L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 19 luglio 2016

Implosione europea - Sistema Bancario - gli euroimbecilli nascondono la testa nella sabbia MA tutti sappiamo che la crisi bancaria verrà e lascerà morti e nessun ostaggio

GERMANIA - 18 luglio 2016

Lo spettro di una crisi bancaria per l’UE
Bruxelles dice che “i problemi delle banche devono essere risolti dalle banche e nelle banche”. Ma sanzionare Portogallo e Spagna per deficit eccessivo non risolverà i problemi dell’UE



di Ottorino Restelli
Lo spettro di una crisi bancaria sistemica si aggira nell’UE. Dopo otto anni, la Grande Recessione sembra non finire e le sue sinistre conseguenze, come le tenebre diLord Voldemort – il signore oscuro di Henry Potter – rischiano di inghiottire una dopo l’altra le economie continentali.

Le economie dell’UE sono sfiancate da una recessione a doppio picco e da una crescita anemica, trainata dalla politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea (BCE) e non dalla crescita della domanda aggregata. Risultato, le economie continentali non riescono ad avviarsi su un sentiero di crescita sostenibile.

Cosa dicono gli ultimi numeri

Il rapporto Government finance statistics – Summary tables DATA 1995-2015(Eurostat 2016) fornisce un quadro incontestabile di cosa abbiano determinato otto anni di crisi e di politiche economiche restrittive: un disastro, altro che austerità espansiva. Nell’UE (28 Paesi) dal 2009 al 2015 le entrate e uscite pubbliche in percentuale del PIL hanno avuto una dinamica opposta: le entrate sono cresciute dal 43,6% al 45%, mentre la spesa è scesa dal 50,3% al 47,4%. Nell’Eurozona (19 Paesi), le entrate sono aumentate dal 44,4% al 46,6%, mentre le uscite sono diminuite dal 50,7% al 48,6%. La crescita delle entrate è dovuta all’aumento delle tasse, mentre la riduzione della spesa è dovuta alla riduzione degli investimenti (-27%) e della spesa per dipendenti (-6,5%). Nonostante questo, il debito pubblico dei Paesi dell’Unione è esploso. In percentuale del PIL tra il 2009 e il 2015 nell’UE è passato dal 73% all’85,2% mentre nell’Eurozona dal 78,3% al 90,7%. Nello stesso periodo il PIL è complessivamente cresciuto del +2,6% nell’UE e del +0,9% nell’Eurozona.

(La sede di Deutsche Bank a Francoforte)

Le conseguenze della crisi

Quali sono le conseguenze di queste dinamiche divaricate delle maggiori grandezze macroeconomiche? Il disastro che vediamo sotto i nostri occhi: le imprese falliscono, la disoccupazione non diminuisce, la nuova occupazione è drogata dalla fiscalizzazione degli oneri sociali, cioè dipende dagli incentivi e non dagli investimenti che continuano a essere troppo bassi, i salari diminuiscono, le famiglie monoreddito cadono nella trappola della povertà, ledisuguaglianze sociali crescono, i servizi pubblici collassano, la ricchezza delle famiglie si riduce soprattutto per effetto della svalutazione degli immobili, che rappresentano il 60% delle attività, e infine le banche vanno in crisi.

(La sede del quartier generale di Monte dei Paschi di Siena)

La crisi bancaria è la semplice risultante di due forze contrastanti: la riduzione dei tassi d’interesse e la recessione. Se le famiglie percepiscono di essere diventate più povere allora non consumano, gli imprenditori non investono perché aspettano tempi migliori, quindi gli investimenti ristagnano, il settore immobiliare perde valore e alla fine le imprese falliscono e i crediti, cioè i risparmi delle famiglie che le banche hanno convogliato per consentire l’attività d’impresa, diventano inesigibili, si “incagliano” e quindi diventano “sofferenze”.

A questo punto le banche devono essere messe in liquidazione e, dal momento che il capitale proprio è solo una piccola parte delle attività, proprio per la natura stessa dell’attività bancaria, viene aggredito (Bail-in) il risparmio delle famiglie investito in titoli di rischio, azioni e/o obbligazioni e alla fine anche quello depositato nei conti correnti.

Il Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia (12 luglio 2016) comunica che i depositi sono cresciuti del 3,2%, mentre le sofferenze bancarie hanno di nuovo raggiunto quota 200 miliardi di euro (erano di 41 miliardi nel dicembre 2008). Uno tsunami che, partendo da Monte dei Paschi di Siena, la terza banca italiana distrutta dalla scellerata acquisizione di Antonveneta, rischia di propagarsi all’intero sistema bancario italiano travolgendo tutto e tutti in un’ordalia senza appello.

Se Atene piange, Sparta non ride

Nei giorni scorsi David Folkerts-Landau, capo economista di Deutsche Bank, in una intervista a Welt Am Sonntag, ha affermato: “l’Europa è estremamente malata e deve iniziare ad affrontare i suoi problemi velocemente, oppure potrebbe esserci un incidente”. Quindi, se si vuole evitare una crisi bancaria europea, occorre istituire un fondo pubblico di almeno 150 miliardi di euro con cui consentire la ricapitalizzazione delle banche continentali. Che Deutsche Bank avesse problemi sia di capitalizzazione (leva finanziaria doppia rispetto alle banche italiane) che di esposizione (possiede una valore nozionale di derivati pari a 19 volte il PIL della Germania e a 6 volte quello dell’Eurozona) era noto, ma che la situazione fosse così grave da richiedere l’aiuto pubblico ha sorpreso molti.

(Una sede della banca portoghese Novo Banco a Lisbona)

Chiunque munito di raziocinio, in queste condizioni, penserebbe – ammesso di essere ancora in tempo – di fare qualcosa di non convenzionale, per esempio lanciare un “Nuovo New Deal” come proposto da Bernie Sanders e per molti aspetti ripreso da Hillary Clinton. Invece i burocrati di Bruxelles, come il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, incuranti dei segnali del mercato (Deutsche Bank ha perso il 48% del valore da gennaio), continuano a ripetere che vanno applicate le regole che ci sono e che “i problemi delle banche devono essere risolti dalle banche e nelle banche” (Bail In), mentre si preparano a sanzionare con procedura per infrazione Portogallo e Spagna per deficit eccessivo.

Il combinarsi di una crisi bancaria sistemica e della crisi dei migranti potrebbe suonare il de profundis dell’UE e aprire scenari imprevedibili.

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