L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 agosto 2016

2016 crisi economica - Jackson Hole - la politica monetaria non può avere gli strumenti per superare la crisi, è acefala, solo la politica ha gli strumenti, la Piena Occupazione Dignitosa, ma non li può usare perché i suoi padroni, i George Soros, non vogliono

Jackson Hole: i temi (e i problemi) sul tavolo della Yellen

25 Agosto 2016 - 15:09

Flavia Provenzani


I 5 grandi problemi da affrontare a Jackson Hole per la Federal Reserve e le altre banche centrali. Quale futuro per l’economia monetaria?

Tutti gli occhi sul simposio Jackson Hole, l’evento protagonista sul mercati che ha inizio oggi nella cittadina omonima, nel Wyoming (USA). Il presidente della banca centrale statunitense, Janet Yellen, insieme ai presidenti di altre banche centrali si troveranno a discutere su come tirarsi fuori dell’enorme buco nero interno alla politica monetaria causato dalla crisi finanziaria del 2008.

I temi sul tavolo di Jackson Hole, i problemi da affrontare e le dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, ma anche di Draghi e Carney, saranno seguitissimi dal mercato nel tentativo di anticipare verso quale futuro si sta dirigendo la politica monetaria.

In un contesto di recessione e forti difficoltà economiche, le banche centrali hanno già tagliato allo 0 o in territorio negativo i propri tassi di interesse, pompano nei mercati miliardi e miliardi e tentano di tutto pur di far arrivare il credito a consumatori e imprese.

L’obiettivo di tutte queste azioni è stimolare la crescita e l’occupazione in un momento in cui i governi si rifiutano di mettere in campo le giuste riforme che possano implementare i risultati reali dello stimolo.

Prima dell’incontro di Jackson Hole, il membro della Fed Stanley Fischer ha già dichiarato che la politica monetaria non è stata ancora capace di stimolare la crescita della produttività. Ma i governi ignorano le richieste delle banche centrali, lasciando i presidenti Janet Yellen (Fed), Mark Carney Bank of England), Mario Draghi (BCE) e Haruhiko Kuroda (BoJ) portare il peso della stagnazione economica.

I temi (e i problemi) in programma a Jackson Hole 2016

A Jackson Hole, la Yellen insieme ad altri discuterà di come ricostruire il sistema politico-monetario. Con l’intestazione dell’edizione 2016 di Jackson Hole che recita “Progettare quadri resilienti di politica monetaria per il futuro”, i partecipanti si confronteranno su quali siano gli ostacoli che impediscono, ad oggi, l’adempimento del nobile obiettivo.

1) Mercati assuefatti dai tassi bassi
I mercati finanziari crollarono nell’estate del 2013, quando la Fed, credendo che il mondo si fosse ormai ripreso dalla crisi greca dell’anno precedente, decise di far capire di avere intenzione di iniziare a stringere lo stimolo di politica monetaria. Il cosiddetto «taper tantrum» rivelò l’instabilità di diverse grandi economie, tra cui la Turchia e il Brasile, strettamente dipendenti dal debito espresso in valuta statunitense. Ripagare il proprio debito non sarebbe stato più così “a buon mercato” per loro con un rialzo del costo del denaro negli Stati Uniti.

L’anno scorso la Fed ci ha provato di nuovo, ma tutto è andato a monte a causa della Cina e della sua decisione a sorpresa di avviare un processo di deprezzamento dello yuan, causando un crollo sui mercati azionari mondiali.

È stata talmente grave la reazione del mercato che la Fed è riuscita a realizzare solo aumento dello 0,25% sui tassi di interesse nel 2015, a dicembre. Fischer ha dichairato che il 2016 è ancora un periodo fertile per un altro aumento, probabilmente a settembre, ma l’enorme volume di prestiti da parte dei governi e delle aziende private, soprattutto nei mercati emergenti, e poi Brexit e il rallentamento dell’economia degli Stati Uniti continuano ad alimentare la diffidenza della Fed.

2) L’assurdo dei tassi negativi
Recentemente Kuroda, a capo della banca centrale del Giappone, ha dichiarato di non escludere un «taglio più profondo» dei tassi di interesse in territorio negativo. Draghi ha seguito i giapponesi nell’optare per i tassi negativi, trascinando con sé anche le banche nazionali di Svezia, Danimarca e Svizzera.

I tassi negativi implicano alle banche commerciali di dover pagare per detenere la propria liquidità come deposito presso le case della banca centrale. Questa politica ha il chiaro scopo di incoraggiare le banche al dettagli ad intraprendere altre soluzioni - tra cui erogare la liquidità come prestito o investire in asset più rischiosi.

Non mancano gli effetti indesiderati, però: viene colpito il divario tra tassi attivi e passivi e di conseguenza la redditività delle banche.

3) La ripresa dell’Eurozona non esiste
Alcuni analisti prevedono un aumento dello stimolo da parte di Draghi entro la fine dell’anno per stimolare la crescita poco brillante nella zona euro. L’area economia registra un PIL poco al di sopra dell’1%, e un ritmo di crescita del genere ha poca possibilità di migliorare la situazione del mercato del lavoro o di spingere l’inflazione verso il target della BCE al 2%.

Nonostante l’ottimismo espresso da Draghi, l’Europa potrebbe dover rimanere ancorata ad uno stimolo monetario per un’intera generazione a causa della classe media che risparmia e non spende.

4) La fragilità degli emergenti fa paura
Brasile e Turchia sono degli casi esemplari di quanto delle promettenti economie emergenti possano vedersi invertire completamente il proprio destino scendendo in recessione.

Il Brasile ha sofferto dell’effetto a catena causato dal rallentamento in Cina, accompagnato da una serie di scandali nazionali, mentre la Turchia ha realizzato di avere le sue imprese quasi totalmente di dipendenti dal debito espresso in dollari. Le due economie nel 2013 registravano performance spettacolari mentre l’Occidente arrancava, sostenendo la crescita mondiale. Nel giro di un paio di anni sono crollate in recessione, insieme ad una forte discesa di Russia e Cina, eliminando la speranza delle banche centrali di poter tornare alla normalità.

5) La vecchia guerra delle valute
Alcune banche centrali sono abbastanza chiare nel dichiarare la volontà di sostenere le esportazioni rendendole più competitive grazie ad un deprezzamento della moneta locale. Il Giappone ne è un esempio eclatante. Kuroda, sotto richiesta del primo ministro Shinzo Abe, sta cercando di salvare l’economia stagnante tagliando il costo del credito e spingendo al ribasso il valo dello yen. Un recente aumento dello yen contro la sterlina, lo yuan e l’euro rischia di portare ulteriore allentamento monetario di quest’anno. Ma lo yen sta salendo, il che potrebbe comportare un aumento dello stimolo pur di raggiungere lo scopo.

Draghi, nonostante le sue smentite, ha la stessa missione.
Quasi tutto l’aumento delle esportazioni italiane e francesi negli ultimi due anni può essere attribuito ad un deprezzamento dell’euro. A Londra il valore più basso della sterlina sta aiutando a compensare gli effetti della Brexit.

La Cina ha seguito la stessa politica nell’ultimo anno, a volte in modo assai maldestro, altre in modo che non possiamo non definire “casuale”.
Per tutti l’obiettivo è lo stesso: combattere gli Stati Uniti. Vogliono tutti ridurre il valore della propria valuta per poter competere con le imprese americane, forti grazie al dollaro a buon mercato. Il timore è che un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti e il valore del dollaro non siano un passo verso la normalità ma una scossa che porterà nuovo scompiglio nei mercati internazionali.

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