L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2016

Diego Fusaro%Marcello Foa - le regole e le responsabilità non valgono per chi ha i soldi, per chi detiene il potere

Globalizzazione, meglio andarci piano

Il filosofo Diego Fusaro dialoga con Marcello Foa e ritira il premio Poestate -

 
04 giugno 2016


LUGANO - Ieri sera, al patio di Palazzo civico a Lugano, nell'ambito della 20. edizione del festival Poestate, Diego Fusaro, filosofo, e Marcello Foa, giornalista, scrittore ed amministratore delegato del gruppo MediaTI, hanno dialogato sulla libertà: è ancora da considerarsi un valore, oggi? Moderava Carlo Silini, giornalista del Corriere del Ticino. A fine serata, Fusaro ha ritirato il premio Poestate 2016, una scultura di Fosco Valentini. Presenti anche Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento dell'educazione, della cultura e dello sport, e Marco Borradori, sindaco della città.

L'umidità era quella dell'Atene di Socrate, ma pure il dialogo non scherzava, almeno nella sua analisi di tipo radicale dello stato della libertà sotto quello che potremmo chiamare il totalitarismo del «ce lo chiede il mercato», quando a chiederlo è un mercato che per profitto ipotecherebbe, rubiamo la frase a Keynes, il Sole e la Luna, ma prima ancora, essendo più a portata di mano, la libertà del singolo. Ne hanno discusso da una parte Fusaro, allievo di Marx e Gramsci, dall'altra il liberale Foa. La differenza tra i due non è certo inquadrabile, con tutta l'acqua che è passata sotto i ponti della Storia, nelle categorie sinistra/destra, ormai infeconde. Meglio cercarla nella visione del mercato. Il filosofo torinese ha iniziato contestando «l'attuale dicotomia individuo/collettività. Non si tratta di scegliere uno o l'altra, ma di armonizzare queste che sono due forme di libertà. Come? Mostrando la falsa libertà del nostro tempo. La libertà non è licenza di fare quello che si vuole a seconda dei soldi che si hanno a disposizione, come crede la visione neoliberista che viene fatta passare come l'unica possibile. È invece una relazione tra individui». Un Fusaro al 100%.
«È innanzitutto un bene straordinario – ha risposto Foa. Il liberalismo cui mi ispiro è di stampo einaudiano e in esso la libertà è responsabilità. Significa potere e sapere cogliere i frutti ma anche le conseguenze negative del proprio operato. Oggi, purtroppo, vediamo che le regole non valgono per tutti nella stessa misura: pensiamo al too big too fail o al fatto che chi ha provocato guerre e destabilizzazioni, in Iraq ad esempio, non sia mai chiamato a risponderne. La logica della responsabilità è una premessa della convivenza civile».
Sul banco delle critiche, ad ogni modo, dall'inizio alla fine della serata, questa globalizzazione: «Fase estrema dell'imperialismo occidentale» per Fusaro, che ha lanciato la parola d'ordine «deglobalizzazione! E non importa se verrà derisa dal pensiero unico come a suo tempo "decolonizzazione"». «Ma tu mischi alcuni livelli, Diego» gli ha replicato Foa. «L'altro giorno ho visto delle foto del Ticino di qualche decennio fa, non potevo credere riguardassero la nostra realtà. Il mercato ha tante virtù, è un fiume. Quando l'acqua non scorre e stagna, dopo un po' puzza: il mercato permette di smuovere le acque. Certo, mi preoccupa che questo fluire armonioso, con i suoi alti e bassi, non sia più tale. Io sono un cultore della diversità, della peculiarità. Non dobbiamo schiacciare decenni di cultura e impacchettarli nella propaganda di un benessere esteriore che diventa omologante. Questa globalizzazione favorisce chi ha i mezzi per cavalcarla in modo appropriato: non i piccoli e medi imprenditori, dunque, ma solo i grandi gruppi». Fusaro ha avuto pronta risposta: «Libero mercato secondo misura? E chi dovrebbe stabilirla? Se si autoregola, diventa anarchia commerciale, il più potente che sbrana il debole. Occorre uno Stato etico». Visioni diverse, ma il problema è davvero comune.

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