L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 11 giugno 2016

Siria&Parigi&Bruxelles - il fallimento degli Stati Uniti è palese in Iraq e in Siria anche se la propaganda serva cerca di dire il contrario

Iraq e Siria: contro l’ISIS si combattono due guerre diverse


(di Giampiero Venturi)
10/06/16
L’assedio alla roccaforte ISIS di Falluja ha calamitato l’attenzione di giornali e tv sull’Iraq. Di ora in ora si aggiornano le notizie sulle evoluzioni militari in tutto la provincia di Anbar: in queste ore l’offensiva delle Forze Armate irachene, già alla periferia della città, rallenta per l’uso di scudi umani da parte dei miliziani del Califfato.
L’attesa per la sorte dei civili e per l’esito finale della battaglia lascia che la lotta contro lo Stato Islamico sia avvolta da un unico manto di angoscia e trepidazione.
Apparentemente infatti la guerra combattuta in Siria e in Iraq è una sola. Almeno così tende a semplificare il mainstream mediatico, cercando di distinguere in modo manicheo i buoni dai cattivi. In realtà i due grandi scenari, appartengono a quadranti geopolitici addirittura contrapposti.
Andiamo con ordine.
Le difficoltà militari dell’ISIS degli ultimi mesi in Siria sono ormai di pubblico dominio. Altrettanto nota è l’offensiva su vasta scala messa in atto dalle forze governative irachene per sradicare il terrorismo.
Ciò che è bene distinguere è chi combatte cosa.
In Siria, la vera guerra contro lo Stato Islamico la fanno le Forze Armate siriane e i loro alleati: principalmente russi, hezbollah, miliziani sciiti iracheni e miliziani sciiti addestrati dall’Iran. Un ruolo importante sul fronte nord è svolto dai curdi nelle loro declinazioni YPG e SDF. Il loro peso è cresciuto sensibilmente negli ultimi mesi con gli aiuti diretti degli Stati Uniti, sbloccati dopo anni di tira e molla.
Contro il terrorismo istituzionalizzato dal Califfato, sulla carta combatte anche la coalizione di Paesi virtuosi capeggiata proprio da Washington, di cui però in Siria per tre anni non si è vista traccia concreta. Di questa coalizione fanno parte ufficialmente anche Paesi come l’Arabia Saudita sui cui stretti rapporti con l’integralismo islamico sunnita wahabita non c’è molto da aggiungere.
Le evoluzioni militari del quadro siriano hanno però cambiato le carte al punto da spingere gli Stati Uniti a intervenire in modo visibile: la CVN Eisenhower farà tappa a Napoli nei prossimi giorni prima di raggiungere il Mediterraneo orientale e diventare operativa. In questo modo la partecipazione alla sconfitta del temutissimo Stato Islamico sarà plateale e incontestabile.
È importante sottolineare però che l’Occidente, sulla carta nemico dell’ISIS, in Siria è anche nemico di Damasco, cioè del governo siriano ufficialmente e internazionalmente riconosciuto. 
In Iraq, la situazione è praticamente opposta. Le forze che combattono il Califfato sono appoggiate dall’Occidente, di cui sono diretta emanazione. Le Forze Armate irachene al contrario di quelle siriane, sono state costituite, addestrate e armate dagli Stati Uniti di cui sono una sorta di dependance. Basta una foto per schiarirsi le idee.
Anche in Iraq come in Siria al fianco delle forze regolari combattono milizie sciite, animate dall’odio atavico contro lo strapotere sunnita (e minoritario) nel Paese. Falluja era una roccaforte sunnita già ai tempi dell’invasione americana del 2003, tanto da resistere con un anno di guerriglia urbana e meritarsi bombe al fosforo e al plutonio nella celebre ecatombe del 2004. Non a caso quindi iniziano a moltiplicarsi voci di esecuzioni sommarie dei miliziani sciiti ai danni di civili sunniti fuggiti dalla città accusati di collaborazione con i terroristi dell’ISIS.
A differenza della Siria, dove è stata alimentata dall’esterno una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano rivenduta come Primavera araba, in Iraq è in atto una guerra civile, eredità della guerra del 2003 sostanzialmente mai finita.
La rivolta contro Assad è iniziata nel 2011 e l’ISIS è subentrata solo nel 2014 con miliziani di provenienza principalmente straniera. 
L’Iraq viceversa è la culla originale del Califfato cresciuto sull’ombra dello scontro fra sciiti e sunniti, endemico nel Paese. Falluja, feudo sunnita, è a 120 km da Kerbala e a meno di 200 da Najaf, santuari sciiti. L’attrito è fortissimo.
In sostanza oggi in Iraq da una parte si schierano transfughi delle disciolte istituzioni militari irachene (forze armate, partito Baath e polizia) e miliziani dell’”internazionale sunnita” che appoggia lo Stato Islamico; dall’altra le nuove istituzioni appoggiate dagli USA, a cui si affiancano gli sciiti per meri interessi di potere.
La differenza principale è tutta qui: mentre l’Occidente (gli USA) non hanno nessun interesse affinché Damasco prevalga sullo Stato Islamico, in Iraq la vittoria del governo di Baghdad legittimerebbe in parte la scellerata avventura del 2003 e l’eliminazione di Saddam. Se l’ISIS perdesse in Siria, per gli Stati Uniti e gli occidentali che li hanno seguiti sarebbe una mezza sconfitta. Se viceversa l’ISIS fosse sconfitto in Iraq, per Washington e alleati sarebbe una quasi vittoria.
Da qui si capisce il buio mediatico che avvolge le vittorie di Damasco in Siria e il risalto dato invece all’offensiva irachena su Falluja.
Iraq e Siria, sono il teatro di due guerre diverse ma egualmente assurde, frutto dello stesso fallimento. 
(foto: القوات المسلحة العراقي)

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