L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 5 ottobre 2016

Comune di San Lazzaro - il Sistema mafioso-massonico-politico del Pd aveva pianificato con largo anticipo la cementificazione

POLITICA E GIUSTIZIA
Idice, Conti e la Colata delle coop

«Avevano deciso tutto già nel 2006»
In una telefonata dell’8 gennaio 2015 la sindaca
spiega a Taddei (Pd) i retroscena dell’operazione



BOLOGNA - Quando il premier Matteo Renzi esprime solidarietà alla sindaca del suo partito, Isabella Conti, è ben informato di quello che sta succedendo a San Lazzaro. A tenerlo aggiornato nei dettagli di una vicenda urbanistica intricatissima è un dirigente del Pd membro della segreteria nazionale e responsabile economico del partito, il bolognese Filippo Taddei. È lui che tiene i contatti con Conti in quei giorni. Il 2015 comincia per il Pd con la notizia delle denunce della sindaca per presunte minacce dopo la decisione di azzerare la Colata, e il 3 gennaio con un tweet Renzi le trasmette tutto il suo sostegno. Ma da lì a una settimana il premier deve ritornare a Bologna per l’inaugurazione dell’Anno accademico, incontrerà in privato la sindaca ma prima vuole capire meglio i contorni della battaglia da lei intrapresa. Per questo Taddei fa una lunga telefonata, due giorni prima dell’arrivo di Renzi sotto le Torri, il 9 gennaio, con la Conti che gli spiega il perché della sua contrarietà a quella operazione edilizia. Prima però Taddei vuole sincerarsi che davvero nei giorni precedenti Renzi l’avesse chiamata. «Sì», conferma la sindaca, che si mostra anche molto contenta dell’atteggiamento nei suoi confronti tenuto dal premier. Taddei invece commenta un’intervista della presidente di Legacoop Rita Ghedini (tra i sette indagati dell’inchiesta) uscita proprio in quei giorni e rilascia alla sindaca commenti molto critici. Conti è anche lei sotto intercettazione per valutare la genuinità del suo racconto ai magistrati. Gli inquirenti vogliono essere sicuri che non ci siano difformità con i fatti da lei spontaneamente esposti ai carabinieri, nonché verificare che non riceva altre minacce via telefono. Con Taddei deve tornare indietro negli anni per raccontargli come alcuni dei costruttori si fossero interessati a quei terreni già nel 2007. Molto tempo prima del Poc del 2011 che delinea i diritti edificatori su quell’area. «Un campo di radicchi», sostiene, acquistato «non solo a cinque volte il suo valore, ma te lo pago dicendoti che io lì sopra ci costruisco. Senz’altro erano ben informati, però un conto è rischiare in proprio come imprenditore, un conto è promettere che lì sopra costruirai e garantirai delle fidejussioni. Vuol dire che tu sei assolutamente sicuro!», racconta la sindaca a Taddei. Poi Conti affronta un altro tema molto delicato che riguarda l’ex dirigente del Comune Andrea Mari. Fu mandato via, annotano gli investigatori, proprio perché la giovane amministratrice renziana di lui non si fidava. Tanto che prima di passare le consegne alla nuova dirigente, Mari le disse: «Tu non puoi non andare a sottoscrivere la convenzione urbanistica con gli attuatori, non puoi non farli partire, perché loro hanno ceduto gratuitamente al Comune delle terre». Il riferimento è ad alcune aste pubbliche per la cessione dei diritti di proprietà di un’area all’interno del comparto Palazzetti, che il Comune avrebbe dovuto acquisire dai realizzatori della Colata al verificarsi di una condizione mai realizzata, e cioè la firma della convinzione urbanistica, «che avremmo sottoscritto se ci fossero state le fidejussioni». «Quindi ad oggi — continua Conti nella telefonata — noi di fatto le terre non le abbiamo. Che cosa fa lui però (Mari, ndr)? Le inserisce nel piano dell’alienazione». Come se fossero di proprietà dell’amministrazione. «Non solo, le mette a bando». Conti racconta a Taddei un altro particolare riferitogli sempre da Mari: «Tu devi andare a sottoscrivere la convenzione urbanistica sennò tu ti macchi di danno erariale», le disse Mari che avrebbe aggiunto: «Questa cosa è fatta apposta per mettere il cappio al collo a qualunque amministrazione arrivata dopo».

05 ottobre 2016

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