L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 giugno 2016

Solo luoghi comuni, la domanda apre la possibilità a produrre, ma se si punta ad aumentare i profitti a scapito dei salari questi serviranno a malapena per le strette necessità del vivere buona pace per un'economia che si imballa da sola, altro che produttività

Il presidente di Confindustria Boccia: "Avanti sul salario legato alla produttività"

Il numero uno degli industriali in video collegamento in uno degli incontri più attesi del Festival dell'Economia di Trento

03 giugno 2016


TRENTO. «In Germania sul legame tra salario e produttività sono andati avanti. Noi abbiamo perso questa partita: dobbiamo recuperare, ci giochiamo un pezzo rilevante della sfida del nostro Paese». Lo ha detto il presidente di Confindustria,Vincenzo Boccia, in un intervento video nell’ambito del Festival dell’Economia.

Secondo Boccia, la questione è «interna alle fabbriche» ed è «cavalcare la cultura della complessità». Occorre, dice il numero uno di viale dell’Astronomia, «ridurre questo gap tra la produttività italiana e quella tedesca, perché altrimenti corriamo dei rischi anche all’interno della realtà europea». Boccia sottolinea ancora la necessità di «dare una dimensione moderna alle relazioni industriali, stimolando contratti di secondo livello aziendale e salari legati alla produttività».

Vincenzo Boccia, neopresidente di Confindustria è intervenuto in un incontro assieme a Paolo Collini, rettore dell'Università di Trento, Gregorio De Felice, capo economista del gruppo Intesa San Paolo, Daniela Vinci, ad di Masmec: un confronto a quattro voci, introdotto da Francesco Daveri e moderato da Pino Donghi, sul tema dell'innovazione, promosso da lavoce.info nell'ambito dei suoi Forum. Innovazione e produttività vengono considerati strumenti indispensabili per uscire dal declino. Ma i loro effetti non sono così scontati.

In questi campi il successo di alcuni comporta il fallimento di altri. Il risultato a volte non è una crescita complessiva dell'economia ma solo di alcuni attori al suo interno. Un esempio: il successo del treno Freccia Rossa sulla tratta Milano-Roma ha determinato una crisi della corrispettiva tratta di Alitalia, considerata la "gallina dalle uova d'oro" della compagnia di bandiera italiana. Tuttavia, rimane il fatto che dell'innovazione non si può fare a meno. A partire dalle tecnologie digitali e dal settore delle scienze della vita. E l'Italia ha qualche gap importante da superare, per allinearsi ai paesi più evoluti, come la Germania. Serve un "ecosistema innovativo", fatto di politiche adeguate, di rapporto università-impresa, di una cultura dell'innovazione diffusa.

Tra il '95 e il 2015 il costo del lavoro italiano è salito del 46% mentre solo del 5% nell'Eurozona. Abbiamo quindi in italia una ventennale perdita di competitività. Dunque, o riduciamo i salari o aumentiamo la produttività. Nel primo caso, ci confrontiamo con alcune serie controindicazioni (anche se la riduzione è determinata da un calo dei contributi, deve essere però finanziata da spesa pubblica). Rimane quindi la strada della produttività, che spesso viene associata all'innovazione, specie quella digitale, una sorta di "moderna cornucopia".

In parte ciò è vero, in particolare nel mondo delle Ict. Anche fuori dall'ambito hi tech, come nel commercio al dettaglio, la digitalizzazione può generare guadagni di produttività. Tuttavia, ha spiegato Daveri, l'innovazione è davvero un pranzo di gala? In realtà il suo effetto sul pil non è così lineare, perché l'innovazione, e quindi la crescita della produttività di alcuni, corrisponde ad una perdita di produttività di altri. Questa è la lezione dell'esperienza di Walmart negli Usa.

L'innovazione, insomma, genera vincitori e perdenti. Ed ancora: non c'è un rapporto certo fra la spesa in ricerca e sviluppo (in Italia, 1,3% sul pil), l'innovazione, e l'indice di produttività (in Italia invariato da molti anni nonostante una moderata crescita della spesa in innovazione). De Felice nelle sue controdeduzioni ha sottolineato come, comunque, in un sistema aperto, se l'innovazione non la fa qualcuno la fa qualcun altro. L'innovazione, insomma, genera competizione. Nel caso Alitalia-Freccia rossa, il successo del treno ad alta velocità ha spinto la compagnia aerea a migliorare a sua volta il servizio.

Ma l'Italia è adeguata al confronto internazionale? Non troppo. C'è un problema di competenze. Le imprese italiane assumono ad esempio pochi esperti informatici (17% contro una media europea del 30%). Siamo anche sotto la media europea per investimento in Ict. L'evidenza empirica mostra dunque ciò che peraltro già si sa, ovvero che l'innovazione fa bene alle imprese. In generale, le imprese con brevetti hanno circa 7 punti percentuali in più rispetto a quelle senza brevetti, esportano di più, hanno più certificazioni, sono più propense ad assumere. Boccia, intervenendo in teleconferenza, ha ripreso il concetto di "distruzione innovatrice del capitalismo", caro a Schumpeter, per sottolineare come l'innovazione sia indispensabile all'impresa ma non possa essere circoscritta alla sola ricerca e sviluppo.

Anche il sistema delle relazioni industriali deve entrare nel "computo", e così il governo dell'impresa. Vinci ha portato l'esperienza della sua impresa, partita nel campo dell'automotive, con basi in Puglia e in Cina. Un'esperienza basata sull'innovazione fin dalle origini, che ha consentito poi di traghettare conoscenze e competenze anche in altri ambiti, come quello del biomedicale. Innovazione come sinonimo di flessibilità, quindi, e di capacità di occupare rapidamente nuove nicchie di mercato, quando le si individuano.

Collini ha esaminato l'altro aspetto fondamentale dell'innovazione, ovvero la risorsa umana. Nella competizione territoriale, dimensione in cui siamo immersi tutti, l'università gioca un ruolo molto importante. Non solo perché garantisce alta formazione, ma perché costituisce un fattore di attrazione e di mobilità. Di talenti e di cervelli. Per Collini è necessaria anche una certa vicinanza fra mondo della formazione e mondo
dell'impresa. I distretti industriali sono stati in Italia luoghi di scambio diretto, fra persona a persona. Anche oggi, i territori devono immaginare come incentivare questo tipo di connessioni, "fisiche", se vogliono che la ricerca produca effetti certi e desiderabili,e in tempi rapidi

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