L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 17 agosto 2016

Strategia della Paura - ha un solo mandante, gli Stati Uniti e tanti co-protagonisti, si evidenzia nettamente l'Arabia Saudita

La ricerca
Stati Uniti: a che punto è la guerra al terrorismo

I dati del Csis e i pericolosi 'effetti collaterali' della politica estera Usa


Recentemente, l’autorevole Center for Strategic and International Studies (Csis)ha reso pubblici gli esiti di una dettagliatissima ed approfondita ricerca concentrata sul fenomeno del terrorismo. L’indagine si basa su una montagna di dati raccolti da ogni angolo del pianeta e dà conto delle tipologie di attentati che si verificano più di frequente, delle aree geografiche più colpite, dei gruppi terroristici maggiormente attivi e dei loro modus operandi, nonché del numero e dell’identità delle vittime. Rimanendo al 2015, la maggiore incidenza nel bilancio del terrorismo (52% dei casi) l’hanno prodotta gli attentati attuati mediante l’uso di esplosivo, seguiti a una certa distanza da aggressioni armate (23% dei casi) e assassini mirati (meno del 10% dei casi). Con il 40% circa delle vittime totali, i comuni cittadini sono la categoria più colpita, cui fa seguito quella di militari e forze di polizia (25-30%) e in ultima istanza quella degli appartenenti alla sfera politica ed economica (20%).

Il 2015, durante il quale si è assistito a una riduzione del numero di attentati rispetto all’anno precedente, rappresenta però un’eccezione al trend che ha preso vita dal 2004 in poi. Il grafico che prende in esame il numero degli attentati commessi ogni anno a partire dal 1970 dà infatti conto dell’incredibile escalation terroristica innescata dall’attacco anglo-statunitense all’Iraq di Saddam Hussein, sferrato nel 2003 sulla base di prove false prefabbricate da membri dell’amministrazione repubblicana al potere. È tuttavia soltanto dal 2011, anno in cui Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sferrarono l’aggressione contro la Libia di Muhammar Gheddafi, che si è assistito a una straordinaria accelerazione.



Da quel momento in poi, con la proliferazione della ‘primavere arabe’, lo scoppio del conflitto siriano e l’implosione progressiva dell’Iraq da cui è germinato il cosiddetto ‘Stato Islamico’, il fenomeno terroristico è andato rapidamente crescendo – sia per numero di attentati che di vittime – ed espandendosi, abbattendosi su regioni (come l’Africa settentrionale) che in passato non avevano mai avuto a che fare con questo tragico problema.



Lo dimostra il fatto che qualcosa come quasi 22.000 dei circa 40.000 attentati perpetrati in Medio Oriente ed Africa settentrionale tra il 1970 e il 2015 si sono verificati soltanto dal 2011 in poi. Un discorso a parte va applicato all’Europa occidentale, dove il terrorismo è tornato a tenere banco dopo il lungo periodo di calma relativa che successe ai turbolenti anni ’70 e ’80, quando si sviluppò la cosiddetta ‘strategia della tensione’, orientata a mantenere intatta la logica bipolare di Jalta a suon di attentati. Secondo l’indagine, la matrice di gran parte degli attentati perpetrati a seguito di tali eventi destabilizzanti deve essere ricercata nel fondamentalismo islamico, sunnita in larghissima parte, che ha colpito con maggiore frequenza non solo in Iraq e Afghanistan – Paesi in cui si è avuta una lunga permanenza delle truppe statunitensi – ma anche in Paesi (quali Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Sudan e Somalia). Non va tuttavia sottovalutato il contributo all’escalation terroristica apportato da focolai sorti in aree che in passato avevano conosciuto una relativa stabilità (Africa settentrionale in particolare), nonché da conflitti dall’elevatissimo coefficiente geostrategico quali quella in Ucraina, in cui nel febbraio del 2014 si è verificato un golpe appoggiato dalle forze Nato e rivolto a strappare il Paese alla sfera egemonica russa, e in Yemen, dove la rivolta guidata dagli Houthi (un gruppo filo-sciita) rischia di far saltare l’architettura di difesa regionale modellata dagli Usa a difesa delle monarchie sunnite del Golfo Persico e rafforzare la posizione della Repubblica Islamica dell’Iran. Come si evince dal documento, il fattore comune a buona parte delle crisi internazionali che sono all’origine della proliferazione del fenomeno terroristico è il coinvolgimento più o meno indiretto degli Stati Uniti. Almeno sei dei primi dieci Stati più frequentemente bersagliati dal terrorismo hanno subito l’ingerenza (nelle sue varie forme) politica o militare degli Usa; si tratta di Libia, Siria, Pakistan, Egitto, Iraq e Afghanistan. Stessa cosa vale per tre dei primi quattro Paesi classificati per numero di vittime, ovvero Iraq, Afghanistan e Siria.





La conclusione più ovvia che è possibile trarre dell’indagine realizzata dal Csis è che il terrorismo è divenuto uno dei più efficaci – dati gli effetti dirompenti (come la paura) che produce sulla popolazione civile grazie alla sua natura indiscriminata (colpire nel mucchio) – strumenti di lotta non convenzionale propri dell’epoca della ‘guerra senza limiti’, caratterizzata dall’asimmetria delle forze in campo e dal peso crescente assunto da attori non istituzionali che si avvalgono della religione e/o dell’ideologia per legittimare le proprie azioni. E gli Usa, con gli attacchi militari e le operazioni più o meno coperte condotte in Paesi ritenuti sensibili conformemente alla dottrina interventista elaborata dall’ex segretario di Stato – e attuale candidato alla Casa Bianca – Hillary Clinton, hanno fornito un contributo essenziale a creare le condizioni ideali per la proliferazione di quello stesso terrorismo che dichiaravano di voler debellare. Una contraddizione che tende a divenire sempre più palese alla luce della decisione di Washington di mantenere intatto il rapporto di stretta alleanza con l’Arabia Saudita, Paese dai comprovati legami con il terrorismo internazionale.



Nessun commento:

Posta un commento