate dalla Bce a marzo hanno giocato un ruolo importante nel minimizzare il rischio di una preoccupante crescita deflazionistica dopo l’instabilità sui mercati finanziari globali di gennaio-febbraio. Ma senza il supporto di altre politiche la sua influenza resterà modesta; e non è senza rischi visto quanto la Bce si è avventurata nel territorio della politica non convenzionale. Alla fine a pagare il prezzo più alto di tassi bassi o negativi saranno risparmiatori, pensionati e consumatori di servizi finanziari di lungo periodo come le assicurazioni sulla vita».

A giugno la Bce aumenterà gli acquisti di titoli da 60 a 80 miliardi al mese e lancerà nuove aste di prestiti a tassi super agevolati per stimolare l’economia. Basterà per dare un’ulteriore spinta al Pil?

«È improbabile che ci sarà un aumento significativo nella crescita della zona euro a meno che le nuove misure della Bce siano parte di una risposta politica più esauriente. Come ha detto Draghi, la crescita richiede riforme strutturali, più investimenti pubblici in infrastrutture, e più politiche fiscali favorevoli alla crescita. Senza, la crescita non solo resterà tiepida, ma sarà vulnerabile a choc non economici, che siano le sempre più fluide condizioni di politica interna in alcuni Paesi, o la Brexit».

Draghi sostiene che la Bce è pronta a qualsiasi risultato del referendum. Quali sarebbero le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna dalla Ue?

«Il sì alla Brexit probabilmente causerebbe volatilità finanziaria globale. La portata e la durata dipenderebbe dalla rapidità di un’intesa alternativa, ad esempio un accordo di associazione. Per ironia della sorte, nel lungo periodo, la Brexit potrebbe risolvere un problema ricorrente che ha infastidito l’Europa per un bel po’. Il Regno Unito pensa che la Ue sia una super area di libero scambio. Una destinazione. Non è quello che pensano gli altri grandi Paesi Ue, incluse Francia e Germania, per i quali la Ue è parte di un’unione ancora più stretta, che ha dimensioni economiche, sociali e politiche. Questa divergenza di visione non è mai stata risolta a dispetto dei decenni di appartenenza del Regno Unito alla Ue». 

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